Al gruppo di operai della foto, è toccato l’arduo compito di completare questo murales gigante, a New York, per lanciare la linea underwear di H&M. Il testimonial, come noto, è David Beckham. Mica facile, il gioco di ombre.

A far la spesa con nonna.

February 7th, 2012

Random faces/Prima della corsa.

February 7th, 2012

Assomiglia a Jeff Buckley.

Modelli annoiati in aeroporto.

February 7th, 2012

Coordinati da quel pazzo di River Viiperi, questo gruppetto di modelli spagnoli (ribattezzati da River “The Spanish Mafia”), ammazza il tempo in aeroporto. Facendo quello che è un mio sogno: un annuncio all’altoparlante (anche se non capisco cosa abbiano detto).

Si chiama Ioana Spangenberg, ha 30 anni e una preoccupante magrezza, esibita anche sulle passerelle. Ma lei si difende e sostiene, intervistata dalla stampa inglese, sostiene di mangiare regolarmente: “Tre grandi pasti al giorno, e snack a base di cioccolata e patatine”. “Il mio problema – dice – è che ho uno stomaco piccolo. Se mangio troppo, mi sento male”.

Funerale low cost.

February 6th, 2012

Non è la prima pubblicità del genere. E’ positivo che in un Paese come il nostro, così death-politically-correct, si inizi a scherzare sulla morte. Ecco, magari non mettiamo i poster in zona ospedale (tipo un altro che avevo fotografato, dietro all’Umberto I).

Rugbysti in palestra.

February 6th, 2012

Purtroppo non è palestra pubblica, bensì privata. Nessuna condivisione di cotanta beltà.

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Da noi, manifestazioni di segno opposto vengono tenute separate da cordoni di polizia. Altrove, è più facile interagire. Foto scattata a San Francisco, nel distretto finanziario, lo scorso 2 febbraio. Da una parte, cittadini pro-Gesù. Dall’altra boh.

Quando troverò uno scatto –  formale, informale, rubato - che sia uno, in cui Lachowski non è riuscito bene, inizierò a riconsiderare la sua bellezza. Che, ad oggi, rimane unica.

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Dicembre, su alcuni blog americani inizia a circolare la notizia di un coming out di Francisco Lachowski: la confessione sarebbe avvenuta nel corso di un’intervista resa ad Advocate, storica rivista gay. A gennaio, se ne comincia a parlare in Italia, anche su queste pagine: l’intervista dovrebbe essere pubblicata con il numero di febbraio del magazine. Arriva febbraio – siamo ormai al 6 – ma di Lachowski non c’è traccia. Eppure un articolo del genere dovrebbe essere già rilanciato a fine gennaio. Inizio a scrivere alcune mail, anche alla redazione di Advocate. Alla fine, il responso arriva dalla redazione di un altro magazine concorrente, che con Lachowski – grazie a numerosi editorials pubblicati – vanta un rapporto diretto. L’intervista non è mai esistita, o meglio: non c’è stato alcun coming out. In pratica, secondo la mia fonte, una ragazza avrebbe manipolato un’altra intervista, estrapolandone la confessione. E, quindi, sarebbe tutto falso. Sul profilo Facebook ufficiale di Lachowski è stata anche fatta circolare ad arte una foto-notizia (con tanto di messaggio allegato), per smentire questa voce.

Francisco è fidanzato e innamorato. Aperto lo è sempre stato, sui temi gay. Ma tendenzialmente è etero.

Seguirà post (un altro) monotematico su Francisco, con alcune foto inedite.

Neve, appunti sparsi con foto.

February 4th, 2012

- L’inadeguatezza del sindaco Alemanno meriterebbe post e post. Ma siccome ci si son scritti fior di articoli, sarò sintetico. Sapeva da giorni quello che sarebbe successo, ma l’unica cosa che è riuscito a fare, nei giusti tempi, è stata quella di chiudere le scuole.

- 350 tonnellate di sale: ne avessi visto un granello. In una scuola, alla Balduina, si sono presentati quelli del Comune, con dei sacchi. “Ecco, spargetevelo da solo”, hanno detto ai bidelli.

- Vigili urbani scomparsi. Cabine vuote, incroci impazziti senza l’ombra di un vigile. Allora è vero, che ci sono solo quando si tratta di far multe, e non per ridurre i disagi dei cittadini?

- Alemanno su Twitter: la campagna elettorale, sul social network, è entrata nel vivo. Un po’ troppo. Perché un sindaco che, in piena emergenza, si mette a twittare (e a fare video in giro per Roma), io lo trovo un po’ ridicolo, oltre che fuori luogo.

- La Polverini ha dato la colpa dei disagi patiti dai pendolari a Trenitalia. C’è stata gente rimasta bloccata sui treni per più di 10 ore. Senza uno straccio di assistenza.

- Se una medaglia va data a qualcuno, bisogna pensare ai poliziotti, carabinieri e vigili del fuoco. Hanno gestito migliaia di chiamate di aiuto (per non parlare delle telefonate più idiote arrivate al 113), saltando turni di riposo, e impegnandosi davvero al massimo. Visti di persona accompagnare gente a casa.

