Nei miei primi due giorni di permanenza newyorchese credo di aver mangiato in almeno 7 starbucks diversi. E non saprei neanche dire il perché. Il cibo, a voler fare un’analisi oggettiva, è peggio di quello consumato in catene meno pop e più chic. I panini – dal prosciutto al formaggio – sono ghiacciati, e gli ingredienti sembrano aver perso il loro sapore originale. Alcuni dolcetti sono grassi all’inverosimile (l’apple fritter è pericoloso quasi quanto frittura di pesce+bomba fritta al cioccolato). I bagni sono tra i più sporchi (ma qui vale la regola del posto ad alta frequentazione/dipendenti occupati a servire). Eppure, quando devo prendermi qualcosa al volo, sono qui. Aggiungo: quando devo collegarmi ad internet e lavorare (scrivo questo post vicino a Central Park, e davanti al mio hotel – Le Parker Meridien). Sparita la connessione wi-fi free e illimitata, è stata sostituita da un abbonamento vagamente truffaldino con la At&T. Si può scegliere tra due opzioni: giornaliera, oppure mensile. Opto per la seconda, venendo 19 dollari, ed essendo valida in tutti gli Starbucks del mondo. Ma c’è una piccola clausoletta, di cui mi avvisa soltanto un amico americano: l’abbonamento mensile ha un tacito rinnovo automatico. Se non lo blocchi, ogni mese ti addebitano la stessa cifra. La disdetta viene 20 dollari.

Starbucks, comunque, è riuscito nella difficile impresa di creare un legame tra il proprio brand e gli americani, con ampi innesti stranieri. Anzi: per molti stranieri è un bollino di americanità cool. Un Abercrombie dell’alimentazione. Ci ho incontrato di tutto. Dai manager che fanno un colloquio di lavoro (giuro: stamattina, una tipa, ex dipendente di una banca, con un signore anziano; si è parlato pure di Lehman Brothers); alla signora con cosciotti biancastri e calze bianche che fa jogging e che si ferma qui per un’iniezione di schifezze; ai turisti che comprano tazze e caffè (ho già dato, stavolta passo), e così via. Non c’è un tipo da Starbucks. Questo marchio è riuscito laddove la “volatilità” e l’elevato tasso di apertura/chiusura dei negozi ha impedisce spesso agli americani di creare un legame personale con una persona. Per intenderci: a Roma ho il ristorante di Carla, la ceretta di X, la sarta di Y, e così via. Qui cambia tutto così in fretta, dipendenti che vanno e vengono, che non c’è neanche tempo di fidelizzarsi alle persone. E così ci si affeziona al marchio. Tutti i locali Starbucks vendono gli stessi prodotti: e così, è come se ti sentissi sempre nello stesso posto. Ma poi ci si può divertire a notare le differenze, a livello di design e di collocazione dei punti vendita. Dallo Starbucks piazzato nell’hotel, a quello che si trova in una banca (e dove una dipendente ha il compito di bloccare quelli che col caffè si vogliono sedere di fronte ai dipendenti che lavorano: leggi, il sottoscritto). Il consumo del prodotto ha le sue regole: bibite (acqua e succhi), panini e insalate, si prendono da soli dal frigorifero. Le altre, bibite calde, frappuccini e simili, si ordinano alla cassa: il cassiere passa il nome ad una tipa dietro al bancone. Quando è pronto ti chiamano. A volte la catena cassa-barista si inceppa: e due volte ho dovuto ricordare la mia ordinazione. Mi ha lasciato perplesso l’ultima innovazione, in fatto di esposizione dei prodotti: tutti, inclusi la frutta, sono accompagnati dall’indicazione delle calorie. Ansiogeno, direi. Infine una nota: è stato più facile scattare le foto nel quartier generale dell’Anp, a Ramallah, che dentro Starbucks. Quando una commessa mi ha visto, ha iniziato ad urlare che era vietato, ed è arrivata a pretendere che cancellassi le foto, perché “era vietato”. Ovviamente ho risposto di sì, e ho continuato col mio Frappuccino (perché non mi risparmiano ogni volta la fatica di togliere il tappo sopra per mangiarmi la panna col cucchiaio?).

Secondo me in Italia andrebbero fortissimi. L’espresso non aveva nulla da invidiare al nostro. Peccato per le temperature da geyser del cappuccino (ho rischiato di rimetterci un bel po’ di papille).

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17 Responses to “New York/Starbucks, potere di un brand.”

  1. Chicco Says:

    Sono un italiano amante di Starbucks anch’io. In questo momento a Barcellona in vacanza, non ho potuto resistere nel passarci anche da qui (per quanto lo ritenga il “ritrovo” piu anglofono che possa esistere).
    L’entusiasmo che spesso amici e conoscenti riservano pero’ nei riguardi di questa catena un po’ mi fa sorridere.
    Starbucks propone uno “stile di vita” e delle abitudini alimentari estremamente americane per antonomasia. Il pensare che possa trovare il successo che gode all’estero in Italia, secondo me non e’ fattibile. E questo perche’ il caffe’ in Italia e’ un rito a cui milioni di fedelissimi (io compreso) non rinuncerebbero per quella che potrebbe essere solo una moda passeggera nel nostro paese.
    In fondo quello che prendi da Starbucks non e’ caffe’, e se diverse catene di fast-food sono presenti su territorio italiano con buon riscontro di pubblico quella di Starbucks non giurerei possa goderne allo stesso modo. Gli italiani hanno abitudini dure a morire.

