Si chiude domani il Gayvillage, la manifestazione dell’estate romana che – da quanto mi è perso di capire – ha riscosso parecchio successo. Dall’inizio dell’evento, sono stati staccati 170mila biglietti di ingresso. Non male. Sono stato all’inaugurazione, e l’impressione che ne ho ricavato è stata positiva. Domani, per la chiusura, arriveranno tre politici: Nicola Zingaretti, presidente della Provincia, il sindaco, Gianni Alemanno, e la presidente della Regione, Renata Polverini. Uno non è una novità, il secondo una mezza novità, il terzo una novità. Ma abbastanza fuffologica. Di Zingaretti sono note le posizioni aperte e civili sui diritti gay, da sempre (me lo ricordo sfilare al Gay Pride, quando era europarlamentare); Alemanno si è sempre detto contrario ad una legge specifica contro l’omofobia e ai matrimoni anche se si è battuto contro i casi di omofobia (curioso poi essere contro una legge specifica, no?). La novità è rappresentata da Renata Polverini, neo presidente, che per i gay, a oggi, non ha fatto e detto nulla (a parte le solite condanne di rito delle aggressioni, e ci mancherebbe altro). Aveva detto che al Gay Pride, se l’avessero invitata, avrebbe valutato se andare. Risultato finale: non c’è andata.

Gli organizzatori del Village, però, sono entusiasti. Pensano di essere davanti ad un risultato importante, e scrivono: “E’ segno di un riconoscimento importante – commenta Imma Battaglia, presidente dell’associazione Dì Gay Project – da parte della città di Roma e delle sue istituzioni alla comunità gay e gay friendly. Il processo di integrazione e di piena cittadinanza di manifestazioni come il Gay Village all’interno della città e della regione è un fatto che anche le istituzioni vivono con chiarezza, volendo dimostrare con la loro partecipazione diretta il crescere di una cultura che vuole vivere le differenze come uguaglianza. La politica in generale è in forte ritardo sul fronte dei diritti delle persone omosessuali e transessuali, ma sono convinta che sia nel dialogo e nel superamento delle barriere ideologiche, come nella sinergia tra le istituzioni e la società, che si possa costruire un percorso futuro di piena cittadinanza per gay e trans”.

Io, invece, non penso che un brindisi in terrazza possa rappresentare un passo verso il conseguimento di quei diritti che l’Italia – a differenza degli altri Paesi europei – si ostina a voler negare ai suoi cittadini omosessuali.

Che accoglienza riserverà il pubblico ai due esponenti di centrodestra?

Morire anoressiche.

September 16th, 2010

Morire anoressiche.

Efficace pubblicità della beitech-ed.org organizzazione no-profit che segue le donne con disturbi alimentari. “Il 15% delle donne anoressiche – viene spiegato nel testo – quest’anno morirà”.

Terza e, penso, ultima punta della telenovela mocciana in cui mi sono involontariamente imbattuto nei giorni scorsi.

Riassunto delle puntate precedenti. Tutto parte dal cartello Vanessa G. cerca Marco M., scritto a penna, e attaccato su una cabina elettrica in viale delle Medaglie D’oro. Qualche giorno dopo, su quello stesso cartello è apparsa la ricevuta di una ricarica telefonica, con tanto di numero telefonico. Penso che si tratti del numero di Marco, cui Vanessa ha voluto fare una ricarica. E invece mi sbagliavo.

La telefonata. Quel numero me lo sono memorizzato sul cellulare, direttamente col nome di Marco M. Decido di chiamarlo l’altra sera, mentre sono a spasso col cane. Mi piace passare quel tempo al telefono, non foss’altro perché il quadrupede si fa le cosine sue e io mi sento un po’ escluso. Forse è un po’ tardi, sono le 23 passate. Il telefono squilla tre volte, prima che mi risponda una ragazza. Già. Fortuna che ho la prontezza di chiamarla col suo nome.

