In viaggio per Ramallah.

August 28th, 2008

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Per raggiungere Ramallah, scelgo di prendere un autobus collettivo da Betlemme. Quindi ripasso nuovamente al check-point, stamattina, ma stavolta neanche aprono il mio passaporto. Sul pulmino da Gerusalemme a Betlemme conosco due turisti italiani - lui di Milano, lei di Pavia - che sono in giro per una vacanza di quasi un mese. Vengono dalla Giordania, e dopo Betlemme vorrebbero andare ad Hebron. Glielo sconsiglio: non è un bel posto quello, ed è meglio andarci con una guida. La stazione dei pullman collettivi di Betlemme è in un garage, pieno di camionette gialle e di autisti che appena ti vedono iniziano ad urlare e a chiederti dove devi andare. L’autista del mio pulmino da 7 posti  è un omone sui 50 anni, una camicia a scacchi, le mani rugose. Da queste parti la segnaletica stradale è un optional, e durante il viaggio mi regalerà degli splendidi sorpassi in curva - con doppio senso di marcia. Deve sbrigarsi a tornare a Betlemme per caricare altre persone. Su 7 passeggeri sono l’unico straniero. Accanto a me è seduto un ragazzo che, per fortuna, parla inglese. E’ un palestinese che si è trasferito a New York da 12 anni, e di tanto in tanto torna a trovare la moglie. Mi chiede se parlo arabo, “perché a Ramallah l’inglese non è così diffuso”. Ma la reazione inaspettata è quando gli dico che vado là per visitare la tomba di Arafat. “E che ti importa di lui?”, mi risponde. Lui non ci è mai stato, e a un certo punto scherza persino con l’autista: “Ci pensi che è venuto dall’Italia per vedere la tomba di Arafat?”. Oddio, le cose non sono proprio andate così, ma va bene lo stesso. Il viaggio è il racconto, ancora una volta, della difficile coabitazione, in terra di Palestina, con l’occupazione israeliana e con la presenza di insediamenti israeliani. Perché gli israeliani, al di qua del muro, si concretizzano sotto forma dei militari e dei coloni israeliani. Mi fa vedere su una collinetta le case degli ebrei. “Vedi? Sono in Palestina, ma io non ci posso andare, altrimenti rischio che mi sparano”, dice. “Ma loro sono più organizzati. Hanno strade in condizioni migliori. Hanno un governo buono”. E il governo della Palestina? “Non fa niente. Basta vedere le strade in che condizioni sono, neanche le strisce per terra. Guarda come vivono tante persone”. Gli dico che in Europa si ha la percezione, verso questa terra, di un posto molto pericoloso. “Vogliono farvelo credere, per non farvi venire in Palestina”, dice ancora. Intorno ad un insediamento di israeliani c’erano moltissimi olivi. Li hanno tagliati, e ora resta solo la base, morta (vedi foto in basso). “Lo hanno fatto - spiega - perché vogliono che nessun palestinese ci vada a vivere”. Al check point troviamo due soldati, giovanissimi. Io sono piegato in avanti, ma il mio compagno di viaggio mi fa segno di tirarmi su: “Altrimenti pensano che nascondi qualcosa”. Psicologia da posto di blocco. Il militare mi fa: “Che ci vai a fare a Ramallah?”. Gli rispondo che sono un turista. Mi chiede il passaporto, mentre con l’altra mano tiene il fucile. Agli altri fa domande analoghe. Quando chiude lo sportello, il mio compagno di viaggio fa: “Tranquillo, aveva voglia di fare lo stronzo”. Lasciando Ramallah (dopo posterò qualche foto), i soldati non mi chiederanno niente. Il militare sale sul pulmino - mentre l’altro è davanti al portellone, dito sul grilletto - e dà semplicemente un’occhiata veloce ai vari passeggeri (anziani e donne). Siccome sono seduto in prima fila, mentre si guarda intorno, il suo fucile è praticamente appoggiato al mio ginocchio.

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Da queste parti la libera circolazione dei palestinesi è un miraggio. Ma loro sembrano averci fatto il callo.

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One Response to “In viaggio per Ramallah.”

  1. cinziagracchia Says:

    La publicità della Algida mi mancava

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