Brogliacci e routine.

September 27th, 2007

C’è un rito attraverso il quale più o meno tutti i giornalisti sono dovuti passare, volenti o nolenti. Quello del brogliaccio di cronaca nera. Si prende 3-4 volte al giorno, chiamando polizia, carabinieri e vigili del fuoco. Non è altro che un resoconto schematico e scarno dei morti, dei feriti, degli incidenti, degli arresti. Chiamando ogni giorno, diventa un’operazione meccanica, e quei morti non parlano più.

Poi succede qualcosa. Qualcosa che apre uno squarcio in quel ripetersi cantilenante di iniziali, nomi, età, residenze, dinamiche. Una banalità. Mi chiama un amico, oggi pomeriggio, e mi racconta che ha appena assisito al suicidio di un vicino di casa. Un suicidio, per un giornalista, vale quanto una gomma a terra (perché c’è anche questo: la classifica della notiziabilità). Ci sono le eccezioni, ovvio: c’è la variante del suicidio per un voto basso a scuola, per un “no” dalla fidanzata, per un litigio a casa, eccetera. Spesso, i suicidi non finiscono neanche nel brogliaccio. Stavolta, però, è come se tutte le persone e le voci intorno a me si fermassero. Il mio amico, al telefono, mi racconta che si trattava di un malato terminale. La moglie era uscita a fare la spesa. Lui aveva approfittato della sua assenza, per scavalcare il davanzale e lanciarsi nel vuoto. La polizia era davanti al corpo, aspettando di dare una spiegazione ad una donna già straziata dalla malattia. “Ho sentito il tonfo del corpo”, mi racconta E.. Credo di sentirlo anche io, mentre appoggio la penna che ciancicavo nervosamente tra i denti. “Ciao, ci sentiamo”. Un respiro profondo, alt+ctrl+canc nella mia testa, volto pagina.

Piangi, guardando tuo marito.

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