Sotto al tergicristallo.
September 28th, 2008

Odio la pubblicità che ti infilano sotto al tergicristalli. Quando piove si trasforma in fanghiglia colorata. E poi perché quando me ne libero in terra, mi sento in colpa per aver sporcato la strada. Quindi, spesso, la prendo, la appoggio sul sedile, e là resta per mesi. Però i ragazzi che stanno dietro a questo volantino, comparso in varie strade di Prati, sono stati bravi. Penso che la scritta non c’entri niente col sito, www.rayproduction.com, trash e ma anche molto originale. Pubblicità azzeccata. Il volantino, stavolta, è finito sul mio tavolo in salotto.
Ragazzo-Morellato.
September 28th, 2008

Sull’ultimo numero dell’Espresso.
Al mare.
September 28th, 2008

Per ricordare i bambini morti di cancro.
September 27th, 2008
Settembre è, in America, il “Childhood Cancer Awareness Month”. Un’occasione per portare all’attenzione dei più il dramma che vive una famiglia con un bambino/ragazzo cui viene diagnosticato il cancro. Solo in America, ogni anno, si ammalano 12mila giovani sotto i 21 anni di età. Tremila di loro muoiono. Il sito Boston.com pubblica un lacerante servizio fotografico che è una pugnalata negli occhi. E non solo. Scelgo quattro storie. Quattro scatti. Quattro drammi.

Nathan Gentry, 6 anni. E’ affacciato alla finestra della sua stanza di ospedale, a New York. La foto è stata scattata l’8 settembre del 2006. “Eravamo là per una serie di consultazioni con i medici. Si era già sottoposto ad un ciclo di chemio. Amava quella città. Il motivo per cui ho scelto questa foto – racconta la mamma – è che si vedono i piedi. Quando lo sottoponevano alla chemio, ho speso ore ad accarezzargliele”. Nathan è morto 10 mesi dopo.

Caroline Bridges, 21 anni, studentessa dell’università di Boston. Qui si sottopone ad un trattamento, contro la leucemia, tra un corso e l’altro.

Diana, 5 anni, è sotto anestesia. I medici le devono rimuovere un dispositivo usato nei cicli chemioterapici.

Julian Avery, 4 anni, è seduto in un’area giochi. La foto è stata scattata nel novembre dello scorso anno. Julian era stato colpito da un tumore al cervello. E’ morto il 19 gennaio.
Scrivo questo post, e le lacrime scendono sul viso.
Oggi non mi va di dire, scrivere, altro. A loro, e a tutti quelli che hanno conosciuto questo mostro, va questo mio – inutile - pensiero.
Interviste/La scrittura di Moccia, caso “teen”.
September 26th, 2008

Che Federico Moccia sia un caso sociologico, in positivo o negativo, è innegabile. Io non ho mai toccato niente che fosse stato scritto da lui, e non per chissà quale preclusione nei suoi confronti. Forse perché sento che difficilmente mi riconoscerei nelle sue storie. Ma è un dato di fatto che i suoi racconti abbiano fatto sognare orde di teen. Il perché lo spiegano gli Alberoni di turno. C’è un’intervista che aiuta bene a capire questo “fenomeno” letterario. L’ha realizzata Mariano Sabatini, giornalista 36enne, collega multitasking, come l’ho definito. Uno di quelli cui ogni definizione sta stretta. Autore di programmi come “Tappeto Volante” e “Unomattina”, ha rubriche su giornali diametralmente opposti, dal serioso Italia Oggi al più leggero Eva 3000, passando per l’attualissimo Metro. Se vedo il suo curriculum mi chiedo dove abbia trovato il tempo di fare due figlie. Ovviamente a me sta simpatico perché passa spesso da queste parti. L’intervista fa parte di una serie di libri ( “Trucchi d’autore” e “Altri Trucchi”: si comprano qui), in cui sono passati sotto la lente d’ingrandimento 100 scrittori, italiani e non. Da Brizzi a Buttafuoco, passando per Cunningham, Mazzucco, Orengo, Parrella, Camon, Ferrante, Deaver, Santacroce, Lansdale, Veronesi. Ecco alcune delle risposte di Moccia.
Niente computer?
Solo per prendere appunti
I telefoni?
Spento tutto, tranne una linea riservata a pochissimi.
Blocchi, incubo della pagina bianca?
A volte posso non aver voglia di scrivere e allora fatico di più e so già che dovrò correggere quello che ho scritto.
Libri per ispirarsi?
No, li ho letti prima, magari tanto tempo fa e qualcosa come tutto ciò che fa piacere ricordare, resta.
Per quale scrittore prova invidia?
Per nessuno, ammirazione tanta, per Hemingway e Fitzgerald.
Metodo di scrittura?
Prima passeggio e raccolgo idee, poi me le segno, poi faccio una scaletta poi scrivo tutto il romanzo poi lo correggo più volte.
Quante pagine produce in un giorno?
Da cinque a quaranta quando inizio a scrivere.
Scrittori si nasce o si diventa?
Credo che si nasca con questo desiderio e poi ci si diventi veramente dandogli retta.
A chi fa leggere in anteprima?
Quando è finito il libro lo faccio leggere ad una persona fidata.
In quanto tempo è pronto un suo romanzo?
Da sei mesi a un anno ad anche di più.
Rituali di inizio e fine lavoro?
Accendo la radio e inizio a scrivere. Quando finisco la spengo. Quando poi ho finito proprio tutto il libro vado a fare un giro in motorino, vago senza meta, mi prendo un caffè o una granita e per un pomeriggio faccio un po’ il turista, magari mi compro una cosa semplice e mi godo il tramonto pensando a quello che mi passa per la testa, così con un sorriso leggero…
I suoi personaggi, di solito, sono ricalcati su persone reali?
Assolutamente sì, prendo spunto da persone che conosco o ho incontrato o semplicemente visto e da lì spicco il volo, certo molto di quello che racconto è in più rispetto alla loro vera vita… Ma è quello che aggiungo che mi diverte. La loro esistenza mi aiuta nell’immaginazione e nello scrivere.
Ho un solo dubbio: sei mesi/un anno per “Tre metri sopra il cielo”?
Giocando col gatto.
September 26th, 2008

