Vanity-osità/ Subdola omofobia latente.
July 22nd, 2007

Spulcio solo oggi l’ultimo numero di Vanity (quello con la copertina luccicante dedicata a Lapo), e resto colpito dall’invervista a un tale Fabio Quagliarella. Il calciatore, che la prossima stagione giocherà con l’Udinese, regala una perla di omofobia latente che neanche il miglior Renato Zero sarebbe stato capace di sfornare.
Ha amici gay?
Assolutamente no.
Mai sentito di calciatori gay?
Mai.
Per caso è mai stato corteggiato?
Mai, per carità.
Ecco, la sua maschiosità ostentata è tutta in quegli “assolutamente” e “per carità”. Paletti piazzati là tanto per chiarire che lui coi gay neanche ci prenderebbe un caffè. E che un complimento da un uomo è apprezzato tanto quanto una lettura di spessore. Sempre che legga qualcosa di colore diverso dalla Gazzetta dello Sport.
Fnac arriva a Roma.
July 22nd, 2007

La Fnac, catena francese specializzata nella vendita di prodotti culturali e tecnologici, arriva anche a Roma, dopo Milano, Genova, Torino, Verona e Napoli. Me ne aveva già parlato, l’anno scorso, un politico, e, nei mesi passati, un collega che si era candidato a fare il portavoce della sede romana tramite un sito di annunci di lavoro. L’ufficio marketing ha spedito a me, ed altri giornalisti, una tessera, valida tre anni, per uno sconto del 10% sui loro prodotti. Ci andrò (si inaugura il 25 luglio). Peccato non sia proprio dietro l’angolo: al centro commerciale Porta di Roma, zona Ikea.
Buondì. Stamattina sveglio dalle 6.30. Fuso orario ancora sballato.
Ingiustizie stradali.
July 21st, 2007
All’aeroporto di Fiumicino i vigili urbani, giustamente, fischiettano e spalettano per evitare la sosta selvaggia, davanti all’ingresso degli arrivi e delle partenze. Così, ad L. che mi è venuto a prendere, non è rimasto da fare altro che aspettarmi in auto.

Uscendo, però, mi ritrovo davanti a quest’auto della municipale, piazzata sulle strisce bianche. Sarò banale, demagogico e scontato: ma non dovrebbero essere i primi a parcheggiare correttamente?
Pedinando il modello.
July 21st, 2007


Incrocio la tuo bionda chioma arruffata (risultato, credo, dei colori di qualche parrucchiere) mentre giochi a carte con un’amica ad una tavola calda di schifezze fritte. Scalo tecnico, di mezz’ora. Infradito (in questo caso azzecatissime, insieme al look da surfista), uno zaino, pantaloncini corti scuri, camminata scoglionata. Sorridi spesso. Ti seguo fino al tuo gate.

Dedico questo post alla bellezza che sprigiona dal tuo sorriso.


India e considerazioni.
July 21st, 2007
Il volo di rientro si divide in due fasi. Prima e dopo l’India. Tutte le volte che ci sono passato sopra ho avuto pessime esperienze. A quanto pare i cieli indiani sono poco raccomandabili. Anche stavolta, il comandante aveva annunciato poco dopo il decollo che ci sarebbe stata “qualche turbolenza”. A un certo punto, però, le cose si fanno serie. Mentre gli assistenti se ne stanno in giro per i corridoi, il comandante dice: “Stiamo per attraversa una zona di maltempo. Gli assistenti di volo si mettano seduti”. Cinque secondi dopo il panico. Mai provata una turbolenza così violenta. Siamo stati sbattuti su e giù, a destra e sinistra per venti interminabili secondi. Ero così spaventato che non avevo un goccio di saliva in bocca. Il tempo di riprendermi, e mi sono sparato sei ore di sonno consecutivo.
Mi rileggo i commenti di questa settimana. Intanto sono rimasto impressionato dai contatti: nonostante il periodo estivo, ieri ho superato i 5000 visitatori unici. Ma quello che mi trova ormai saturo è il tasso di contestazione di alcuni utenti. Non è possibile che se parlo di un bambino che mi ha fatto umanamente sciogliere, si arrivi a tirare in ballo la deontologia professionale (de-che?). Mi si ritiene responsabile della caduta delle foglie dagli alberi di Pechino e si pretendono spiegazioni in merito (e io che ne so?). Vengo considerato uno che, per riempiersi le giornate, crea una rubrica riempiendola di lettere inventate. Come se il mio fine ultimo fosse la popolarità. Se l’avessi voluta, avrei iniziato ad andare ospite nelle trasmissioni in cui mi hanno invitato preferendo piuttosto (a differenza di altri blogger) la dimensione più umilmente anonima.
Il mio mood, nei confronti di questo blog, sta cambiando.
Intanto, ciao.
Cina/ Adieu.
July 20th, 2007


