Betlemme/ Al di là del muro.
August 27th, 2008



La cosa che colpisce immediatamente, avvicinandosi con l’autobus al check point di Betlemme, è il muro. Se quello di Berlino era alto 4 metri, questo è il doppio. Un’opera impressionante, fatta realizzare dagli israeliani per cercare di “contenere” eventuali “invasioni” e attacchi terroristici. 680 chilometri di lunghezza, un costo di 3 milioni di dollari al chilometro. Il muro corre lungo la linea verde stabilita dagli accordi del 1967, anche se in molti punti Israele è andato oltre (a scapito della Palestina). Quel che è certo, è che dopo la costruzione di questo muro - terminato per il 60% circa - gli attentati sono diminuiti in maniera drastica. E lo stesso è avvenuto nell’area della striscia di Gaza. Per i palestinesi quel muro è una violenza, una segregazione: in molti punti sono stati separati dalle loro terre, e molti di loro devono fare su e giù attraverso i check point.




I graffiti sono la voce del muro. A parte quelli famosi di Bansky - in verità ne ho trovati alcuni a pochi metri dal muro - sono quasi tutti “artigianali”, e gridano la rabbia contro Israele. “Vinceremo”, “lo butteremo giù”, e anche “Ich bin ein Berliner”. Pure gli italiani hanno lasciato un “e un si po’ vede sto’ muro” (scritto in dialetto toscano). Non c’è punto che non sia stato toccato da chi ha voluto urlare qualcosa. Chi si batte contro il muro si ritrova sul sito www.stopthewall.org.
Betlemme/ Passando per il check point.
August 27th, 2008

Per uscire da Israele - e, ovviamente, per ritornarvi - bisogna passare per un check point, un posto di blocco controllato dall’esercito israeliano. Un modo, ovviamente, per disincentivare il passaggio dei terroristi. Gli israeliani in Palestina non ci vanno. I palestinesi, ma solo quelli che sono riusciti ad avere un visto, possono andare in Israele. Uscendo da Israele si passa solo attraverso un controllo: non c’è neanche il metal detector. Del resto se qualcuno porta una bomba in Palestina, la cosa non importa certo ad Israele. Diverso il discorso per rientrare in Israele, dove si passano tre controlli. Intanto partiamo da una considerazione: gli israeliani adottano due pesi e due misure. I turisti raramente vengono sottoposti ad una perquisizione: se il metal detector suona, come è capitato a me, neanche mi fermano. Al primo controllo viene visto il passaporto. Al secondo si passa sotto al metal detector. Un uomo e una bambina palestinesi vengono invitati a togliersi le scarpe. Lui borbotta, mentre il militare urla qualcosa in ebraico dal microfono. A me suona un po’ di tutto - ho il cellulare in tasca - ma appena il soldato, una ragazza, vede il passaporto mi fa segno di passare. Terzo e ultimo controllo, prima dell’uscita. Anche qui si sfoglia il passaporto: la ragazza, la stessa che ho trovato uscendo da Israele, mi riconosce. “Ma tu sei entrato stamattina?”. Rispondo di sì. Mi restituisce il passaporto con un sorriso.

A Betlemme ho una guida d’eccezione. Un ragazzo italiano, Giovanni (blogger anche lui), che ha scelto di venire qui a fare il volontario con i bambini palestinesi. E’ una di quelle persone con cui mi trovo subito in sintonia. Grazie a lui potrò visitare due campi profughi, e vedere la Palestina “vera”.
Gerusalemme/ Dall’alto.
August 26th, 2008


Scatti e video (il primo) realizzati dalla torre di David, accanto alla porta di Giaffa. La prima foto è la parte sinistra della città Vecchia (in rosso il Santo Sepolcro); la seconda foto è il suo proseguimento a destra (si noti la vicinanza della cupola e del muro del pianto). Il video più in basso mostra la mia salita sulla torre della chiesa luterana (!) del Redentore. Arrivato a metà, hanno iniziato a suonare le campane. Pure nella mia testa, visto il rumore.
Con ciò si chiude la mia giornata. Domani si va a Betlemme, al di là del muro. Sì, proprio quello che separa la Palestina da Israele. Vivrò, per la prima volta, cosa significhi dover passare attraverso un check point.
Buona notte blog.
Gerusalemme/Una preghiera? 4 euro.
August 26th, 2008

