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Kobi Israel firma una serie unica di scatti che documentano quella sottilissima linea omoerotica che circonda la vita quotidiana dei soldati israeliani. Le foto, spiega l’autore, sono state scattate durante la sua permanenza nella leva, che, in Israele, è obbligatoria per tutti i ragazzi che hanno compiuto 18 anni. “I soldati si abbracciano e baciano, si dicono anche ‘ti amo fratello’, dormono insieme, condividendo il materasso e giocano sotto le docce”, dice Kolby, che ha raccolto gli scatti in un libro.

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(Scatti pubblicati per gentile concessione a river-blog da parte di Kobi Israel, che ringrazio. Le foto non possono essere riprodotte, salvo autorizzazione, per espressa volontà del detentore dei relativi diritti)

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Tienimi forte.

October 21st, 2014

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Affidare la propria vita a qualcuno.

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E’ vero. Non si sceglie il momento in cui eccitarsi. E questo ragazzo è stato molto sfortunato.

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E’ sicuramente uno dei randagi più fortunati al mondo: Rincon è stato salvato a Porto Rico e oggi vive insieme a quattro modelli, a Brooklyn. A raccoglierlo dalla strada è stato Julian Schratter, in vacanza con i suoi coinquilini, con i quali ha deciso di portare il cane nella loro casa. E su Instagram è diventato in fretta una star.

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C’è una lunga serie di esibizionisti che si masturbano sugli autobus pubblici. Nessuno, però, sfacciato come questo.

Ci siamo passati tutti. O forse no. Seduta masturbatoria, la porta si apre: è la mamma. A me è successo una sola volta. Ero in salone e mia madre sarebbe dovuta tornare molto più tardi. Fortuna che in tre secondi sono riuscito a bloccare film porno sulla tv (mitiche videocassette…) e a chiudermi i pantaloni, anche se la cinta mi rimase svolazzante. Ma vabbè.

In questo esilarante video, una madre scopre il figlio intento a masturbare un altro ragazzo. Ne nasce discussione sui generis, che culmina col figlio che esclama: “Io non sono gay!”.

Il paccone in scivolata.

October 18th, 2014

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Potenzialmente un #trecolonne.

Lo #gnocco sul bus è contento.

October 18th, 2014

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Tra un paio di giorni sarà passata una settimana da quando #coinquilinofrancese è entrato nella mia casa. Una settimana veloce, direi indolore, senza particolari colpi o emozioni. Ed è un bene. Si interagisce, ma in fondo non troppo. Ci si ritrova a letto, ogni tanto. Lui è molto riservato sulla sua vita privata. Se ne parla, ma con il contagocce. Io non chiedo, lui, se vuole, racconta. Delle serate in discoteca – è la cosiddetta party-girl – degli aperitivi, non necessariamente gay. Da quello che ho capito, data anche la prestanza e il look (sono in love con le sue t-shirt comprate nei mercatini dell’usato), rimorchia molto dal vivo. Non ha mai usato Grindr, perché dice che è una perdita di tempo e se proprio deve incontrare qualcuno vuole che nasca tutto per caso. Il lavoro, per adesso, gli porta via poco tempo: mezza giornata. E’ nel campo della moda, del resto ha studiato per fare questo. Ha anche collaborato alla creazione di qualche collezione francese di media importanza. In ogni caso, sta cercando un lavoro full time: così gli ho dato una mano con il curriculum, correggendogli la prima versione in un italiano stentato (google translate può fare grossi danni). Il problema principale, però, è proprio quello della lingua: il suo italiano è prossimo allo zero. Per questo lavora presso un’azienda francese. Staremo a vedere. Quando ci va, cerchiamo di parlare in italiano, ma non è ancora in grado di sostenere una conversazione. La notte esce praticamente sempre, è più ferrato di me sulle serate in giro per Roma, da quelle pop perfino a quelle rap. Per adesso non mi/ci è venuto in mente di uscire insieme la sera: ma vorrei provare, magari posso usufruire del suo effetto-calamita per gli #gnocchi. La cosa più positiva di questa esperienza è l’assenza totale di “film” e paranoie, di non-detti sui quali ricamare per giorni interi. Io e lui abbiamo messo tutte le carte sul tavolo: sappiamo cosa ci aspettiamo dall’altro e anche quello che non vogliamo. Credo che nessuno di noi due si aspetti o voglia una storia, e questo rende tutto più semplice.

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Il sesso, che per adesso è successo un paio di volte, è paragonabile ad un pranzo consumato insieme, un modo per rendere questa convivenza più forte o, forse, reciprocamente utile? Non saprei. So che accade tutto in maniera naturale, che io non chiedo, lui propone, e che le cose avvengono e basta. Mi sono anche abituato (volentieri) all’idea di che giri per casa praticamente nudo. I primi giorni, aveva sempre t-shirt (e slip). Da qualche giorno a questa parte, invece, complice le ottobrate romane, è passato alla versione solo-slip e infradito. Anche quando cucina o guarda la tv (un’impresa almost impossible, dato l’italiano). Sulla sua vita privata, dicevo, è molto riservato. So che conosce delle persone, ma non a che livello. E l’agreement non detto è che io non faccio domande: se lo vuole, è lui a parlarmene. Oggi pomeriggio ha fatto il primo colloquio di lavoro: mollato il look jeans stretti, sneakers colorate e t-shirt artistiche, è passato ad un classicissimo camicia a maniche lunghe e mocassini, con capelli superingelatinati. E confesso che era sexy quasi come quando gira in slip (nota di colore: i piedi sono da finale di concorso riveriano). Le doti culinarie, per il momento, sono ignote: un paio di volte si è cucinato la pasta, ma io avevo praticamente fatto colazione da poco e, quindi, ho declinato l’invito a condividere il pranzo. Non va oltre la pasta, perché spesso mangia fuori.

