Andata e ritorno dentro di me.

February 26th, 2015

A. mi aspetta davanti alla Biblioteca nazionale. Alle 15.15 è già seduto sulla panchina, lui che puntualissimo non è mai stato, accanto ad un africano che si sta pulendo i denti con uno stuzzicadenti giganti. Io arrivo già teso, ho dormito così così, tossicchiato, ovviamente in ansia. Conosco la Tac e so che, rispetto alla risonanza magnetica, non dovrei avere problemi di claustrofobia. Mi spaventa, però, il liquido di contrasto. Per una persona che deve sempre avere il controllo del proprio corpo, l’ipotesi di poter sentire delle vampate incontrollate, più vari ed eventuali effetti collaterali, non è delle più rassicuranti. Scendo dall’auto, grande abbraccio a quel biondo che vedo poco ma su quale so di poter contare, quando c’è bisogno. Penso a tante cose. A come potrebbe cambiare la vita, nell’ipotesi di un esito negativo. Penso a quanto sono stato fortunato, fino ad oggi. Penso a chi non lo è stato. E poi penso a questa benedetta tosse, che non va via. Il viaggio scivola via veloce, nonostante il traffico. Arriviamo 45 minuti di anticipo. A. si fuma una sigaretta nello spazio che è stato allestito per i fumatori davanti all’ospedale, in un angoletto un po’ defilato. L’angolo tossici, dove medici e pazienti sono accomunati da quella rovinosa dipendenza. Si sale, settimo piano, niente ascensore, A. borbotta, conosco la strada. Si passa per il tunnel sospeso nel vuoto, rispetto all’ultima volta hanno transennato un punto in cui si sono staccati tre pannelli dal pavimento, l’aria afosa è sempre la stessa. Prima passo a pagare, all’ottavo piano, passando davanti a malattia infettive. Mentre sto sbrigando le pratiche per la Tac, chiamano dalla radiologia, chiedendo se fossi arrivato. Lo pneumologo mi manda un sms, è passato ma non mi ha trovato. Gli scrivo che sto arrivando. In sala d’attesa non c’è nessuno. Il professore della Tac, primario alla Columbus, viene solo per questo esame. Dopo pochi minuti arriva un’infermiera, sui 50 anni, sguardo rassicurante. Mi dà il modulo per il consenso informato. Quello in cui ti dicono che con il liquido di contrasto puoi morire e tu accetti questa cosa e pace. Poi arriva uno specializzando #gnocco, mi chiede i risultati della creatinina e l’elettrocardiogramma. Il professore, intanto, ha dato disposizione di prepararmi. A. non puo’ venire, deve rimanere in sala d’attesa. Passo in un corridoio con un carrello per le emergenze e arrivo in una stanza piena di computer. Sulla sinistra, c’è la sala per la risonanza magnetica. Quella dalla quale sono fuggito. A destra, invece, il macchinario per la Tac. All’ingresso della mia stanza, una porta automatizzata. La luce è a mille. Osservo la Tac, è tutta aperta, nessun problema di claustrofobia, un problema in meno. A sinistra, un apparecchio con il liquido di contrasto. Mi ricorda quello dei condannati a morte americani, una grossa fiala, un tubo che penzola, è tutto automatico, iniezione telecomandata. A destra, il carrello delle emergenze, con il defibrillatore. Non mi tranquillizza. Ho la tachicardia. Mi fanno sdraiare, vestito, dopo aver tolto la cinta e dopo aver risposto tre volte alla domanda se avessi delle catenine al collo. Arriva lo specializzando, e un po’ mi rincuoro. Mi chiede come mai stia facendo quella Tac, gli dico che è per una tosse persistente, mi spiega che movimenti faremo – sarà lui a indicarmeli, tramite un microfono, braccia su e giù, collo fermo, aria dentro e fuori – e poi mi dice che col contrasto dovrei sentire caldo nella zona pelvica e alla gola. “Ma siete pronti in caso di reazioni?”, gli chiedo. E lui, rassicurante: “Tranquillo, abbiamo già pronto il cortisone”. Che io ho preso fino a due giorni prima, quindi dovrei essere già messo bene, in caso di reazione allergica. Il cuore batte forte. Sento caldo, forse mi sarei dovuto togliere il maglione. Sopra al petto e fino alle gambe, mi hanno messo una coperta bianca, a due strati. Guardo il soffitto bianco, quel bestione silente che guarderà dentro di me, e non riesco a essere tranquillo. Arriva il prof, mi saluta, accento napoletano, una sessantina d’anni, mi dice che lo pneumologo sta tornando per me, seguirà l’esame anche lui sullo schermo. Partiamo. La porta meccanizzata si chiude. Non sento più nulla. Solo il rumore del lettino che si sposta. Lo specializzando mi inizia a parlare dal microfono. Facciamo una prima parte di Tac senza metodo di contrasto. Sono tranquillo. Il lettino si sposta avanti e indietro, senza far rumore. Tengo gli occhi chiusi. Avevo letto un adesivo, sul bestione bianco, in cui si diceva di non guardare la parte che ruotava. Devo fare dei respiri profondi, trattenere il respiro, cose abbastanza semplici. Poi, arriva l’avviso: “Ora parte il liquido di contrasto”. Lo sento che entra nella vena. Tempo pochi secondi, e mi sento il viso bollente. Devo rimanere fermo, ma è difficile. L’ansia vuole prendere il sopravvento. La macchina gira. Il lettino continua a fare su e giù. Mi lamento un po’. Poi si ferma tutto. Silenzio. Si apre la porta. La prima faccia che vedo è quella dell’infermiera. E’ seria. Cerco di capire dall’espressione del volto cosa ha visto e sentito al di là della porta. Nulla. Mi toglie l’ago. “Ammazza che fifone”, scherza per sdrammatizzare. Poi arriva lo specializzando. Sorride. “Allora, com’è andata?”, mi chiede. Gli dico che ho sentito caldo al viso. Subito dopo arriva lo pneumologo. Sorride. Ha un volto sempre molto rassicurante e anche sornione. Gli chiedo dove fosse stato. “Beh, fuori dalla stanza, mica posso prendermi le sue radiazioni!”. E poi, senza fare una pausa: “Comunque niente cancro, continuerà a rompermi le scatole”. Mi sento sollevato. Il cuore si tranquillizza all’istante, smetto di pensare al contrasto, agli effetti collaterali, a tutto. Anche a quella tosse che, comunque, non passa. Ma penso che le cose brutte sono escluse. “Davvero?”. “Già, niente di brutto”. L’unica cosa che la Tac ha rivelato è un ispessimento dell’esofago: compatibile con un reflusso. Ergo, dovrò fare la gastroscopia, tra una decina di giorni. E poi un esame in cui dovrò bere un liquido, con una sostanza speciale, davanti ad un apparecchio, che vedrà come questo liquido scende nel mio stomaco. Sono sollevato, ovvio. La gastroscopia la farò in sedazione totale, praticamente un’anestesia totale, non voglio sentire nulla. E’ chiaro che c’è anche una componente nervosa, che incide su questa benedettissima tosse. Che, da ieri, mi ha concesso una tregua. Ovviamente c’è ancora strada da fare, ma ci stiamo avvicinando sempre di più alla diagnosi. Mando gli sms alle persone che mi hanno chiesto news, gli amici, i colleghi.

