Racconto di una malattia.

October 1st, 2014

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Giovedì. E’ una giornata pesante, una di quelle che iniziano la mattina relativamente presto e si chiudono anche a mezzanotte. Io sono stanco. La notte prima non ero riuscito a riposare bene, per via di alcuni dolori al petto. Pensavo a dolori articolari, perché dal petto si propagavano alla schiena. Non gli avevo dato tanto peso. Ormai, a forza di gridare “al lupo al lupo” anche l’ipocondriaco che è in me, un po’ si è tranquillizzato. In ogni caso, giovedì, questi dolori aumentano. Ora dopo ora, lavorare è un inferno. Ma resisto. La sensazione è quella di un macigno appoggiato sul petto. La sera, comunque, decido di non andare al GayVillage. Mi sento affaticato, stanco, sbattuto. Torno a casa, con la mia Uber-car (<3), e mangio una cosa leggera. Ho sonno. Voglio solo dormire. Immagino che una volta sdraiato sul letto, il dolore al petto passi. E, invece, aumenta. Mi sveglio dopo circa mezz’ora. Sudaticcio. Cerco di non entrare nel panico. Non mi va di andare al pronto soccorso. Immagino le ore di attesa, le panche scomode, la gente ammassata nel corridoio. Faccio zapping in salone, cercando di trovare una posizione comoda sul divano. Con la schiena inclinata, di lato, in tutte le posizioni non c’è nulla da fare: il dolore non passa. Decido di chiamare un medico, amico della mia psicoterapeuta, con reperibilità h24. Sono le tre di notte. Risponde subito. Secondo lui, i miei sono dolori di natura articolare. “Prenda un oki, e in 20 minuti passa tutto”. Io nel frattempo continuo a sudare. Passa mezz’ora ma il dolore è ancora là. Anzi, ho l’impressione che sia aumentato ancora di più. Alle 4 decido di andare al pronto soccorso. Quando esco, mi rendo conto che fa freddo, e capisco che il mio sudare è sintomo di qualcosa che non va. Racconto all’infermiera dell’accettazione i miei sintomi: lei mi misura la pressione e non dice nulla. Si allontana per tornare con una barella. “Prego, si accomodi”.

Al pronto soccorso. Mi assegnano il codice giallo. E’ la mia prima volta. Sono entrato nel mondo dei “seri”. Non gravissimi, ma comunque non differibili. Mi portano nella stanza dei codici rossi. Una roba tipo rianimazione. Porte chiuse, al centro una stanzona con i vetri, dietro ai quali ci sono medici e infermieri. Sento il rumore dei respiratori, vedo apparecchi che mi spaventano, corpi che stanno lottando. L’infermiera fa un prelievo sanguigno e mi attacca alla macchina che misura la pressione. Continuo a sudare. Non mi rendo conto di quello che ho e, sotto sotto, sono convinto che non sia nulla di serio. Dopo circa un’ora arriva il cardiologo. Simpaticissimo, nonostante siano le 5 di mattina. Ha con sé un ecografo. Le mie analisi del sangue sono pessime. Lo vedo preoccupato. Mi spostano in un altro punto della sala dei codici rossi e mi attaccano alla macchina con le piastre. Quella, per intenderci, che nei film usano per le scene “liberaaaaa”. L’occhio mi cade sul pulsantino “shock” e su quello “carica”. Ciak, si gira. Il medico invita l’infermiera a guardarmi mentre lui non c’è. Il dolore intanto aumenta e per questo mi viene data della morfina. Non conosco l’esito dell’ecografia al cuore, ma credo che non vada benissimo. Alla fine, infatti, il medico mi dice che devo fare una coronarografia d’urgenza. Alle 6 di mattina. “Serve proprio?”, gli dico. “Secondo lei faremmo un esame del genere se non servisse?”. Ho i sintomi di un infarto in atto e vengo trattato come tale. Decido di avvisare i miei genitori, quando mi fanno leggere il modulo – da firmare – per quell’esame così invasivo. Useranno un metodo di contrasto, e i rischi ci sono, eccome se non ci sono. Mi devono infilare un sondino nel braccio destro, e da là arrivare nel mio cuore. Se ci penso, mi sento male. Il cardiologo è simpatico: un omone sempre sorridente, sui 50 anni, che mi fa tante domande sul mio lavoro. Capisce che sono stressato, e anche parecchio. Quando si assenta, con me resta un’infermiera, stanca: è l’alba, il loro turno è iniziato la sera. Mi tolgono i vestiti e mi mettono un camice verde. Non è il massimo. Alle 6.30 arriva l’ambulanza. Un’equipe mi sta aspettando a emodinamica. Fuori fa freddo, il sole deve ancora sorgere, io sto sudando di meno. Al pronto soccorso mi hanno fatto una puntura di Flectadol e morfina. Il dolore sta praticamente sparendo.

