Un grazie, tanti grazie.

May 26th, 2015

Questo commento meritava un post. Come tutti quelli che hanno l’effetto di farmi sciogliere all’istante davanti al computer. Grazie Divo, 12 anni sono tanti. E sono gli anni che ho vissuto su queste frequenze virtuali. Il 2003 mi sembra così lontano, ma di alcune emozioni che ho vissuto attraverso questo blog ho ancora il sapore in bocca. E sapere che ho una famiglia qui con me, persone che mi scrivono di essere “cresciute con me”, che ogni giorno almeno quattromila (!!) persone passano a leggermi, mi rende più forte e anche felice.

Grazie.

E’ vero, oggi la gente ti giudica, per quale immagine hai. Vede soltanto le maschere, e non sa nemmeno chi sei. Perché non ha voglia di scoprirlo. E si basa su quello che gli altri dicono di te, anche se non è vero. Non c’è più la pazienza di scoprirsi, lentamente. Questo tempo, segnato dalla rapidità, emozioni ingurgitate senza neanche il piacere di assaporarle – dai visualizzati e dalle risposte immediate, altrimenti è scazzo – ci porta a non voler andare a fondo, ma a rimanere su quel livello superficiale che ci tiene distanti l’uno dall’altro. E tu devi sempre mostrarti invincibile, magari collezionare trofei, esibirli. Ma quando piangi in silenzio, scopri davvero chi sei. Peccato che quando piangi da solo, sia troppo tardi. E tu sia solo.

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Giovedì sera, ti invito a cena. Con un sms. Mi dai la conferma il giorno dopo con un “è ancora valido l’invito?”. Non te lo aspettavi, come mi avresti detto più tardi a casa, dove siamo passati al volo prima di andare in discoteca, insieme. Mi racconti dei tuoi anni scivolati via veloci, del tuo debutto a 20 anni, tra Lele Mora e serate, contratti con Endemol naufragati per programmi cancellati troppo in fretta, ragazzine in calore che ti aspettano anche solo per guardarti da vicino, e poi il rifiuto di quel mondo, la nausea. E la ripresa, adesso. La tua ultima storia è finita a ottobre, e da allora niente più. Solo quel sesso mordi e fuggi di cui mi nutro da anni e con il quale sembri trovarti a tuo agio. O forse no. Vuoi tornare a cantare, adesso. Pensare a te stesso. E capisco che in quella puntualizzazione (“ora penso a me”), ci sia un’esclusione, un tagliare fuori tutto quello che potrebbe essere un eventuale “noi”. Sento che ogni passo avanti che fai, verso di me, ne fai tre all’indietro. Fuga dalle coccole e dalle carezze. Quelle che ti do a casa, in discoteca, anche se tu sei imbarazzato, perché non ti piacciono troppo le effusioni in pubblico. Non sei represso, semplicemente discreto. E io lo accetto, perché mi basta guardarti negli occhi, e stringere forte le tue mani per sentirmi appagato. Come quando mi inviti a casa tua a vedere i tuoi gatti, e finiamo sdraiati sul letto alle 4.30 di mattina. Tu hai sonno, ti accarezzo il viso, le labbra, il naso, avrei voglia di leccarti come un ghiacciolo d’agosto, ma preferisco fermarmi, lasciamo da parte il sesso mordi e fuggi, forse.

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Ci rivediamo il giorno dopo, con degli amici. E tu di passi indietro ne hai fatti il triplo. Carezze, sì, poche. Mi infastidiscono gli sguardi delle persone che ti passano accanto, i tuoi occhi sono una calamita e vorrei disinnescare quell’ordigno di cui sei portatore sano e consapevole. Sì, sai di essere bello, e quindi lasci sempre agli altri il compito di fare il primo passo. Un atteggiamento che non mi appartiene. Perché ho continuamente bisogno di sapere se l’altro abbia voglia di stare con me e voglio che me lo dimostri, con piccole grandi attenzioni. Emotional attention whore. Sabato le coccole sono un ricordo, la scusa è che siamo con gli amici. Domenica ci mandiamo degli sms, cercando di chiarirci, tu mi dici che non c’è stato nessun passo indietro e quando io ti scrivo che la nostra parentesi “è stata” bella, tu mi dici che preferisti sapere che la parentesi “è” ancora aperta. Ma poi non fai nessun passo. Lo faccio io, ti chiedo di rivederti, lunedì mattina, per parlare, di noi. Vado a letto sapendo che quell’incontro non avverrà mai. Un po’ mi sento veggente, prevedo le fregature come nessuno sa fare. E, infatti, alle 7.55 mi mandi un sms: “Buongiorno, ho la febbre e non posso muovermi da casa”. Non mi importa sapere se sia vero o meno, decido di non risponderti. E di chiudere tutto. Sono un guerriero, ma ho voglia di lottare solo per chi dimostra di non voler solo essere rincorso. L’ego in fuga va lasciato fuggire, da solo.