ll muro del pianto è stato, forse, la più grossa delusione della mia visita a Gerusalemme. I motivi sono tanti, e non li saprei descrivere tutti. Questione di sensazioni. Trattandosi di un luogo sacro, il più sacro per gli ebrei, non mi aspettavo – tanto per fare un esempio – che alcuni taxi scorrazzassero a poche decine di metri di distanza dalla parete (vedi le foto seguenti). Che quelle pietre sacre fossero imbruttite da sedie in plastica sistemate alla rinfusa (eppure c’erano pure dei leggii in legno). O, cosa ben peggiore, che venissi avvicinato in continuazione da sedicenti rabbini (così si presentavano loro, stringendomi la mano), che mi chiedevano dei soldi per la sinagoga. Assurdo. Me ne stavo tranquillamente ad osservare le persone che pregavano – il movimento che fanno è oscillante, mentre leggono il libro di preghiere – che questi venivano da me a batter cassa. Non solo rabbini: anche gente che chiedeva semplicemente l’elemosina. Il top è stato quando uno di questi mi ha preso di la mano e mi ha portato al muro, senza neanche chiedermi se fossi ebreo. A quel punto ha recitato qualcosa in ebraico e, alla fine – dopo circa 10 secondi – mi ha fatto il segno del “cash”. Segno internazionale, di due dita (indice e pollice) che si sfregano l’una contro l’altra. Gli ho dato l’equivalente di 4 euro. Da quel momento in poi, mi sono rifiutato di dare la mano a chiunque. Il muro è diviso in due parti: una, più piccola, è solo per le donne; l’altra, per gli uomini. Conosco anche un ragazzo inglese, sui 17 anni, dal quale mi faccio spiegare a cosa serva un lungo nastro nero, arrotolato intorno al braccio. La spiegazione dura una decina di minuti, e francamente mi sono perso nei meandri dell’ebraismo. Mi dice che devono pregare tre volte al giorno, e che quel nastro – arrotolato 7 volte sul braccio sinistro – si mette solo la mattina. In verità, la preghiera mattutina dovrebbe avvenire entro le 9. Ma lui ha fatto tardi, e così è venuto verso le 12. “Tra il non pregare, e il pregare tardi, è meglio la seconda”, sintetizza. Sulla fronte ha legata una scatoletta nera, con incisi alcuni versi. Alla fine mi fa: “Spero di non essere stato troppo confuso”. Lo faccio contento e gli dico di no.

L’ingresso per il muro del pianto è attaccato a quello per l’area sacra dei musulmani. I soldati sono pochissimi. Quelli che si vedono in foto sono là per pregare. Di vigilanza ne avrò contati non più di 5, in divisa. C’era anche un gatto. A Gerusalemme i cani di Tel Aviv sono stati sostituiti dai felini.
Gerusalemme/”Only muslims”.
August 26th, 2008

Il monte del Tempio si trova a poche decine di metri dal muro del pianto. Traduco: uno dei luoghi più sacri al mondo per i musulmani (è il terzo, dopo la Mecca e Medina) è praticamente attaccato al più importante santuario religioso del popolo ebraico. E non è un caso che la stessa area del monte del Tempio sia, senza ombra di dubbio, quella più carica di contrasti dell’intera città vecchia, dove in passato ci sono stati durissimi scontri. L’edificio Cupola della Roccia, infatti, sorge sulla lastra di pietra considerata sacra sia dall’islam che dall’ebraismo. Secondo l’ebraismo, questa roccia era la pietra su cui fu fondato il mondo. Qui Abramo stava per sacrificare il figlio per dimostrare la sua fede a Dio; e, sempre da qui, secondo la tradizione islamica, Maometto salì al cielo per prendere il suo posto accanto ad Allah. Prima di questa moschea c’era un tempio, prima che venisse distrutto; ne venne costuito un secondo, ma anche questo ebbe vita breve. Per intenderci: è come se buttassero giù San Pietro e ci costruissero sopra una moschea (tanto per rendere l’idea). Gli ebrei – soprattutto gli estremisti - hanno da sempre contestato il controllo di quest’area da parte dei musulmani. All’ingresso, appoggiati ad una parete, una decina di scudi della polizia (quelli usati per contenere le folle).

