Metro A. Solita mattinata di sbadigli e pensieri. Sono seduto nel primo vagone. Oggi è giornata di palestra, con me ho il borsone blu. Ci ho infilato anche il libro di francese, dovrei cercare di fare qualche compito. Non ricordo le facce di chi mi sta seduto davanti. Nessuno di interessante. In banchina ero solo rimasto colpito da un ragazzo con i jeans così attillati che mi chiedevo come riuscisse a camminarci. Entriamo nella stazione di Lepanto. Il treno ha già iniziato a rallentare la sua corsa. Guardo fuori, e vedo una signora che si mette le mani davanti agli occhi. Un’altra sulla bocca. Altre iniziano ad uscire, di corsa. Qualcuno urla frasi che non capisco. Nel frattempo il treno ha fatto una frenata brusca. Nessun tonfo. Solo una frenata, netta. La gente guarda la testa del treno. Capisco che qualcuno è caduto sui binari. Non si sa ancora se sia suicidio o una caduta accidentale, seguita a malore. Il macchinista ha un attimo di esitazione, poi mette la retromarcia, e fa un metro indietro. Esce dalla sua cabina. Ha i capelli bianchi, sui 50 anni. Anche lui è impressionato. Riesce a farfugliare qualcosa: “Forse sono riuscito a fermare in tempo”. Ci apre la prima porta, a mano, chiedendoci di uscire. La scena sulla banchina mi disgusta. La gente è accalcata nel punto in cui l’uomo – penso che il sesso sia maschile, ma non ne sono certo – si è lanciata. Riesco solo a vedere un corpo, vestito di nero, sdraiato su un binario. Ogni tanto qualche signora che si è spinta oltre per vedere, torna indietro con le mani nei capelli. Un’altra si mette a piangere. La vigilanza invita tutti ad uscire, ma a quella folla curiosa di morte non importa. Non mi avvicino.

A Roma, di casi così, ne capitano in continuazione. Forse due al mese.

Esco dalla metro. Respiro.

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