Vedremo come e quando interagiremo quando tornerò al lavoro e starò fuori casa tutto il giorno, tornando a mezzanotte. Ci incroceremo sicuramente di meno.

I volti degli angeli del fango.

October 15th, 2014

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Sono stati loro gli eroi di questi giorni. Giovani, volontari, volenterosi, innamorati della loro Genova. Un moto di straordinaria solidarietà.

Condivido con piacere due parole che mi ha scritto Valerio. Uno degli angeli:

“Ho visto il tuo post su Genova, appena tornato a casa da spalare pure oggi, che devo dare due commissioni per forza, e forse domani si riprende. Volevo dirti che sì, ci siamo, tantissimi genovesi, giovani e giovanissimi. Angeli non so, Genova é questa roba qui, che scende in piazza per l’Ilva e Fincantieri se serve e che, troppe volte spala. Chiusa e mugugnona Genova resta una città che sa mettersi insieme quando serve. Però, magari aggiungilo, che é giusto così, quello che davvero a me ha stupito non siamo noi ma i tanti accenti e le tante espressioni dialettali che sento, ragazzi di Torino, Padova, Trento, Bergamo, del resto della regione ecc. ecc. Tantissimi, davvero. E poi ci sono i migranti, che sono genovesi, ma che qualcuno ha provato a dire che non ci fossero. Qualcuno che era comodo a casa, sennò come noi avrebbe Spalato gomito a Gomito con tanti da ogni comunità migrante presente a Genova”.

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Momento tenerosità tra gli under Dario Guidi e Riccardo Schiara. Molto naturale (ai Boot camp ho fatto il tifo per Andrea La Motta!).

Il test hiv, strizza reloaded.

October 15th, 2014

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L’ultima volta era stato nel 2009. Per l’esattezza il 17 agosto. L’agosto romano, quello delle strade in cui trovi parcheggio, dei te freddi consumati in quantità industriali, dell’aria condizionata accesa giorno e notte, dei baci sudaticci. Io e AllStarboy stavamo insieme da tre mesi e come tutti i fidanzatini che si rispettino e che tengono alla loro salute reciproca, ci siamo fatti il test per l’hiv. Lui lo avrebbe fatto un mese dopo di me. Io scelsi, come sempre, il laboratorio della Bios di via Chelini. Sono uno scaramantico abitudinario e anche se quel posto mi è sempre rimasto scomodo – a maggior ragione ora che sono a Monteverde, con uno studio di analisi a poche centinaia di metri da casa – là ho fatto tutti i controlli più importanti della mia vita. Nel 2009 lessi i risultati del test, dentro la cartellina plastificata rigida bianca e linda, nella chiesa di piazza Euclide. Sì, proprio io che sono tendenzialmente ateo. E chiesi di farlo ad Allstarboy, un po’ vigliaccamente. Dopo il responso, ci abbracciamo in chiesa. L’amore sano e senza limiti poteva avere inizio.

Ho approfittato di una serie di analisi che mi ha chiesto il medico generico – mi sento ancora deboluccio e ho qualche problemino di stomaco – per infilarci anche quello dell’Hiv. Erano davvero passati troppi anni. Fino al 2011, a dire il vero, sono stato abbastanza tranquillo, impegnato in una relazione che, per quanto mi riguardava, era monogama. Dopo, si è fatto quel che si è potuto, con qualche eccessino di troppo. E così, stamattina, mi son fatto coraggio e sono andato accompagnato da A. Solito posto, primo piano, zero fila (era molto tardi). La lettura dei risultati, stavolta, sarebbe stata duplice: psicoterapeuta + A. via email. A loro, infatti, avrei girato il referto, giovedì pomeriggio. Prelievo ok – mi pigliano 7 flaconi (e 330 euro), A. si becca una megacazziata dal medico, che lo sgama mentre mi scatta la foto: “E’ vietato, la cancelli subito”. Lui la cancella, dopo avermela girata. Torno a casa e mi preparo psicologicamente. Intorno alle 17 scarico la posta e puff: mi appare il primo referto della Bios. E’ il risultato del test. Lo inoltro ad A. Capisce subito. Mi risponde con l’sms: “Chiamami”. Io gli dico di “No”. Lui, stronzescamente, non richiama. Passano cinque minuti: lo chiamo, ma cade la linea. Lo richiamo. Ha una voce bassa: “Non capisco perché ci abbiano messo così poco tempo. Comunque senti…”. Lo interrompo: “Che mi devi dire?”. “Senti…”. Io lo sento, ma lui non parla. Lo incalzo: “Vabbè, dai, dimmelo”. Me lo dice: “Negativo!”.

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Un consiglio: il test va fatto spesso. Mai più così a lungo senza. E, ovviamente, attenzione ai rapporti a rischio.

La vita vale più di un pompino (cit. River).

Il cuoco di Eataly è #gnocco.

October 13th, 2014

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Lui si chiama Leonardo e m’è apparso, come una visione, stanotte, nella seduta di zapping pre-ninne. Ha 21 anni, si è diplomato da poco all’alberghiero e lavora da Eataly. Ecco, un cuoco batterebbe un #coinquilinofrancese :-)