Miss elderly.

August 31st, 2008

0aacaptionthisi by you.

0aplllusucond by you.

A quanto pare il lubrificante “Number One Plus” aiuta a combattere l’acne. Lo sostiene una sua venditrice cambogiana, che lo ha usato per 3 giorni sulla sua pelle: “Alla fine della ‘cura’ i brufoli erano spariti”. Ma a quanto pare questa “moda” di spalmarsi il lubrificante sul viso è abbastanza diffusa in Cambogia. “A differenza di molti trattamenti che ho provato, questo ha funzionato in pochissimi giorni”, ha sottolineato un’altra signora. Il giornale che ha lanciato la notizia, ha ora invitato gli esperti a condurrere una ricerca sul tema.

Gerusalemme/Bacio furtivo.

August 30th, 2008

Bacio a Gerusalemme. by riverblog.

Questa coppia si baciava davanti alla porta della polizia, nella città vecchia di Gerusalemme. Quando mi hanno visto si sono allontanati.

Qui gli ultimi scatti che sono rimasti nel mio cellulare.

Giornata di assestamento. Superninne. Pensando a riprendere gradualmente il lavoro. Da lunedì. Sul serio dall’8.

Tel Aviv/L’invasione serba.

August 29th, 2008

29082008(007) by you.29082008(010) by you.

L’aeroporto di Tel Aviv era popolato da questi ragazzotti, con divisa bianca. Una ventina in tutti, fisici molto atletici. Incuriosito, ho chiesto a uno di questi chi fossero: erano appena reduci dalle qualificazioni per la coppa Uefa. Nella fattispecie, si trattava dei giocatori di una squadra di calcio serba. Arrivato a casa – ora – ho visto il risultato: hanno perso. Per la cronaca: se indossi pantaloni bianchi e mutande nere, la differenza si nota :)

29082008(008) by you.

Viaggio buono. Stavolta la business class era piena per metà. Paura del fallimento? Quindici minuti di ritardo, sopportabili. Viaggiato più comodo che all’andata: non avevo vicini di posto. Scontato l’umore cupo degli assistenti di volo: le prime pagine dei giornali erano tutte dedicate alla loro azienda. A Fiumicino delirio in coda al controllo passaporti: sguardo veloce, e via. Non c’ero più abituato. Di ritorno dalla Tunisia, insieme al figlio, Bobo Craxi.

Qui le foto del rientro.

aeroporto3 by you.aeroporto2 by you.

Sono appena arrivato in aeroporto. Correggo: sono reduce da un’ora di controlli, e sto scrivendo il post nella divina lounge ‘Dan’, al terminal C (foto a seguire: sono su un pc pubblico e non so come scaricarle qui). Tutti mi avevano parlato dei controlli in uscita, ma mai avrei pensato che sarebbero stati tosti quasi quanto quelli in entrata. Ecco i vari check, passo per passo.

Fase 0: Prima di arrivare in aeroporto, a meno di un chilometro di distanza dai terminal, c’è un posto di blocco. Ispezione normale, il soldato sale sul pulmino e chiede i passaporti ad alcuni passeggeri. A me no.

Fase 1: Appena si arriva, si viene indirizzati verso dei corridoi, delimitati da nastri blu, a seconda della destinazione. Mentre sono in fila vengo avvicinato, come gli altri, da una gentile signorina. Mi chiede il passaporto e inizia una serie di domande di rito: chi ha fatto la valigia? Qualcun altro vi ha avuto accesso? Stai trasportando qualcosa che possa assomigliare ad un’arma? Hai ricevuto regali? Alla fine del mini-interrogatorio va a chiamare il supervisor, un ragazzotto, sui 30 anni, che inizia a sfogliare il passaporto. E’ sempre un problema aver viaggiato molto, quando si raggiunge un Paese ‘sensibile’. Inizia a farmi domande sui singoli viaggi: perche’ sei stato qui, con chi eri, ecc. Quando gli dico che sono giornalista, vuole vedere il tesserino. Al termine mi appiccica un adesivo sulla valigia. C’e’ il numero 5. Solo alla fine capiro’ che non e’ un bel numero.

