Tel Aviv/ In aeroporto, dove tutti sono potenziali terroristi.
August 29th, 2008
Sono appena arrivato in aeroporto. Correggo: sono reduce da un’ora di controlli, e sto scrivendo il post nella divina lounge ‘Dan’, al terminal C (foto a seguire: sono su un pc pubblico e non so come scaricarle qui). Tutti mi avevano parlato dei controlli in uscita, ma mai avrei pensato che sarebbero stati tosti quasi quanto quelli in entrata. Ecco i vari check, passo per passo.
Fase 0: Prima di arrivare in aeroporto, a meno di un chilometro di distanza dai terminal, c’è un posto di blocco. Ispezione normale, il soldato sale sul pulmino e chiede i passaporti ad alcuni passeggeri. A me no.
Fase 1: Appena si arriva, si viene indirizzati verso dei corridoi, delimitati da nastri blu, a seconda della destinazione. Mentre sono in fila vengo avvicinato, come gli altri, da una gentile signorina. Mi chiede il passaporto e inizia una serie di domande di rito: chi ha fatto la valigia? Qualcun altro vi ha avuto accesso? Stai trasportando qualcosa che possa assomigliare ad un’arma? Hai ricevuto regali? Alla fine del mini-interrogatorio va a chiamare il supervisor, un ragazzotto, sui 30 anni, che inizia a sfogliare il passaporto. E’ sempre un problema aver viaggiato molto, quando si raggiunge un Paese ’sensibile’. Inizia a farmi domande sui singoli viaggi: perche’ sei stato qui, con chi eri, ecc. Quando gli dico che sono giornalista, vuole vedere il tesserino. Al termine mi appiccica un adesivo sulla valigia. C’e’ il numero 5. Solo alla fine capiro’ che non e’ un bel numero.
Fase 2: Al termine del corridoio, c’e’ il controllo ai raggi X per la valigia. Entra in una macchina abbastanza grande, e la sputa (letteralmente, e con una certa virulenza) su un nastro. Una ragazza controlla su uno schermo. Le singole valigie hanno un codice a barre, che le identifica, e registra l’immagine dei raggi x. Il computer viene aperto e inserito al contrario in un box, sul quale c’e’ scritto: “special computer screening”. Al termine di questi controlli, i buoni vengono mandati al check-in. I cattivi - cioe’ io - vengono mandati ad un check approfondito delle valigie.
Fase 3: Al banco mi aspetta una signorina con i guanti in plastica. Ci sono altre persone, quindi mi tranquillizzo un po’. Inizia ad aprire la valigia e a tirare fuori tutto. Sottolineo: tutto. Incluse le mutande sporche. Quando arriva allo pseudo-pacco bomba - la pietra di Gerusalemme con la menorah scolpita sopra - mi chiede cosa contenga. A quel punto con una penna inizia a scartarlo. “Se vuole glielo reincartiamo alla fine”, mi rassicura. Nella valigia passa una specie di bacchetta di plastica, con all’estremita’ un pezzo di stoffa bianca. Serve a vedere se hai maneggiato esplosivo. Mette la stoffa nella macchina, e ne ricava un ‘no’. Vorrei ben vedere. Questa operazione della bacchetta infilata ovunque dura un po’, e viene ripetuta un po’ su ogni capo. Mutande incluse. Controllo finito, vado al check in.
Fase 4: Uscito dal check-in si passa un nuovo controllo. A me tocca una fila dedicata. Davanti a me c’e’ un turco. Insomma, siamo a quei livelli di pericolosita’. Mi chiedono di togliermi le scarpe, di riaprire il computer, ecc. Passo nel metal detector, e il computer ripassa sotto ai raggi x. Un ragazzo ripete l’operazione con la bacchetta sul computer e su ogni cavo, incluso il caricacellulare. Ritorna, e mi fa segno di andare.
Fase 5: Il controllo passaporti: Ora si esce dal Paese. E’ quello dove mi avevano bloccato all’arrivo. Stavolta non succede niente.
Fase 6: Prima di entrare nella zona che ospita i gate, un nuovo controllo passaporti. Piu’ sbrigativo.
Oggi posso dire di aver visitato l’aeroporto piu’ sicuro al mondo.
Gerusalemme/ Il soldato danzante.
August 28th, 2008
Sempre sulla strada commerciale - Ben Yehuda street - stasera c’erano questi ragazzetti che ballavano su un camion, ricoperto di scritte in ebraico. Accanto dei deejay con la kippah. Chiedo al signore del negozio di cambio che sta proprio di fronte di cosa si tratti, e mi spiega che sono dei religiosi, che si ispirano ad un rabbino, il quale voleva trasmettere felicità a tutti. Insomma, ballano per far divertire la gente. “Non mi piacciono - mi dice il signore, che indossa la kippah - Anche io sono religioso, ma quella è un’altra cosa”. Nel video si vede un soldato che, col fucile a tracolla, si mette a ballare con la gente.
Gerusalemme/Ode al waffle bar.
August 28th, 2008

Non saranno espressione della cultura medio-orientale, ma io amo i waffles. Per questo non ho potuto non prendere d’assalto il waffle bar, su Queen Shlomzion street. Questo posto vende solo questo tipo di dolce, insieme ad ogni genere di accompagnamento: dalla banana alla cioccolata. Il pubblico e i camerieri sono molto young.


