Georgina e Kayla, madre e figlia, rispettivamente 38 e 20 anni, condividono la stessa passione (malata): quella per la chirurgia estetica. Così, quando la piccola aveva appena 10 anni, le due hanno iniziato a progettare gli interventi ai quali si sarebbero sottoposti, insieme. A 17 anni, per raccogliere i soldi necessari a pagare le operazioni, Kayla ha iniziato a fare strip tease e si è trovata una sugar-daddy che le versava un fisso settimanale. Una situazione che non ha imbarazzato la mamma: “Sono fiera di lei”. In tre anni, così, Kayla ha speso 56mila sterline per tutti gli interventi: da quelli alle labbra al seno. Ma non basta: le due si sottopongono anche a cinque lampade abbronzanti a settimana.

Voglio un reality su di loro: oggi.

Chi mi segue da tempo lo sa: il mio rapporto con l’alcol è iniziato, per caso, l’anno scorso, con l’ingresso in casa River di #coinquilinoetero. Col suo passato da barman, mi aveva convinto, un giorno, a fare una spesa alcolica. Finì che iniziai ad apprezzare la vodka-lemon. In ogni caso, non mi sono mai ubriacato. Non sono mai riuscito a superare la mia paura di perdere il controllo.

Buzzfeed ha preso un gruppo di adulti che, come me, non si sono mai ubriacati. E ha visto le loro reazioni. A me non sono sembrati così sbronzi, sinceramente.

Di Pietro Boselli, insegnante universitario stra#gnocco si è già scritto molto. Tutto è partito da una foto “rubata” da uno dei suoi alunni: quello scatto, in poco tempo, è diventato virale. E il prof-bono è finito sulle riviste di moda di mezzo mondo. In questo video racconta la sua esperienza, mentre scorrono le immagini di lui in slip durante un servizio fotografico.

Ore e ore di lezione, con uno così.

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Alosian Vivancos era a me ignoto fino alla visione di questo video (qui), tratto dalla serie firmata da Netflix, “Club de cuervos”. Il modello spagnolo, che guida una compagna di danza (Los Vivancos), con il suo debutto nel mondo delle serie, nel ruolo di Aitor Cardone, stella del calcio, rischia già di diventare una star del web. Il tutto grazie ad una scena di nudo in cui il giovine mostra un pene dalle dimensioni imbarazzanti (e qui sì, siamo su 8 di voto). Il dubbio che sia una protesi, ovviamente, mi è venuto. E lui, furbo, non ha voluto scioglierlo, glissando.

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Se è vero, applausi.

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Prendi un branco di tori e torelli, dai 20 anni in su. Mettili in mezzo ad un recinto fangoso: il risultato è questa l’Aita, rievocazione di uno sport medievale, in cui l’obiettivo del gioco è arrivare a prendere per primi una bandiera, dopo aver lottato nel modo più omoerotico possibile che ci sia. La festa si è svolta ad Urbino e tra i protagonisti c’è un river-lettore che #levatiproprio :) (grazie delle foto e del video!)

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Getting in a little early morning undies sesh. Thanks Freshpark for hooking a brotha up

Un video pubblicato da Tyler Posey (@i_love_harveys) in data:

Tyler Posey, star #gnocca di “Teen Wolf”, si è svegliato una mattina con la voglia di fare skate, in slip ovviamente. Centomila i like raccolti fino ad adesso. Pacco medio.

Soltanto gli anni Ottanta potevano partorire un video che dispensa consigli alle aspiranti modelle, su come bere, per finta, da una lattina di Coca Cola, come aprire una borsa, come sorridere, come dire “Jes”, e altre amenità.

Niente paura: non è successo in una chiesa cattolica ma bensì in una metodista, ad Austin, in Texas. I protagonisti di questo video – che ha commosso oltre che il sottoscritto anche i fedeli presenti al momento della funzione religiosa – vede per protagonisti due uomini, fidanzati da nove anni. Come ha scritto Trevor – il ragazzo che ha fatto la proposta a sorpresa: “Ci avevano chiesto di raccontare la nostra storia d’amore in una chiesa che ci ha accolti e che ha cambiato le nostre vite. Una chiesa che accoglie tutti, senza eccezioni. Dopo 9 anni ho pensato che questo fosse il momento migliore per chiedere al mio compagno di sposarmi”.