- La cosa più bella (l’unica?): ragazzi e ragazze che giocavano a lanciarsi palle di neve o a fare pupazzi.

- Il sindaco ha dato la colpa del casino a Franco Gabrielli: colpa sua, ovvero della Protezione Civile, se non si sono previsti gli X centimetri di neve che hanno paralizzato Roma. Chi ha avuto la fortuna di conoscere, a più riprese, Gabrielli, conosce la sua professionalità e meticolosità – oltre alla sua allergia verso qualsiasi tipo di polemica politica. E’ sempre stato uno che ha lavorato nell’ombra (e ricordo, così, tanto per, che a Roma ha disarticolato le BR), e non si è mai vantato dei sui successi sul campo. E tra uno che ha guidato i nostri Servizi segreti e Alemanno, io mi fido più del primo. Di default.

- Obbligo di catene per tutti. “Ai mezzi pubblici ci pensiamo noi”, aveva detto venerdì sera il sindaco. Ma oggi, quei pochi bus che circolavano, ne erano quasi sempre sprovvisti.

- “Venite a darci una mano a spalare“, ha detto il sindaco. Come fai a coinvolgere, in maniera credibile, i cittadini nella gestione di un’emergenza, quando ti sei mosso tardi e male per affrontarla?

- Alle 22 di ieri sera, fuori nevicava, penso di essere stato l’unico romano costretto a lavare il proprio cane in doccia. Effetti dell’incontinenza – povero, aveva una faccia colpevole…

- L’entusiasmo dei ragazzi di fronte alla notizia della chiusura delle scuole venerdì, sabato e poi lunedì, m’ha fatto tornare indietro di tanti anni, quando mi esaltavo per motivi analoghi (prevalentemente scioperi).

- Le Tod’s non vanno bene per la neve. Salvato dagli scarponcini Timberland.

- Trovare un taxi, ieri pomeriggio e stamattina, era impossibile. Questo perché a Roma sono troppi, a sentire loro.

- Su una cosa il Pd è stato poco coerente e smart: quando giovedì Alemanno ha reso noto di aver sospeso per due giorni l’attività didattica, molti esponenti del partito, a Roma, lo hanno sfottuto. “Esagerato”, “blocchi la città in anticipo”, ecc. ecc. Ecco: su questo hanno toppato di brutto.

- Noi romani ci lagniamo per due centimetri di neve, si scherzava ieri su Twitter. In realtà, ci lamentiamo dei disagi: che, a vedere ciò che accade nelle altre città, sono stati davvero eccessivi.

- Ci sono state persone che, per spostarsi dal lavoro a casa – da Roma a Roma – hanno impiegato 5 ore.

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L’ultima notte al mondo.

February 3rd, 2012

Pensavo all’ultima notte al mondo, colonna sonora di questa giornata bianco-grigio-gelo. Mentre cade la neve. E non lo so con chi la vorrei passare. Forse, con un pensiero. La materializzazione, nella mia mente, di mille idee d’amore. Della persona che vorrei avere accanto a me per un ultimo bacio, l’ultimo al mondo, prima di smettere di sperare. Pezzi del passato, che si trasformano in un bambolotto consolatorio ideale, comodo comodo, perché è l’ultimo e non ti farà del male. Lo stringi dentro di te, una notte, l’ultima notte e poi adieu. Una summa degli amori che ho vissuto, Lego affettivi incastrati l’uno dentro all’altro. Matrioska di sesso e amore. Le labbra del primo. Il suo profumo della pelle appena lavata e delle camicie stropicciate che stiravi al volo prima di andare ai provini. I capelli neri neri e gli occhi azzurri. E le mani che ti stringono, mentre cerco di stringere, afferrandola con forza, la felicità che ci stavamo regalando. La sensata confusione di F., sfuggente nel suo essere corpo da divorare. I sorrisi di A., che mi guardava sempre dall’alto della sua altezza, ma che in fondo era piccolo piccolo e della vita sapeva ancora troppo poco. Incontro ancora il suo sorriso nei miei ricordi, perché oggi è sparito dalla mia vita (i “ciao come stai” su Facebook non contano). Vorrei anche sentire, sempre l’ultima notte al mondo, il ticchettio delle scarpe di L. prima di prendere l’aereo delle 7 di mattina. Il rito del bacio sulle labbra mentre dormo e fingo di smadonnare perché in fondo m’hai svegliato. Tutto sembrava bello, anche il nostro dolore, era funzionale allo star bene. Poi la neve ha iniziato a cadere, e piano piano ogni riferimento spariva, mentre io ero sepolto sotto alla frenesia del sex-to-forget. M. voleva ballare, era leggero quando mi abbracciava, e tornava da me, ogni volta che avevamo litigato. Rivorrei la sua passione, e la pazzia che ci ha portati, una sera – le luci delle auto sul Lungotevere in lontananza, passi sulle nostre teste – a far l’amore con l’odore del Tevere che copriva quello dei nostri corpi sudati. Barbetta ispida, che punge e accarezza, ti addormenti su di me. Era un privilegio, lasciarsi andare, prima della tempesta, rovinosa. Felicità improvvisata, amore fulminante, ci ha bruciati. Le tue fossette, e gli occhi che mi fissano quando non sono me stesso e cerco di buttare fuori da me il bene. Cade la neve, fa freddo, ma noi nell’agriturismo toscano ci siamo scaldati. Il cane era forte, pazzo e forte, e abbiamo riso. Capodanno, i buoni propositi e la voglia di futuro, insieme. Rivorrei quella leggerezza. Non odio nessuno, l’odio si è sciolto, fotografie che porto dentro di me. Non sono coraggioso, perché ho paura. E allora avrei voluto passare l’ultima notte con te, per non avere più pensieri, oggi.

