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ll muro del pianto è stato, forse, la più grossa delusione della mia visita a Gerusalemme. I motivi sono tanti, e non li saprei descrivere tutti. Questione di sensazioni. Trattandosi di un luogo sacro, il più sacro per gli ebrei, non mi aspettavo – tanto per fare un esempio – che alcuni taxi scorrazzassero a poche decine di metri di distanza dalla parete (vedi le foto seguenti). Che quelle pietre sacre fossero imbruttite da sedie in plastica sistemate alla rinfusa (eppure c’erano pure dei leggii in legno). O, cosa ben peggiore, che venissi avvicinato in continuazione da sedicenti rabbini (così si presentavano loro, stringendomi la mano), che mi chiedevano dei soldi per la sinagoga. Assurdo. Me ne stavo tranquillamente ad osservare le persone che pregavano – il movimento che fanno è oscillante, mentre leggono il libro di preghiere – che questi venivano da me a batter cassa. Non solo rabbini: anche gente che chiedeva semplicemente l’elemosina. Il top è stato quando uno di questi mi ha preso di la mano e mi ha portato al muro, senza neanche chiedermi se fossi ebreo. A quel punto ha recitato qualcosa in ebraico e, alla fine – dopo circa 10 secondi – mi ha fatto il segno del “cash”. Segno internazionale, di due dita (indice e pollice) che si sfregano l’una contro l’altra. Gli ho dato l’equivalente di 4 euro. Da quel momento in poi, mi sono rifiutato di dare la mano a chiunque. Il muro è diviso in due parti: una, più piccola, è solo per le donne; l’altra, per gli uomini. Conosco anche un ragazzo inglese, sui 17 anni, dal quale mi faccio spiegare a cosa serva un lungo nastro nero, arrotolato intorno al braccio. La spiegazione dura una decina di minuti, e francamente mi sono perso nei meandri dell’ebraismo. Mi dice che devono pregare tre volte al giorno, e che quel nastro – arrotolato 7 volte sul braccio sinistro – si mette solo la mattina. In verità, la preghiera mattutina dovrebbe avvenire entro le 9. Ma lui ha fatto tardi, e così è venuto verso le 12. “Tra il non pregare, e il pregare tardi, è meglio la seconda”, sintetizza. Sulla fronte ha legata una scatoletta nera, con incisi alcuni versi. Alla fine mi fa: “Spero di non essere stato troppo confuso”. Lo faccio contento e gli dico di no.

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L’ingresso per il muro del pianto è attaccato a quello per l’area sacra dei musulmani. I soldati sono pochissimi. Quelli che si vedono in foto sono là per pregare. Di vigilanza ne avrò contati non più di 5, in divisa. C’era anche un gatto. A Gerusalemme i cani di Tel Aviv sono stati sostituiti dai felini.

Qui le altre foto.

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5 Responses to “Gerusalemme/Una preghiera? 4 euro.”

  1. byb Says:

    i versi (della torah?) non dovrebbero essere su una pergamena messa dentro la scatoletta?

  2. Gan Says:

    Sono i “tefillin”, due scatolette di cuoio che si portano allacciate alla testa ed al braccio durante la preghiera. Contengono brani rituali della Torah scritti su pergamena in cui si riporta la Mitzvah dei tefillin.
    Indossare i tefillin durante la preghiera del mattino è un precetto della Torah.

  3. sliver Says:

    L’hai inserito un messaggio nelle fessure del muro?

  4. river Says:

    No sliver. Perché avrei dovuto? Non sono ebreo.

    Gan, grazie!

  5. Gan Says:

    Riv, se non ricordo male anche papa Woitila infilò un bigliettino nelle fessure del Muro. Non credo che sia necessario essere ebrei per farlo.

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