La saletta Vip dell’aeroporto di Pechino è uno stanzone pieno di piccoli divani - appiccicosi, caldi e di un colore indefinibile - e dove l’unica cosa presentabile è il buffet (frutta, biscotti e merendine varie). Del resto sono arrivato due ore prima della partenza: in qualche modo dovrò anche tenermi occupato. Controllo la mia email ad uno dei pc sistemati lungo la parete occupata, quasi tutta, da portatili. Il blog mi ha tenuto compagnia, rappresentando, al pari del cellulare, un legame affettivo (più o meno virtuale) con quello che ho lasciato a casa. Pechino, la Cina, non mi mancherà. Non provo quella sensazione di vuoto, che si prova tutte le volte che saluti un Paese nuovo. C’è un muro impenetrabile, fatto di cultura, lingua e usanze, così diverse e lontane da noi, da accrescere un senso di altro-inconciliabile. Ma il bello del viaggiare è questo. Vedere quanto la nostra prospettiva sul mondo sia piccina e quanto sia sciocco pretendere che quel piatto di pasta-asciutta-al-pomodoro debba essere una sorta di “punto di partenza” della cultura (gastronomica). Ci sono tanti punti di partenza, e ogni volta siamo costretti a mettere in discussione quella nostra noiosa e miope visione italianocentrica del mondo.
In aeroporto mi diverto ad osservare l’infermiera che lavora in farmacia. Mi ricorda i film zozzi di Alvaro Vitali. Riesco anche a tornare nello stesso Starbucks dove ero stato l’anno scorso. E’ strano riconoscere qualcosa di familiare a Pechino.


Ciao blog, a presto.
Rapimento.
July 20th, 2007

Mi ha fatto venire voglia di nascondermelo nella valigia.
Cina/ Last day.
July 20th, 2007

L’ultimo giorno è sempre ‘na pecionata. Le ultime (e uniche) cose da comprare, le cartoline da spedire (mica facile trovare, in ordine: - cartolina; francobollo; buca delle lettere), check-out (che non combacia mai con l’orario di partenza). Così visito freneticamente: lo splendido quartiere delle gallerie d’arte 798 (nonostante qualche schifezza di arte contemporanea) e l’università (immersa nel verde, con tanto di laghetti: foto sopra). E’ la Pechino più giovane e internazionale, quella dove trovi i ragazzi che frequentano corsi di italiano e cercano di fare bella figura; ma dove incontri anche artisti italiani, che sono venuti qui per esibire i loro lavori.
Qui le ultime foto. Sono di corsa. Domani si torna a casa. Il mio cane inizia a mancarmi (come starà?). Anche L., ovviamente.
Cina/ L’esercito di terracotta.
July 19th, 2007

Arrivo a Xian maldisposto, dopo un volo - grazie al cielo durato circa tre ore - pessimo. Chi conosce gli Airbus conosce il loro fastidioso effetto “scodinzolamento”: chi sta seduto nelle file posteriori è soggetto a oscillazioni particolarmente sgradevoli. In più, stavolta, il tempo in volo era davvero cattivo. Il risultato: due ore di turbolenze (con le hostess che correvano su e giù cercando di servire in fretta e furia qualcosa da mangiare). Ma a Xian, patria dell’esercito di terracotta, ci si deve venire per forza. Per molti si tratta dell’ottava meraviglia del mondo: anche per i gestori del negozietto kitschissimo di souvenir, che hanno appicciato un bell’adesivo all’ingresso con la definizione (e dove ho ceduto, comprando due statuine in bronzo, dal peso non indifferente). I soldati sono racchiusi in enormi capannoni trasformati, a causa del caldo (forse peggiore che a Pechino), in saune. Il colpo d’occhio è impressionante. Non solo si rimane colpiti dalla vastità dell’opera, ma anche dalla sua minuziosità: ogni soldato ha un’espressione facciale diversa. La ricchezza è nei particolari. Molte di queste statue, però, sono ancora sepolte: da quello che ho capito mancano i soldi per scoprirle tutte. Un tizio si offre di farmi una foto: la porterò ai miei genitori. Peccato per la ressa di venditori ambulanti davanti all’ingresso. Sono fin troppo petulanti.
E’ la seconda volta in un anno che visito la Cina e ancora non sono riuscito a vedere Shangai.
Cina/ Dove sono gli involtini primavera?
July 19th, 2007


