Scoperte, Marco Travaglio e i fatti.
December 28th, 2007
Prima di Natale, sapendo che avrei avuto ampio tempo a disposizione, ho comprato “La scomparsa dei fatti“, di Marco Travaglio. Lui non mi piace, a pelle. Sarà quell’arietta da primo della classe e quei modi di fare un po’ “la verità ve la racconto solo io“. Arrivato alla fine del libro, però, devo ricredermi. Travaglio ha i controcoglioni. Un libro spietato, che traccia un quadro desolante del giornalismo italiano. Non solo dei politici condannati da sentenze definitive e dopo anni riabilitati grazie a giornalisti compiacenti (due esempi su tutti: Bettino Craxi, definito non più latitante, ma esule; e Marcello Dell’Utri, noto oggi più per le sue attività editoriali, che per le sue conoscenze con uomini della mafia). Quello di Travaglio è un durissimo atto d’accusa verso un’informazione che non fa mai la seconda domanda: il giornalista chiede “lei che ne pensa“, ma poi, di fronte alla risposta, non interviene una seconda volta per contraddire, per confutare. Un giornalismo rappresentato da un Bruno Vespa che concorda gli ospiti della sua trasmissione con il segretario di Gianfranco Fini (“ti va bene se lo faccio intervistare da…”, dice in un’intercettazione il Vespa nazionale). O da una Cesara Buonamici, che si presta a fare da tramite tra un faccendiere e un ministro, e che al telefono concorda la sua eventuale percentuale. E che dire di Lamberto Sposini, che al telefono veniva imbeccato da Luciano Moggi sulle cose da dire sulla sua Juventus in televisione? Ogni esempio di “limpidezza” italiana viene messo a confronto con qualcosa di analogo successo all’estero: in quel caso il giornalista o è stato licenziato o si è dimesso.
Peccato che Travaglio piaccia un po’ troppo ai qualunquisti.