Cena in un ristorante superchiccoso. Uno di quelli dove ti versano l’acqua non appena hai finito il bicchiere, e dove ti puliscono le briciole con la spazzoletta. Alla fine faccio male i conti - tra cambio e percentuale per il servizio (10/12%)- e finisco per lasciare 15 euro di mancia. Vabbè. Ecco perché la cameriera era ipersorridente.
Gerusalemme/ Di sera.
August 28th, 2008

Una delle strade principali, la sera, è Ben Yehuda street, in centro. E’ a meno di cinquecento metri dal mio hotel. Dalle 20 si anima di ogni tipo di persone, in prevalenza giovani, ma anche tante famiglie. Gli ebrei ortodossi sono pochissimi. I negozi ebrei che vendono oro e argento sono sempre aperti. Il mio preferito è uno che vende solo kippah, di ogni genere. Una gelateria italiana ha discreto successo. Ancora una volta quello che mi colpisce è la totale spensieratezza e - rispetto a quello che ci si immagina da noi di questi posti - l’approccio “light” alla sicurezza. Se da un lato tutti i locali hanno un uomo armato all’ingresso, con un metal detector, dall’altro va detto che non tutte le persone che vi entrano vengono controllate. A me è successo solo una volta, al mitico Coffee Bean: la tizia mi ha fatto aprire lo zainetto, e fine. Controlli blandi, quindi. Per strada ho visto pochi militari in servizio e qualche poliziotto. Ma sembrano essere là per chiacchierare. I ristoranti sono di ogni genere: da quelli solo kosher, al sushi (anche qui kosher), passando per quelli italiani, spagnoli, e arabi. E’ più frequente il ristorante misto - secondo la filosofia della città vecchia, del resto - dove si serve di tutto. I militari giovani in libera uscita li riconosci perché indossano qualche pezzo della divisa, o perché si portano dietro il loro fucile (mi hanno spiegato che per i 3 anni di servizio militare, sono responsabili di fronte alla perdita dell’arma). Anche il centro commerciale vicino all’hotel è un luogo d’attrazione: i negozi, però, chiudono verso le 22. Ce n’è uno che vende solo cose di Abecrombie. Sotto un video girato proprio nel centro commerciale: gente che balla in gruppo, così. L’altra sera, a Ben Yehuda street, invece, c’era un video su un rabbino. Stasera un concerto rock.

Qui le foto delle mie serate a Gerusalemme.
Betlemme/Blog-graffiti al muro.
August 28th, 2008



I graffiti - centinaia? Migliaia, data la sua lunghezza? - mi hanno fatto venire l’idea di lasciare un messaggio sul muro, a Betlemme. In verità, avevo notato già l’indirizzo di un altro sito. Convinco Giovanni - in verità ci vuole molto poco - e andiamo a comprare due bottigliette spray. Impresa non facile. Chiediamo aiuto a due palestinesi che, come prima cosa, vogliono sapere cosa ci andiamo a scrivere. Alla fine ci portano in quello che credo sia l’unico negozio di ferramenta di Betlemme. La vernice è made in the Usa (Illinois per l’esattezza). Poi ci troviamo il punto giusto. Uno dei pochi dove ancora c’è dello spazio libero. Io sarei per una posizione defilata. Invece Giovanni (in foto all’opera) vuole fare le cose in grande. Il graffito di Bansky non si tocca, è a qualche decina di metri di distanza. Che emozione. Scegliamo di scrivere sopra a “Palestine”. Peccato che sopra di noi ci sia la torretta con relativo militare di guardia. Iniziamo a scrivere, fregandocene. Ognuno scrive l’indirizzo del suo sito. Io avrei voluto aggiungerci “Make love, not war”. Ma poi Giovanni mi ha convinto con un: “You are the good ones? Please, show it”. Vernice rossa e nera. La gente, passando, si ferma a guardarci. Un tizio che sta in un negozio esce fuori e ci chiede cosa siano quei due siti. Sapesse.
Alla fine il soldato apre la finestrella blindata della torretta. Ci guarda, e sorride. Rispondiamo con un saluto.


Ramallah/ Ricordando Arafat.
August 28th, 2008

A Ramallah, 65mila anime a 900 metri sul livello del mare, non c’è moltissimo da vedere. Direi che oltre alla tomba di Arafat e il mercato (che di fatto si trova in ogni cittadina), non c’è niente. La tomba è a circa un chilometro dalla piazza principale, un crocevia caotico, dove i vigili fanno non so che cosa. I taxi suonano il clacson per chiederti se vuoi uno strappo. Zero controlli all’ingresso della tomba, un enorme monumento in marmo, con la bandiera palestinese. Davanti alla tomba ci sono due soldati. Dietro, a una cinquantina di metri di distanza, la foto di Arafat, sul tetto di una piccola palazzina. Qui ha vissuto gli ultimi anni di vita: era la sua fortificazione presidenziale, rasa al suolo dopo l’invasione della città da parte degli israeliani. La foto indica il punto in cui visse, di fatto tra le macerie. Per tornare a Gerusalemme riesco a farmi aiutare da due americane - in effetti pochi sanno l’inglese - che mi spiegano su che autobus salire. Un palestinese, che parla poche parole, mi dice solo di amare l’Italia, il nostro calcio (in particolare il Milan). “I palestinesi sono delle schiappe a calcio”, scherza. In un centro commerciale, oltre ai negozi di abiti per donne arabe (qui i cristiani sono pochissimi), noto un gioco per bambini: è una specie di carro armato. Non so perché, ma mi ha fatto impressione.

