Storie di senzatetto.

July 23rd, 2014

Chi c’è dietro a un clochard che vive abbandonato da tutto e tutti in strada? A questa domanda ha cercato di rispondere l’associazione Rethink Homelessness, che ha chiesto ad alcuni senza-tetto di Orlando, in Florida, di raccontarsi con una frase su un foglio di cartone. C’è quello che ha il cancro. Quella che era personal trainer. Il laureato. Quella che parla quattro lingue.

C’è un’accademia del cinema che lotta per la sopravvivenza. Non è una di quelle accademie che si fanno pagare fior di quattrini dagli studenti. Qui gli insegnanti lavorano gratis e aiutano i loro ragazzi a coltivare sogni che, altrimenti, sarebbero destinati a morire, prima ancora di nascere. L’“Accademia del Cinema Ragazzi Enziteto” sorge in una zona difficile di Bari, Enziteto. Un quartiere malfamato, in mano alla criminalità, dove non esiste numero civico, dove i giovani vivono di alcol e di droga. Questa scuola è l’unica realtà esistente che riesce a togliere donne e bambini dalla strada, e lo fa con l’arte, la creatività, creando qualcosa di unico e irripetibile, che questi giovani non potrebbero mai conoscere. Me lo ha raccontato bene Sergio, un river-lettore che mi ha anche segnalato i problemi di fondi che si trova ad affrontare adesso questa realtà. I finanziamenti sono pochi, tutto è lasciato al buon cuore dei docenti e di qualche anima pia.

Sergio è il protagonista di un cortometraggio che partecipa al concorso “Una storia con il Sud”. Racconta del suo arrivo in accademia, anche attraverso la voce di un docente. Bastano dei “mi piace” (si vota qui) per far andare avanti questo cortometraggio. “Abbiamo girato sotto il sole, abbiamo lavorato tanto per questo piccolo video e non possiamo permetterci di vedere i sogni di molti di noi scomparire – spiega Sergio – Se l’accademia dovesse chiudere o non funzionare più molti ragazzi del quartiere tornerebbero a passare il tempo per strada. E hai presente Scampia? Enziteto è così. Solo che nessuno se la fila”.

In bocca al lupo.

Con la spina in gola.

July 23rd, 2014

Tra le tante paure che ho – ma stavolta, almeno, so di essere in larghissima compagnia – c’è quella delle spine di pesce. Paura aumentata dopo il caso dell’hot-dog di Ikea finito nella gola del bimbo (morto). Ieri sera l’ho dovuta affrontare. E superare, grazie ad un medico.