R. Pronto…. (silenzio)…Vanessa?

V. Sì, sono io. Chi è? (rumore di strada in sottofondo)

R. Sono un ragazzo che ha letto il cartello e si è incuriosito. Insomma, è abbastanza insolito.

V. (silenzio). Beh, sì. Dimmi.

R. No, nulla, volevo sapere se questo Marco sta bene, chi è…

V. Marco è un ragazzo che  ho conosciuto a Roma, un po’ di tempo fa. Purtroppo sono dovuta partire all’improvviso, e non sono più riuscita a ricontattarlo.

R. Ah, capito. Ancora non ti ha chiamata?

V. No. Ora, però, scusami, ti devo salutare.

R. Ciao. In bocca al lupo.

Lei ha circa 20 anni. Oggi entrambi i cartelli sono spariti. Forse ne rimetterà uno. O forse rinuncerà a ritrovare il suo Marco.

Canoisti in palestra.

September 15th, 2010

10.jpg Canoisti in palestra. picture by riverblog

Loro sono alcuni giovani e promettenti canoisti: Leon, Eros e  Giacomo (scatti di Beatrice).

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Stampatello ed errori grammaticali non sono stati cambiati. Una fenomenologia delirante, con qualche pizzico di verità. La chiosa è meravigliosa (grazie ad Alberto!)

MI AVETE SCASSATO LA MINKIAAAAAAA MI AVETE ROTTO I COGLIONI CON LE VOSTRE PARANOIE DEL CAZZO, VI PORTO IN MSN PER VEDERCI IN CAM CI SI VEDE POI VOLETE CHE FACCIO IL SPOGLIARELLO IN CAM PER VEDERE COME SONO,SIETE MALATI DI MENTE VI HO DETTO CI SI VEDE IN CAM SOLO PER VEDERSI IN VISO POI SUBITO INCONTRO. MI AVETE ROTTO LE PALLE CON LE VOSTRE CHIACCHIERE DI MERDA SIETE UNA PERDITA DI TEMPO,SE LA VITA PER VOI NON CONTA NIENTE PER ME CONTA ASSSAI E IL TEMPO E DENARO QUINDI NON CI SCASSATI A FUNGIA DA MINKIA DOVETE ESSERE RAPIDI E VELOCI A DECIDERE.

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Sisley, il cetriolo che offende le donne?

Qualche mugugno s’è levato da parte delle femministe: quella pubblicità offende le donne. L’oggetto è lo scatto realizzato per la campagna invernale da Terry Richardson, che ritrae una modella con un cetriolo in mano. Nei giorni scorsi, un gruppo di femministe ha protestato davanti alla Sisley di Padova. So anche alcune associazioni di consumatori si stanno muovendo.

Vabbè, ma perché tenere un ipotetico fallo in mano sarebbe offensivo?

C'è un Brian Austin Green nella cucina.

Il guardabilissimo Brian Austin Green in una scena della prossima stagione dell’inguardabile “Desperate Housewives”.

Scott Herman, casco e underwear.

September 14th, 2010

Scott Herman, 25 anni, noto per dispensare consigli su Youtube, ci tiene a mostrare a tutti il fisico perfetto. Qui è alla VFNO (ma un acronimo meno laborioso, no, cari signori di Vogue?) di New York, tra le sue fan. Ma il casco?

 

"Obama stronzo", divieto di ingresso negli Usa per adolescente.