In viaggio per Ramallah.
August 28th, 2008



Per raggiungere Ramallah, scelgo di prendere un autobus collettivo da Betlemme. Quindi ripasso nuovamente al check-point, stamattina, ma stavolta neanche aprono il mio passaporto. Sul pulmino da Gerusalemme a Betlemme conosco due turisti italiani - lui di Milano, lei di Pavia - che sono in giro per una vacanza di quasi un mese. Vengono dalla Giordania, e dopo Betlemme vorrebbero andare ad Hebron. Glielo sconsiglio: non è un bel posto quello, ed è meglio andarci con una guida. La stazione dei pullman collettivi di Betlemme è in un garage, pieno di camionette gialle e di autisti che appena ti vedono iniziano ad urlare e a chiederti dove devi andare. L’autista del mio pulmino da 7 posti è un omone sui 50 anni, una camicia a scacchi, le mani rugose. Da queste parti la segnaletica stradale è un optional, e durante il viaggio mi regalerà degli splendidi sorpassi in curva - con doppio senso di marcia. Deve sbrigarsi a tornare a Betlemme per caricare altre persone. Su 7 passeggeri sono l’unico straniero. Accanto a me è seduto un ragazzo che, per fortuna, parla inglese. E’ un palestinese che si è trasferito a New York da 12 anni, e di tanto in tanto torna a trovare la moglie. Mi chiede se parlo arabo, “perché a Ramallah l’inglese non è così diffuso”. Ma la reazione inaspettata è quando gli dico che vado là per visitare la tomba di Arafat. “E che ti importa di lui?”, mi risponde. Lui non ci è mai stato, e a un certo punto scherza persino con l’autista: “Ci pensi che è venuto dall’Italia per vedere la tomba di Arafat?”. Oddio, le cose non sono proprio andate così, ma va bene lo stesso. Il viaggio è il racconto, ancora una volta, della difficile coabitazione, in terra di Palestina, con l’occupazione israeliana e con la presenza di insediamenti israeliani. Perché gli israeliani, al di qua del muro, si concretizzano sotto forma dei militari e dei coloni israeliani. Mi fa vedere su una collinetta le case degli ebrei. “Vedi? Sono in Palestina, ma io non ci posso andare, altrimenti rischio che mi sparano”, dice. “Ma loro sono più organizzati. Hanno strade in condizioni migliori. Hanno un governo buono”. E il governo della Palestina? “Non fa niente. Basta vedere le strade in che condizioni sono, neanche le strisce per terra. Guarda come vivono tante persone”. Gli dico che in Europa si ha la percezione, verso questa terra, di un posto molto pericoloso. “Vogliono farvelo credere, per non farvi venire in Palestina”, dice ancora. Intorno ad un insediamento di israeliani c’erano moltissimi olivi. Li hanno tagliati, e ora resta solo la base, morta (vedi foto in basso). “Lo hanno fatto - spiega - perché vogliono che nessun palestinese ci vada a vivere”. Al check point troviamo due soldati, giovanissimi. Io sono piegato in avanti, ma il mio compagno di viaggio mi fa segno di tirarmi su: “Altrimenti pensano che nascondi qualcosa”. Psicologia da posto di blocco. Il militare mi fa: “Che ci vai a fare a Ramallah?”. Gli rispondo che sono un turista. Mi chiede il passaporto, mentre con l’altra mano tiene il fucile. Agli altri fa domande analoghe. Quando chiude lo sportello, il mio compagno di viaggio fa: “Tranquillo, aveva voglia di fare lo stronzo”. Lasciando Ramallah (dopo posterò qualche foto), i soldati non mi chiederanno niente. Il militare sale sul pulmino - mentre l’altro è davanti al portellone, dito sul grilletto - e dà semplicemente un’occhiata veloce ai vari passeggeri (anziani e donne). Siccome sono seduto in prima fila, mentre si guarda intorno, il suo fucile è praticamente appoggiato al mio ginocchio.



