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Sono un abitudinario. Un amante delle buone abitudini, soprattutto culinarie. La mia filosofia è sempre la stessa: se trovo un posto buono, in cui mi trovo bene, perché cambiare? Capita anche all’estero, quando torno due o più volte di fila nello stesso posto. A Tel Aviv, su Rothschild Avenue, grossa arteria ideale per lo struscio by night – c’è il chioschetto di Japanika. A gestirlo è un gruppo di ragazzi, tipici maschi israeliani che amano giocare col loro corpo e la loro fisicità, con movimenti, sguardi, sorrisi che trovi solo da queste parti. E jeans rigorosamente calati. E’ in mezzo alla strada. Ci si può sedere al banco (mia scelta preferita), o ad uno dei tavolini intorno. Il servizio è rapido, anche se è complicato riuscire ad attirare l’attenzione dei ragazzi. Movimenti a scatti, su e giù tra cassetti e la cassa (si offre anche il servizio di take away). Due li riconosco, c’erano anche l’anno scorso. Accanto a me si siede un’italiana, di colore. Sente che sono italiano, e iniziamo a parlare. E’ col suo fidanzato, israeliano. E’ di Brescia. E’ venuta a Tel Aviv per una vacanza, si è innamorata, e ci è rimasta. Lavorare non è stato difficile, e ora non pensa neanche più di tornare in Italia. Scherziamo sul suo colore della pelle e sull’anima leghista di certe città del nord. Hanno un cane, goloso di sushi, seduto tra di noi.

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Rothschild, una lunga striscia protetta da quelle che sembrano le italiane decorazioni natalizie (foto sopra), panchine ai lati, giovani, coppie, più o meno grandi, si raccolgono la sera a guardare lo struscio. Si fanno le vasche, le faccio anche io, per il puro piacere di incrociare sguardi, percepire curiosità. Non indifferenza, anche se qui è difficile riuscire ad interagire con un israeliano, al di là della pura forma. Quando sei italiano stimoli qualche domanda in più, ma l’israeliano ha una grossa barriera: la lingua. L’inglese lo parlicchiano un po’ tutti, con oscillazioni frequenti tra il pessimo e l’appena sufficiente. Ma parlare, di sera, non serve. Parla il linguaggio dei volti, in una città che al calar delle luci sembra vivere di un’altra vita, l’esplosione di una frenetica gioventù sobriamente godereccia. (sotto, altri scatti in notturna).

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5 Responses to “Tel Aviv/Ode a Japanika (e a Rothschild avenue).”

  1. Giorgio R. Says:

    “…scherziamo sul suo colore della pelle e sull’anima leghista di certe città del nord…” pensiero scontato.

  2. arcere Says:

    che figo japanikaaaa

  3. Dedar Says:

    Ho in progetto di trasferirmici l’anno prossimo, se va bene col lavoro…
    Chissà come sarà. Ma da quello che dici tu, nonostante la guerra permanente le gente ha voglia di vivere. E vive.
    Meglio di sicuro di quanto stia facendo io ora

  4. Daniele Says:

    Pensiero scontato tanto quanto attuale e drammatico, proprio stamattina leggevo sul giornale che un bambino napoletano che vive a Treviso è stato costretto a cambiar scuola a causa delle continue vessazioni (perché napoletano) da parte dei suoi compagni di scuola… Che Italiuccia…

  5. lwsx Says:

    Quel denim calato lascia intravedere qualcosa di molto interessante.

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