E quanto è emozionante la standing ovation commossa (e sincera) dei fedeli.

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Sarebbe una nuova tendenza (nuova?), quella al centro di un libro, che racconta dei rapporti orali tra maschi eterosessuali. Niente di sessuale, dicono i protagonisti di questa nuova moda, ma solo una “interazione” tra amici. Insomma, uno scambio di favori, più o meno. Insomma, un “io ti svuoto, tu mi riempi”, e andate in pace. Nel libro – “Not Gay: Sex Between Straight White Men” – si ripercorrono, ad esempio, i rituali nelle associazioni universitarie americane, che prevedono, tra le altre cose, penetrazioni anali con le dita, strofinamenti, contatti con i genitali e altre cose che ogni tanto ci regala (deliziandoci) il web. I contatti fisici tra maschi eterosessuali non sarebbero, quindi, come quelli di tipo omosessuale, ma semplicemente rivelerebbero la fluidità e la complessità che caratterizza il desiderio sessuale dell’uomo.

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Con gli eterosessuali, magari fidanzati, della serie “io gay? manco morto, a me piace la fica”, potrei riempire un libro. Ormai ho rinunciato ad incalzarli, li prendo per quello che sono, senza troppe domande.

Torno dopo uno stop di una settimana. Torno più stressato, causa full immersion nell’inferno lavorativo. E torno con questo racconto di una bel rapporto che si è potuto costruire tra un ragazzo gay e uno eterosessuale. Un’ovvietà, si dirà. Ma leggere storie così fa sempre bene. Non sono indicate la località e i nomi, perché il river-lettore non è dichiarato con tutti, non ancora.

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“Ciao River, questa è la prima volta che ti scrivo in dieci anni. Ho iniziato a seguirti praticamente da quando ho capito di essere gay, in un momento in cui cercavo risposte a tutte le domande che un ragazzo che inizia a rendersi conto di essere attratto da altri ragazzi normalmente si fa, sono incappato nel tuo blog. Te ne sono successe parecchie, i racconti di te alle prese con storie e flirt più o meno incasinati in particolare sono sempre riuscite a coinvolgermi in qualche misura. Inutile dire che in questi anni ne ho passate tante anch’io: da ragazzo un po’ sfigato e represso proveniente dal paesello sono arrivato ad essere uno studente universitario felice, sicuro di sé e circondato da persone che ricambiano il mio voler loro bene. Ho iniziato a vivere me stesso infatti quando mi sono trasferito per studiare; non lontanissimo, ma comunque in una grande città. Non è stato comunque facile, fra le varie difficoltà ne è recentemente emersa una che non mi aspettavo: nessuno direbbe che sono gay, da fuori non si vede e non sono uno a cui piace parlare delle proprie relazioni affettive. Ciò comporta dover sempre trovare l’occasione per dirlo apertamente, onde evitare di finire a parlar di figa con gli amici o trovarsi nel bel mezzo di cene/appuntamenti combinati ad-hoc per farti conoscere quella ragazza a cui piaci tanto e che passa tutta la serata a provarci in vano con te. Per cui, nonostante tutte le persone che conosco siano venute o vengano a sapere più o meno subito che sono gay, c’è sempre stata questa componente strategica, un po’ come un cecchino che deve scegliere il momento esatto in cui sparare. Ma finora questo è l’unico lato ipoteticamente negativo che la mia scarsa “visibilità” comporta. La città in cui vivo è molto aperta, così come le persone che ho intorno. Anche se dovrebbe essere la norma mi sento molto fortunato. Quello che ti voglio raccontare però mi ha fatto appunto ricredere su alcuni aspetti: il primo giorno di lezione dell’anno appena passato, sono stato letteralmente fulminato dalla presenza di un ragazzo seduto nell’ultima fila di banchi. È un modello e sportivo abbastanza noto, all’inizio tuttavia credevo si trattasse di qualcuno che semplicemente gli assomigliasse. Controllando sugli elenchi iscritti invece ho appurato fosse proprio lui. Inutile dire che aveva gli occhi di buona parte del corso sempre addosso, che è etero e che aveva la ragazza. Ho sempre avuto un rapporto particolare con i ragazzi come lui, etero e obiettivamente molto molto belli: stranamente non mi sono mai fatto illusioni, ma allo stesso tempo volevo trovare il modo di raggiungerli, di entrare nelle loro abitudini, capire come fosse la loro vita. Ho passato un semestre intero a cercare di “catturarlo”, ma sfuggente e circondato dai suoi amici com’era sempre non sono riuscito a combinare nulla. Quando mi interessa qualcuno non riesco a partire e andare a parlargli con scuse futili, lo trovo goffo e palesemente interessato.