Da queste parti la libera circolazione dei palestinesi è un miraggio. Ma loro sembrano averci fatto il callo.
Betlemme/ Appunti sparsi.
August 27th, 2008

- La maggior parte degli italiani che ho incontrato durante il mio viaggio gravitavano intorno alla basilica del Santo Sepolcro e quella della Natività, a Betlemme. Una coincidenza o gli amanti del profano preferiscono altri lidi?
- Molte persone toccavano sia la tomba di Gesù che il luogo in cui è nato. Perché si sente questo bisogno, e non basta essere al cospetto di quel luogo?
- I tassisti di Betlemme fanno paura. Non solo per come conciano i loro mezzi, ma anche per come guidano. Vanno ovunque - il concetto di Ztl qui non è arrivato. Addobbano le loro auto come alberi di Natale. Sono anche un po’ paraventi: se non pretendi il resto, non te lo danno.
- A Betlemme se sei cristiano tendi ad ostentarlo. Andando a scuola in divisa; portando una croce al collo; oppure sistemando un crocifisso all’ingresso della tua casa (una abitazione aveva una madonna enorme sul terrazzo). I musulmani non amano i cristiani e viceversa.
- I bambini palestinesi sono simpatici, ma hanno la tendenza a volerti spillare qualche soldo.
- La basilica della natività è di fronte ad una moschea, con la quale condivide la stessa piazza.
- La Coca Cola festeggia 10 anni di presenza in Palestina. Su alcune lattine c’era tanto di stemmino col numero 10.

- Le bibite prodotte in Palestina costano quasi la metà di quelle israeliane - e vengono vendute normalmente in con le etichette in ebraico.
- In Palestina si odiano gli israeliani, ma alcuni hanno la stella di David sulla targa dell’auto: nessuna conseguenza deleteria per il mezzo.
- Accanto ad un campo profughi c’è un hotel a cinque stelle.
- Dalle 11 alle 15 si muore di caldo. Letteralmente.
- Un palestinese ha cercato di convincermi a sponsorizzarlo per un visto, in Italia. Il suo Paese non gli piace. Era un ragazzo, sui 15 anni.
- Italiani, brava gente. Basta dire che si viene dall’Italia, che si viene accolti calorosamente.
- I dolci sono buoni. Ma sono anche un cazzotto nello stomaco, tra grasso e fritto.
Qui altre foto della giornata.

Domani vado a Ramallah. Voglio visitare la tomba di Arafat e vedere i giorni in cui ha vissuto sotto l’assedio dell’esercito israeliano. Vado solo soletto, ma dalle info raccolte è un posto friendly.
Buona notte blog.
Betlemme/ Quando i terroristi sono degli eroi.
August 27th, 2008


Betlemme è una delle città più moderate della Palestina. Sarà anche per via del flusso turistico che si registra nella basilica della natività, o per l’alta concentrazione di cristiani. Eppure qui percepisco per la prima volta dall’inizio della mia vacanza la tensione. O forse dovrei chiamarlo odio. Qui gli israeliani sono il male. Tanto per dare l’idea della visione palestinese del conflitto: sulle mappe che si vedono da queste parti c’è solo la Palestina, che include Israele. Allo stesso modo, i graffiti sui muri inneggiano ai nazisti (ho visto diverse svastiche). Il motivo? Perché uccisero molti ebrei. E’ assurdo, lo so. Nei campi profughi, poi, è tutto un fiorire di manifesti con i volti dei terroristi morti, col loro fucile in mano, e il nome degli israeliani che hanno ucciso. E’ un vanto. Chi muore per aver ucciso degli israeliani, è un eroe che deve essere trattato come tale. C’è pure un bambino, fotografato col mitra in braccio. I manifesti, in verità, si trovano anche in città. I campi profughi sono delle piccole città: niente tende, ma dignitose zone residenziali, gestite dall’Onu. Ci vivono i palestinesi che hanno perso terra e casa in Israele. Secondo alcuni, hanno tutto l’interesse a rimanere là (non pagano acqua e luce). Se parli con qualche palestinese, ti dice che l’America non è sempre sinonimo di democrazia e che Bin Laden è un mito creato dalla Cia. Ancora: Saddam Hussein era bravo, fino a quando non è andato contro gli americani. Poi è diventato cattivo. C’è stato un periodo in cui Hussein dava 1000 dollari a ogni famiglia in cui era morto un terrorista (per questo molti manifesti ancora lo ringraziano).

La democrazia sembra essersi fermata al di là del muro. Gli omosessuali hanno una sola possibilità, se non vogliono correre il rischio di essere uccisi: fuggire in Israele. L’omosessualità non è concepita: è qualcosa che non può e non deve esistere. L’intolleranza religiosa - dei musulmani verso i cristiani e gli ebrei - è il pane quotidiano, anche dei bambini. Certo, poi ci sono i palestinesi “buoni”. Ma l’aria che ho respirato oggi è quella di un posto dove non si può essere vivere liberamente. Le donne non possono camminare da sole per strada, e l’uomo è autorizzato a picchiare la moglie - senza che questa si possa lamentare alla polizia. Esempi di imbarbarimento, che da queste parti si difendono con un “é la nostra cultura”.
Betlemme/ Al di là del muro.
August 27th, 2008



La cosa che colpisce immediatamente, avvicinandosi con l’autobus al check point di Betlemme, è il muro. Se quello di Berlino era alto 4 metri, questo è il doppio. Un’opera impressionante, fatta realizzare dagli israeliani per cercare di “contenere” eventuali “invasioni” e attacchi terroristici. 680 chilometri di lunghezza, un costo di 3 milioni di dollari al chilometro. Il muro corre lungo la linea verde stabilita dagli accordi del 1967, anche se in molti punti Israele è andato oltre (a scapito della Palestina). Quel che è certo, è che dopo la costruzione di questo muro - terminato per il 60% circa - gli attentati sono diminuiti in maniera drastica. E lo stesso è avvenuto nell’area della striscia di Gaza. Per i palestinesi quel muro è una violenza, una segregazione: in molti punti sono stati separati dalle loro terre, e molti di loro devono fare su e giù attraverso i check point.




