Settembre è, in America, il “Childhood Cancer Awareness Month”. Un’occasione per portare all’attenzione dei più il dramma che vive una famiglia con un bambino/ragazzo cui viene diagnosticato il cancro. Solo in America, ogni anno, si ammalano 12mila giovani sotto i 21 anni di età. Tremila di loro muoiono. Il sito Boston.com pubblica un lacerante servizio fotografico che è una pugnalata negli occhi. E non solo. Scelgo quattro storie. Quattro scatti. Quattro drammi.

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Nathan Gentry, 6 anni. E’ affacciato alla finestra della sua stanza di ospedale, a New York. La foto è stata scattata l’8 settembre del 2006. “Eravamo là per una serie di consultazioni con i medici. Si era già sottoposto ad un ciclo di chemio. Amava quella città. Il motivo per cui ho scelto questa foto – racconta la mamma – è che si vedono i piedi. Quando lo sottoponevano alla chemio, ho speso ore ad accarezzargliele”. Nathan è morto 10 mesi dopo.

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Caroline Bridges, 21 anni, studentessa dell’università di Boston. Qui si sottopone ad un trattamento, contro la leucemia, tra un corso e l’altro.

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Diana, 5 anni, è sotto anestesia. I medici le devono rimuovere un dispositivo usato nei cicli chemioterapici.

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Julian Avery, 4 anni, è seduto in un’area giochi. La foto è stata scattata nel novembre dello scorso anno. Julian era stato colpito da un tumore al cervello. E’ morto il 19 gennaio.

Scrivo questo post, e le lacrime scendono sul viso.

Oggi non mi va di dire, scrivere, altro. A loro, e a tutti quelli che hanno conosciuto questo mostro, va questo mio – inutile - pensiero.

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3 Responses to “Per ricordare i bambini morti di cancro.”

  1. Antonella Says:

    il 21 gennaio ho perso Chiara mia figlia di appena 15 anni, è morta a casa soffrendo molto sotto gli occhi del fratello per un tumore raro, aveva lottato per tre anni. Quando lei era piccola ho perso mio padre a 59 anni. Dov’è Dio?

  2. mercuzio Says:

    Antonella, per ciò che può valere ti abbraccio fortissimo, cara.

    Da parte di chi sa esattamente cosa voglia dire.

  3. Giampietro Says:

    io sono credente, credo di esserlo.
    Ma sinceramente lo sono per bieco opportunismo: mi riesce troppo difficile credere che quello che siamo, quello che diventiamo… possa terminare come la fiamma d’una candela. Cogito ergo ho un anima.

    Anche il dolore che proviamo per la perdita d’un nostro caro per me è una prova di un qualcosa, che abbiamo dentro, che và al di là di impulsi elettrici e reazioni biochimiche.

    Credo che qualcosa debba esistere così come non credo che quel qualcosa sia interessato direttamente a quella che è la nostra felicità.

    Antonella, perdonami per quello che ho scritto: capisco benissimo che ai tuoi occhi siano delle emerite stronzate, ma è come io la vedo, sono i pensieri a cui mi aggrappo qualche volta alle 3 di mattina di notti senza fine.