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Ma l’attesa ha ripagato: una volta mentre preparavo un esame studiando in aula con amici si è avvicinato chiedendo se poteva unirsi. Da lì abbiamo costituito un gruppo di studio con il quale mi vedevo quotidianamente. Lui, simpatico, alla buona anche se a tratti diffidente, c’era sempre. Il semestre successivo abbiamo scelto gli stessi corsi e abbiamo scelto di lavorare insieme allo stesso progetto, passando praticamente tutti i giorni della settimana a studiare e lavorare assieme. I tratti di diffidenza hanno via via lasciato spazio a qualcosa che prendeva sempre più le sembianze di un’amicizia complice. Al di là dello studio iniziavano ad esserci le uscite, i giri per il centro, i pranzi e le cene, sia da soli che in compagnia. La cosa strana era però che per la prima volta avevo il terrore di dire che ero gay, nonostante in più occasioni avesse fatto sfoggio della sua apertura mentale e non avesse mancato di dire quanto lo nauseasse l’omofobia dei genitori della sua ragazza. La strada era spianata, ma non me la sentivo, il rischio era di passare per quello che si è messo in gruppo il compagno figo per rifarsi gli occhi e farsi lui. Ho avuto relazioni più o meno brevi con ragazzi molto carini, il mio non era quindi il gusto per qualcosa di irraggiungibile. Ho una sorta di fetish per i ragazzi come lui, fetish che però non ha per me niente di sessuale, non mai avuto alcun impulso di quel tipo nei loro confronti. So che è strano e difficile da credere, ma non mi ha fatto effetto nemmeno quelle volte in cui ha fatto apprezzamenti sul mio fisico, o dormito nel mio stesso letto. No, era tutto naturale. Due amici. Nella mia testa c’era la paura che aprendomi con lui tutto questo sarebbe finito. Avevo il terrore che potesse reinterpretare tutto quello che avevamo fatto insieme come un progetto con secondi fini da parte mia. Ci ho perso la testa, sono rimasto mesi in un limbo di dico/non dico, mentre nel frattempo la nostra amicizia cresceva, si rafforzava ed arricchiva di cose nuove. E in maniera direttamente proporzionale a tutto ciò la mia paura di rovinare tutto aumentava. È finita che una sera, ubriachissimi, siamo andati in una discoteca gay nella quale non ho mai messo piede nemmeno io. Ho trovato molti ragazzi che conoscevo, i quali mi sono venuti a salutare. Inutile dire che l’effetto carta-moschicida che ogni etero gnocco semi-noto suscita in un locale gay popolato da pseudoadolescenti ormonati in canottiera non ha certo mancato di manifestarsi anche in quel caso. Per cui dopo la prima mezz’ora passata a parlare con tutti quelli che mi si avvicinavano ho preso lui e il mio coraggio e ci siamo appartati in una zona più silenziosa. Ho vuotato il sacco, come se dopo la serie pubbliche relazioni appena intrattenute ce ne fosse ancora stato bisogno. La risposta? “Me l’aveva detto M. tempo fa. L’ho più o meno sempre saputo, ma aspettavo fossi tu a dirmelo, non volevo metterti in imbarazzo”. Silenzio. Nella sua semplicità e naturalezza, col suo sguardo e la sua espressione solare mi ha detto di averlo sempre saputo. Mentre io battevo la testa contro al muro per capire cosa fare, mentre mi faceva complimenti, mentre litigavamo, mentre dormivamo uno accanto all’altro, mentre