I graffiti sono la voce del muro. A parte quelli famosi di Bansky - in verità ne ho trovati alcuni a pochi metri dal muro - sono quasi tutti “artigianali”, e gridano la rabbia contro Israele. “Vinceremo”, “lo butteremo giù”, e anche “Ich bin ein Berliner”. Pure gli italiani hanno lasciato un “e un si po’ vede sto’ muro” (scritto in dialetto toscano). Non c’è punto che non sia stato toccato da chi ha voluto urlare qualcosa. Chi si batte contro il muro si ritrova sul sito www.stopthewall.org.
Betlemme/ Passando per il check point.
August 27th, 2008

Per uscire da Israele - e, ovviamente, per ritornarvi - bisogna passare per un check point, un posto di blocco controllato dall’esercito israeliano. Un modo, ovviamente, per disincentivare il passaggio dei terroristi. Gli israeliani in Palestina non ci vanno. I palestinesi, ma solo quelli che sono riusciti ad avere un visto, possono andare in Israele. Uscendo da Israele si passa solo attraverso un controllo: non c’è neanche il metal detector. Del resto se qualcuno porta una bomba in Palestina, la cosa non importa certo ad Israele. Diverso il discorso per rientrare in Israele, dove si passano tre controlli. Intanto partiamo da una considerazione: gli israeliani adottano due pesi e due misure. I turisti raramente vengono sottoposti ad una perquisizione: se il metal detector suona, come è capitato a me, neanche mi fermano. Al primo controllo viene visto il passaporto. Al secondo si passa sotto al metal detector. Un uomo e una bambina palestinesi vengono invitati a togliersi le scarpe. Lui borbotta, mentre il militare urla qualcosa in ebraico dal microfono. A me suona un po’ di tutto - ho il cellulare in tasca - ma appena il soldato, una ragazza, vede il passaporto mi fa segno di passare. Terzo e ultimo controllo, prima dell’uscita. Anche qui si sfoglia il passaporto: la ragazza, la stessa che ho trovato uscendo da Israele, mi riconosce. “Ma tu sei entrato stamattina?”. Rispondo di sì. Mi restituisce il passaporto con un sorriso.

A Betlemme ho una guida d’eccezione. Un ragazzo italiano, Giovanni (blogger anche lui), che ha scelto di venire qui a fare il volontario con i bambini palestinesi. E’ una di quelle persone con cui mi trovo subito in sintonia. Grazie a lui potrò visitare due campi profughi, e vedere la Palestina “vera”.
Gerusalemme/ Dall’alto.
August 26th, 2008


Scatti e video (il primo) realizzati dalla torre di David, accanto alla porta di Giaffa. La prima foto è la parte sinistra della città Vecchia (in rosso il Santo Sepolcro); la seconda foto è il suo proseguimento a destra (si noti la vicinanza della cupola e del muro del pianto). Il video più in basso mostra la mia salita sulla torre della chiesa luterana (!) del Redentore. Arrivato a metà, hanno iniziato a suonare le campane. Pure nella mia testa, visto il rumore.
Con ciò si chiude la mia giornata. Domani si va a Betlemme, al di là del muro. Sì, proprio quello che separa la Palestina da Israele. Vivrò, per la prima volta, cosa significhi dover passare attraverso un check point.
Buona notte blog.
Gerusalemme/Una preghiera? 4 euro.
August 26th, 2008

ll muro del pianto è stato, forse, la più grossa delusione della mia visita a Gerusalemme. I motivi sono tanti, e non li saprei descrivere tutti. Questione di sensazioni. Trattandosi di un luogo sacro, il più sacro per gli ebrei, non mi aspettavo – tanto per fare un esempio – che alcuni taxi scorrazzassero a poche decine di metri di distanza dalla parete (vedi le foto seguenti). Che quelle pietre sacre fossero imbruttite da sedie in plastica sistemate alla rinfusa (eppure c’erano pure dei leggii in legno). O, cosa ben peggiore, che venissi avvicinato in continuazione da sedicenti rabbini (così si presentavano loro, stringendomi la mano), che mi chiedevano dei soldi per la sinagoga. Assurdo. Me ne stavo tranquillamente ad osservare le persone che pregavano – il movimento che fanno è oscillante, mentre leggono il libro di preghiere – che questi venivano da me a batter cassa. Non solo rabbini: anche gente che chiedeva semplicemente l’elemosina. Il top è stato quando uno di questi mi ha preso di la mano e mi ha portato al muro, senza neanche chiedermi se fossi ebreo. A quel punto ha recitato qualcosa in ebraico e, alla fine – dopo circa 10 secondi – mi ha fatto il segno del “cash”. Segno internazionale, di due dita (indice e pollice) che si sfregano l’una contro l’altra. Gli ho dato l’equivalente di 4 euro. Da quel momento in poi, mi sono rifiutato di dare la mano a chiunque. Il muro è diviso in due parti: una, più piccola, è solo per le donne; l’altra, per gli uomini. Conosco anche un ragazzo inglese, sui 17 anni, dal quale mi faccio spiegare a cosa serva un lungo nastro nero, arrotolato intorno al braccio. La spiegazione dura una decina di minuti, e francamente mi sono perso nei meandri dell’ebraismo. Mi dice che devono pregare tre volte al giorno, e che quel nastro – arrotolato 7 volte sul braccio sinistro – si mette solo la mattina. In verità, la preghiera mattutina dovrebbe avvenire entro le 9. Ma lui ha fatto tardi, e così è venuto verso le 12. “Tra il non pregare, e il pregare tardi, è meglio la seconda”, sintetizza. Sulla fronte ha legata una scatoletta nera, con incisi alcuni versi. Alla fine mi fa: “Spero di non essere stato troppo confuso”. Lo faccio contento e gli dico di no.

