Tel Aviv/ Gli interrogatori.

August 23rd, 2008

Ci sono moltissime favole circa le interviste che vengono realizzate dal personale dell’immigrazione – che, a quanto ne so, fa parte dell’esercito – alle persone che vengono per la prima volta in Israele. Vari miei amici mi avevano avvertito – inclusi alcuni commentatori del blog. Domande approfondite, anche di tipo privato. Posso dire che è tutto tremendamente vero: più che di interviste, bisogna parlare di veri e propri interrogatori.

Aeroporto Ben Gurion. by you.

Esco dall’aereo e mi incammino verso l’uscita, che precede il ritiro bagagli. Un lungo corridoio, con un’enorme vetrata sulla sinistra. In fondo ci sono una ventina di sportelli riservati agli israeliani. Solo due (sì, 2) agli stranieri. La tizia sfoglia il mio passaporto, e non fa facce strane. Mi chiede il motivo della visita, con chi sono venuto (ero solo allo sportello…). Tutte cose normali, che fanno pure in America. A un certo punto mi restituisce il passaporto: in quell’istante arriva da dietro un signore, in divisa, che me lo prende e mi chiede di seguirlo. Penso che la tipa lo abbia avvisato con un pulsante. Mi porta in una stanza enorme, vuota. In televisione danno le olimpiadi, in israeliano. Mi lascia là. Continuo a rimanere da solo. Entro un po’ nel pallone, mi smessaggio con L. Dopo 10 minuti arriva una ragazza. “Mi segua”. Entro in una stanzetta minuscola, due metri per due. Al di là del tavolo, un’altra ragazza. Una grossa bandiera israeliana è appesa sopra al computer. Inizia l’interrogatorio. La ragazza che mi è venuta a prendere è seduta accanto a me, e appunta le risposte su un foglio sul quale hanno fotocopiato il mio passaporto. Eccone alcuni passi salienti. Come sempre non inventerò niente.

“Come mai è venuto da solo in Israele?” Preferisco glissare su L: “Mi piace viaggiare da solo”.
Dove alloggerà? Ha intenzione di visitare altre città? Quali? Si incontrerà con qualcuno? Conosce qualcuno in Israele? (
Rispondo Tel Aviv e Gerusalemme, glissando su altri itinerari). Le ultime due domande mi saranno ripetute almeno due volte.
Mi fa vedere la sua guida turistica? (riconosce la Lonely Planet).
Lei viaggia molto. Che lavoro fa?
Mi fa vedere il tesserino da giornalista? Dove lavora? Di cosa si occupa? Ma è qui per vacanza o lavoro?

L’anno scorso è stato in Libano. Perché? Con chi è stato? In che rapporti era col suo compagno di viaggio? Da quanto tempo lo conosce?
A Roma dove vive? Mi dà il suo numero di casa? Già che ci siamo anche il cellulare e l’email.
In Libano ha fatto amicizia con qualcuno?
Rispondo col tassista: “Da allora vi siete risentiti?”. Ancora: “Possibile che in 5 giorni in Libano non abbia conosciuto nessuno?”.

Sospiro di sollievo. La ragazza mi dà la mano. Gentilmente mi suggerisce di non farmi timbrare il passaporto: alcuni stati arabi non ammettono visitatori che hanno il timbro israeliano. Così mi rilascia un bigliettino bianco timbrato. Ci salutiamo, e mi augura buona vacanza. Mi avvicino verso il rullo delle valigie, prima di essere sottoposto ad un altro controllo passaporti. Penso che questa sia una formalità, dopo la prima intervista. Si avvicina un tizio. “Sono della security, vorrei farle alcune domande”. Ci risiamo. Ne spara a raffica.

In che hotel alloggia? Mi fa vedere la prenotazione? Come mai non ce l’ha? (Gli spiego che ho due email di conferma)
Posso vedere la sua guida turistica? (La sfoglia, soffermandosi soprattutto sulle immagini).
Quanti soldi ha con se? Ha una carta di credito? Chi conosce in Israele? Dove vuole andare? A Tel Aviv cosa ha pensato di fare?
Sfogliando il passaporto: “Come mai è stato in Cina?”. “Sono giornalista”. E di nuovo: tesserino da giornalista, dove lavora, di cosa si occupa, ecc.

Mi ridà il passaporto. E’ finita. Per la prima volta la valigia è arrivata sul rullo prima di me.

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