Fase 2: Al termine del corridoio, c’e’ il controllo ai raggi X per la valigia. Entra in una macchina abbastanza grande, e la sputa (letteralmente, e con una certa virulenza) su un nastro. Una ragazza controlla su uno schermo. Le singole valigie hanno un codice a barre, che le identifica, e registra l’immagine dei raggi x. Il computer viene aperto e inserito al contrario in un box, sul quale c’e’ scritto: “special computer screening”. Al termine di questi controlli, i buoni vengono mandati al check-in. I cattivi – cioe’ io – vengono mandati ad un check approfondito delle valigie.

Fase 3: Al banco mi aspetta una signorina con i guanti in plastica. Ci sono altre persone, quindi mi tranquillizzo un po’. Inizia ad aprire la valigia e a tirare fuori tutto. Sottolineo: tutto. Incluse le mutande sporche. Quando arriva allo pseudo-pacco bomba – la pietra di Gerusalemme con la menorah scolpita sopra – mi chiede cosa contenga. A quel punto con una penna inizia a scartarlo. “Se vuole glielo reincartiamo alla fine”, mi rassicura. Nella valigia passa una specie di bacchetta di plastica, con all’estremita’ un pezzo di stoffa bianca. Serve a vedere se hai maneggiato esplosivo. Mette la stoffa nella macchina, e ne ricava un ‘no’. Vorrei ben vedere. Questa operazione della bacchetta infilata ovunque dura un po’, e viene ripetuta un po’ su ogni capo. Mutande incluse. Controllo finito, vado al check in.

Fase 4: Uscito dal check-in si passa un nuovo controllo. A me tocca una fila dedicata. Davanti a me c’e’ un turco. Insomma, siamo a quei livelli di pericolosita’. Mi chiedono di togliermi le scarpe, di riaprire il computer, ecc. Passo nel metal detector, e il computer ripassa sotto ai raggi x. Un ragazzo ripete l’operazione con la bacchetta sul computer e su ogni cavo, incluso il caricacellulare. Ritorna, e mi fa segno di andare.

Fase 5: Il controllo passaporti: Ora si esce dal Paese. E’ quello dove mi avevano bloccato all’arrivo. Stavolta non succede niente.

Fase 6: Prima di entrare nella zona che ospita i gate, un nuovo controllo passaporti. Piu’ sbrigativo.

Oggi posso dire di aver visitato l’aeroporto piu’ sicuro al mondo.

aeroporto by you.aeroporto4 by you.29082008(028) by you.

Sempre sulla strada commerciale – Ben Yehuda street – stasera c’erano questi ragazzetti che ballavano su un camion, ricoperto di scritte in ebraico. Accanto dei deejay con la kippah. Chiedo al signore del negozio di cambio che sta proprio di fronte di cosa si tratti, e mi spiega che sono dei religiosi, che si ispirano ad un rabbino, il quale voleva trasmettere felicità a tutti. Insomma, ballano per far divertire la gente. “Non mi piacciono – mi dice il signore, che indossa la kippah – Anche io sono religioso, ma quella è un’altra cosa”. Nel video si vede un soldato che, col fucile a tracolla, si mette a ballare con la gente.

Gerusalemme/ Di sera.

August 28th, 2008

25082008(029) by you.

