Ogni anno, i giovani allievi dell’accademia navale di Annapolis, devono arrampicarsi da tradizione su un monumento ricoperto di grasso, per recuperare in cima un cappello da plebeo con un berretto da ufficiale – a simboleggiare il loro ingresso nel mondo dei grandi. Quest’anno l’intera operazione è durata 2 ore e 10 minuti. Qui altre foto.

Sono uno dei motivi per i quali in tanti e tante fanno un salto da Hollister: i modelli piazzati all’ingresso, ad accogliere i clienti. Come vengono selezionati? Uno dei responsabili del casting spiega quali caratteristiche devono possedere e, soprattutto, quali sono le differenze con i ragazzi di Abercrombie:

“The Hollister guy has to be a heartthrob. Chiseled. Turns on both soccer moms and frat boys. He has to have a smoldering ‘smize’. Think drunk surfing. UC Davis. UC Santa Barbara? A lot of people see similarities between Abercrombie and Hollister but there are many differences between the two brands…Abercrombie is a Republican pothead. Hollister is a metrosexual fratboy.”

Guance da Giovinco.

May 22nd, 2012

Alcuni river-lettori sono adorabili. Tralascio le segnalazioni di sogni riveriani (alcune memorabili), e passo direttamente agli avvistamenti più in linea coi gusti di questo blog. Ieri sera, tra le vittime (reali o presunte), di Scherzi a Parte, c’è stato il calciatore del Parma e della Nazionale, Sebastian Giovinco. Via Twitter e Facebook, varie persone sono rimaste colpite dalle guance rossastre (e non solo quelle…). E, in effetti, ci siamo. Grazie del pensiero :-)

Qua il video dello scherzo. E, sotto, alcune foto.

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Il bimbo in lavatrice.

May 22nd, 2012

Una videocamera di sorveglianza di una lavanderia mostra due intelligenti genitori all’opera, mentre infilano il figlio in una lavatrice, per scherzo. Peccato che, una volta chiuso lo sportello, scatti la sicura e il bimbo inizi a girare. Secondo quanto riferisce il Daily Mail il bambino se l’è cavata con qualche lieve ferita.

Senza parole.

L’America è il paese dei contrasti, anche molto stridenti. Un Paese in cui i gay possono sposarsi in molti Stati e dove un pastore può suggerire la sua soluzione al “problema dell’omosessualità”: costruire un enorme recinto, circondato da fili attraversati da elettricità (i.e. un campo di concentramento), e metterci dentro omosessuali uomini e donne. Infine, lasciarli morire. Lui si chiama Charles L. Worley, ed è pastore di una chiesa battista a Maiden, nella Carolina del Nord.

“I figured a way to get rid of all the lesbians and queers. Build a great, big, large fence — 150 or 100 mile long — put all the lesbians in there… Do the same thing for the queers and the homosexuals and have that fence electrified so they can’t get out… And you know what, in a few years, they’ll die”

Condom song.

May 22nd, 2012

Condom o pannolini?

May 22nd, 2012

Un rivenditore americano ha puntato sull’effetto choc :-)

Essere gay in Ucraina.

May 22nd, 2012

Svyatoslav Sheremeta è il leader del “Gay forum” ucraino. Poco prima che questo scatto fosse realizzato, aveva tenuto una conferenza stampa, informando i giornalisti di aver deciso di annullare il Pride di Kiev. Annullamento consigliato della polizia, per motivi di sicurezza. Dopo la conferenza, mentre tornava a casa, Svyatoslav è stato affrontato da un branco di tre omofobi neonazisti, che lo hanno picchiato.

E’ vero, i fotografi e i giornalisti non devono essere mai “protagonisti”, ma devono limitarsi a documentare la realtà (senza alterarla), così come si manifesta di fronte ai loro occhi. Però di fronte a questo orrore, forse era il caso di intervenire.

Forza Svyatoslav.

Storia di un cane randagio, raccontata dal suo “punto di vista”. Telecamera sulla schiena, Magpie se ne va a zonzo per le strade, prima di finire in un canile. Poi il lieto fine.

Calcio, solo un gioco?

May 21st, 2012

Duemila agenti, una città militarizzata – dalla zona dell’Olimpico ai punti nevralgici, in centro – per i timori di scontri prima e dopo la partita, divieti di sosta e circolazione in un raggio molto più ampio del solito. Sarebbe solo calcio, ma alla fine sembra qualcosa di più. Di diverso. Finale di Coppa Italia, tifoserie odiate dai colleghi di Roma e Lazio. C’è nervosismo nell’aria. Ovviamente non parlo dei tifosi mamma-padre-figlio, ma di quelli che sono a tutti gli effetti dei criminali. Gente che studia piani di attacco, per colpire i suoi “nemici”. Le forze dell’ordine pensano addirittura ad un accordo tra romanisti e laziali (parlo sempre di ultras), per tendere qualche agguato agli juventini e napoletani – con i quali non scorre buon sangue. Risultato: un esercito in campo. Pagato da noi, si intende: perché la Lega Calcio i suoi soldi se li tiene stretti. E così gli straordinari degli agenti li paga lo Stato. Quanto? 13 euro lordi, incluso festivo e notturno. Una vergogna, tanto che alcuni di loro quasi non lo vogliono dire. “Mi converebbe lavorare come stewart”, scherzano. Ma manco troppo. Anche perché questi poliziotti e carabinieri (spesso ragazzi giovanissimi, appena usciti dalle scuole o dai concorsi, con le facce di chi si chiede sempre se riuscirà a tornare a casa senza ferite), durante queste situazioni rischiano di prendersi qualche petardo in faccia (e quanti ne son volati stasera), di essere colpiti da bulloni o sassi, o magari di rompersi qualche osso. Gli scontri non ci sono stati, per fortuna. Molta tensione, prima e dopo il match, un arrestato e cinque denunciati, tutti sottoposti a Daspo. Sequestrati sassi, bastoni e petardi “tosti” nei dintorni dello stadio, una sola carica di alleggerimento, per allontanare un gruppetto di provocatori, vicino al Ponte Duca D’Aosta.