Forse avevo già raccontato nel mio precedente viaggio pechinese dello stupore di fronte all’assenza degli involtini primavera. A quanto pare, infatti, gli spring rolls sono un’emanazione della cultura occidentale: o meglio, una contaminazione della cucina cinese con quella occidentale. Anche stavolta niente da fare. Come in Italia i ristoranti costano poco, pochissimo e il servizio è iper-efficiente. Mi farebbe tanto piacere obbligare i nostri ristoratori a fare uno stage di una settimana in un locale cinese: i camerieri sono gentili, qualsiasi cosa dica (forse non ti capiscono?) e non hanno l’aria vendicativa della serie “mo’ ti sputo nel piatto”. Il posto migliore visitato è un ristorante che si vanta di essere nella top ten del New York Times, a livello mondiale. Non ci credo. Fanno solo ravioli. Di ogni sapore. Una sola forma. Delizioso. Ovviamente ho fatto visita anche a Starbucks, che si trova nel palazzo con gli uffici della Boeing. Le scritte cinesi (toh, sono a Pechino) fanno impressione: ma l’Ice Blended Coffee è scritto proprio così. Anche qui, come in ogni Starbucks, la connessione a internet è gratis.



Cina/ La città proibita.
July 19th, 2007

Se dovessi scegliere una zona assolutamente da visitare, a Pechino, punterei senza dubbio su piazza Tiananmen con, dietro, la città proibita. Quest’ultima era il palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing e consiste in circa 800 edifici: impossibile visitarli tutti. Per intenderci: qui vennero girate molte scene dell’Ultimo Imperatore. E’ definita “proibita”, perché un tempo vi si poteva accedere esclusivamente col permesso dell’imperatore (fatta eccezione per i membri della famiglia imperiale). L’anno scorso non vi potei entrare, perché aveva appena chiuso (se non sbaglio erano da poco passate le 17). Molte strutture sono in legno: sono quelle che pagano maggiormente le conseguenze dell’usura causata dagli agenti atmosferici e dall’inquinamento. Mi colpisce la scarsa vigilanza, in una zona ad altissimo valore storico. Dentro, qualche venditore ambulante di cartoline (orrende) cerca di sbarcare il lunario. Non sono riuscito a trovare lo Starbucks che ha chiuso i battenti pochi giorni fa.
Nota a margine: A causa di qualche idiota micro-encefalico da oggi questo blog sara’ moderato, almeno fino a quando non tornero’ dalla Cina. Nessuno mi paga per leggere le cazzate di gente che ha scelto di giocare col fuoco.
Cina/ Palazzi e contrasti.
July 18th, 2007