Gli ebrei non posso accedere all’area. All’ingresso c’è un cartello che ricorda che, secondo quanto stabilito dal rabbinato di Gerusalemme, essendo quella un’area sacra, gli ebrei non possono calpestarla. La struttura si presenta come una spianata rettangolare, lastricata di pietre antiche chiare, con vari accessi ai lati. I non-musulmani hanno un solo ingresso, l’unico con metal detector. I controlli sono blandissimi: appoggio il cellulare su un tavolino, ed entro. Neanche una perquisizione. I turisti sono pochi, ovviamente ci sono solo musulmani. C’è chi si protegge dal sole battente sedendosi sotto gli alberi. Chi prega in moschea. Un signore di Singapore mi fa i complimenti - mi sta prendendo in giro? - per la kippah legata in vita. Nella moschea i turisti non possono entrare (un vero peccato; tra l’altro la Lonely Planet non fa riferimento a questo divieto: si vede che le cose sono cambiate). Il tizio all’ingresso è lapidario: “Only muslims”.
Gerusalemme/Lungo la via Crucis.
August 26th, 2008

Se c’è qualcosa che rovina la città di Gerusalemme sono i negozi di souvenir. E’ vero, molti sono gestiti da arabi e sono “tipici”. La guida sottolinea quanto sia “divertente” contrattare sui prezzi. A me non dicono niente. I venditori sono petulanti, e camminando nei vialetti stretti, con a destra e sinistra decine di queste botteghe, è un continuo “sir, come here”, “hello, how are you”. Tutto per farti fare un salto da loro. Ci sono anche le guide improvvisate, che ti fermano solo per venire con te. Siccome io con la mia Lonely Planet mi trovo bene, non ne ho bisogno. Alla prima volta ho risposto educatamente, dalla seconda in poi ho iniziato ad essere un po’ brusco. Impormi di comprare qualcosa è l’ultima cosa che devi fare per farti trattare in maniera garbata. Anche la via Crucis o via Dolorosa si snoda lungo questi bazar. Ho iniziato a percorrerla dalla prima stazione (per chi non è pratico: la via Crucis segna il cammino che Gesù ha compiuto portando la croce fino al Calvario; in tutto 14 “stazioni”), e arrivato alla quarta una cosa assurda: per vedere il punto in cui Gesù avvistò la madre in mezzo alla folla, bisogna attraversare uno di questi negozi di souvenir! All’ingresso della settima stazione – quella dove Gesù cadde per la seconda volta in terra – c’è un venditore di snack. Incrocio molti italiani: anche un gruppo con in testa un signore che trasporta una grossa croce di legno. La via Crucis si conclude con la basilica del Santo Sepolcro: qui, secondo i cristiani, Gesù è stato crocifisso; qui è morto e risorto. La basilica ospita le ultime stazioni – dalla decima in poi. Particolare curioso: la cappella nella quale Gesù venne spogliato e dove fu crocifisso, è co-gestita: una parte dai francescani, l’altra dalla chiesa greca ortodosso. E’ un ragazzotto, un po’ sudicchiato, vestito con un lungo abito nero, barba lunga, cappello nero, a spiegarmelo. Quando si confonde tra la la decima e l’undicesima stazione faccio segno di rimproverarlo col dito per la cattiva memoria: lui sorride. Davanti alla tomba di Gesù c’è una lunga coda (vedi il video sotto). Anche qui sento diversi italiani. All’ingresso c’è un prete greco ortodosso, che fa entrare 5 persone alla volta. A. mi aveva chiesto la cortesia di recitare per lui un padre Nostro. Da semi-ateo lo faccio, aggiungendone un altro per il cuoricino di L. e per me. Già che c’ero. Meglio abbondare. Il problema è che non me lo ricordavo. Insomma, spero di non aver mischiato le cose.
Attraversare le stazioni che raccontano il calvario di Gesù ha avuto uno strano impatto su di me. L’emozione c’è, eccome. Anche nel quartiere cristiano – come dicevo prima – si mescolano pezzi di vita ebrea e musulmana. I bambini arabi sono i più simpatici in assoluto. Alcuni sono un po’ paraculi: uno, vedendo che fotografavo la sua abitazione per via dei graffiti esterni, mi chiede un euro (gli rispondo con una risata); quelli in biciclette fingono di venirti addosso, ma basta replicare con una pernacchia, e si ride tutti quanti; altri si divertono a darti indicazioni. Ne ho incrociati molti di ritorno da scuola, con gli zainetti colorati in spalla. Camminavano abbracciati. Mi aspettavo di vedere molti più francescani (e un mio lettore sa perché…), almeno nella basilica.
Gerusalemme/ Con la kefiah e il pacco.
August 26th, 2008