Non amo rincorrere le persone. E se non hai capito che ho bisogno di sapere che hai voglia di stare con me, allora è meglio passare oltre. Mi dispiace, ma credo solo agli esseri umani che hanno voglia di essere umani.

Ciao. Mi ricorderò dei tuoi occhi.

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E noi sospiriamo.

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I traslocatori #gnocchi.

May 20th, 2015

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Complimenti ai ragazzi di “Traslochi Roma Easy“, che si sono inventati questa simpatica locandina pubblicitaria.

Al prossimo trasloco – spero più tardi possibile – li chiamo.

Il pacco del postino.

May 20th, 2015

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A me un postino così non è mai capitato.

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Ci siamo conosciuti un paio di mesi fa. Uno dei soliti canali virtuali di rimorchio. Canale in cui si cerca tutto, fuorché l’amore. Perché – me lo devo ripetere più spesso, come un Ave Maria silenziosa al Dio che ci accoppia e nel frattempo ci fa scoppiare nell’attesa – l’amore non si cerca, capita e basta. E dalle mie parti, non si vede dal 2011. Il mio cuore sta tornando vergine, circa. Dicevo, ci siamo conosciuti una mattina, una di quelle in cui non devo andare a lavorare, e cerco di godermi le tre, quattro ore che mi separano dal delirio redazionale. Non sei romano, vieni dal profondo Sud e fai il presentatore/attore, organizzi eventi e dai ripetizioni di musica, occhi chiari, carnagione scura, capelli neri e giri come una trottola. Hai un profumo naturale che ti accompagna sempre, anche quando vieni da me dopo ore di delirio nel traffico. Perché da me ci sei tornato, stamattina è stata la terza volta. Eri sparito due settimane, avevo creduto che mi avessi bloccato su Whatsapp, e invece avevi semplicemente da fare, uno spettacolo di qui, un evento di là. Mi hai risposto ieri sera. E sono stato felice. So – me lo ripeto, il contesto è tutto, in quella chat fioriscono solo cactus, mai fiori – che da questi incontri di sesso, profondo, coinvolgente, non potrà nascere nulla di diverso. E faccio fatica a ripetermelo quando le nostre lingue sono intrecciate, quando ti lecco quei denti che mi fanno impazzire (“mi hai fatto ricordare che tanti anni fa anche io leccavo i denti”, mi hai detto nel nostro secondo incontro). Abitiamo vicini, a Monteverde, anche tu ami i gatti (ne hai due), ma siamo molto lontani. Entrambi stiamo cercando l’amore – lo hai scritto, e io abusivamente l’ho letto – ma ci siamo incrociati percorrendo l’autostrada dei sentimenti mordi-e-fuggi, dove si corre veloce, pedale dell’acceleratore premuto forte per non provare troppi brividi, dove ci appaiono volti randomici sui finestrini delle nostre auto. Alcuni ce li ricordiamo più a lungo, diventano scatti nitidi che appendiamo al muro dei ricordi, ma quasi tutti passano e scivolano via verso l’oblio. Vorrei scriverti, dopo che ci siamo visti. Dirti che sono stato bene. Che mi manca il tuo abbraccio. Ma penso che ti farei scappare. E, quindi, preferisco accontentarmi di divorarti quando scivoli nel mio letto, dopo esserti spogliato, aver appoggiato i tuoi vestiti alla mia sedia, le scarpe appaiate sotto. Mentre vai in bagno, fantastico sull’averti in casa. Fantasia pura, ma pur sempre gratuita e indolore. Anzi no, il dolore c’è, ed è quando mi baci ed esci di casa, e io chiudo la porta dietro di te. Oggi eri stanco, avresti voluto dormire, e quanto mi avrebbe fatto piacere vederti riposare da me. Impossibile, la dolcezza è una concessione che dura pochi secondi, il tempo di una carezza, o di una mano che afferra la tua mentre ti possiede. E ogni volta credo che mi basti, che sia meglio di niente, che il ricordo del sapore della tua saliva rimarrà dentro di me fino alla prossima volta.

