Il ricordo più divertente legato a Madonna risale al 1996. Era il periodo in cui vivevo a Los Angeles. Forse non dovrei scriverne, dato che tra i miei lettori abituali ci sono poliziotti e carabinieri. Ma, in fondo, sono passati 10 anni e credo che il reato sia semi-estinto. In ogni caso, da semi-turista italiano chiesi a B. di farmi vedere la villa della pop-star. Era in cima ad una delle tante colline losangelesine. Non ci si passava per caso, ma bisognava necessariamente conoscere la strada, abbastanza tortuosa. Arrivati davanti ad un enorme cancello nero in ferro, notai che la villa era impenetrabile agli sguardi dei tanti curiosi che, di tanto in tanto, pellegrinavano verso quella meta. L’occhio, però, mi cadde sulla cassetta delle lettere. Era praticamente sulla strada, a circa tre metri dal cancello. Nessuna targhetta con il cognome (sarebbe stato un invito a delinquere). Mi guardai intorno, mentre B. aveva lo sguardo preoccupato: già immaginava cosa avrei fatto di lì a pochi secondi. Scesi dall’auto e infilai il braccio nella fessura. La buca della posta era profonda meno di un metro, ma molto stretta. Riuscii ad afferrare un’unica lettera. Era effettivamente intestata alla signorina Ciccone. La tenevo in mano come un bambino quando ruba la Nutella dall’armadio della cucina. Aspettai ad aprirla. Arrivammo a casa. Lentamente strappai la parte posteriore, immaginando lettere di fan o di qualche contratto in cui avrei potuto sbirciare. Niente di tutto ciò. All’interno c’era un semplice modulo prestampato. Normalissima pubblicità.

Ci rimasi tanto male, ma, in fondo, fui contento di non aver rubato nulla di importante.

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