Un soldato tedesco, della forza multinazionale di stazza in Afganistan, passa il tempo.
Quando l’educazione è tutto.
September 26th, 2008

Quando ho lavorato per un santone (pedofilo).
September 26th, 2008
Arrivo al lavoro, e mi ritrovo una mail di un’amica losangelesina. Mi linka un articolo della Cnn. Documenta l’arresto di un predicatore americano, Tony Alamo, per pedofilia. L’uomo, 74 anni, fondatore del “Tony Alamo Christian Ministries”, è accusato dall’Fbi di aver abusato di un minore. La polizia ha preso in custodia 6 bambini ospitati nella sua struttura. Alamo, però, smentisce tutto: “Stanno solo cercando di mettere la nostra chiesa in una cattiva luce. Io amo i bambini, e non farei mai loro del male”.
Ho conosciuto Tony Alamo quando ho vissuto a Los Angeles. Ho lavorato per lui. In quel periodo, facevo traduzioni e davo lezioni di italiano agli studenti della Ucla. Avevo attaccato in giro per l’università i classici volantini di “offerta” traduzioni. Un lavoro simpatico, e molto ben pagato. Mi ricordo di un attore, non famoso, che si doveva preparare per un provino per una parte, in cui doveva anche parlare italiano. Abbiamo fatto delle prove insieme. Penso sia stata l’unica volta in vita mia in cui abbia recitato. Quanto al predicatore, non mi contattò lui, ma la moglie. Non vivevano a Los Angeles, ma stavano spesso in giro. Avevano bisogno che traducessi loro alcuni testi religiosi, dall’inglese all’italiano. Tutti i nostri contatti sono avvenuti al telefono. Ci siamo incontrati solo all’inizio del lavoro. Mi diedero alcuni documenti, e concordammo la cifra. Parlava soprattutto la moglie. I prezzi erano ottimi. I testi erano il credo della loro “setta”. Non ricordo granché, solo moltissime citazioni della Bibbia (le più difficili da tradurre). Fortunatamente questo rapporto non durò molto. Erano ossessionati dalla correttezza di quello che traducevo e avevano ammesso che ogni testo, dopo la traduzione, veniva sottoposto alla verifica di due traduttori diversi. “Non vogliamo che qualche impostore ci inganni”, mi diceva la signora Alamo. Perché avevano bisogno di quelle traduzioni? Volevano venire in Italia o, al limite, iniziare a pubblicare materiale nella nostra lingua. Il marito era taciturno. Non hanno mai cercato di “convicermi” a interessarmi al loro culto. Lui sosteneva di essersi reincarnato attraverso Cristo. Finito il lavoro mi spedirono un assegno. “Abbiamo altri lavori, poi ci risentiamo”. Non li ho più rivisti.
Presa dal panico.
September 26th, 2008
Sono alla fermata della metro, solita posizione d’attesa. Piegato in terra, col sedere e la schiena appoggiate alla parete. Finita la palestra, sto rientrando a casa. Prima sono passato al solito drusgtore a comprare la cena. Anche se cena è una parola grossa, quando cucino io. Salsicce di pollo riscaldate in padella e annaffiata da ketchup. That’s it. In ginocchio si ha una prospettiva diversa. Ci si concentra di più sulle scarpe, sul movimento delle gambe, sulle narici, oppure sulla pancia che straripa fuori dalla cinta del signore che mi fisserà per tutto il tempo del viaggio. Il display annuncia che il prossimo treno passa in 4 minuti. Me ne era passato uno davanti appena scese le scale mobili. Sto sgranocchiando i miei croccantini al sesamo, un toccasana per il dopo-palestra/pre-cena, quando a un certo punto mi si avvicina una ragazza. E’ nella mia stessa posizione, semi-seduta. “Mi scusi, ha un secondo”?, mi chiede timidamente. I capelli neri, lisci, è molto esile. Non ha un accento romano, penso sia del sud. Per quella brutta tendenza che si ha di diffidare delle richieste in strada fatte da sconosciuti, penso subito che mi stia per chiedere dei soldi. E invece no. “Mi sono sentita poco bene, e ho paura di sentirmi di nuovo male. Posso stare con lei?”