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Cena agli Spaghettari. Antipasto e paccheri con il pesce spada. Come mi capita spesso, parlo al cellulare con un’amica. Mastico distrattamente, quindi. Due bocconi e mi rendo conto che una spina non è scesa. La sento in gola. Il panico. Tachicardia. E mo’? Razionalizzo. Mangio altra pasta, per cercare di farla scendere. Su Twitter vari consigliano la mollica di pane: niente da fare. La spina è bloccata in un lato. Mi alzo e vado alla cassa. La proprietaria vede il piatto e mi attacca pippone: “Non era buona? Sicuro?”. Non mi va di raccontarle dalla spina che, tra l’altro, mi rende anche difficile parlare (alcune lettere sono più dolorose di altre). Decido di andare al Fatebenefratelli. Non c’è nessuno in attesa. Mi accoglie un infermiere, simpatico. Che, però, mi avvisa: “Qui non abbiamo un otorino di notte, quindi non le posso fare nulla”. Eh? Ma un medico? “I medici che sono qui operano per le emergenze e questa non lo è. Potrebbe diventarla, ma ora non lo è”. Ecco, grazie a quel “potrebbe diventarla” rientro nel panico. Decido di andare al San Camillo. Uscendo, l’infermiere mi fa gli in bocca al lupo. A piazza Trilussa trovo un taxi. Cinque minuti e arriviamo. I locali del pronto soccorso sono a dir poco angoscianti. Gente sdraiati sui lettini, anziani col respiratore, macchinari (anche sofisticati) parcheggiati alla rinfusa. Mi dicono che dovrò aspettare l’arrivo di un otorino. A quanto pare solo lui può intervenire su una gola. Passa un’ora. Alle due esce un’infermiera che, urlando, fa: “Chi è il paziente con la spina di pesce in gola?”. Mi alzo. “Prego, si accomodi”. Dalla stanzetta avevano appena tirato fuori un signore anziano, sul lettino, con la mascherina. Lo parcheggiano in corridoio. Arriva l’otorino. Ha circa 60 anni, burbero, direi antipatico. Mi dice che la cosa capita spesso e che, talvolta, devono anche operare in anestesia. Totale. Prende un attrezzo di ferro per tenere la lingua e delle pinze. Un disastro. Ogni volta che tenta di arrivare alla tonsilla, ho dei conati di vomito. A un certo punto sento il sapore di sangue in gola, deve avermi ferito la tonsilla. Panico. Il medico si spazientisce, sbuffa, prende un cestino e mi fa: “Senta, se deve vomitare vomiti, ma mi faccia fare il mio lavoro”. Alla sesta volta che entra in gola e io mi fermo, sbotta: “Ora facciamo un’anestestia”. Eh? “Sì, alla gola. Così non ha i conati. Ma la avviso: è sgradevole, perché le si gonfia la gola”. Passo. “Allora provi a tornare domattina, a digiuno”. L’idea di dormire con una spina in gola non mi va giù. “E se si blocca in gola?”, gli chiedo. Lui dice di fare un ultimo tentativo, che ovviamente non va a buon fine. E’ allora che sbotto: “Scusi, ma lei è un otorino o cosa?”. Risposta: “Sì, con 30 anni di anzianità”. Sbotto ancora: “Non si direbbe. Forse è il caso che tratti in pazienti in modo diverso, visto che i conati non sono un dispetto”. E altre frecciatine frutto di 13 ore di lavoro non stop e di tanta ansia accumulata. Lui cambia atteggiamento, si fa più conciliante. Gli propongo di usare solo le pinze e di tenere il ferro non troppo in bocca. “Va bene, proviamo”. L’impresa pare davvero impossibile. Arriva un’infermiera, attirata da un bel po’ di baccano che stavamo facendo. Si scherza un po’, l’umanità di questa signora mi aiuta a rilassarmi. Al quarto tentativo, il medico estrae la pinza, mi guarda e fa: “Eccola!”. “Evviva”, grido io, con tanto di applauso. “Tenga, se la vuole portare a casa per ricordo?”. La spina si era conficcata nella tonsilla. “E’ stato particolarmente sfortunato, non capita spesso”, mi dice il medico.

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Esco dal pronto soccorso alle 3 di notte. Tanti pensieri, su chi avrei voluto accanto a me, sulle persone che vorrei abbracciare. Incrocio due infermieri che stanno portando via una donna sul lettino. E’ intubata. Occhi chiusi, ha la testa bloccata da due sostegni rigidi ed è attaccata ad un respiratore, cavi le escono dal petto, sembra un robot in manutenzione. Penso che sia una madre, una zia, una sorella, e mi commuovo. La portano nella sala dedicata ai codici rossi. Porta socchiusa, sbircio, sento rumori di respiri affannosi, quattro infermieri armeggiano intorno ad un paziente, vedo apparecchi che devono salvare quelle vite appese ad un filo.

Sono contento di essere uscito da quel tunnel in cui la disperazione si fa viva e la morte corteggia corpi sofferenti.

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E dopo aver scovato questa foto del calciatore con gli occhi più belli del calcio italiano, posso affermare che Claudio Marchisio ha anche dei piedi da primo posto.