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La coronarografia.L’esame mi spaventa. Sono sempre stato un fifone, che non ha mai fatto mistero di esserlo. Stavolta, però, ho i miei motivi per esserlo ancora di più. Lo stanzone in cui avrà luogo l’esame è grande. Al centro, un lettino, tipo da sala operatoria, e sopra un macchinario che fotograferà il mio cuore. Un infermiere, modi spicci ma molto simpatico (e curioso: duemila domande sul mio lavoro), mi rade il pube e le braccia. In prima istanza, infatti, il medico tenterà di raggiungere il cuore dal braccio destro: se non dovesse funzionare, si passa dal pube. “Meglio dal braccio, perché con l’opzione pubica c’è un decorso più fastidioso”, dice il tecnico. Mi spalmano il liquido giallognolo usato per disinfettare prima di un intervento. Quando sono pronto e apparecchiato, arriva il medico. Ha un anno più di me. Gli chiedo di rassicurarmi su quell’operazione. Mi pento di non aver preso il valium che l’infermiera del pronto soccorso voleva rifilarmi: “Mi dia retta, così non sentirà davvero nulla”. Volevo essere lucido. Il dolore, comunque, è sopportabile. Si sente il sondino che entra nel braccio, e poi sparisce nel torace. Ogni tanto, si ha la sensazione di “smucinamento”, nel cuore, ma nulla di insopportabile. L’esame dura circa 15 minuti, e i più brutti sono gli ultimi tre. A un certo punto, infatti, il medico mi preannuncia che sentirò delle palpitazioni: bruttissimo. Dopo le palpitazioni, arriva una mega iniezione di liquido di contrasto: “Ora sentirà bruciare il suo corpo, dall’inguine alla gola”. E così è stato. Vado un po’ nel panico, perché inizio a provare una sensazione di soffocamento. L’esame, per fortuna, è finito. Il medico estrae il sondino. Le mie coronarie sono a posto. Nessun infarto. Mi portano in una stanza, in cui, al di là di un paravento, c’è una paziente che attende di fare un altro esame. In tutto questo tempo, il mio cuore è rimasto attaccato ad una macchina che ne misura l’andamento. Dal pronto soccorso, non me l’hanno mai staccata. La cosa mi mette ansia.