Perché il calcio non può essere solo un momento di svago? Senza barriere in campo, senza – o quasi – agenti?

Buona notte blog.

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Era la tua canzone preferita. Con le tue amiche facevi a gara a quante volte riuscivate a sentirla nella stessa giornata. Su Facebook la condividevi appena potevi, ti seguiva ovunque, con il tuo iPod. L’ultima notte al mondo, per te, è arrivata per colpa di un mostro. O più mostri. Non le chiamo neanche bestie, perché gli animali non sono così crudeli. Questi mostri con le sembianze di uomini hanno deciso che per l’ultima notte potevi dormire in casa dei tuoi genitori, operaio papà, mamma casalinga, nella tua stanzetta che ricorda quelle di tante adolescenti. Figlia unica, il gioiellino di casa, tesoro da proteggere e aiutare a crescere, forte e felice. Da grande volevi fare la maestra. Avevi gli occhi della speranza e dell’ingenuità, della leggerezza e della spensieratezza. Venerdì sera, per l’ultima volta mamma e papà ti hanno dato la buona notte, e tu sei andata a nanna, pensando alla sveglia all’alba del giorno dopo. 6.15. “Non mi vaaaaa”, avrai pensato quando ha suonato. Come è capitato anche a noi alle superiori. Le lotte con le sveglie che suonano, quando sogniamo o quando vogliamo nasconderci ancora sotto al piumone, le abbiamo fatte tutti. Ma è sabato, e dopo sabato c’è il pomeriggio libero, la domenica, le amiche, le uscite. Forse stavi ascoltando Tiziano anche sul bus che ti portava a scuola quella maledetta mattina. O forse no. Poi ci sono le tre bombole. Mani dis-umane che le hanno sistemate nel cassonetto, spostato per colpirvi meglio e uccidervi. Esplosioni. Morte. I quaderni e i libri volano in aria, prendono fuoco, fiamme sui corpi. Pochi secondi, e tu sei a terra, stordita, ferita, sanguinante. Hai il tempo di chiederti cosa sia successo. “Che ho fatto?”. Non hai fatto niente, Melissa. Tu dovevi vivere, come tutti i ragazzi e le ragazze che vanno a scuola per imparare, per diventare migliori. Nella scuola che porta il nome di chi è stato ammazzato dalla mafia. Non so se ti abbia uccisa la mafia. So che chi ti ha assassinata non merita di vivere tra noi. Quelle bombole hanno ucciso una nostra amica, una sorella, una figlia, un pezzo di questa Italia che partorisce anche mostri.

Ciao Melissa.

Scritto e diretto da Alan Brown, “Five Dances” è una rischiosissima scommessa: perché il film è finanziato dal pubblico e da privati generosi e innamorati di questo progetto. Attualmente è fermo in fase di post-produzione, manca ancora qualche soldo. Le riprese, terminate, sono andate avanti man mano che entravano i finanziamenti (obiettivo: 30mila dollari, davvero pochi per una pellicola). Girato lo scorso inverno a Manhattan, in una scuola di danza, è incentrato sul personaggio di Ryan Steel, ballerino 18enne alle prese con una famiglia, nel Midwest, che non ha accettato la sua scelta di vita. Gli interpreti sono tutti ballerini veri, per la prima volta di fronte ad un obiettivo. La post-produzione dovrebbe finire durante l’estate, in tempo per poi farlo girare nei festival cinematografici americani e – si spera – europei.

Speriamo bene. Il trailer merita.

Non sarà il lip dub dell’anno, ma poco ci manca. Visto che è da tempo ormai che la canzone “Call me maybe” non riesco a togliermela dalla testa, la visione di questo simpatico cazzeggio di cinque ragazzi – pieno di ammiccamenti e roba omo – contribuirà ulteriormente a renderla la mia favourite hit del 2012. Il titolo del lip dub è diventato: “Call me Gaybe” :)

Evviva la leggerezza e la spensieratezza di cinque amici, alla faccia dei vicini-impiccioni e oddioicompagnicosadiranno.

Bava per la pelle.

May 18th, 2012

Pare che in Sud America e in Sud Corea le lumache vadano assai forte nei centri di bellezza. Già. Quell’appiccicosa bava prodotta da questi esserini che mi fan senso come i topi, farebbe bene alla pelle del viso, proteggendola da infezioni e persino dai raggi UV. Infine, permetterebbero anche di eliminare le cellule morte. Un centro estetico russo, a Krasnoyarsk (in Siberia), piuttosto che usare le creme contenenti un estratto di queste secrezioni, ha deciso di fare di più: impiegare lumache vive e farle camminare sui volti delle proprie clienti. “Sono meglio delle creme di bellezza”, dicono convinti i produttori di maschere alle secrezioni di lumache.

Ma che schifo!

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Vittoria! Questo è il Pd che ci piace ;-)

(La giovane deputata del Pd Pina Picierno vittima dei doppi sensi)

Buona notte blog.