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Vivo da solo da quando ho 26 anni, ovvero da quando ho iniziato a guadagnare il mio primo stipendio vero. E da allora, con la sola eccezione del periodo dei due fidanzamenti, ho sempre vissuto da solo. Zero coinquilini, dunque. Un po’ per pigrizia mentale, un po’ perché sono abituato alle abitudini: e, quindi, “dipendere” in qualunque modo o forma da qualcun altro (senza il vincolo della relazione affettiva), da abitudini che potrebbero “ostacolare” il naturale svolgimento dei miei riti, mi ha sempre frenato. Qualche tempo fa, però, in vista del trasferimento nella casa più grande, a luglio, avevo iniziato a pensare seriamente ad aprire le porte della mia vita casalinga a qualcun altro/a. Sinceramente non avrei mai pensato ad un incontro casuale, assai prima di quel trasloco. Ma tant’è. Il destino non si controlla, ma al contrario noi siamo le marionette che manovra a suo piacimento. E così, qualche sera fa, ad una festa tra amici (prevalentemente etero), mi presentano un ragazzo, F., che vive fuori Roma, in provincia, vicino Civitavecchia. Ventiquattro anni, un viso che “fermati là che ora ti scatto un primo piano e me lo appendo in camera”, purtroppo etero. Almeno così mi pare, al 98%. Mi racconta della sua vita un po’ incasinata, dell’università frequentata a singhiozzo, del lavoro ottenuto una settimana fa a Roma, in centro; dei turni notturni (fa il cameriere in un ristorante aperto 18 ore al giorno) e del fatto che il posto più vicino per dormire sia ad Ostia, dalla zia. Parliamo, parliamo, parliamo, gli racconto della casa nuova da luglio, del potenziale coinquilino, e lui butta là un: “Ma se facessi una prova adesso?”. Mi spiazza. Non rispondo di no, ma quando me lo propone i suoi occhi blu si illuminano ancora di più, contagiandomi della loro energia positiva. Sa che sono gay, gliel’ho detto relativamente presto nella conversazione, e per lui questo non è un “problema/ostacolo/elemento di discussione”. F. è un buono, una persona solare, uno di quelli – mi sembra – aperti e, al contrario del sottoscritto, pronti a mettersi in gioco. Mi propone un prezzo mensile di affitto – visto che nel matrimoniale ci dormo io, a lui tocca il divano-letto – che tiene conto del relativo disagio in cui vivrebbe, pur trovandosi nel cuore di Trastevere. Gli dico che ci voglio pensare, anche se in verità so di aver già deciso. Stamattina ci siamo rivisti. Gli ho mostrato casa. Si è innamorato della vista. Del gatto. Abbiamo parlato dei miei orari, dei suoi, delle mie preoccupazioni. “Dì la verità, temi che ti porti donne in casa, vero?”, mi fa lui. Rispondo che quando sono al lavoro può fare ciò che vuole. Sorride. Sfoglia i miei cd, si allarma quando vede Britney Spears, quasi fugge di fronte alle colonne sonore di Glee, ma poi gli mostro Patrick Wolf e si calma. Vede il biglietto della mostra di Andy Warhol e mi dice che vuole andarci anche lui, insieme a quella di Pasolini. “Anche io”, esclamo. “Beh, ci andiamo insieme”, risponde subito, con una naturalezza sincera e disarmante. Concordiamo prezzo fino a fine giugno, pagamento bollette e queste cose noiose ma necessarie. Domattina si trasferisce qui. Gli ho liberato i primi scaffali.

Non so dove andremo a finire e cosa sarà di questa interazione umana, ma voglio provare a percorrere una via per me inesplorata. Liberare uno scaffale significa aprirsi a qualcosa di nuovo, bello o brutto non importa, purché serva a farci conoscere lati di noi stessi che avevamo accantonato, per pigrizia, per comodità.

Buona notte blog.

Colori al posto dei vestiti.

April 23rd, 2014

Neil Curtis è un artista che ha lanciato un video-progetto dal titolo eloquente: “Replace clothes with paint”. Alcuni soggetti – dal militare al tagliatore di legna, dal ladro al pianista – si spogliano, su una sedia, e vengono gradualmente colorati. Il video andrebbe proiettato su una parete – da qui la riproduzione a 90° (grazie a Carlo per la segnalazione!).

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Come si divertono i rugbysti, dopo una dura seduta di allenamento? La risposta è in questo documentario, 14 minuti di omoerotismo puro. I ragazzotti si incontrano in un pub dove bevono, si spogliano e pomiciano. Qui e là, qualcuno mostra anche le sue doti.

E, ovviamente, sono etero.