studiavamo in costume da bagno per il caldo boia che faceva nei giorni degli esami, mentre andavamo in piscina, mentre piangeva sulla mia spalla per un litigio con i genitori lui sapeva che ero gay. Selfie insieme, balletti improvvisati, prendere il sole sull’erba condividendo auricolari e playlist, magliette in prestito, sciate, consigli, sfanculamenti vari. Mesi di paure insensate (ma fondate) mandate in fumo da una manciata di parole. Mi ha vissuto per quello che ero. C’è sempre un rovescio della medaglia nel dichiararsi ed è il rischio che tu e gli altri non vi comportiate in maniera naturale. Credo che per viversi appieno, almeno uno dei due debba non sapere se l’altro sa o meno, almeno in un primo tempo. Credo che anche il lato diffidente/pseudomofobo/pseudoeterofobo (insito o indotto) di ognuno vada sperimentato, o non potremo mai dire di conoscerci fino in fondo, non possiamo vivere solo la parte che ci fa comodo vivere di una persona. Io non ricordo cosa abbiamo fatto quella notte, so che abbiamo fatto tardissimo, so che siamo riusciti ad arrivare ognuno alle rispettive case senza trovarci graffi sul viso o oggetti altrui in tasca o i telefoni pieni di messaggi e chiamate ad ex vari(e). In tanti mi hanno scritto il giorno dopo per chiedermi che ci facessi con quel ragazzo in una discoteca gay, se me lo facevo, di come stessimo bene insieme e di quanto eravamo molesti. So anche però che il giorno dopo mi ha cercato perché andassi con lui ad una festa, so che come sempre abbiamo sfruttato ogni occasione per vederci e so che il giorno prima di partire per le vacanze ha voluto che facessimo colazione assieme. So che mentre sono via è già la terza volta che mi chiede quando tornerò e che mi parla di tutte le cose che dovremo fare una volta tornato, degli esami da preparare e di chi ha portato nel ristorante che abbiamo scoperto insieme quella sera. No, non si è innamorato di me, sta benissimo con la sua nuova ragazza. E io non sono innamorato di lui, non lo sono mai stato. Mentre scrivo queste ultime frasi ho in testa il finale de La Canzone del Sole di Battisti. Siamo due amici, uno gay e l’altro etero. Due ragazzi con gusti, passioni e vite completamente diverse che si stanno vivendo. E tutte le volte che pensavo tra me e me “se sapesse…” le ho rivissute nella mia testa: sapeva e gli stava bene così; e leggero ha aspettato che fossi pronto per dirglielo, col senno di poi evitando l’argomento ragazze come la peste solo per non mettermi in difficoltà. Ecco che questa cosa del dichiararsi subito, di mettere l’omosessualità come un macigno di traverso ad arginare possibili reazioni spontanee ogni tanto può lasciare spazio a un po’ di vecchia e sana incertezza (la mia in questo caso), tenere lo scudo abbassato per lasciarci il tempo di vedere e comprendere il valore di chi reputiamo importante. Le cose sofferte, o comunque pensate, ragionate, quelle che certe volte tolgono il sonno o ti lasciano col magone sono proprio quelle che lasciano il segno nel bene e nel male. A me ha lasciato un amico come probabilmente non ne ho mai avuti e gli voglio bene. Volevo condividere questo pezzo della mia vita con te, specialmente dopo l’ennesimo impatto con #coinquilinoetero. Non perdere fiducia. ti allego un selfie fatto assieme. Un bacio!”.