Il ricovero. Il cardiologo del pronto soccorso sorride. E’ contento che la coronarografia abbia dato esito negativo. Ma mi avvisa: “Si prepari, perché starà con noi un po'”. Dice proprio “un po'”, di una vaghezza preoccupante. Aspetto mezz’ora, mentre intanto mi scappa la pipì. La flebo che mi hanno dato, per liberarmi del liquido di contrasto, sta facendo effetto. Peccato che non mi possa alzare dal letto: vietato dal medico. Alla fine, si trova un posto letto: cardiologia 1. Un reparto da 20 letti, curato, stanze doppie con televisore, ma senza bagno. Mi mancano le singole del Gemelli con bagno. Ma sono là per non morire, diciamo che posso passare sopra a questi dettagli. Poco dopo essere stato ricoverato, arriva il nuovo cardiologo, che è anche il responsabile del reparto. Da subito, azzecca quella che sarà la diagnosi finale (quasi): pericardite. Stessi sintomi dell’infarto, valori ematici totalmente sballati (per intenderci: i miei marcatori cardiaci erano a 140, quando sarebbero dovuti essere a tipo 0,5), elettrocardiogramma non in regola. L’apparecchio portatile al quale sono attaccato, si trasforma in un altro apparecchio fisso che dovrà monitorare il mio cuore, h 24. Mi viene vietato di alzarmi. E la pipì? Nel pappagallo. Drammatico. Ma riesco ad usarlo. Devo riposare, e basta. Il dolore, nel frattempo, è passato, ma sento che il cuore fa fatica a funzionare bene. Ogni tanto, infatti, ho la sensazione che salti un battito. Per il medico sono delle extrasistole e segnalano il fatto che il cuore sia “in affanno”.

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A letto. Non mi era mai capitato di dover stare a letto, senza potermi alzare. Sensazione claustrofobica, di immobilizzazione. Cerco, comunque, di tenere il panico sotto controllo, e più o meno ci riesco. Il mio compagno di stanza, Bruno, ha 68 anni, e aspetta il terzo intervento al cuore. Romanaccio, ex pugile, simpaticissimo e curioso. Due vite così diverse, ma che in quella stanza iniziano a parlare la stessa lingua, che è quella della malattia. Iniziano a venirmi a trovare gli amici: alle 12.30 e alle 18.30. Mi rendo conto che sono tutto, in quelle circostanze. Gli amici che ti vengono a trovare, cazzeggiare, scherzare, alleggerire la tensione mi hanno aiutato moltissimo. Un po’ meno mio padre, arrivato dopo due giorni, e che, invece, mi ha fatto (involontariamente) sentire a disagio. Perché, in fondo, non parliamo mai, e non è certo quella la situazione migliore per iniziare a farlo. Mia madre, invece, non viene proprio. Ci si sente al telefono. Il terzo giorno, dopo che i valori sono scesi in maniera significativa (da 140 a 3), il medico mi autorizza ad alzarmi, ma solo per andare al bagno. Sollievo. Non credo che sarei mai riuscito a sopportare, in aggiunta al pappagallo, il pannolone. Il resto del tempo, devo comunque rimanere attaccato alla macchina, con 5 elettrodi piazzati sul mio petto, che la notte mi facevano sempre penare: quando non erano più nuovissimi, si spostavano, e la macchina iniziava a suonare. La notte è sicuramente il momento più brutto. Quello in cui sai che nel reparto non c’è nessun medico – ovviamente c’è una reperibilità – e quando senti le campanelle degli altri pazienti che chiamano gli infermieri. Notte più buia del solito, quella in reparto. Le giornate iniziano prestissimo, con il prelievo delle 6 e il cambio lenzuola delle 8 e le giornate erano scandite, oltre che dalla visite, dai medicinali: pasticche e flebo alle 9, alle 15 e alle 22. Pasti, intorno alle 12.30 e alle 18 (un dramma per uno abituato a cenare a Mezzanotte).

