Oscillazioni metro-politane.

August 23rd, 2007

Il corpo oscilla lentamente, prima a sinistra, finendo contro le due barre in alluminio; poi si flette in avanti, come una pianta troppo pesante, che però non riesce a spezzarsi. Non cade mai, rispettando una sequenza non scritta di movimenti senza senso. E’ la classica condizione di chi si è appena fatto di eroina e che ho imparato a conoscere dai tempi delle superiori, quando incontravo i tossici sotto casa di F. tra i cespugli e gli alberi che costeggiano la linea ferroviaria. Sono seduto in metro, tornando da una giornata di ordinaria afa, con l’aria condizionata che sembra essersene andata in ferie, e i tassisti (due) che preferiscono guidare coattamente col braccio appoggiato al finestrino abbassato. L’uomo ha 40 anni, ma forse sono 30 e la droga gliene ha affibbiati d’ufficio dieci in più. Gli occhi sono socchiusi. Occupa l’ultimo posto di una fila da 4, completamente vuota. La gente, di fronte a quei movimenti ondeggianti, ha preferito alzarsi e rifugiarsi nella sicurezza fisica offerta dalla prevedibilità di un vicino di posto più rassicurante. Chi lo guarda, con pietà. Chi con schifo. Chi lo ignora. E chi poi ci scrive sopra un post nel suo blog. Penso che a quest’ora sia arrivato al capolinea, buttato giù dal conducente. O forse è riuscito a scendere da solo, perché l’eroina dopo un po’ si è confusa nel tuo sangue e ti torna a concedere qualche sprazzo di lucidità. Quanto basta per trovarti la dose successiva.

Isolato nel suo mondo vive una lenta deriva verso l’auto-annientamento. E io lo guardo.

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