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Jon Herrmann, modello di base a Los Angeles, è il protagonista di questo servizio fotografico realizzato per Rollercoaster magazine, firmato da Pantelis. Colori straordinari, #guancerosse e mani perfette.

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Lo scherzo del soldato israeliano di riverblog

Come (quasi) tutti gli israeliani è anche #gnocco.

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Dodici giorni sono molti da metabolizzare. Ancora mastico emozioni il cui sapore sentirò ancora a lungo. Un sapore difficile da raccontare. E’ un po’ come descrivere i colori, oltre il “chiaro e scuro” non si puo’ andare. Ci sono degli aggettivi che aiutano a capire, ma fotografare il cuore è praticamente impossibile. Ho aspettato un giorno. Ieri sera, atterrato tardi, ero francamente confuso. Triste per il rientro. Casa mia non mi mancava affatto. Il gatto sì, ma tanto quello si porta ovunque, dentro al trasportino e via. Oggi ho ripreso a lavorare, un dramma. Mi aspettano 17 giorni non-stop. Roba che manco nella Repubblica Popolare cinese. Ma si va avanti lo stesso. Pensando a quello che ci sarà dopo. Perché un dopo ci sarà. Sto lavorando per porre le basi per qualcos’altro. Forse. Intanto, ho pensato che il miglior modo di raccontare questi dodici giorni, fosse attraverso dei nomi, dei volti, delle situazioni che mi hanno fatto star bene. Come l’Heaven, la mia casa londinese. Tante cose mi mancheranno di Londra. Cercherò di elencarne alcune. E, forse, di scattare una fotografia di come mi sono sentito.

– Il primo non poteva che essere Leonardo, preziosa guida in questi giorni londinesi. Anche quando non era accanto a me, era come se ci fosse, con i suoi consigli via Whatsapp. Un river-lettore che si è preso la briga di venirmi a prendere in aeroporto e di introdurmi alla vita londinesi, dandomi una serie di dritte insostituibile. Oltre a fornirmi un contatto che si potrebbe rivelare molto utile. Paziente e per nulla invadente, anzi, sempre attento a non essere di troppo, Leonardo è stato la scoperta di questa Londra. E’ diventato mio consigliere numero 1 nella missione River in London (and not just for a vacation).

– Gli italiani a Londra. Quasi tutti informatici. Ragazzi d’oro, che qui han fatto la gavetta e ora hanno il loro buon stipendio e, in alcuni casi, hanno persino potuto comprare la casa ai genitori. Sono un gruppo molto coeso, sempre prodigo di consigli quando si tratta di aiutare un connazionale. Strano a dirsi, ma all’estero facciamo più gruppo che in Italia, accomunati come siamo dalla voglia di lasciare qualcosa che ci sta stretto. Ho conosciuto con piacere C., river-lettore discretissimo, compagno in una folle notte all’Heaven. La prima. Quella in cui, per la prima volta nella mia vita, ho ballato.

Coinquilinoetero è stato, again, una delusione. E’ vero che aveva i suoi problemi – di cui non scriverò – ma dopo esserci visti un paio di volte, speravo almeno in un saluto. Nulla. Le giornate sono scivolate via nell’indifferenza più totale e il giorno prima di decollare si è limitato a chiedermi a che ora fosse il volo. Non gli ho risposto. Gli avevo anche riportato le t-shirt che aveva lasciato a casa mia, un anno fa. Non credo che gli scriverò più. Credo che il capitolo sia chiuso.

– Il radiologo irlandese che è stato da me in hotel. Ricorderà i capelli a spazzola, gli occhi verdi, i denti identici a quelli del mio ex di Los Angeles. Ci siamo abbracciati, anche dopo aver fatto sesso. Poi è stato risucchiato dalle sue 12 ore di lavoro giornaliero, e adieu.

Luis, il bel Luis, quello del Festival Pier, incrociato prima di un tour sul Tamigi. Spedito i fiori, con invito a cena, declinato elegantemente. Non era destino. Ma almeno spero di averlo fatto sorridere. Felice?

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– La mia carta di credito ha retto fino all’ultimo, prima di esalare l’ultimo respiro. “Disponibilità esaurita”, il 15 agosto, giorno della partenza. Grazie di essere arrivata a quel punto. Prometto che ti pagherò.