L’ingresso per il muro del pianto è attaccato a quello per l’area sacra dei musulmani. I soldati sono pochissimi. Quelli che si vedono in foto sono là per pregare. Di vigilanza ne avrò contati non più di 5, in divisa. C’era anche un gatto. A Gerusalemme i cani di Tel Aviv sono stati sostituiti dai felini.
Gerusalemme/”Only muslims”.
August 26th, 2008

Il monte del Tempio si trova a poche decine di metri dal muro del pianto. Traduco: uno dei luoghi più sacri al mondo per i musulmani (è il terzo, dopo la Mecca e Medina) è praticamente attaccato al più importante santuario religioso del popolo ebraico. E non è un caso che la stessa area del monte del Tempio sia, senza ombra di dubbio, quella più carica di contrasti dell’intera città vecchia, dove in passato ci sono stati durissimi scontri. L’edificio Cupola della Roccia, infatti, sorge sulla lastra di pietra considerata sacra sia dall’islam che dall’ebraismo. Secondo l’ebraismo, questa roccia era la pietra su cui fu fondato il mondo. Qui Abramo stava per sacrificare il figlio per dimostrare la sua fede a Dio; e, sempre da qui, secondo la tradizione islamica, Maometto salì al cielo per prendere il suo posto accanto ad Allah. Prima di questa moschea c’era un tempio, prima che venisse distrutto; ne venne costuito un secondo, ma anche questo ebbe vita breve. Per intenderci: è come se buttassero giù San Pietro e ci costruissero sopra una moschea (tanto per rendere l’idea). Gli ebrei – soprattutto gli estremisti - hanno da sempre contestato il controllo di quest’area da parte dei musulmani. All’ingresso, appoggiati ad una parete, una decina di scudi della polizia (quelli usati per contenere le folle).

Gli ebrei non posso accedere all’area. All’ingresso c’è un cartello che ricorda che, secondo quanto stabilito dal rabbinato di Gerusalemme, essendo quella un’area sacra, gli ebrei non possono calpestarla. La struttura si presenta come una spianata rettangolare, lastricata di pietre antiche chiare, con vari accessi ai lati. I non-musulmani hanno un solo ingresso, l’unico con metal detector. I controlli sono blandissimi: appoggio il cellulare su un tavolino, ed entro. Neanche una perquisizione. I turisti sono pochi, ovviamente ci sono solo musulmani. C’è chi si protegge dal sole battente sedendosi sotto gli alberi. Chi prega in moschea. Un signore di Singapore mi fa i complimenti - mi sta prendendo in giro? - per la kippah legata in vita. Nella moschea i turisti non possono entrare (un vero peccato; tra l’altro la Lonely Planet non fa riferimento a questo divieto: si vede che le cose sono cambiate). Il tizio all’ingresso è lapidario: “Only muslims”.
Gerusalemme/Lungo la via Crucis.
August 26th, 2008