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Gli infermieri. La vera delusione di questo ricovero, man mano che passano le ore, sono gli infermieri. Delusione umana e professionale. Non tutti, ma sicuramente il 70%: svogliati, antipatici, a tratti maleducati. Ogni volta si lamentano dei tagli alla Sanità, che sono pochi, devono lavorare molto e roba così, come se fossero dei supereroi chiamati a salvare il mondo. E si lamentano con chi dovrebbero assistere in quanto malato e che di ragioni, per lamentarsi, ne ha parecchie più di loro. Quando, di notte, qualcuno suonava la campanella, molti rispondevano “che c’è”. Certo, poi assistevano il malato, ma glielo facevano sempre pesare. Con alcuni mi sono anche scontrato, violando una delle regole auree dei ricoveri: mai litigare con li infermieri. Sticazzi. I migliori erano i tirocinanti: ancora pieni di entusiasmo e con la passione viva per questo lavoro. Anche se, talvolta, erano un po’ sbadati: un’infermiera – ragazza calabrese di 25 anni – un giorno mi ha dato la pasticca destinata a Bruno (me ne sono accorto, perché io ero nel letto 12 e sulla pasticca c’era il numero 13). Un’altra sera, un’infermiera – non tirocinante – si era scordato di darmi la flebo di Flectadol. “Ma è sicuro che la deve avere?”, mi aveva chiesto. E quando ha controllato sulla cartella clinica, si è scusata. E’ vero, gli infermieri sono umani e sbagliano: ma quegli errori possono avere conseguenze serie. Ne ho parlato con il responsabile del reparto, il quale ha alzato le spalle come a dire: “che ci posso fare?”. Ovviamente con alcuni infermieri ho legato, una, in particolare, con il marito trasteverino che mi conosceva (ma io non conoscevo lui), e che insisteva per farmi assaggiare il suo ciambellone. Ma la sciatteria complessiva mi hanno davvero colpito in negativo e spero davvero che non sia la regola di tutti gli ospedali pubblici italiani.

Gli amici. Le visite, come dicevo prima, sono tutto. Ci si alzava la mattina – alle 6, per il prelievo – aspettando le visite delle 12.30. Poi si viveva il pomeriggio aspettando quelle a ridosso della cena. Senza di loro sarebbe stato tutto più difficile. Si è affacciato anche il #tuffatore, che, nella notte del closing party del Gay Village è stato orfano del sottoscritto. E non solo lui. Ancora mi mordo le mani per non poterci essere andato. Mi hanno mandato foto, video, sms, dolci pensieri per dirmi che mancavo a un bel po’ di gente. A. e C. si sono occupati del gatto: una visita al giorno e tante coccole. Peccato che i dispetti si siano sprecati: ha fatto la pipì un po’ ovunque. Gli amici sono anche stati i fornitori di schifezze: dalla pizza ai biscottoni al cioccolato XXl. Ma anche Bruno ha contribuito con biscotti e cioccolatini. Nello stesso capitolo “amici” inserisco anche quella strepitosa categoria di persone che gravitano intorno a questo blog: mail, messaggi privati, tweet di incoraggiamento che mi hanno davvero fatto sentire meno solo, in quella stanza al terzo piano del nuovo padiglione. Quasi nessuno mi conosce direttamente, ma l’affetto che mi è arrivato è stato davvero “vero” e vivo.

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La diagnosi. Lunedì mattina mi viene fatta la seconda ecocardiografia: c’è sempre il cardiologo che mi aveva preso in carico al pronto soccorso, insieme ad un collega. La diagnosi è di miopericardite. Una roba abbastanza seria, che credo di aver sottovalutato per un bel po’ di tempo. Credo che c’entri la tosse, che ho avuto tre settimane fa. Ma anche il cortisone, che mi hanno prescritto per curarla, potrebbe aver indebolito il mio organismo. Non lo so. Anche ora che sono uscito, non si sanno le cause di quella infiammazione: resterà un mistero. Intanto, dovrò fare una risonanza magnetica, per vedere le condizioni del pericardio. Scelgo di farla fuori dal San Camillo, dove c’è solo quella tipo loculo: lo stesso medico me l’ha sconsigliata, essendo claustrofobico. La farò fuori, con un apparecchio di quelli “aperti”.

L’uscita. Esco oggi, dopo pranzo. L’ultimo nauseabondo pranzo: capisco di non essere al ristorante e di non poter avere chissà quali pretese, ma i pasti erano davvero da mensa Caritas. O forse neanche da quella. Il medico decide di farmi uscire stamattina, dopo aver visto i risultati delle analisi delle 6. Valori tutti nella norma, inclusi i marcatori cardiaci e i globuli bianchi. Mi prescrive un mese di riposo e una cura a base di tonnellate di aspirina: 1,5 pasticche, tre volte al giorno. Tra una settimana devo ripetere le analisi del sangue e poi, forse, posso ridurre le aspirine. L’idea di dover stare fermo un mese mi angoscia e non so se ce la farò. Tornato a casa, mi rendo conto di avere qualche linea di febbre: 37.2. Venerdì, intanto, ho preso appuntamento da un professore, per un secondo parere, sia su quello che mi è successo che sulla terapia da seguire. Saluto Bruno, lo stringo forte, abbraccio anche la moglie. Si dovrà operare presto, era nervoso, spero che le cose gli vadano bene.