Una delle strade principali, la sera, è Ben Yehuda street, in centro. E’ a meno di cinquecento metri dal mio hotel. Dalle 20 si anima di ogni tipo di persone, in prevalenza giovani, ma anche tante famiglie. Gli ebrei ortodossi sono pochissimi. I negozi ebrei che vendono oro e argento sono sempre aperti. Il mio preferito è uno che vende solo kippah, di ogni genere. Una gelateria italiana ha discreto successo. Ancora una volta quello che mi colpisce è la totale spensieratezza e – rispetto a quello che ci si immagina da noi di questi posti – l’approccio “light” alla sicurezza. Se da un lato tutti i locali hanno un uomo armato all’ingresso, con un metal detector, dall’altro va detto che non tutte le persone che vi entrano vengono controllate. A me è successo solo una volta, al mitico Coffee Bean: la tizia mi ha fatto aprire lo zainetto, e fine. Controlli blandi, quindi. Per strada ho visto pochi militari in servizio e qualche poliziotto. Ma sembrano essere là per chiacchierare. I ristoranti sono di ogni genere: da quelli solo kosher, al sushi (anche qui kosher), passando per quelli italiani, spagnoli, e arabi. E’ più frequente il ristorante misto – secondo la filosofia della città vecchia, del resto – dove si serve di tutto. I militari giovani in libera uscita li riconosci perché indossano qualche pezzo della divisa, o perché si portano dietro il loro fucile (mi hanno spiegato che per i 3 anni di servizio militare, sono responsabili di fronte alla perdita dell’arma). Anche il centro commerciale vicino all’hotel è un luogo d’attrazione: i negozi, però, chiudono verso le 22. Ce n’è uno che vende solo cose di Abecrombie. Sotto un video girato proprio nel centro commerciale: gente che balla in gruppo, così. L’altra sera, a Ben Yehuda street, invece, c’era un video su un rabbino. Stasera un concerto rock.

25082008(028) by you.

Qui le foto delle mie serate a Gerusalemme.

 photo 28082008006.jpg photo 28082008010.jpg

I graffiti – centinaia? Migliaia, data la sua lunghezza? – mi hanno fatto venire l’idea di lasciare un messaggio sul muro, a Betlemme. In verità, avevo notato già l’indirizzo di un altro sito. Convinco Giovanni – in verità ci vuole molto poco – e andiamo a comprare due bottigliette spray. Impresa non facile. Chiediamo aiuto a due palestinesi che, come prima cosa, vogliono sapere cosa ci andiamo a scrivere. Alla fine ci portano in quello che credo sia l’unico negozio di ferramenta di Betlemme. La vernice è made in the Usa (Illinois per l’esattezza). Poi ci troviamo il punto giusto. Uno dei pochi dove ancora c’è dello spazio libero. Io sarei per una posizione defilata. Invece Giovanni (in foto all’opera) vuole fare le cose in grande. Il graffito di Bansky non si tocca, è a qualche decina di metri di distanza. Che emozione. Scegliamo di scrivere sopra a “Palestine”. Peccato che sopra di noi ci sia la torretta con relativo militare di guardia. Iniziamo a scrivere, fregandocene. Ognuno scrive l’indirizzo del suo sito. Io avrei voluto aggiungerci “Make love, not war”. Ma poi Giovanni mi ha convinto con un: “You are the good ones? Please, show it”. Vernice rossa e nera. La gente, passando, si ferma a guardarci. Un tizio che sta in un negozio esce fuori e ci chiede cosa siano quei due siti. Sapesse.

 photo 28082008004.jpg

Alla fine il soldato apre la finestrella blindata della torretta. Ci guarda, e sorride. Rispondiamo con un saluto.

Ramallah/ Ricordando Arafat.

August 28th, 2008

28082008(020) by you.

A Ramallah, 65mila anime a 900 metri sul livello del mare, non c’è moltissimo da vedere. Direi che oltre alla tomba di Arafat e il mercato (che di fatto si trova in ogni cittadina), non c’è niente. La tomba è a circa un chilometro dalla piazza principale, un crocevia caotico, dove i vigili fanno non so che cosa. I taxi suonano il clacson per chiederti se vuoi uno strappo. Zero controlli all’ingresso della tomba, un enorme monumento in marmo, con la bandiera palestinese. Davanti alla tomba ci sono due soldati. Dietro, a una cinquantina di metri di distanza, la foto di Arafat, sul tetto di una piccola palazzina. Qui ha vissuto gli ultimi anni di vita: era la sua fortificazione presidenziale, rasa al suolo dopo l’invasione della città da parte degli israeliani. La foto indica il punto in cui visse, di fatto tra le macerie. Per tornare a Gerusalemme riesco a farmi aiutare da due americane – in effetti pochi sanno l’inglese – che mi spiegano su che autobus salire. Un palestinese, che parla poche parole, mi dice solo di amare l’Italia, il nostro calcio (in particolare il Milan). “I palestinesi sono delle schiappe a calcio”, scherza. In un centro commerciale, oltre ai negozi di abiti per donne arabe (qui i cristiani sono pochissimi), noto un gioco per bambini: è una specie di carro armato. Non so perché, ma mi ha fatto impressione.