E, invece, l’ultima notte al mondo deve ancora venire. Anche tu, che oggi non ci sei ancora.

Rugbysti sdraiati/Tatuaggio.

February 3rd, 2012

Calciatori sdraiati/Morso.

February 3rd, 2012

Mai visto qualcosa del genere in campo.

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Controlli e neve.

February 3rd, 2012

Controlli, per fortuna nulla di serio, ogni tanto il corpo ha bisogno di una sistematina, cura e medica, valuta e misura. Un paio di accessi, all’Umberto I. Padiglione terzo, primo piano, ambulatorio. Il freddo massacra le mani, l’ombrello protegge ancora dall’aqua, la neve arriverà dopo. Incredibile, qua – regno del caos più caotico e della disorganizzazione ormai cronicizzata – fanno ciò che alla Bios non fanno. E devo dire che funziona bene. Si prende un appuntamento. L’infermiera che ti accoglie, felpa blu calda calda del DEA, spunta il tuo nome dalla lista. Incredibilmente puntuali. Si inizia presto, con le visite, e si finisce alle 14. Poi al piano di sotto, lastra, controllino pure là, elettrocardiogramma. Pavimento verde, una lunga striscia colorata ti guida lungo stanze con nomi di emergenze e codici. “Vietato sostare di fronte alle stanze con codice rosso”, un cartello ripetuto più volte, carattere 28 forse, nero su carta bianca A4. Umanità oscillante. Trovi l’infermiera che si prende cura di te, ti chiede, e sai che non sei un numero. E trovi quella che pensa già al prossimo paziente. Magari con gomma ciancicante e sguardo pure abbastanza annoiato. Figuriamoci, quando vedi la morte più volte al giorno, tutto il resto ti sembra superfluo. Pure coi medici, è così. Che poi, quando gli dici che sei giornalista, iniziano, nella migliore delle ipotesi a ricordare quando un tuo collega ha parlato male del loro ospedale. E chiedono a te se non sia possibile rimediare – a distanza di X mesi o anni. Oppure vogliono sapere le ultime cose di cui ti sei occupato. E tu sei là a cercare di non pensare che, in realtà, vorresti scappare da quel posto e più loro ti parlano e più la fuga si allontana. Mentre aspetto la lastra, due medici parlano di una frattura di un altro paziente. L’hanno sistemato con un gancio in ferro. Sono fieri del loro lavoro. A me fa senso vedere quell’asta metallica infilata nell’osso, in versione radiografica. Lo specializzando ha delle belle mani, “spinga contro la mia mano”, e noto il pollice, già. Alto forse due metri, porterà un 45 di piede, è uno di quelli che si sentono già arrivati. Il medico gli dice cosa fare, e lui esegue, anche se in cuor suo vorrebbe saltare quel passaggio perché il suo istinto non si sbaglia mai. Già. Fa freddo, fuori ha iniziato a nevicare, spifferi come cazzotti sul petto. Dentro all’ospedale ritmi e tempi rimangono immutati, come se non stesse accadendo nulla di straordinario. Ché poi la neve non è straordinaria, ma lo è in una città in cui due gocce d’acqua determinano la chiusura della metropolitana. Incroci volti che sembrano volerti raccontare la loro storia. Anche quando non vorrebbero, gli occhi umidi tradiscono notizie che puoi solo immaginare. Le ferite si vedono, e non sono quelle nascoste sotto ai bendaggi. La mamma ha accompagnato il figlio con la testa rasata a forma di triangolo, dietro. S’è fatto qualcosa alla gola. Lei scherza come se fosse un’amica, prendono in giro il padre che è rimasto a casa. Privacy ce n’è poca in questi stanzoni popolati di anime trascinate in corpi un po’ malandati. Davanti ad una stanza – una di quelle col codice rosso stampato sulla porta – c’è una barella particolare. E’ quella che ti fa fare l’ultimo viaggio. Anzi no, il penultimo. Ha una copertura in plastica chiara, sotto ci andrà il corpo. Gancetti per chiusura quasi-ermetica (la plastica, in realtà, è danneggiata). Aspetta il prossimo. E’ dentro la stanza. Vedo delle persone, cinque, sei, intorno al letto, piangono. Ma ci sono anche altri pazienti, testimoni involontari di quel dramma, di cui ignoro tutto. Continuo a seguire la striscia colorata in terra, via verso l’uscita.

C’è la neve. L’ultima volta è caduta a dicembre del 2010. Un’altra neve, la stessa città, orme ormai sciolte.