  2. Emil Sinclair Says:

    Passata la moda non penso che gli italiani sarebbero disposti a pagare più di 3 euro per un “caffè”. Poi l’espresso non è assolutamente granché ma quando prendi una bevanda con mezzo litro di latte e caramello e altre cose non è che proprio noti la qualità del caffè. Qui in Inghilterra quando sono in giro e ho bisogno di un caffè che ricordi un caffè preferisco Caffè Nero, quando invece voglio una bomba calorica piena di zuccheri il caramel macchiato di Starbucks è il mio preferito!

  3. Lee.S. Says:

    Soffro nel leggere certe cose. Sono uno Starbucks sensibile, in quanto italiano.
    In questi giorni sono in particolare astinenza, tanto da programmare delle gite in Svizzera nei prossimi giorni visto che sarò per lavoro in Lombardia.
    Cosa darei per un Iced Caramel Macchiato ora! SIGH!
    Bevine anche per me, e prendi un paio di bottigliette di caramel drizzle, la sera prima della nanna è un toccasana, è come bere Alpen Liebe! hhehe

  4. zap Says:

    River, ti fai la ceretta…? Noooooo…..

  5. Z Says:

    Scusa River, ma dalla descrizione che fai (non so se era questo che volevi trasmettere) l’impressione è pessima, cioè che si mangia da schifo e che se la tirano da morire con tutti ‘sti divieti…

  6. Luca Says:

    Devo dire che non è una descrizione che ti invoglia molto… dove sta la ficosità della cosa?

  7. londonluke Says:

    Le uniche cose che apprezzo di Starbucks sono l’atmosfera e la connessione wi-fi gratuita – al punto che ormai lo sfrutto solo come internet point e piuttosto di ordinare uno di quei beveroni compro dell’acqua o del té! Se mi tolgono il wi-fi gratis però per me non ha più motivo di esistere…

  8. Asa_Ashel Says:

    considerando il costo sociale che ha l’obesità negli Stati Uniti trovo che sia alquanto positiva l’indicazione del contenuto calorico degli alimenti, ma temo che alla fine abbiano lo stesso risultato delle avvertenze nelle sigarette, quando ci fai l’abitudine non le noti più.
    Sicuramente Starbucks non fa per me, ma trovo interessanti questi tuoi resoconti di questi luoghi, quasi fossero “spaccati sociali”.

  9. nicolò Says:

    Ciao River!!
    volevo dirti e consigliarti di andare nella paninoteca che c’è dentro al tuo albergo, il Parker Meridien! l’avrai già scoperta per conto tuo ma nn si sa mai.
    IO sono stato per qualche mese nella scuola Kaplan Aspect che c’è li di fianco.
    Saluti e buona NYC

  10. river Says:

    Ciao nicolò, grazie. ci sono stato, ma è SUPERcaro. la Kaplan ha una wi-fi protetta. grrrr. :)

  11. Giovanni Fontana Says:

    Qualche tempo fa intervistarono uno dei boss di starbucks sulla questione, che disse la cosa più ovvia: in Italia trovano il caffè – in ogni angolo di strada – a 70cents. Semplicemente non ci conviene.

  12. lelli Says:

    adoro i tuoi post sopratutto quelli on the road, cosi’ meticolosi nei dettagli..un bacio

  13. adriano Says:

    ..praticamente mi pare di aver capito che c’è in tutta Europa…(in germania è ovunque) meno che in Italia. Chissa per quale motivo ;-) … forse perchè sarebbe scomodo per la nostra economia?? una minaccia per i bar??? …metterebbe a rischio il “cappuccino” nostrano tanto amato dagli stranieri??? mhà! che paese Misterioso!!!! :-D

  14. Batik Says:

    Ciao River!! Io vivo a Madrid, sono circondata da Starbucks (a quanto parte qui rientra in un gruppo a maggioranza spagnolo k comprende anch altri brand della ristorazion vedi Gino’s e Vips)e spesso e volentieri mi faccio tentare da Starbucks semplicemente per l’atmosfera, le poltroncine comode nei pomreiggi d’inverno mentre si sfrutta la wifi gratuita e soprattutto prché accetta i buoni pasto dell’azienda dove lavoro visto che altrimnti sarebbe una vera e propria rapina!! Detto questo resto fedelissima al mio espresso ed anch’io dubito del potenziale successo dlla catena in Italia, dove non credo c ne sia bisogno. Piccola postilla: se dovessi elencare i si e no come hai fatto x Abercrombie un bel SI a Starbucks per avere tra gli impiegati ragazzi/e down o con piccoli problemi che in altre aziende purtroppo non verrebbro neanche fatte entrare (l’impegno dell’azienda in qsto snso lo ricorda anche un fantastico Sean Penn nel film “io e Sam”), buona NYC

  15. maledimiele81 Says:

    Riv sei al le parker meridien?? scendi nella hall e dietro una delle tende troverai non una finestra o un balcone ma un corridoietto che porta al burger joint! una chicca!!! praticamente è un fast food NASCOSTO all’interno dell’hotel :D

  16. maledimiele81 Says:

    (o per lo meno spero ci sia ancora… o che non si sia ‘massificato. io ci andai 3 anni fa e me ne innamorai! il fatto che fosse ‘mimetizzato’ e che non fosse una sorta di attrazione turistica ma un posticino noto solo agli autoctoni me lo fece restare nel cuore. è nella lobby dietro una pesante, enorme tenda. semmai chiedi al consierge. good luck!:)

  17. Lee.S. Says:

    Starbucks è arrivato anche in Italia!
    O meglio, sui cieli italiani: pochi giorni fa mi sono ritrovato a volare con EasyJet, e nel loro listino di snack ora ci sono i caffè, i tè e la cioccolata di SB. In più i muffins ed i pacchetti da 12 di VIA (i caffè solubili, 10 euro).
    Per i nostalgici quindi, ora basta un viaggio Roma-Milano per bere nel bicchierone di cartoncino marchiato! ;)

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