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Prima o poi ti scriverò, dopo che sarai uscito dalla mia casa. E ti chiederò se avrai voglia di vedermi alla luce del sole, solo per parlare.

Ma che splendore che sei,
nella tua fragilità.
E ti ricordo che non siamo soli
a combattere questa realtà.

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Dell’impegno degli studenti di Luiss Arcobaleno ho scritto pochi giorni fa. Non tutti gli studenti dell’ateneo privato, però, sono tolleranti come i ragazzi dell’associazione rainbow. Qualcuno, infatti, ha addirittura suggerito alla Luiss, con un commento su Facebook, di creare dei bagni per gay. Roba da segregazione. Ma la risposta di Luiss Arcobaleno è arrivata subito, sotto forma di lettera aperta:

“Queste parole non feriscono altri se non quelli che ti vogliono bene e che tengono alle tue parole, ecco, verso di loro oggi sei in torto e lo sei anche verso te stesso. Li costringerai infatti a dirti delle bugie e tu stesso vivrai un rapporto inquinato dalla menzogna che tu hai provocato solo perché non hai voluto guardare oltre i pregiudizi ed aprirti a ciò che non conosci. Perché, diciamocelo chiaro, caro collega, tu non sei veramente omofobo, semplicemente non conosci una realtà e forse ritieni che denigrarla platealmente fa di te un uomo più forte e virile. Ci dispiace dirti che non è così; un Uomo e una Donna degni di questo nome non dedicano nemmeno un minuto del proprio tempo a sminuire il prossimo, né potrebbero accettare che per la propria miopia le persone che stanno loro accanto soffrano e si nascondano. Siamo certi che lo capirai, ci vorrà tempo forse ma lo farai”.

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Del trattamento indecoroso ricevuto da Rita dalla Chiesa ho già scritto. Provo molto affetto verso una persona sensibile, che ha dimostrato di avere un cuore davvero grande. E sono felicissimo che adesso torni in tv, proprio in Rai, con Fabrizio Frizzi, con per un programma sui sentimenti (“La posta del cuore”). Uno show in cui – ne sono certo – darà il meglio di sé, prendendosi la sua piccola, grande rivincita con un editore che non ha voluto servirsi della sua professionalità (in questa foto scattata da Fabrizio Frizzi, riunione con staff del programma, che partirà a giugno).

Ecco, se non facesse troppo “C’è posta per te”, io qualche idea su un destinatario di una letterina ce l’avrei, ma non scriverò nessuna lettera (chi volesse farlo, può contattare: 02/36557891 o lapostadelcuore@rai.it).

 

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Joey Graceffa è uno Youtuber molto #gnocco, che ha preso parte, in passato, al reality “Amazing Race“. Il suo orientamento sessuale è stato, spesso, al centro di speculazioni, fino a quando non ha deciso di fare coming out, proprio attraverso questo video, disponibile on-line dal 16 maggio. La canzone “Don’t wait” racconta i problemi con il bullismo di un bambino, che scopre gradualmente la sua sessualità e, alla fine, decide di accettarsi e baciare il suo principe azzurro.

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Sospiro.

Gnocchi metropolitani.

May 18th, 2015

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Tre segnalazioni, da Roma, Milano e Londra. Soggetti interessantissimi. Uno col bonus infradito (grazie Mario e Mattia!)

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La passione per Harry è nota. Ma in queste foto, scattate a Auckland, spiccano delle guance rosse davvero notevoli.

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Il profilo di Icardi.

May 14th, 2015

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Stamattina, a Largo Chigi.

Il calcio che ci piace.

May 14th, 2015