28082008(027) by you.

Qui le foto da Ramallah.

In viaggio per Ramallah.

August 28th, 2008

28082008(015) by you.28082008(033) by you.28082008(016) by you.

Per raggiungere Ramallah, scelgo di prendere un autobus collettivo da Betlemme. Quindi ripasso nuovamente al check-point, stamattina, ma stavolta neanche aprono il mio passaporto. Sul pulmino da Gerusalemme a Betlemme conosco due turisti italiani – lui di Milano, lei di Pavia – che sono in giro per una vacanza di quasi un mese. Vengono dalla Giordania, e dopo Betlemme vorrebbero andare ad Hebron. Glielo sconsiglio: non è un bel posto quello, ed è meglio andarci con una guida. La stazione dei pullman collettivi di Betlemme è in un garage, pieno di camionette gialle e di autisti che appena ti vedono iniziano ad urlare e a chiederti dove devi andare. L’autista del mio pulmino da 7 posti  è un omone sui 50 anni, una camicia a scacchi, le mani rugose. Da queste parti la segnaletica stradale è un optional, e durante il viaggio mi regalerà degli splendidi sorpassi in curva – con doppio senso di marcia. Deve sbrigarsi a tornare a Betlemme per caricare altre persone. Su 7 passeggeri sono l’unico straniero. Accanto a me è seduto un ragazzo che, per fortuna, parla inglese. E’ un palestinese che si è trasferito a New York da 12 anni, e di tanto in tanto torna a trovare la moglie. Mi chiede se parlo arabo, “perché a Ramallah l’inglese non è così diffuso”. Ma la reazione inaspettata è quando gli dico che vado là per visitare la tomba di Arafat. “E che ti importa di lui?”, mi risponde. Lui non ci è mai stato, e a un certo punto scherza persino con l’autista: “Ci pensi che è venuto dall’Italia per vedere la tomba di Arafat?”. Oddio, le cose non sono proprio andate così, ma va bene lo stesso. Il viaggio è il racconto, ancora una volta, della difficile coabitazione, in terra di Palestina, con l’occupazione israeliana e con la presenza di insediamenti israeliani. Perché gli israeliani, al di qua del muro, si concretizzano sotto forma dei militari e dei coloni israeliani. Mi fa vedere su una collinetta le case degli ebrei. “Vedi? Sono in Palestina, ma io non ci posso andare, altrimenti rischio che mi sparano”, dice. “Ma loro sono più organizzati. Hanno strade in condizioni migliori. Hanno un governo buono”. E il governo della Palestina? “Non fa niente. Basta vedere le strade in che condizioni sono, neanche le strisce per terra. Guarda come vivono tante persone”. Gli dico che in Europa si ha la percezione, verso questa terra, di un posto molto pericoloso. “Vogliono farvelo credere, per non farvi venire in Palestina”, dice ancora. Intorno ad un insediamento di israeliani c’erano moltissimi olivi. Li hanno tagliati, e ora resta solo la base, morta (vedi foto in basso). “Lo hanno fatto – spiega – perché vogliono che nessun palestinese ci vada a vivere”. Al check point troviamo due soldati, giovanissimi. Io sono piegato in avanti, ma il mio compagno di viaggio mi fa segno di tirarmi su: “Altrimenti pensano che nascondi qualcosa”. Psicologia da posto di blocco. Il militare mi fa: “Che ci vai a fare a Ramallah?”. Gli rispondo che sono un turista. Mi chiede il passaporto, mentre con l’altra mano tiene il fucile. Agli altri fa domande analoghe. Quando chiude lo sportello, il mio compagno di viaggio fa: “Tranquillo, aveva voglia di fare lo stronzo”. Lasciando Ramallah (dopo posterò qualche foto), i soldati non mi chiederanno niente. Il militare sale sul pulmino – mentre l’altro è davanti al portellone, dito sul grilletto – e dà semplicemente un’occhiata veloce ai vari passeggeri (anziani e donne). Siccome sono seduto in prima fila, mentre si guarda intorno, il suo fucile è praticamente appoggiato al mio ginocchio.

