Fare-riposare.

June 23rd, 2006

La peculiarità delle giornate di riposo dal lavoro è che il loro inizio e la loro fine non sono definiti da niente. E guai a fare altrimenti. Padroni assoluti i nostri occhi, la loro apertura e il loro oscuramento. Idealmente, preferisco passarle pascolando come un’anziana mucca impigrita per il caldo, tra il letto, la cucina, il divano. Preferibilmente in mutande e t-shirt, con l’aria condizionata tarata a 21 gradi. Alcune volte mi capitava di alzarmi anche alle 18, per mangiare qualcosa, uscire col cane, e risvegliarmi il giorno dopo. L. non tollera questa mia quasi-necessità-fisiologica di fare niente. Al contrario del sottoscritto, ha voglia di fare. Così, oggi, tra il serio e il faceto mi manda una mail, che ha avuto l’effetto di un cappio al collo allo zucchero. Dolce, eppure lancinante.

“Il weekend dovrebbe implementare queste cose: pomeriggio nella beauty-farm o qualcosa del genere, dove devo fare almeno una pulizia del viso e un massaggio; cena e concerto alla casa del jazz; serata al gay village; invitare a cena qualcuno a tua scelta; fare un minimo giro in centro o, in alternativa, un aperitivo”.

Alla fine, medierò. Farò quasi tutto, meno l’invito di gente a casa. Non ho voglia di: lavare i piatti, rinunciare al mio look pantaloncini-t-shirt-ciabatte, mangiare antipasto-primo-secondo. In più vorrei fare un salto al Gay Pride, afa permettendo. L’accredito all’inaugurazione del GayVillage è pronto. Magari scatterò qualche foto.

A presto blog.

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