Se c’è qualcosa che rovina la città di Gerusalemme sono i negozi di souvenir. E’ vero, molti sono gestiti da arabi e sono “tipici”. La guida sottolinea quanto sia “divertente” contrattare sui prezzi. A me non dicono niente. I venditori sono petulanti, e camminando nei vialetti stretti, con a destra e sinistra decine di queste botteghe, è un continuo “sir, come here”, “hello, how are you”. Tutto per farti fare un salto da loro. Ci sono anche le guide improvvisate, che ti fermano solo per venire con te. Siccome io con la mia Lonely Planet mi trovo bene, non ne ho bisogno. Alla prima volta ho risposto educatamente, dalla seconda in poi ho iniziato ad essere un po’ brusco. Impormi di comprare qualcosa è l’ultima cosa che devi fare per farti trattare in maniera garbata. Anche la via Crucis o via Dolorosa si snoda lungo questi bazar. Ho iniziato a percorrerla dalla prima stazione (per chi non è pratico: la via Crucis segna il cammino che Gesù ha compiuto portando la croce fino al Calvario; in tutto 14 “stazioni”), e arrivato alla quarta una cosa assurda: per vedere il punto in cui Gesù avvistò la madre in mezzo alla folla, bisogna attraversare uno di questi negozi di souvenir! All’ingresso della settima stazione – quella dove Gesù cadde per la seconda volta in terra – c’è un venditore di snack. Incrocio molti italiani: anche un gruppo con in testa un signore che trasporta una grossa croce di legno. La via Crucis si conclude con la basilica del Santo Sepolcro: qui, secondo i cristiani, Gesù è stato crocifisso; qui è morto e risorto. La basilica ospita le ultime stazioni – dalla decima in poi. Particolare curioso: la cappella nella quale Gesù venne spogliato e dove fu crocifisso, è co-gestita: una parte dai francescani, l’altra dalla chiesa greca ortodosso. E’ un ragazzotto, un po’ sudicchiato, vestito con un lungo abito nero, barba lunga, cappello nero, a spiegarmelo. Quando si confonde tra la la decima e l’undicesima stazione faccio segno di rimproverarlo col dito per la cattiva memoria: lui sorride. Davanti alla tomba di Gesù c’è una lunga coda (vedi il video sotto). Anche qui sento diversi italiani. All’ingresso c’è un prete greco ortodosso, che fa entrare 5 persone alla volta. A. mi aveva chiesto la cortesia di recitare per lui un padre Nostro. Da semi-ateo lo faccio, aggiungendone un altro per il cuoricino di L. e per me. Già che c’ero. Meglio abbondare. Il problema è che non me lo ricordavo. Insomma, spero di non aver mischiato le cose.
Attraversare le stazioni che raccontano il calvario di Gesù ha avuto uno strano impatto su di me. L’emozione c’è, eccome. Anche nel quartiere cristiano – come dicevo prima – si mescolano pezzi di vita ebrea e musulmana. I bambini arabi sono i più simpatici in assoluto. Alcuni sono un po’ paraculi: uno, vedendo che fotografavo la sua abitazione per via dei graffiti esterni, mi chiede un euro (gli rispondo con una risata); quelli in biciclette fingono di venirti addosso, ma basta replicare con una pernacchia, e si ride tutti quanti; altri si divertono a darti indicazioni. Ne ho incrociati molti di ritorno da scuola, con gli zainetti colorati in spalla. Camminavano abbracciati. Mi aspettavo di vedere molti più francescani (e un mio lettore sa perché…), almeno nella basilica.
Gerusalemme/ Con la kefiah e il pacco.
August 26th, 2008

Prima o poi dovrò parlare in maniera approfondita del concetto di sicurezza, da queste parti. Prima,però, voglio attendere la visita a Betlemme e, probabilmente, Ramallah. Ma l’esempio che seguirà, fa già capire l’aria che tira da queste parti. A Gerusalemme convivono musulmani, ebrei, cristiani: in passato non sono mancati gli aspri conflitti, di cui oggi, però, non vedo grosse tracce. Le bancarelle arabe vendono oggettistica ebrea così come bandiere per la Palestina o crocifissi. Fatto sta che, prima di entrare nell’area considerata sacra dai musulmani di tutto il mondo, quella della cupola della roccia, un militare all’ingresso mi fa notare che ho troppa carne al vento (leggi: pantaloncini fino alle ginocchia). Mi indirizza verso un signore che mi vende una kefiah: mi fa segno di legarmela in vita, per coprire al di sotto delle ginocchia. Più tardi, dopo essere uscito dalla zona musulmana, mi lego quella kefiah in vita, e attraverso tranquillamente il quartiere ebraico e quello cristiano. Penso a cosa succederebbe se qualcuno con la kefiah si facesse vedere dalle parti del ghetto di Roma: sarebbe sicuramente vissuta come una provocazione da respingere. Entro in un negozio ebreo, in cerca di un ricordo della città Santa. Compro una menorah disegnata sulla pietra di Gerusalemme: un mattone che pesa circa 5 chili (fortuna che il mio bagaglio pesa poco). La commessa la impacchetta usando la plastica con le bollicine; infine la chiude con dello scotch da pacchi. La battuta mi viene spontanea: “Sembra una bomba!”. La ragazza scoppia a ridere. Fatto sta che, uscito da quel negozio, mi ritrovo a camminare col pacco sotto al braccio e la kefiah in vita. Penso: un potenziale terrorista da controllare. E’ anche vero che Abercrombie non va molto di moda in Palestina. In ogni caso, nel tragitto dal negozio, nella città Vecchia, all’hotel, incrocio polizia e un paio di militari. Niente di niente. Neanche un’occhiatina. Ci sono quasi rimasto male.

Le impressioni più articolate sui vari quartieri di Gerusalemme a seguire. Ora riposo un po’. Ho camminato 5 ore di seguito. Altro che via Crucis.
Gerusalemme/ Il drag show.
August 26th, 2008