Prima o poi dovrò parlare in maniera approfondita del concetto di sicurezza, da queste parti. Prima,però, voglio attendere la visita a Betlemme e, probabilmente, Ramallah. Ma l’esempio che seguirà, fa già capire l’aria che tira da queste parti. A Gerusalemme convivono musulmani, ebrei, cristiani: in passato non sono mancati gli aspri conflitti, di cui oggi, però, non vedo grosse tracce. Le bancarelle arabe vendono oggettistica ebrea così come bandiere per la Palestina o crocifissi. Fatto sta che, prima di entrare nell’area considerata sacra dai musulmani di tutto il mondo, quella della cupola della roccia, un militare all’ingresso mi fa notare che ho troppa carne al vento (leggi: pantaloncini fino alle ginocchia). Mi indirizza verso un signore che mi vende una kefiah: mi fa segno di legarmela in vita, per coprire al di sotto delle ginocchia. Più tardi, dopo essere uscito dalla zona musulmana, mi lego quella kefiah in vita, e attraverso tranquillamente il quartiere ebraico e quello cristiano. Penso a cosa succederebbe se qualcuno con la kefiah si facesse vedere dalle parti del ghetto di Roma: sarebbe sicuramente vissuta come una provocazione da respingere. Entro in un negozio ebreo, in cerca di un ricordo della città Santa. Compro una menorah disegnata sulla pietra di Gerusalemme: un mattone che pesa circa 5 chili (fortuna che il mio bagaglio pesa poco). La commessa la impacchetta usando la plastica con le bollicine; infine la chiude con dello scotch da pacchi. La battuta mi viene spontanea: “Sembra una bomba!”. La ragazza scoppia a ridere. Fatto sta che, uscito da quel negozio, mi ritrovo a camminare col pacco sotto al braccio e la kefiah in vita. Penso: un potenziale terrorista da controllare. E’ anche vero che Abercrombie non va molto di moda in Palestina. In ogni caso, nel tragitto dal negozio, nella città Vecchia, all’hotel, incrocio polizia e un paio di militari. Niente di niente. Neanche un’occhiatina. Ci sono quasi rimasto male.

Le impressioni più articolate sui vari quartieri di Gerusalemme a seguire. Ora riposo un po’. Ho camminato 5 ore di seguito. Altro che via Crucis.
Gerusalemme/ Il drag show.
August 26th, 2008



E’ paradossale che mi sia trovato ad assistere al primo show di travestiti nella città santa per antonomasia. In verità è stata una scelta obbligata. A Gerusalemme non ci sono locali gay, ma solo serate a tema: una delle più popolari è quella nel bar Hakatze, su Sushan street. Il nome vuole dire “limite” - più o meno. Neanche a farlo apposta è a due passi dal mio hotel. Le mura della città vecchia sono, in linea d’aria, ad un chilometro. Il santo sepolcro a due. Arrivo verso le 22, quando tutto è ancora in fase di preparazione - il locale non ha un sito, e nel dubbio sono andato prima. L’ingresso costa circa 4 euro. I travestiti arrivano, con valigia al seguito, verso le 23. Sono cinque; ci sono anche due ragazze vestite da uomini (una ha baffi e pizzetto disegnati). Uno di loro si sta facendo truccare in strada. Per poco non inciampava sulle alte zeppe. Il seno è finto, e c’è anche chi se lo aggiusta, magari scherzando con gli amici. Nel locale, quando tutto è pronto per lo spettacolo, c’è un po’ di tutto. Molte coppie etero, e persino cinque militari (quattro ragazze e un ragazzo) in divisa (ma senza fucile). Si siedono accanto a me, ma non sembrano in vena di chiacchierare. Mi danno l’idea di essere là per curiosità. Lo spettacolo, purtroppo, è in ebraico, ma la mimica basta. Capisco qualche parola inglese, quando si scherza sul sesso: vagina, colonscopia; lesbica. Il tutto intervallato da canzoni, cantate in playback. Mi aspettavo controlli ferrei all’entrata, e invece niente di niente: una tipa col metal detector portatile sonnecchiava sulla sedia. Sono l’unico turista - e si vede. La mia preferita è stata Barbarella, capelli ricci, biondi; movimenti frenetici e una faccia che mette simpatia (terzo video in basso).

