I ricordi di Calabrese.

June 12th, 2008

Rimpiango molto la direzione di Panorama di Pietro Calabrese, uomo dalle spalle larghe, che ha saputo digerire parecchi bocconi magari (e chi fa questo lavoro sa che bisogna avere un gran fegato…). Fino a qualche mese fa, il venerdì l’acquisto dell’Espresso procedeva di pari passo con quello di Panorama: un’abitudine che si è persa con la sua dipartita. Calabrese è un gran lavoratore – prima di lui in redazione arrivano le donne delle pulizie, dopo rimane solo la vigilanza – e, a mio parere, un giornalista preparato e competente. Prima del settimanale di casa Mondadori (adesso firmato da Belpietro) aveva diretto il primo giornale della capitale, Il Messaggero: è stato uno dei direttori più “amati” dai redattori. E’ da qualche tempo che è apparsa una sua rubrica sul mensile “Prima comunicazione” – oltre a quella settimanale che tiene sul Magazine del Corsera. Il titolo è “Sì, io mi ricordo”. Un elenco dolce-amaro, straordinariamente umano, in cui si sovrappongono ricordi personali e professionali, rimpianti e risate, amori e antipatie. A tratti mi ricorda il “dicono” di Vanity Fair – solo che qui, spesso, si fanno i nomi. Eccone alcuni dall’ultimo numero.

Ricordo quel titolo del Messaggero, nelle pagine della cronaca di Roma, a metà degli anni Ottanta: “Cinese ucciso, è giallo”. Sette colonne di testata.

Ricordo la tempra di quel signore direttore: aveva fatto salti mortali per ottenere la poltrona e poi, per tenerale, continuava a fare salti morali, uno dietro l’altro.

Ricordo Barbara Palombelli quando volevano toglierle la rubrica alla radio, che da sempre fa ottimi ascolti, perché il marito, sindaco di Roma, era diventato il candidato premier del centrosinistra. Incontrando a una cena in Campidoglio l’allora presidente della Rai Roberto Zaccaria, che non le aveva fatto nemmeno una telefonata di solidarietà, gli disse: “Dal tuo atteggiamento mi pare di capire che il criterio usato è il seguenet: alla Rai le amanti lavorano e le mogli no”, e girando i tacchi lo lasciò di sasso. Altro che quote rosa, qui si parla di classe pura.

Ricordo un giovanotto alto e dinoccolato, che si chiama Alberto, che dopo essere stato letteralmente da me inventato come espoerto di televisione e beneficiato in tutti i modi possibili, quando lasciai la direzione, mi sparò due cannonate ad alzo zero sul Messaggero, inaugurando un nuovo genere, mai praticato fino a quel momento sui quotidiani italiani: il linciaggio dell’ex direttore sul giornale da lui diretto. E peggiorò le cose tentando di scusarsi, qualche anno dopo: “Mi dovresti ringraziare, non sai cosa mi aveva chiesto di scrivere su di te Paolo Graldi”.

Ricordo che anche la morte avrà le sue formalità d’uso e le sue pratiche da sbrigare nell’aldilà.

Ricordo tutte le fidanzate che Giovanni Malagò mi ha presentato, o almeno ne ricordo molte: perché tutte sarebbe davvero chiedere troppo.

Ricordo che ho impiegato più tempo a convincere Denise Pardo a venire a lavorare a Panorama, di quanto lei poi sia rimasta in quel settimanale, prima di tornarsene, molto felice, all’Espresso.

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