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Conosco P. via Grindr e, al tempo stesso, attraverso il sito per il quale sta facendo uno stage. Aspirante giornalista anche lui, primissime armi, 24 anni. Iniziamo a chiacchierare su Grindr, nel giorno in cui leggo un pezzo che mi interessava. Cerco su Facebook l’autore dell’articolo e zac, mi appare la stessa foto profilo del ragazzo con cui stavo chattando. Lo aggiungo. Iniziamo a scriverci. Il giorno dopo viene a pranzo da me. Parliamo, anche di lavoro. Non ho mai accettato di uscire con un giornalista o aspirante tale, perché alla fine le discussioni rischiano di essere noiosamente monotematiche. Non con lui. E poi mi fa piacere dargli consigli e vedere un altro punto di vista, quello di chi vorrebbe mantenersi scrivendo (e, non potendolo fare, deve fare altri due lavori). Rimaniamo che ci rivedremo presto. E il presto è stato sabato, al Gay Village, due giorni dopo. Lo passo a prendere sotto la redazione, finisce tardi (dovrei aprire una parentesi, articolatissima, su quanto vengano sfruttati gli stagisti, ma vabbé, è l’amaro sottointeso di una professione ormai inarrivabile), è stanco. Non impieghiamo molto ad entrare in confidenza, anche fisica. Arrivati al Village, tempo mezz’ora, gli appoggio una mano sulla spalla, gli accarezzo la schiena, e lui non si muove. Anzi. Mi abbraccia. I baci arrivano dopo pochissimo. Prima sul collo. Poi sulla guancia. Il primo, sulle labbra, è suo. Mi ritiro. Lui mi chiede perché. E allora lo bacio anche io. Baci profondi, anche se devo combattere con due punti sotto la lingua (il dentista, venerdì, mi ha bucato la pelle con il trapano: roba da denuncia) e, quindi, mi sento un po’ frenato. E, forse, non è solo per i punti. I baci mi spaventano, sono una scommessa, quasi una promessa. Quella, comunque, sarà la serata delle coccole, della conoscenza dei nostri corpi, della leggerezza e delle carezze, ignorando chi ci sta intorno (a un certo punto sento una mano che mi fa il solletico sulla coscia: è Eva Grimaldi che ci dice che siamo dolcidolci…). Chi mi conosce resta stupito da quel trasporto fisico, neanche degno di troppe attenzioni il solito cameriere con il quale avevo avviato le manovre di avvicinamento. Alle 2 decidiamo di andare via, e di andare a dormire da me. Glielo chiedo mentre siamo seduti sul prato, davanti al karaoke. “Certo che vengo, ma dobbiamo passare da me a prendere il liquido per le lenti a contatto”. Qualche domanda rituale sui blog, su quelli che segue, non c’è River, perfetto. Lo accompagno al Pigneto. Si cambia la maglietta, in una piccola borsa spazzolino e un cambio. Il giorno dopo dobbiamo lavorare entrambi, per fortuna tardi. Arriviamo da me alle 3. Preparo il letto, riprendo il cuscino per gli ospiti (l’ultimo a usarlo era stato #coinquilinoetero). Continuiamo con le coccole, e altro. Scivoliamo nel sonno un’ora dopo, abbracciati, lui appoggiato al mio braccio. Dormo bene, ogni tanto mi giro, nella notte, e lo abbraccio forte. Anche la mattina, alle 10, lo stringo, una stretta che diventa una altro rapporto, baci, lingue intrecciate. Ci rimettiamo a dormire. All’una ci rendiamo conto di essere entrambi in ritardo, voliamo al lavoro. Prima, però, doccia insieme, insaponandoci di tenerosità.

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Da allora ci siamo scritti su Whatsapp tutti i giorni. Domani sera dovremmo rivederci. “Quando ci ribecchiamo?”: me l’ha chiesto lui stamattina. Ceneremo insieme e poi ninne. Io so già che questi sono gli abbracci di due persone che hanno unito le loro reciproche e temporanee solitudini. Sentimentali e sessuali. Realismo pessimista. Non guardo al domani, e se lo faccio non riesco a vedere un futuro. Ma la colpa non è di P., ma della consapevolezza che si acquisisce dopo aver collezionato un certo numero di brusche frenate, retromarce, ferite e, quindi, delusioni.

Nessun lamentela, nessun pensiero vittimista sulla congiura contro noi poveri amanti in cerca di un amore corrisposto. Penso a godermi i baci, quando e se arriveranno.