– La fioraia del chioschetto a Embankment, che si era appassionato alla storia con Luis, ha voluto vedere la sua voto e, insomma, avrebbe voluto che fosse sbocciato l’amore. Non foss’altro per i successivi ordini floreali.

– Il giornalista italiano che lavora nella megaazienda della City. Mi ha accolto come un amico, dato consigli, fornito contatti, invitandomi a passarlo a trovare nell’ufficio ogni volta che volessi. Ci siamo visti tre volte, e ora abbiamo mantenuto un legame via email.

– Lo startupparo italiano, che si è trasferito qui da 4 anni, ha fondato la sua azienda e si fa un mazzo così dalla mattina a sera. L’Italia non gli manca più. Forse, perché qui a 27 anni è già riuscito a realizzarlo.

– La giornalista che mi ha fatto uno dei colloqui di lavoro. Tosta, professionale, mi ha cazziato perché sul curriculum ho indicato la data di nascita. Nel Regno Unito non è possibile discriminare, tra le altre cose, sulla base dell’età. Ergo, non va indicata. Mi ha dato una lezione. Forse la rivedrò, se sarò fortunato abbastanza.

– Il supergnocco toro incrociato prima in metropolitana e poi in un negozio a Oxford Street. Tutte e due le volte mi ha sgamato mentre lo fotografavo. Ma era davvero impressionante, da standing ovation. Il secondo classificato dopo Luis.

– Gli assistenti di volo Alitalia. Sia quelli dell’andata che del ritorno. A loro dovrebbero fare una statua. L’umanità non è una voce in busta paga e loro hanno dimostrata di averne molta, anche di pazienza. Mi hanno permesso di sedermi sul jumpseat, raccontato la loro quotidianeità, abbiamo scherzato e tutto per farmi passare quelle maledette due ore più un fretta possibile. Alla fine ce l’ho fatta, ma senza di loro non sarebbe stato possibile.

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– Lilly, graffitara francese comunista, che ci ha guidati nel tour della street art, a East London. Fossi stato etero, mi sarei potuto invaghire di lei e del suo accento sexy.

– Non mi dimenticherò mai di South Bank, dei suoi skater, delle discoteche improvvisate in pieno giorno in strada, del pulmino di Snog, delle mamme che fanno giocare i piccoli nelle isole di sabbia, degli inglesi che prendono quel poco sole che si fa largo tra le nuvole, dei ragazzi che fanno parkour.

Ale, river-lettore discreto, compagno di qualche notte in discoteca. Anche se a lui piacciono le bimbe, l’ho invitato a cena la prossima volta che tornerò a Londra.

– La metropolitana: anche qui, dopo anni, ho abbattuto un muro. A Roma avevo smesso di prenderla. Ma qui, anche se le gallerie sono minuscole, mi sentivo sicuro. Sarà che appena un treno si fermava, il macchinista dava informazioni su cosa stesse accadendo. Sarà anche per la presenza del personale di stazione che vigilava su ingressi e uscite. Insomma: mi sentivo safe in ogni momento, tanto che la mia claustrofobia si è data pace.

– I baci in discoteca. Rapidi, tra una chiacchierata e l’altra fuori dalla pista, davanti al bancone. Lingue intrecciate, il tempo di un abbraccio e un addio, camuffato da “see you later”.

– Ai Tesco e ai Saisbury aperti h24, ancora di salvezza dopo la discoteca. Ma, soprattutto, alle loro casse automatiche.

– La birra San Miguel.

– Giorgio, barista di Modena, venuto a lavorare un mese per imparare l’inglese. Dolce, bello e pure timido: quando gli ho mostrato le foto che gli avevo scattato per Instagram è quasi arrossito. Poi se ne è fatta scattare un’altra :)

– I buttafuori. Educati, sorridenti, scherzosi. C’era quello di colore dell’Heaven che una sera in cui ero sovrappensiero, prima di farmi passare ha preteso che gli facessi un sorriso: “You look nicer”.

Grazie Londra. Mi hai regalato tante emozioni. E ti prometto che ci rivedremo. Presto.

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