Pechino è una città di contrasti. E’ la città dove tutti hanno l’auto (i dati sulla diffusioni delle automobili sono preoccupanti), ma dove l’educazione, per molti, è ancora un lusso. E’ una città dove anche i palazzi più poveri hanno le abitazioni con l’aria condizionata, ma dove tanta gente, non avendo il bagno, deve fare i bisogni in strada. Pechino è la città del protocollo, dove quando incontri un politico devi firmare richieste, dare garanzie, e soprattutto sorridere (io rido, vista l’altezza media di 1.70). Qui esiste solo la stampa di regime. O meglio: così mi è stata presentata. Ho visitato un grande quotidiano di Pechino e sono rimasto impressionato dal numero di giornalisti. Centinaia. Forse migliaia. Corrispondenti in ogni paesino. In redazione, loculi di un paio di metri quadrati, con ragazze giovanissimi chine sul loro pc. E’ il Paese dell’efficienza, della precisione, dove sembra esserci ordine anche nel caos che ti fa maledire il traffico quando rimani imbottigliato in un taxi. Pechino è la città dove i cani sono banditi dalle zone centrali e dove la gente è costretta a salire in auto per portarli in un parco “autorizzato”. E’ anche la città dove i cani si mangiano: non è un luogo comune, e la guida lo ha candidamente ammesso. “Sì, li mangiamo, ma non sempre”. L’occidente è presente, eccome. Te ne accorgi dai vestiti dei giovani studenti universitari, ma anche dai marchi della globalizzazione: da Starbucks a Kentucky Fried Chicken a Men’s Health (però non c’e' Vanity Fair). Il modo migliore per vedere la città, nella sua interezza urbanistica, è quello di salire sul roof garden dell’Hotel Pechino (da dove è stata scattata la foto sopra). Una grossa vetrata, divani in stoffa da mercatino (qui sembra non esistere il concetto di ‘pregiato’, tutto è cheap), e le cameriere che versano litri di tè. Caldo. Nonostante i 30 e passa gradi.
Cambiamenti.
July 18th, 2007

Val Kilmer, versione paffuta.
Cina/ La camera ideale.
July 18th, 2007

Non mi ritengo una persona troppo snob. Ho dormito in hotel “studenteschi” e posso (cercare di) adeguarmi a qualsiasi sistemazione. Ma quando spendo diverse centinaia di euro a notte, pretendo alcune cose:
1) Non sopporto la polvere sotto i piedi: la prima cosa che faccio è togliermi scarpe e calzini e la sensazione dei grumi appiccicati sulla pianta è più sgradevole di una vasca sporca di calcare o di un cotton fioc usato nella spazzatura del bagno(altre schifezze alberghiere);
2) I cuscini dovrebbero idealmente avere vari gradi di morbidezza (a me servono lunghi, non larghi, e duri);
3) Gli interruttori delle luci devono essere facili da trovare e, soprattutto, ce ne deve essere uno vicino al letto: altrimenti si deve fare la caccia al tesoro prima di poter dormire;
4) Le cremine in bagno: causa regolamenti internazionali negli aeroporti, non viaggio mai con schiuma da barba e shampoo. So che può sembrare strano, ma non tutti gli hotel li forniscono, soprattutto il kit per la barba;
5) Internet: quanto mi fanno arrabbiare gli hotel che ti costringono a portarti il cavo per l’accesso alla rete; o quelli che hanno delle impostazioni così complicate da doverti iscrivere ad un corso di ingegneria informatica. Per non parlare di quelli che hanno un meraviglioso business center a 13 euro l’ora (qui, per fortuna, ho la wireless gratis).
6) La colazione: che senso ha chiudere la sala ristorante alle 9.30 ? O aprirla alle 6? Non è possibile che un povero Cristo decida di alzarsi alle 11?
7) Le pareti dovrebbero possibilmente non essere di compensato: non fa piacere sentire il vicino di stanza che tromba, il pupo che frigna, l’intestino che respira rumorosamente. Lo stesso vale per i vetri (mitici quelli dello Starhotel di Bologna).
8 ) L’aria condizionata: va bene una temperatura standard, ma se non amo dormire con i pinguini a 11 gradi, potrò pure avere la possibilità di regolarla ad un livello umano?
9) Non credo ci sia una persona che viaggi con le pantofole: ergo, ci deve pensare l’hotel.
10) Non facciamo i tirchi: sforziamoci di offrire anche a chi viaggia da solo un letto doppio. O, almeno, ad una piazza e mezza.
11) L’acqua costa poco, lo so. Ma nel frigobar sarebbe il caso di offrire anche qualche succo o bibita gassata. No?
Qui tutte le foto della river-stanza-pechinese. Grande. Col bagno pieno di asciugamani (e senza i cartellini che cercano di farti venire i sensi di colpa se li usi tutti, con la scusa del rispetto per l’ambiente). Con la frutta in salotto e i cioccolatini sul letto (giusto perché ti sei appena lavato i denti). E, visto il clima di Pechino, sarei tentato di rimanerci.