Ho avuto paura, questa volta per davvero. E il momento preciso in cui ho capito che le nostre vite sono appese ad un filo, è stato quando il mio cuore ha iniziato a battere in maniera irregolare, fuori controllo. Ho capito che non sono io a poter scegliere di continuare a vivere. Ma sono felice di essere qui a scrivere di questa malattia.

Ciao blog.

Ci siamo passati tutti: un tizio ci manda una determinata foto e poi all’appuntamento si presenta la brutta copia di quella persona. Il team di “Simple Pickup” ha voluto vedere cosa succede se una ragazzo o una ragazza rimorchiati su Tinder con un certo look, si trasformano in due obesi. Tanto imbarazzo e molte fughe.

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Alla fine, dopo che a Milano ha già ampiamente preso piede, ho provato il servizio di auto a noleggio offerto da Uber anche a Roma. La registrazione è semplice: si scarica la App, si inseriscono i propri dati (inclusi estremi carta di credito), e all’occorrenza si cerca un’auto. Nel momento in cui si apre la App, vengono mostrate tutte le auto in zona e il tempo previsto per l’arrivo di un autista. Ho prenotato l’auto alle 10, tempo di attesa previsto di 7 minuti (e Monteverde non è centralissima): sul display è possibile visualizzare la posizione dell’autista in tempo reale. E’ arrivata una Mercedes Classe E, interni in pelle, autista in giacca e cravatta, super gentile (roba che nei taxi te la scordi). Prima di partire, sempre attraverso la app, si può richiedere una stima economica della corsa: in questo caso, di due euro superiore al prezzo reale che ho pagato alla fine. Per una corsa di 25 minuti, mi sono stati chiesti appena 21 euro: il 30% in più di quanto mi sarebbe costato il taxi. Al termine della corsa non si paga all’autista: i soldi vengono scaricati tramite la App e si riceve in tempo reale una ricevuta, via email.

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Promosso a pieni voti.

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Lui si chiama David Girton: al Big Brother 15 non è andato particolarmente bene. Una volta uscito dalla casa, ha iniziato a twittare sue foto in cui non si fa problemi a mostrarsi nudo. Anche in erezione.

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#caccialcoinquilino, si parte.

September 24th, 2014

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Ci siamo. Inizia il contest più strano e pazzo che abbia mai fatto da quando ho iniziato a bloggare. Una scommessa, sicuramente, che spero si concluda bene, per il sottoscritto e il futuro coinquilino della river-casa.

Il contest. La prima fase del concorso, di raccolta delle candidature, si chiuderà il 15 ottobre. Da qui a quel giorno, pubblicherò regolarmente degli update sugli aspiranti coinquilini, ovviamente senza rivelare dati sensibili. Ad ognuno sarà associato un nick (potrà anche sceglierselo da solo).

La camera. Cosa si offre? Una stanza arredata, ampia, con parquet, aria condizionata e vetri anti-rumore, molto luminosa, all’interno di un appartamento all’ultimo piano di una palazzina vicinissima all’ospedale San Camillo. L’appartamento è formato da due camere, salone, cucina e due bagni. Casa silenziosa, con ascensore ovviamente. C’è un locale/terrazzo condominiale per stendere i panni. Il costo: 400 euro al mese + le spese. Collegamento con tram 8 e linea H. Non ho previsto una durata minima o massima del rapporto di coinquilinaggio.