28082008(017) by you.28082008(013) by you.28082008(014) by you.

Da queste parti la libera circolazione dei palestinesi è un miraggio. Ma loro sembrano averci fatto il callo.

Betlemme/ Appunti sparsi.

August 27th, 2008

27082008(045) by you.

– La maggior parte degli italiani che ho incontrato durante il mio viaggio gravitavano intorno alla basilica del Santo Sepolcro e quella della Natività, a Betlemme. Una coincidenza o gli amanti del profano preferiscono altri lidi?
– Molte persone toccavano sia la tomba di Gesù che il luogo in cui è nato. Perché si sente questo bisogno, e non basta essere al cospetto di quel luogo?
– I tassisti di Betlemme fanno paura. Non solo per come conciano i loro mezzi, ma anche per come guidano. Vanno ovunque – il concetto di Ztl qui non è arrivato. Addobbano le loro auto come alberi di Natale. Sono anche un po’ paraventi: se non pretendi il resto, non te lo danno.
– A Betlemme se sei cristiano tendi ad ostentarlo. Andando a scuola in divisa; portando una croce al collo; oppure sistemando un crocifisso all’ingresso della tua casa (una abitazione aveva una madonna enorme sul terrazzo). I musulmani non amano i cristiani e viceversa.
– I bambini palestinesi sono simpatici, ma hanno la tendenza a volerti spillare qualche soldo.
– La basilica della natività è di fronte ad una moschea, con la quale condivide la stessa piazza.
– La Coca Cola festeggia 10 anni di presenza in Palestina. Su alcune lattine c’era tanto di stemmino col numero 10.

culturisti by you.

– Le bibite prodotte in Palestina costano quasi la metà di quelle israeliane – e vengono vendute normalmente in con le etichette in ebraico.
– In Palestina si odiano gli israeliani, ma alcuni hanno la stella di David sulla targa dell’auto: nessuna conseguenza deleteria per il mezzo.
– Accanto ad un campo profughi c’è un hotel a cinque stelle.
– Dalle 11 alle 15 si muore di caldo. Letteralmente.
– Un palestinese ha cercato di convincermi a sponsorizzarlo per un visto, in Italia. Il suo Paese non gli piace. Era un ragazzo, sui 15 anni.
– Italiani, brava gente. Basta dire che si viene dall’Italia, che si viene accolti calorosamente.
– I dolci sono buoni. Ma sono anche un cazzotto nello stomaco, tra grasso e fritto.

Qui altre foto della giornata.

27082008(044) by you.

Domani vado a Ramallah. Voglio visitare la tomba di Arafat e vedere i giorni in cui ha vissuto sotto l’assedio dell’esercito israeliano. Vado solo soletto, ma dalle info raccolte è un posto friendly.

Buona notte blog.

27082008(029) by you.27082008(012) by you.