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Lei si chiama Debbi, ha 42 anni, ed è ossessionata dall’idea che il compagno Steve la possa tradire: soffre della cosiddetta sindrome di Otello. Così, impedisce persino al compagno di vedere qualsiasi programma Tv in cui compaiono delle donne; se esce di casa, anche solo per quindici minuti, al rientro lo obbliga a sottoporsi alla macchina della verità (foto sotto). Gli psichiatri le hanno prescritto dei farmaci contro l’ansia. Lei spera, una volta terminata la cura, di poter sposare Steve, che ha iniziato a frequentare nel 2011.

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Con lo stake per Trastevere.

April 22nd, 2014

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Bravi, belli e, a quanto pare, piacevolmente sorpresi per l’essere stati fotografati. Due ragazzi americani per i vicoli di Trastevere.

Lottando sull’erba.

April 22nd, 2014

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Io non ho la minima idea del tipo di sport che pratichino questi ragazzi: ma sono pronto a iscrivermi da domani :-)

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Col buco nella guancia.

April 21st, 2014

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Non oso immaginare le derive a luci rosse di questo buco.

Dieci anni dopo, festa da G.

April 19th, 2014

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La prima mail te l’ho scritta nel 2004“. Un flash, una frase buttata là, mentre si ragionava, ieri sera, sul tempo che ci si conosce. Casa tua, festa di compleanno, l’alcol alleggerisce la mente, ragazzi rigorosamente anni Ottanta (non made in, ma born in: eppure con un videoregistratore in bella mostra in libreria) abbracciati e abbracciosi, qua e là qualche #gnocco degno di attenzione (uno: tirocinante medico, biondo e un po’ cupo, che quando ti parlava dell’attività al pronto soccorso gli saresti voluto svenire davanti), poster alle pareti che parlano di te, di voi. Oggi di anni ne hai 27. E, quindi, quella prima mail me l’hai scritta a 17, quando studiavi alle superiori, far from Rome, e vagavi chiedendoti cosa sarebbe stato di te. Ho digitato nel motore di ricerca di Gmail l’acronimo che avevi usato per comporre la tua mail, e non ho trovato i nostri primissimi contatti. Si parte dal 2005. Rileggo alcuni di quei messaggi, me ne ero completamente dimenticato, dettagli di te che oggi non racconteresti più. Penso che te ne girerò alcuni. Paura del futuro – e il futuro diventato oggi, ti ha tranquillizzato? – e ricerca di un faro, qualcosa da seguire, con sicurezza e determinazione. Ci siamo incontrati, e da allora ci siamo scritti. Una di quelle amicizie indipendenti dalla frequentazione, perché la pigrizia e l’essere un po’ orso, unite a degli orari di lavoro antisociali, non aiutano. Hai condiviso pezzi importanti di me – L., Allstarboy, e relative rotture – e io pezzi di te. E, ogni volta, è quasi un riassunto delle puntate precedenti. Un comporre lettere su un enorme cruciverba, sudoku degli affetti, aggiornamenti e-motivi di vita, anche se poi, alla fine, l’unica risposta che dovrebbe importare è quella: “sì, sono felice”. Non ce lo siamo chiesti, perché, almeno nel caso tuo, si vede e si sente. Siete – tu e il tuo ragazzo – felici. E io son contento con e per voi. Rileggo quelle mail, la paura di chi scrive a River pensando di trovare un po’ di conforto alle asprezze di qualche momento no, come se scrivesse ad una sorta di confessore immateriale e spirituale, un’ancora alla quale ci si appiglia nel maremagnum di una vita sentimental-sessuale che muove i suoi primi passi. Io che non sono neanche l’ancora di me stesso, e chissà mai quando e se ormeggerò in qualche porto sereno. “Vorrei sentirti felice”, concludi una delle mail randomiche sulle quali ho cliccato.  L’ultima festa alla quale ti ho visto, è stata tre anni fa. “Lo scrivi un post anche su oggi?”, mi hai detto ieri, mentre mi chiedevo se in quel febbraio del 2011, quando ero ancora fidanzato, fossi veramente felice, per una volta. La risposta non ce l’ho, neanche se rivedo oggi le foto di quella serata. La felicità, in fondo, può essere una maschera, ma è quella interiore non si vede mai.

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Dieci anni, oggi hai la tua casa, il tuo mondo, i coinquilini, il lavoro, una carriera che mi sembra abbastanza delineata, con le solite incertezze tutte made in Italy. In fondo, rivedo in te lo stesso e identico ragazzo di quei primi tempi, e, quindi, quei dieci anni mi sembran giorni, e noi siamo gli stessi, una torre di Lego che è cresciuta, altre altezze ed altri punti di vista, ma la sua sommità è il risultato della somma di tanti pezzi di passato, senza i quali crollerebbe tutto. Sei cresciuto, è vero, sicuramente cambiato, anche se a rileggerti, chiudendo gli occhi, potrei immaginarti mentre pronunci quelle stesse e identiche frasi, oggi.

