Markett-ismo o giornal-ismo?
December 28th, 2006
Il marchettismo mi inquieta. Le interviste a 90 gradi, gli intervistatori con la popò ancora appiccicata alla lingua, le domande fatte secondo un copione già scritto in precedenza. Certo, c’è ancora chi, oggi, cerca di evitare le leccate scritte. Penso al Corriere della Sera. Ad alcuni pezzi di Repubblica. Ma per il resto, i controcoglioni di certi giornalisti americani, in grado di far dimettere un presidente, da noi ce li sogniamo. I settori dove è più palese il marchettismo, sono quelli dello spettacolo e della musica. Qui le interviste sono rigorosamente concordate in anticipo e le domande scomode vengono lasciate nel cassetto dei desideri del giornalista. Il quale deve recitare un copione che gli è già stato scritto dal suo capo. Le eccezioni sono poche. Penso a Vanity Fair, l’unico settimanale trasversale che, secondo me, fa ancora qualche domanda pungente. Per il resto, nel settore musicale, sono le grandi etichette a dettare le regole. Il giornalista di turno, lieto di essere ammesso nel backstage di questo o quel cantante, non si sognerebbe mai di scriverne male. Si accontenta di avere salvato sulla rubrica del suo cellulare il numero di Tiziano Ferro o Ligabue. Non credo di aver mai, dico mai, letto una critica pesante, firmata dai signori Assante e Castaldo su Repubblica. Chi osa stroncare un Cd lo fa: perché l’artista in questione non è protetto da una casa discografica o un ufficio stampa abbastanza potente e con forza ricattatoria; o perché scrive su una pubblicazione minore. In questo, il Mollichismo (da Vincenzo Mollica) regna ovunque. I nuovi cd sono occasione per elogiare questo o quell’acuto; le prime puntate di programmi televisivi un pretesto per scriverne bene salvo poi farsi invitare per un’ospitata (chissà come mai i critici che scrivono bene di “Amici” di Maria alla fine dell’anno facciano parte della commissione che giudica gli allievi nell’ultima puntata). Devo ancora leggere uno che scriva male di Costanzo. Ovviamente l’eccezione c’è e si chiama Aldo Grasso.
Stamattina sono pensoso. Umpf.
No tag for this post.






December 28th, 2006 at 11:18 am
Aldo Grasso è il mio idolo, frequento spesso il suo Forum online
December 28th, 2006 at 11:25 am
Aldo Grasso è un nome e, in quanto tale, si puo’ permettere di scrivere male anche di personalità considerate intoccabili.
December 28th, 2006 at 1:48 pm
quelle poche volte (troppo poche?) che ne trovo una mi piace leggere su Repubblica le interviste di Antonello Caporale (Dell’Utri, Gardini…).
December 28th, 2006 at 4:52 pm
Assante gli unici che demolisce sempre e comunque sono i Queen. Dalla morte di Mercury in poi. Forse per fare l’alternativo.
December 28th, 2006 at 5:02 pm
O semplicemente perché sono morti…
December 28th, 2006 at 6:02 pm
vanity fair è il migliore!

December 29th, 2006 at 3:46 am
Io sono ancora sconvolto dall’omertà della critica musicale italiana nei confronti di Tiziano Ferro che ha avuto il coraggio di spacciare per sua: Stop! Dimentica, che è identica a One World di Kelly Osbourne!
December 29th, 2006 at 7:33 pm
Bah! Magari fosse questo soltanto, il problema. Un importante quotidiano pubblica, la domenica, una rubrica con le recensioni dei ristoranti. Uno penserebbe a qualcosa di innocuo: che ti può fare, un ristorante? Al massimo, se ne hai parlato male e ci ricapiti, ti serviranno gli spaghetti scotti. E invece no. Il ristorante di cui hai parlato male è di un famoso stilista, che s’incazza e ti toglie la pubblicità. L’incauto recensore passa alla rubrica di giardinaggio, se gli va bene. E si tratta di musica e cucina, niente di fondamentale!