Dal profano al sacro. La giornata di domani è interamente dedicata alla visita della città vecchia. Oggi un antipasto, con i quartieri ebraici e armeni. Ora tocca a quelli musulmani e cristiani.
Buona notte blog.
Tel Aviv/Gerusalemme. Militari, per forza.
August 25th, 2008

I militari mi fanno tenerezza. Non quelli adulti, che hanno scelto questa strada per la loro vita. Ma quelli giovani, appena ventenni, che si ritrovano da un giorno all’altro con un kalashnikov sotto al braccio. C’era una frase della guida Lonely Planet che mi aveva colpito: “Ricordate che quei militari sono giovani, che avrebbero tanta voglia di essere altrove”. Un concetto che ritrovo nelle parole e negli atteggiamenti di due ragazzi con cui mi sono potuto confrontare. Shy – è la pronuncia, e non saprei proprio riscriverlo in maniera corretta – ha finito il militare da due anni. Studia arte. L’ho conosciuto nel locale Evita, nella sua serata gaya del lunedì. Sotto le armi, qui, ci si va per tre anni. Già. Alle donne ne toccano “appena” due. Lui è stato mandato a Gerusalemme, come la gran parte dei giovani. Di tanto in tanto faceva la guida al museo militare. Anche se oggi Shy è dichiarato, nell’esercito l’omosessualità non è un argomento che ha mai toccato. Nessuno dei suoi commilotoni sapeva niente. Non nasconde di sentirsi come una persona che ha buttato via tre anni della sua vita. “Avrei potuto studiare, viaggiare, fare molte altre cose, e invece mi sono dovuto mettere la divisa”. Dei palestinesi non parla male. “Non li odio”, commenta quando gli parlo del loro risentimento nei confronti degli israeliani. Certo, lui in Cisgiordania, oggi, non ci va. “Se provassi ad andare a Ramallah, mi sparerebbero”, dice serio. Scherziamo sull’interrogatorio cui mi hanno sottoposto in aeroporto. Là ci sono quasi sempre militari giovani e, dice lui, “qualche volta esagerano”. A volte si è persino rischiato un incidente diplomatico, dopo che qualche personalità politica è stata sottoposta ad una raffica di domande, come è successo a me. Non ha aneddoti da raccontarmi, sembra aver cancellato dall’album dei ricordi qui 3 anni nell’esercito. Ora ha fretta di voltare pagina, di laurearsi, e di girare il mondo. Vorrebbe andare a vivere a New York. Dell’Europa ha visto Londra e Berlino. Non dimenticherà mai quel ragazzo, alla stazione dei treni, con una svastica sul braccio. Impallidì, e si allontanò in fretta. L’altro soldato con cui ho parlato è stato il mio compagno di viaggio sul pullman che mi ha portato da Tel Aviv a Gerusalemme. Viaggio di un’ora. Alla stazione dei pullman, a Tel Aviv, mi aspettavo polizia e metal detector, e invece niente di niente. Neanche l’ombra di un agente. I miei compagni di viaggio sono ebrei ortodossi, qualche turista, e questo ragazzo, seduto accanto a me. Non ha il fucile, ma solo un grosso zaino nero. Ci scambiamo le solite parole di routine, da turista a residente. I suoi occhi si nascondono dietro a due grandi occhialoni, modello Ray Ban. La barba è incolta di qualche giorno. La camicia verde gli deve fare molto caldo: sulla schiena, prima di salire sul bus, era bagnato di sudore. E’ di Tel Aviv, ma fa il militare a Gerusalemme. Riesco a dare una sbirciatina al suo Ipod nero: ascolta “The best of 311”. La musica è alta, eppure lui, a un certo punto, si addormenta. Un cenno con la mano, ci salutiamo.