Passiamo al bar. Devo bere e mangiare, sono a digiuno dalla mattina e devo fare pipì al più presto per espellere il liquido di contrasto. Ci fermiamo all’angolo fumatori. Il sole sta tramontando, e il cielo tende al rossastro. Cadono delle gocce di pioggia.

Grazie a chi mi ha scritto. Una carezza.

Ciao blog.

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Le ultime 24 ore sono state disastrose dal punto di vista della tosse. Due giorni fa, si era praticamente normalizzata. Ieri mattina, è ri-esplosa. Violenta, colpi dolorosi anche ogni minuto. Stanotte si è stranamente calmata – e questo è l’aspetto più curioso – ma in compenso ho sudato molto. Oggi ho rivisto lo pneumologo, anche se non ha potuto fare altro che rinviare ogni decisione alla Tac di domani. Il cortisone – in dosi pediatriche (Bentelan 0,5, tre volte al dì) – non ha funzionato, potrebbe rimodularlo, ma non prima dell’esame. Abbiamo parlato con franchezza, di quello che si aspetta di trovare. Ha anche nominato l’Innominabile, sottolineando che se avessi avuto un tumore – da settembre, da quando cioè la tosse è esplosa – oggi non sarei qui a scrivere questo post. Ma deve essere sicuro che non ci sia nulla che debba essere operato. La Tac sarà al collo e al torace, con metodo di contrasto. Oggi ho ritirato le analisi della creatinina (tutto ok), e ho fatto l’elettrocardiogramma. Ho anche parlato con il cardiologo, per dei tuffi al cuore che ogni tanto avverto. Dice che dipendono dallo stress e non c’è nulla che debba e possa fare.