Il protagonista di questo video non è il gatto.

Amori in spiaggia.

July 21st, 2014

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No, non ci siamo.

Il Padova Pride Village può tranquillamente essere definito l’equivalente nordico del Gay Village. Un piccolo-grande villaggio, divenuto, anno dopo anno, comunità, e i cui organizzatori, affiatatissimi tra di loro, sono riusciti a mettere insieme una vera e propria famiglia. Dietro e davanti al palco. E’ un luogo al quale sono affezionato, perché credo che sia un altro di quei posti che hanno contribuito a favorire le serate miste tra gay ed etero.

Per questo mi fa molto piacere il saluto che uno degli animatori, Giusva – anche se il termine è un po’ riduttivo, essendo lui una delle anime del Village padovano – mi ha voluto fare dal palco, ieri sera. Un modo per farmi essere là, pur trovandomi a qualche chilometro di distanza. Anche se – lo prometto da troppo tempo – prima o poi andrò a toccare con mano il mondo del PPV.

Grazie Giusvino, tvb :)

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Foto senza commenti. Anzi, sì. Muoro.

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Un ragazzo accoltellato. Altri due giovani presi a calci e derubati di iPhone e soldi. Tutti intorno al Gay Village. Le cronache del giorno parlano di un allarme criminalità, in questo quadrante cittadino, che non va sottovalutato. E che investe la zona della movida dell’Eur. Al Gay Village, ogni sera, ballano dalle 5 alle 7mila persone e, grazie ad un servizio di vigilanza molto attento (talvolta oggetto di critiche per la selezione fatta in entrata), sono state scongiurate risse e quant’altro. Ma a quello che succede fuori dal Village, ovviamente, devono pensarci le forze dell’ordine. Che, purtroppo, latitano.

Intanto i fatti. Un ragazzo è stato ferito a coltellate al cuore, ieri notte, poco dopo le 4.30, sul piazzale di fronte al Gay Village. Aveva fatto un complimento di troppo alla fidanzata di un altro giovane, che non ha gradito. Ora è in carcere con l’accusa di tentato omicidio. Altri due ragazzi, in due date diverse, picchiati dal branco e derubati, mentre tornavano verso la metro B Magliana.

Si dice che all’Eur abbiano iniziato a circolare bande di rapinatori specializzati nei colpi ai gay. Li aspettano fuori, in particolar modo nella zona del bar Palombini, i cui cespugli – si sa – vengono usati per il sesso occasionale. Aspettano le loro vittime, fingendo di essere interessati ad un rapporto. Ma, una volta dentro al parco, li picchiano. E gli aggrediti non denunciano sempre: non è facile dire alla polizia che si stava cercando di fare sesso tra le fratte. E questo i rapinatori lo sanno. Per non parlare, infine, del problema dei parcheggiatori abusivi. Quasi sempre rom. Minacciosissimi e per nulla disposti ad accontentarsi di pochi spicci, per non danneggiare l’auto. Ho visto, più di una volta, vetri di macchine infrante, fiancate graffiate. Insomma, chi non paga rischia di chiudere la serata con un bel regalino non desiderato. Per questo penso che all’Eur, dove si concentrano 4 manifestazioni estive (Bibliotechina, Fiesta, Parco degli Illuminati e gay Village) con decine di migliaia di persone, ogni notte, servano almeno un paio di auto dedicate.

Intanto un consiglio: occhio alle fratte. Grindr è molto più safe.

Per le strade di Belfast.

July 17th, 2014

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Due coppie eterosessuali sono state pizzicate (non c’è voluto un grosso sforzo) mentre facevano sesso in strada, di fronte al locale “El Divino”, a Belfast, giovedì scorso. La foto, ovviamente, si è viralizzata. Perché a noi zozzoni queste cose ci piacciono.

Lo hanno ribattezzato “urban surfing”: uno scivolo artigianale, tanta acqua e una mandria di giovanotti accaldati. Per una giornata, a San Francisco, ci si è divertiti così (il tutto gentilmente offerto da uno sponsor). Qui il dietro le quinte.