E sì, ci sono fili impercettibili e invisibili ai più, che ci uniscono a delle persone, e quando le rivedi son lo specchio della tua vita passata. Legàmi che aiutano a ricordarci di quello che siamo stati e di come siamo cresciuti.

E, comunque, anche io vorrei ancora sentirmi felice.

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(foto pubblicata stasera, dopo la vittoria sulla Fiorentina, da Alessandro Florenzi sul suo profilo Facebook)

contratto affito

Qualche mese di ricerca, non moltissimi visite (tempo e pazienza poche), ma alla fine ho trovato la nuova casa. Definitiva? Sicuramente no, anche se il contratto è un 4 + 4. Gli amici ormai già hanno fatto partire il toto-casa, stimando una durata di questo affitto di meno di un anno. Ma tant’è. Si parte con le buone intenzioni. Ho scelto la casa davanti al San Camillo e, anche se potrà sembrare strano, non è stata la presenza a tipo cento metri dell’ospedale a farmi decidere in tal senso. Diciamo che, oggi, sulla carta – perché poi vivere una casa, giorno per giorno, è sempre un’altra cosa – ho rivisto le potenzialità dell’attico in cui ho resistito 7 anni, a piazzale degli Eroi. Anche se si trova, su un lato, su una strada trafficata, i vetri doppi antisfondamento dovrebbero essere d’aiuto: quando discutevamo, in salotto, del contratto, eravamo con una finestra socchiusa, e si sentiva davvero molto poco, ambulanze incluse. La metratura è notevole, 90 metri quadrati, così articolati: si entra in un corridoio più largo che lungo (ehm), e si parte con un ripostiglio spazioso, al cui interno, ora, c’è un armadio enorme (ho chiesto di poterlo mantenere); poi la prima camera, molto spaziosa, la seconda camera matrimoniale e, a seguire il salone angolare. Doppi soppalchi, angolo cottura molto rifinito (rosso e nero), aria condizionata in tutte le camere, parquet ovunque (pure in cucina). In un’altra ala, poi, ci sono due bagni (il primo molto grande, il secondo più piccino) e una stanza in cui c’è posto per la lavatrice e un mobiletto per le scarpe o altre piccole cose. In salone, bagno e cucina c’è una vista mozzafiato su Roma: si vedono il gazometro, la torre Telecom alla Laurentina e persino i Castelli. La disposizione degli ambienti è perfetta, almeno secondo i miei standard: la camera da letto e il salone non confinano con nessun appartamento. Solo la prima camera, confina su un lato con la vicina. Capitolo vicini: sotto e al lato vivono donne, sole, over 65 anni. Le quali non si sarebbero mai lamentate dei rumori prodotti dalle bimbe scalmanate degli attuali padroni di casa.

Il contratto inizia dal primo luglio. La prossima settimana darò la disdetta alla casa di Trastevere. Un po’ questa zona mi mancherà, San Cosimato è un gioiello, ma in linea d’aria sarò ad un chilometro e mezzo. Sicuramente mi farò una bicicletta. Qualcuno mi ha consigliato, date le dimensioni della casa, di pensare ad un coinquilino, ma io sono molto scettico, dopo tanti anni di vita in solitaria (fidanzati esclusi). A meno che non si tratti di un tirocinante medico, con guance rosse :-)

Fingers crossed, stay tuned.

Le soap Sud-Americane riservano sempre grandi sorprese. Ma una scena come quella contenuta in questo video non credo di averla mai vista: quattro minuti di pura follia, in cui la protagonista – al cui confronto Manuela Arcuri è Meryl Streep – si scaglia contro una ragazzina disabile, facendola cadere dalla carrozzina e arriva a picchiare l’anziana assistente domestica. Divina.

Nell’era delle app gay tipo Grindr – per citare la più famosa – il rimorchio face-to-face è diventato una rarità. Il canale Youtube “Whatever” ha voluto condurre un esperimento di acchiappo gayo: ha arruolato un ragazzo #gnocco e fisicato e lo ha mandato in strada, a chiedere il cellulare ad altri maschi. Reazioni miste, da quelle stizzite e omofobiche a quelle più interessate (ovviamente) alla proposta. Notare il tizio al minuto 3: “I’m open to new shit”.

Io non avrei mai il coraggio di farlo.