Non ho mai fatto una Tac, prima d’ora. L’unica risonanza che ho fatto, nel 2000, fu alla testa. Non trovarono nulla. Ho fatto molte lastre, l’ultima a settembre. Ma la Tac è diversa. Mi guarderanno dentro, dove nessuno è mai stato, per cercare di farmi tornare a stare bene. Per guarirmi.

Sento che la mia vita, oggi, è appesa a quella Tac. Sento come se ci fosse un prima e dopo la Tac, un dopo che potrà essere una svolta, nel bene e nel male. Se l’esame dovesse essere negativo, dovremo procedere con altri esami, abbastanza invasivi: bronscopia e gastroscopia. Ovviamente in anestesia, senza se e senza ma.

Ma adesso è tempo di scavare dentro. Ho chiesto ad A. di accompagnarmi (e lui che è un ottimista, m’ha dedicato questa). Ma dntro a quella sala col bestione bianco che fa brutti suoni, sarò solo, la flebo nel braccio, una voce che mi parlerà tramite l’altoparlante. Se qualcuno dovesse avere il tempo di rivolgere un pensiero, a buffo, intorno alle 16.30, cercherò di concentrarmi e di percepirlo.

A presto blog.

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Daryl Janmaat, classe 1989, è un calciatore olandese, difensore della Nazionale olandese. Cresciuto nelle giovanili del Feyenoord (ehm), la scorsa estate ha firmato un contratto che lo vincola per sei anni con il Newcastle. Di lui circolano molte foto, che evidenziano, ogni volta, un pacco degno di rispetto. Ogni scatto, infatti, dimostra che là sotto c’è una cosa degna di rilievo.

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Si chiamava Judge, ed era un cane poliziotto. Aveva 9 anni, e durante la sua vita aveva servito il distretto di polizia di Woolwich Township, nel New Jersey. E’ stato impiegato in 280 operazioni e ha contribuito a far arrestare 152 persone. IN tutto ha permesso di confiscare 47mila dollari di soldi e armi. Nel 2013 era dovuto andare in pensione per alcuni problemai ai denti. La scorsa estate, invece, gli è stato diagnosticato il cancro, oltre ad un’altra malattia molto grave che richiedeva cure molto costose. Cure che sono state pagate tramite una colletta, lanciata sul web dai colleghi poliziotti: in un solo giorno sono stati raccolti 12mila dollari. Ma la scorsa settimana le condizioni di Judge sono peggiorate e si è deciso di sopprimerlo, per non farlo soffrire.

Venerdì, i poliziotti hanno formato una sorta di picchetto d’onore, a Judge ha potuto mordere lo speciale rivestimento per il braccio che gli agenti indossano durante gli allenamenti del cane. Stesso picchetto nella clinica in cui si è spento.

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Una ragazza al centro delle attenzioni di una squadra di rugby, che vuole festeggiare una vittoria. Uno dei giocatori che riprende la scena. Il video che finisce sul web. Eccola, la fortunata.

Sotto, tutte le foto. Qui il video 1 e 2 (vietato ai minori).

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I ggggiovani di oggi sono decisamente più audaci, eh. A Nicolò Agliardi è capitato di incrociarne uno, durante Porta a Porta. Imbarazzatissimo (via I Gentlemen di Grindr)

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Tom Daley è in Brasile, dove si sta allenando per le Olimpiadi di Rio De Janeiro. Tra una pausa e l’altra dalla vasca (foto sotto), ha posato per un servizio fotografico molto bello (per Getty Images).

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Scopro che in Danimarca esiste un reality, in stile Uomini & Donne, ma ambientato su un’isola, in cui i concorrenti sono nudi. Ma non il finto nudo dell’Isola dei Famosi nostrana, dove hanno ipocritamente dato a Cecilia e Brice foglie e pixel per coprirsi. No. Qui sono nudi e vengono inquadrati tranquillamente ovunque (i video, tra l’altro, si trovano tutti su Youtube). La ragazza di turno è chiamata a scegliere, spesso anche tra qualche gnocco. E ci piace immaginare che la sua scelta ricada…sul carattere.