Il primo metal detector che vedo è arrivando alla stazione dei pullman di Gerusalemme. I ragazzi della sicurezza, però, sono molto discreti e non ci fanno passare tutti quanti. La pistola c’è, ma è infilata sotto ad un giubbino fluorescente. I militari, invece, presidiano la città vecchia.
Tel Aviv/ Scatti misti.
August 24th, 2008


Domani si parte per Gerusalemme. Andrò con l’autobus. Partono ogni 15 minuti. Non è un viaggio lungo.
Ora a nanna. Buona notte blog.
Tel Aviv/ Affettuosità e bandiera rainbow.
August 24th, 2008

Tel Aviv è una città estremamente gay-friendly. Confermo tutte le cose che mi erano state riferite circa la tolleranza della gente. Detto ciò, non ho notato troppi posti “ad hoc”. Ci sono determinati giorni della settimana in cui alcuni locali organizzano serate queer; un paio di saune; ma una cosa tipo la Gay street non esiste. A dire il vero la Lonely Planet indica in Sheinkin street quella a più alto tasso gay: a me non è sembrato così; i locali sono misti e non c’è neanche l’ombra di una bandiera rainbow: ne ho vista una sola (foto sotto). L’aria che si respira è della serie: “Fate come vi pare, take it easy”. I ragazzi camminano mano nella mano senza problemi, e neanche una persona si gira verso di loro. A parte il sottoscritto

Si respira una bella aria.
Tel Aviv/ Ode ai tassisti.
August 24th, 2008

Parlano poco - quasi niente; se ne trovano a vagonate: basta mettersi sul marciapiede, alzare il ditino, e ne trovi uno. La Lonely Planet fa un po’ di terrorismo psicologico, dicendo che molti non usano il tassametro: me n’è capitato uno, ma l’ho subito cazziato. Per il resto: auto con aria condizionata, musica soft; e non urlano neanche al cellulare. I prezzi mi sembrano ragionevoli: dall’aeroporto al centro città sono 30 euro, e il viaggio non è duranto pochissimo. Gli spostamenti interno vengono tutti sui 5/10 euro.
Ah, oggi pomeriggio un tassista mi fa: “Da noi mica è come in Grecia o in Italia dove i tassisti fanno come pare a loro”. Ecco.
Tel Aviv/ Gente di strada.
August 24th, 2008
Tel Aviv/ Gente da spiaggia.
August 24th, 2008


Il lungomare e la spiaggia sono sicuramente i luoghi di ritrovo più popolari per i turisti e non solo. Soprattutto il sabato vengono presi d’assalto da moltissimi residenti, nel loro giorno di riposo. Oggi c’erano in prevalenza turisti. C’è chi fa surf, tantissimi che giocano a racchettoni o beach volley. In sottofondo la musica un po’ discotecara dei locali in riva al mare. Ma quello che mi ha colpito più di tutto è l’altissima percentuale di cani, che giocano ovunque. A quanto pare qui è permesso. E, in generale, a Tel Aviv di cani se ne vedono parecchi (sono riuscito a beccare l’unico labrador che mi ha ringhiato in tutta la mia esistenza). Il lungomare è dominato dai grattacieli delle grandi catene alberghiere, dall’Hilton al Carlton. L’unica spiaggia ad alto tasso di gay è quella davanti all’Hilton: ma ci ho visto anche delle famiglie. I grattacieli, degli enormi bunker senz’anima - quasi tutti i terrazzini hanno due squallidissime sedie di plastica bianca - , non regalano un bel colpo d’occhio. Per il resto, si cammina a torso nudo, con la tavola da surd sotto al braccio; anche le bici sono popolari (il mio hotel le affitta). Più di una persona mi aveva detto che avrei visto parecchi militari col fucile. Neanche uno. Zero polizia. Eppure mi sento sicuro.










