Fenomenologia della passeggiata canina.
July 3rd, 2008
Minimo sindacale: Quando si vede che, alzando la coscina, non esce più niente (battuta di M.: “Ora gli serve un Carioca per marcare il territorio”); e quando ha fatto almeno una pupù: si torna a casa.
Sportivo: quello che il cane se lo porta a correre a Villa Borghese o Villa Ada. E gli fa fare pipì e popò tra una sosta alla fontanella e un semaforo rosso.
Abitudinario: il giro del palazzo è il suo percorso preferito. Conosce a menadito gli alberi che attirano il cane. Nei due/tre punti prestabiliti sgancia i rifiuti solidi organici.
Ansioso: Il cane non è incontinente. È il padrone ad esserlo, nella sua convinzione che tre ore siano troppe per il povero bubu. E quindi su e giù, anche solo per uno schizzetto di pipì.
Asociale: Nella sua personalissima cosmogonia, la sua creatura è una potenziale vittima degli altri quadrupedi. E, quindi, meglio tenerlo alla larga da quei cagnacci brutti e pelosi. Quando ti vedono arrivare col tuo cane, loro cambiano strada. Se siete vicini, ti chiedono di tenerlo stretto – anche se stai girando con un labrador-babà. Se per sbaglio il tuo cane lo annusa, iniziano a temere che possa montarlo/a.
L’incosciente: a che serve il guinzaglio? La museruola? Un inutile fardello. Nessuno sa dominare i cani meglio di lui, e quindi al suo “alt” il cane dovrebbe fermarsi. Si crede un addestratore, e ha la pretesa di saper governare ogni suo istinto, sessuale e aggressivo. Poi quando succede qualcosa di brutto, è sempre colpa del cane altrui.



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