Quello delle foto si chiama Rasmus. Ed ha una larghezza che si potrebbe quasi definire soddisfacente. Sotto, un video con altri concorrenti (#gnocchi).

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er fare da contraltare al pacchino di Ashton Kutcher, non potevo che scegliere questa sequenza di foto che si riferiscono ad uno dei nuotatori preferiti da River. E non solo per le guance vagamente rossastre.

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La sporgenza di Ashton Kutcher .

February 20th, 2015

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Confesso di essere un ex appassionato di Ashton Kutcher. Da un po’ l’ho perso di vista. Me lo ritrovo in “Due uomini e mezzo (Two and a Half Men)”, sitcom trasmessa dalla Cbs, e in una foto in cui dimostra, probabilmente, di indossare slip molto aderenti.

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Analisi: non lunghissimo, un po’ largo nella parte finale, ma nulla di che.

Tosse, rimane solo la Tac.

February 19th, 2015

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Sono al quinto giorno di Cortisone, again. E’ il quarto ciclo, che faccio da settembre. Dosaggio bassissimo: Bentelan 0,5 tre volte al giorno. La decisione l’ha preso lo pneumologo, la scorsa settimana, dopo che la tosse era tornata. Mi ha riascoltato i polmoni, ma era tutto in regola. Ho anche fatto una polisonnografia, per vedere come respiravo la notte. Esame abbastanza fastidioso, perché si deve dormire con un apparecchio attaccato al petto, dal quale partono una serie di cavi che finiscono: 1) sul dito, per monitorare afflusso ossigeno ai polmoni; 2) a due tubicini che si infilano per naso, per vedere la respirazione. Ho dormito in tutto sette ore, ma ce l’ho fatta. Esito: negativo. Il cortisone, un po’, mi ha aiutato, ma la tosse non è andata via definitivamente. Anche il gastroprotettore pare non produrre miglioramenti concreti. Ipotizzando un malfunzionamento delle corde vocali, con conseguente irritazione della faringe, lo pneumologo (col quale gli scambi via sms sono diventati ormai giornalieri, tra un po’ mi metterà nell’elenco dei bloccati) mi ha così suggerito di fare una laringostroboscopia. Peggio della polisonnografia. L’esame consiste in un’asta metallica, lunga circa 30 centimetri, che deve essere infilata in gola: bisogna illuminare e riprendere le corde vocali, mentre emettono determinati suoni. L’unica asta di 30 centimetri che nessuno vorrebbe mai prendere in gola. Venerdì scorso non ci siamo riusciti: mi veniva da vomitare ogni volta che dicevo “eeeeee”. Ci abbiamo riprovato stamattina, a digiuno: con l’asta proprio non riuscivo, il conato di vomito partiva in automatico. Così, la professoressa, assistita da uno specializzando #gnocco (che fissava e basta), ha preso il tubicino per la rinoscopia e, attraverso il naso, ha raggiunto le corde vocali: un minuto in tutto, atroce. Ho dovuto dire 4 interminabilissime volte “eeeeeee” ed “iiiiiiiii”. Nei momenti topici, l’ho afferrata per la coscia e gliel’ho stretta forte, mentre mi ripeteva di respirare soltanto dal naso. Alla fine l’esito: negativo anche stavolta. Nessun segnale di irritazione, niente di niente, nonostante spesso la voce tenda ad abbassarsi.

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E’ rimasta quella che, praticamente, è l’ultima spiaggia: la Tac al torace e al collo. Con mezzo di contrasto. L’ho prenotata, la farò giovedì prossimo, sempre al Gemelli. Ovviamente quando ti indirizzano a radiologia, è sempre perché si teme il peggio. Cerco di essere razionale, di pensare che questa tosse va avanti ormai da settembre – se non prima, con episodi più occasionali – che se fosse stato qualcosa di brutto, uno dei tre primari (allergologia, otorinolaringoiatria, cardiologia) oltre a due altri professori, che, in questi mesi, mi hanno visitato, si sarebbe accorto di qualcosa. Tra l’altro, l’anno scorso ho anche fatto due lastre al torace, che non hanno rilevato nulla. Il contrasto mi fa paura.

Dormo male. Brutti pensieri. Vorrei stringere una mano.

Abituarsi alle meteore.