Betlemme è una delle città più moderate della Palestina. Sarà anche per via del flusso turistico che si registra nella basilica della natività, o per l’alta concentrazione di cristiani. Eppure qui percepisco per la prima volta dall’inizio della mia vacanza la tensione. O forse dovrei chiamarlo odio. Qui gli israeliani sono il male. Tanto per dare l’idea della visione palestinese del conflitto: sulle mappe che si vedono da queste parti c’è solo la Palestina, che include Israele. Allo stesso modo, i graffiti sui muri inneggiano ai nazisti (ho visto diverse svastiche). Il motivo? Perché uccisero molti ebrei. E’ assurdo, lo so. Nei campi profughi, poi, è tutto un fiorire di manifesti con i volti dei terroristi morti, col loro fucile in mano, e il nome degli israeliani che hanno ucciso. E’ un vanto. Chi muore per aver ucciso degli israeliani, è un eroe che deve essere trattato come tale. C’è pure un bambino, fotografato col mitra in braccio. I manifesti, in verità, si trovano anche in città. I campi profughi sono delle piccole città: niente tende, ma dignitose zone residenziali, gestite dall’Onu. Ci vivono i palestinesi che hanno perso terra e casa in Israele. Secondo alcuni, hanno tutto l’interesse a rimanere là (non pagano acqua e luce). Se parli con qualche palestinese, ti dice che l’America non è sempre sinonimo di democrazia e che Bin Laden è un mito creato dalla Cia. Ancora: Saddam Hussein era bravo, fino a quando non è andato contro gli americani. Poi è diventato cattivo. C’è stato un periodo in cui Hussein dava 1000 dollari a ogni famiglia in cui era morto un terrorista (per questo molti manifesti ancora lo ringraziano).

27082008(033) by you.

La democrazia sembra essersi fermata al di là del muro. Gli omosessuali hanno una sola possibilità, se non vogliono correre il rischio di essere uccisi: fuggire in Israele. L’omosessualità non è concepita: è qualcosa che non può e non deve esistere. L’intolleranza religiosa – dei musulmani verso i cristiani e gli ebrei – è il pane quotidiano, anche dei bambini. Certo, poi ci sono i palestinesi “buoni”. Ma l’aria che ho respirato oggi è quella di un posto dove non si può essere vivere liberamente. Le donne non possono camminare da sole per strada, e l’uomo è autorizzato a picchiare la moglie – senza che questa si possa lamentare alla polizia. Esempi di imbarbarimento, che da queste parti si difendono con un “é la nostra cultura”.

Qui altre foto.

Betlemme/ Al di là del muro.

August 27th, 2008

muropalestina5 by you.muropalestina7 by you.muropalestina6 by you.

La cosa che colpisce immediatamente, avvicinandosi con l’autobus al check point di Betlemme, è il muro. Se quello di Berlino era alto 4 metri, questo è il doppio. Un’opera impressionante, fatta realizzare dagli israeliani per cercare di “contenere” eventuali “invasioni” e attacchi terroristici. 680 chilometri di lunghezza, un costo di 3 milioni di dollari al chilometro. Il muro corre lungo la linea verde stabilita dagli accordi del 1967, anche se in molti punti Israele è andato oltre (a scapito della Palestina). Quel che è certo, è che dopo la costruzione di questo muro – terminato per il 60% circa – gli attentati sono diminuiti in maniera drastica. E lo stesso è avvenuto nell’area della striscia di Gaza. Per i palestinesi quel muro è una violenza, una segregazione: in molti punti sono stati separati dalle loro terre, e molti di loro devono fare su e giù attraverso i check point.

muropalestina4 by you.muropalestina3 by you.muropalestina2 by you.muropalestina by you.

I graffiti sono la voce del muro. A parte quelli famosi di Bansky – in verità ne ho trovati alcuni a pochi metri dal muro – sono quasi tutti “artigianali”, e gridano la rabbia contro Israele. “Vinceremo”, “lo butteremo giù”, e anche “Ich bin ein Berliner”. Pure gli italiani hanno lasciato un “e un si po’ vede sto’ muro” (scritto in dialetto toscano). Non c’è punto che non sia stato toccato da chi ha voluto urlare qualcosa. Chi si batte contro il muro si ritrova sul sito www.stopthewall.org.