. E’ una richiesta di aiuto, cui do subito un nome: attacchi di panico. La lascio parlare. Continuiamo a stare nella solita posizione appoggiata al muro. Un signore – quello con la ciccia strabordante – ci fissa in maniera insistenemente fastidiosa. Troverà strano che frughi nella busta della spesa alla ricerca di qualcosa di dolce da darle (ma mi rendo conto che oltre alla pappa per il cane, i croccantini al sesamo sopracitati, l’insalata, una salsa per l’insalata, e le salsicce, non ho molto da dispensare). La ragazza mi racconta di come si sia sentita girare la testa, tutto d’un tratto. Siccome le faccio domande sul suo stato di salute, mi chiede se sia un medico. Quando dico di no è palesemente dispiaciuta. Arriva il treno, e una volta saliti ci sediamo uno accanto all’altra. Continuiamo a parlare. Le nomino gli attacchi di panico. Lei li conosce, ma mi dice di essere solo stanca e stressata. Sta andando al lavoro, in un bar nella zona di via Sicilia. Fa la notte. Le suggerisco di prendersela con calma. La voce è molto debole, e anche gli occhi sono stanchi. Ogni tanto con le mani si aggiusta i capelli che le cadono sul viso. Le dico che gli attacchi di panico, quasi sempre, si confondono con malesseri fisici reali. Che si ha paura di rimanere soli. E, soprattutto, di sentirsi male di nuovo. Lei mi ascolta, ma è ancora nervosa. Arriva la sua fermata. La incoraggio. Per un attimo ho pensato di uscire con lei. Ma poi mi sono ricordato di quando mia madre, ormai 7 anni fa, per assecondare il mio malessere, mi accompagnasse alle conferenze stampa (aspettandomi fuori in auto). Sono solo palliativi. Gli attacchi di panico sono subdoli, e pretendono tanti micro-contentini. E però non si accontentano mai, bastardi. Fino a quando non ti costringono a non uscire più di casa.
Saluto la ragazza dai capelli scuri. La osservo mentre si infila nel corridoio delle scale mobili. Chissà se sta ancora lavorando.
L’angolo di Coco/Appoggiata.
September 25th, 2008

Ormai le dedicherò una rubrica, “Pose da Coco”.
Qui è “comodamente” appoggiata in un hotel, a Las Vegas. Cosa è successo ai suoi occhi?
La madonna degli omosessuali.
September 25th, 2008

Raffaele Ciotola, artista napoletano 44enne, mi ha scritto alcuni giorni fa per segnalarmi questa sua opera. Si chiama “la madonna degli omosessuali” ed è dedicata alle vittime gay durante il periodo del nazismo. Vittime di cui, troppo spesso, si parla solo marginalmente. L’intento è tutt’altro che provocatorio, anche perché l’autore è credente. Come spiega l’artista sul suo sito, nasce dal collegamento di quello che è successo ai gay negli anni nazisti, e il dolore di tante madri, che hanno perso i loro figli, con quello della Madonna, “madre di tutti”. Anche degli omosessuali.
L’autore dell’opera, rispondendo ad alcuni commenti, ci tiene a spiegare qual è la differenza tra questa e le altre Madonne: ”Gesù porge alla madre 2 simboli maschili (di marte), e 2 femminili (di venere), e sono doppi per ogni cordoncino, per indicare appunto che sono gay”. E ancora: “Quest’opera vuole ricordare a chi non vuole, che queste vittime in un modo o in un altro, bisogna ricordarle”.