Le candidature. Chi volesse candidarsi, potrà farlo scrivendo un’email a ilcoinquilinodiriver@gmail.com, raccontandosi e spiegando perché vuole andare a vivere con River. Ovviamente risponderò a qualsiasi dubbio/richiesta di chiarimento sulla camera. Non si richiede una foto, questa non è un’appendice di Grindr.

Cosa cerco. Non ho troppe prescrizioni e indicazioni sul futuro coinquilino. Chi mi legge conosce il mio stile di vita: sto fuori gran parte della giornata e rientro la sera tardi. Non organizzo feste e manco festini, preferisco il tête-à-tête. Ah, ovviamente deve amare il mio gatto. E anche il mio account Instagram :)

La giuria. Non siamo a XFactor, ma preferisco condividere con delle persone care, di cui mi fido, la scelta della persona con la quale condividerò una fetta variabile della mia vita: per questo ho chiesto a due cari amici di assistermi. Una volta chiusa la prima fase della selezione, ci saranno degli incontri con i due giurati: Psiko e Siderodorian. Superato il colloquio, accertate le reali intenzioni dei proponenti, sarà possibile visitare la river-casa (senza river).

Fingers crossed.

Tom Daley, allenamento di gruppo.

September 24th, 2014

Cinque minuti di tuffi di riscaldamento, non in vasca, ma in palestra. C’è il bel Tom, con una mandria di altri tuffatori <3

“Cerco colf gay attivo”.

September 23rd, 2014

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Ehm. Sia chiaro, io non cerco colf gay, eh. Ho già filippina. E poi etero is better ;)

Beccati in bagno.

September 23rd, 2014

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Non riesco a capire il terzo cosa stia facendo.

Il nudo di Lorenzo Balducci.

September 22nd, 2014

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Lorenzo Balducci, che da queste parti è assai apprezzato, lascia poco spazio all’immaginazione nel film spagnolo “Stella cadente”. Voto: 6+.

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#caccialcoinquilino.

September 22nd, 2014

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Ci ho pensato molto. Da solo e confrontandomi con gli amici. Poi ho deciso. La passata esperienza con il #coinquilinoetero mi ha segnato, direi in bene. Un’esperienza che, se tornassi indietro, ripeterei, senza se e senza ma. E poco importa che sia finita male (ma poi tutto è relativo), i giorni vissuti insieme sono stati giorni indimenticabili, che resteranno per sempre scolpiti nella mia memoria. Ora, con la nuova casa, molto più grande di quella di Trastevere, ho preso la decisione di affittare una stanza. E di farlo tramite queste pagine virtuali. E’ una cosa che non ho mai fatto da quando, nel 2003, ho iniziato a scrivere questo blog. Nei prossimi giorni spiegherò meglio cosa cerco (e cosa si offre) e come sarà articolato questo contest che – questo lo anticipo – si avvarrà della collaborazione di una sorta di “giuria”. Quel che è certo è che questa per me sarà soprattutto un’esperienza umana dalla quale spero di uscire arricchito. (grazie ad Artlandis per aver disegnato il logo che contraddistinguerà tutti i post su questo contest).

Stay tuned.

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Via Instagram e Twitter si trovano sempre più testimonianze di persone che non si fanno troppi problemi a “volersi bene” in pubblico. Il più delle volte esibizionisti. O forse solo presi da raptus di affetto?

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Quello che capisco è che ha scritto un libro. Immagino – e spero – in un italiano diverso da quello di questo post su Instagram.

La polizia in Islanda.

September 20th, 2014

Gli account istituzionali delle polizie di tutto il mondo sono tutti abbastanza uguali e molto “ingessati”. Decisamente diverso, quello Instagram della polizia islandese, che vuole dare un’immagine molto down-to-earth dei suoi agenti. I quali vengono mostrati mentre aiutano cani e gatti, danno da mangiare alle oche, prendono parte al Pride (e su questo, per fortuna, ci sono molti altri esempi), cazzeggiano e sorridono in servizio. E, come in questo video, ascoltano musica stunf-stunf.

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