E’ paradossale che mi sia trovato ad assistere al primo show di travestiti nella città santa per antonomasia. In verità è stata una scelta obbligata. A Gerusalemme non ci sono locali gay, ma solo serate a tema: una delle più popolari è quella nel bar Hakatze, su Sushan street. Il nome vuole dire “limite” - più o meno. Neanche a farlo apposta è a due passi dal mio hotel. Le mura della città vecchia sono, in linea d’aria, ad un chilometro. Il santo sepolcro a due. Arrivo verso le 22, quando tutto è ancora in fase di preparazione - il locale non ha un sito, e nel dubbio sono andato prima. L’ingresso costa circa 4 euro. I travestiti arrivano, con valigia al seguito, verso le 23. Sono cinque; ci sono anche due ragazze vestite da uomini (una ha baffi e pizzetto disegnati). Uno di loro si sta facendo truccare in strada. Per poco non inciampava sulle alte zeppe. Il seno è finto, e c’è anche chi se lo aggiusta, magari scherzando con gli amici. Nel locale, quando tutto è pronto per lo spettacolo, c’è un po’ di tutto. Molte coppie etero, e persino cinque militari (quattro ragazze e un ragazzo) in divisa (ma senza fucile). Si siedono accanto a me, ma non sembrano in vena di chiacchierare. Mi danno l’idea di essere là per curiosità. Lo spettacolo, purtroppo, è in ebraico, ma la mimica basta. Capisco qualche parola inglese, quando si scherza sul sesso: vagina, colonscopia; lesbica. Il tutto intervallato da canzoni, cantate in playback. Mi aspettavo controlli ferrei all’entrata, e invece niente di niente: una tipa col metal detector portatile sonnecchiava sulla sedia. Sono l’unico turista - e si vede. La mia preferita è stata Barbarella, capelli ricci, biondi; movimenti frenetici e una faccia che mette simpatia (terzo video in basso).

Dal profano al sacro. La giornata di domani è interamente dedicata alla visita della città vecchia. Oggi un antipasto, con i quartieri ebraici e armeni. Ora tocca a quelli musulmani e cristiani.
Buona notte blog.
Tel Aviv/Gerusalemme. Militari, per forza.
August 25th, 2008

I militari mi fanno tenerezza. Non quelli adulti, che hanno scelto questa strada per la loro vita. Ma quelli giovani, appena ventenni, che si ritrovano da un giorno all’altro con un kalashnikov sotto al braccio. C’era una frase della guida Lonely Planet che mi aveva colpito: “Ricordate che quei militari sono giovani, che avrebbero tanta voglia di essere altrove”. Un concetto che ritrovo nelle parole e negli atteggiamenti di due ragazzi con cui mi sono potuto confrontare. Shy – è la pronuncia, e non saprei proprio riscriverlo in maniera corretta – ha finito il militare da due anni. Studia arte. L’ho conosciuto nel locale Evita, nella sua serata gaya del lunedì. Sotto le armi, qui, ci si va per tre anni. Già. Alle donne ne toccano “appena” due. Lui è stato mandato a Gerusalemme, come la gran parte dei giovani. Di tanto in tanto faceva la guida al museo militare. Anche se oggi Shy è dichiarato, nell’esercito l’omosessualità non è un argomento che ha mai toccato. Nessuno dei suoi commilotoni sapeva niente. Non nasconde di sentirsi come una persona che ha buttato via tre anni della sua vita. “Avrei potuto studiare, viaggiare, fare molte altre cose, e invece mi sono dovuto mettere la divisa”. Dei palestinesi non parla male. “Non li odio”, commenta quando gli parlo del loro risentimento nei confronti degli israeliani. Certo, lui in Cisgiordania, oggi, non ci va. “Se provassi ad andare a Ramallah, mi sparerebbero”, dice serio. Scherziamo sull’interrogatorio cui mi hanno sottoposto in aeroporto. Là ci sono quasi sempre militari giovani e, dice lui, “qualche volta esagerano”. A volte si è persino rischiato un incidente diplomatico, dopo che qualche personalità politica è stata sottoposta ad una raffica di domande, come è successo a me. Non ha aneddoti da raccontarmi, sembra aver cancellato dall’album dei ricordi qui 3 anni nell’esercito. Ora ha fretta di voltare pagina, di laurearsi, e di girare il mondo. Vorrebbe andare a vivere a New York. Dell’Europa ha visto Londra e Berlino. Non dimenticherà mai quel ragazzo, alla stazione dei treni, con una svastica sul braccio. Impallidì, e si allontanò in fretta. L’altro soldato con cui ho parlato è stato il mio compagno di viaggio sul pullman che mi ha portato da Tel Aviv a Gerusalemme. Viaggio di un’ora. Alla stazione dei pullman, a Tel Aviv, mi aspettavo polizia e metal detector, e invece niente di niente. Neanche l’ombra di un agente. I miei compagni di viaggio sono ebrei ortodossi, qualche turista, e questo ragazzo, seduto accanto a me. Non ha il fucile, ma solo un grosso zaino nero. Ci scambiamo le solite parole di routine, da turista a residente. I suoi occhi si nascondono dietro a due grandi occhialoni, modello Ray Ban. La barba è incolta di qualche giorno. La camicia verde gli deve fare molto caldo: sulla schiena, prima di salire sul bus, era bagnato di sudore. E’ di Tel Aviv, ma fa il militare a Gerusalemme. Riesco a dare una sbirciatina al suo Ipod nero: ascolta “The best of 311”. La musica è alta, eppure lui, a un certo punto, si addormenta. Un cenno con la mano, ci salutiamo.

Il primo metal detector che vedo è arrivando alla stazione dei pullman di Gerusalemme. I ragazzi della sicurezza, però, sono molto discreti e non ci fanno passare tutti quanti. La pistola c’è, ma è infilata sotto ad un giubbino fluorescente. I militari, invece, presidiano la città vecchia.





