Attesa.
November 3rd, 2006
Mentre il vento gelido di novembre scuote la tendina bianca che copre la porta a vetri dell’ingresso, sfoglio svogliatamente Repubblica, che stasera, come avviene quasi tutte le sere, è l’interfaccia di una cena consumata da solo al ristorante. Cena in cui il mangiare è una semplice anticamera della defecazione, senza il colore di una chiacchierata o il calore di due gambe che si intrecciano con le mie. Leggo le stronzate nero su bianco per non guardarmi intorno e incrociare lo sguardo della signora che si interroga sul mio essere solo. Vaglielo a spiegare che L. è a Milano e io non so cucinare. E, in fondo, sono cazzi miei. Il ristorante è ancora vuoto e le mattonelle grigiastre che mi ricordano quelle scricchiolanti della vecchia casa di mia nonna non si prestano al solito fastidioso sfregamento e cigolìo dei tavoli di legno traballanti. Dietro di me c’è una tavolata che, di lì a poco, tra un piatto di patate e broccoli e un hamburger con formaggio e funghi, sarà destinato a far scendere una patina fumosa e soffocante sulla mia serata. Ci sono lei, una coppia, e un altro lui che deve arrivare. Ordinano l’acqua, mentre leggo pagine di una politica che sento non appartenermi. A un certo punto lei esclama: “Devo dirvi una cosa”. Silenzio. La forchetta che tengo in mano si ferma. Il tempo di un’espirazione e poi via: “Tra otto mesi diventerete zii”. Sorrisi, complimenti, domande di rito, e poi via coi discorsi sui libri da leggere, gli asili da scegliere, eccetera. Nascerà a giugno, tra il 10 e il 20. Immagino l’attesa, i pensieri, la voglia di maternità, i progetti.
Immagino, e so che non potrò mai vivere un momento così.
Buona notte amara blog.
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