February 18th, 2015

Ne ho incontrate tante. Alcune non hanno bussato alla mia porta. Sono entrate e basta. E se ne sono andate, lasciando il segno. Crescere significa non affezionarsi alle meteore, ma viverle per quello che sono: baci rubati una notte di febbraio, passeggiate lungo il Tevere mano nella mani, abbracci sulla terrazza di Monte Caprino, lingue intrecciate a Santa Maria in Trastevere, morsi consumati davanti alla gente che si stupisce sempre di meno. Sì, sono state tante. Alcune sono delle foto-ricordo appese al muro virtuale degli incontri, so ancora il loro nome, cosa abbiamo fatto giorno per giorno, aneddoti, i racconti di sere trascorse insieme. Credo anche di cirodare il sapore della loro saliva. Altri sono scivolati giù per le ripide del dimenticatoio, e non verranno mai più a galla, sono annegate per sempre nell’oblio. Nessuna tornerà, probabilmente. Qualche eccezione c’è stata, ma una caratteristica delle storie vissute con queste scosse del cuore, è che la stessa intesa non si potrà mai più ritrovare. Parentesi chiuse, iniezioni di novità, anestestico alla routine.

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S. è tornato a Roma dopo due anni. Ci si era conosciuti in chat, era di passaggio, ci siamo visti l’ultimo giorno della sua permanenza a Roma. Una cena, nulla di più. Ieri è tornato, è stato da me il tempo di una notte, prima di congiungersi con degli amici, con i quali dovrà girare Roma e il Lazio. Si è appena laureato a Berkeley, vive a San Francisco con i genitori. Madre mormona, padre bacchettone pure lui, è uno di quei ragazzi che hanno scelto di non dichiararsi. Uno dei pochissimi gay (americani) a non usare Grindr e altre amenità varie. Ha una passione delle arrampicate sulle montagne a mani nude, che lo colloca agli antipodi rispetto al sottoscritto. Quando gli parlo delle mie paure, del mio timore di rimanere in zone in cui non ci sono ospedali, sembriamo due persone che parlano lingue diverse. Sa che arrampicandosi, senza protezioni, potrebbe cadere in qualsiasi momento. Rompersi un osso, come successo ai suoi amici, o peggio ancora precipitare e morire. Arriva da Napoli, lo vado a prendere a Termini. Gira indossando un semplice maglione. Il clima romano, per lui, è estivo. Mi racconta del suo tour: 3 mesi in Europa, mi elenca le città, i tragitti che farà in auto, treno, aereo, e sogno con lui, forse più di lui, perché so che io non lo potrò fare, non più. Passeggiamo per Trastevere, lungo il Tevere, lo porto nel mio posto preferito, sull’Isola Tiberina, ci sdraiamo sull’erba, gli massaggio il collo, ha uno zaino che pesa quanto lui. Passeggiamo e mi dimentico di me, o meglio, di buona parte delle mia gabbie mentali che mi obbligano a vivere intrappolato nell’ansia. Oggi inizierà a muoversi per il Lazio, dormirà altrove, volterà pagina. Non facciamo sesso, ma ci scambiamo tanti baci, anche qualcosa di più, ma non è sesso. E guardandoci da fuori, vorrei che quella scena si ripetesse tutte le sere, ma non sarà possibile. Gli abbracci sono tanti, prima e dopo l’uscita serale, alla Gay Street, dove mi sono pure vergognato un po’ visto che c’erano 4 gatti 4 (come rispondere al suo “sai, a San Francisco ci sono più gay in strade”?), la cena dal coattissimo Re della Notte, dove si è fatto fare un panino ripieno che manco il peggior kebabbaro americano gli avrebbe saputo fare. Gli resteranno, questi ricordi. Forse no. Sicuramente con un’intensità diversa. La tavola dei ricordi di un 22enne ha ancora tanti spazi liberi, un mosaico tutto da riempire, in cui la nostalgia non riesce a trovare spazio.

Per me, il film che meglio racconta le meteore, è “Before Sunrise”, un capolavoro datato 1995 (era pre-internet, pre-sms). Un ragazzo e una ragazza si incontrano a Vienna, viaggiano entrambi verso mete diverse, passano una notte insieme. Alla fine, però, fanno quello che due meteore non dovrebbero mai fare: si danno un appuntamento, dopo sei mesi, nello stesso posto. Questa è la scena, che chiude il film (spoiler quindi). Ogni volta che la vedo mi commuovo.

Bye S., was nice meeting you.

Foto segnaletica padovana.

February 18th, 2015

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Anche da noi, ogni tanto, un arrestato che merita.