Luke Angel è un 17enne inglese che ha fatto ciò che non si dovrebbe mai fare: sedersi ubriachi al proprio pc. Il ragazzo ha, infatti, avuto la brillante idea di scrivere un’e-mail alla Casa Bianca, insultando il presidente americano, Barack Obama, fino al punto da chiamarlo “prick”, stronzo. Ora, in un mondo normale, si preme “elimina”, e la cosa finisce là, non trattandosi neanche di minacce, più o meno velate. E, invece, della vicenda si è occupato nientepopodimeno che l’Fbi, che ha a sua volta avvisato la polizia inglese. A quel punto, arrivati dalle coordinate dell’IP alla casa da dove è stato inviato il messaggio, gli agenti hanno bussato alla sua porta, a Silsoe, nel Bedfordshire. La sbronza, ovviamente, era passata. Qualcosa si ricordava, però, tanto che ha cercato di difendersi: “Ero ubriaco. È stato ridicolo, la tipica cosa che fai quando sei un adolescente e hai bevuto un po'”, ha detto, spiegando di aver scritto l’e-mail dopo aver visto un programma televisivo sull’11 settembre. Ma il danno era stato fatto: i poliziotti lo hanno fotosegnalato e gli hanno comunicato che, da quel momento, non poteva più recarsi negli Stati Uniti, a vita.

A me la storia pare assurda. Insomma: l’America non sarebbe il Paese della libertà di parola e, quindi, di insulto? Non c’eranoaltri modi di perseguire questo giovane?

Da noi, in fondo, c’è più libertà. Se penso ai messaggi di morte all’indirizzo del premier Berlusconi, reperibile in ogni angolo del web. Alla faccia del bavaglio, eh.

Addio Pietro.

September 14th, 2010

Addio Pietro.

L’ultimo saluto, stamattina. La figlia Costanza, e i colleghi “storici”, hanno portato la sua bara.

Qua, la sua rubrica su Prima Comunicazione. Ne ha scritta un’altra ancora, che uscirà postuma. Spero anche di trovare quella sul Magazine, in uscita giovedì. Poi dovrò abituarmi alla sua assenza.

Lo zainetto Invicta.

September 13th, 2010

Momento nostalgia, ieri, alla Coin. Nel settore abbigliamento, c’era un totem della Invicta, con alcuni esemplari che credevo ormai estinti. Lo zainetto che ha accompagnato le mie superiori – e pure l’università. A differenza dei miei compagni ero tra quanti non lo riempivano di scritte. Quelle stesse che, però, sbirciavo quando prendevo il treno o avevo modo di osservare gli zainetti dei miei compagni, in classe. Raccontavano storie, quasi sempre d’amore – in corso. Ché se ci si lasciava, si cancellava tutto, oppure si buttava lo zainetto. Era una specie di moving diary. Per alcuni, strumento per rivendicare la propria appartenenza politica: ricordo certe inquietanti croci celtiche, ma anche qualche Che Guevara.

Ricordo che nei week end si trasformava in borsa da mare. Ricordo i granelli di sabbia, il lunedì a scuola. Ricordo anche la crema protettiva che, in un modo o nell’altro, finiva col lasciare qualche traccia sulle stoffa. Portava anche i segni delle penne rotte (perché non usavo mai l’astuccio?). E poi i viaggi all’estero, che lo rendevano un segnale di riconoscimento per gli altri italiani. Un trademark di italianità Anni Ottanta/Novanta.

C’era di tutto, dentro. Anche i sogni di un ragazzo che voleva crescere in fretta.

Remembering Pietro Calabrese.

September 12th, 2010

La stima che nutro verso singole persone – sempre poche, sempre di meno – non dipende sempre dall’esperienza diretta che, con queste persone, mi è capitato di avere. E non ho mai creduto che per pensare bene di qualcuno, bisognasse conoscerlo di persona. Pietro Calabrese è uno di quei colleghi al quale mi univano alcune amicizie in comune. Colleghi, che avevano lavorato con lui, e che di lui mi avevano raccontato storie e aneddoti. Era un tipo tosto. Uno che il giornalismo italiano lo aveva vissuto tutto, sulla sua pelle, dirigendolo. Direttore del Messaggero, della Gazzetta dello Sport e di Panorama. Da tempo, era passato a curare alcune rubriche. Su Prima Comunicazione – sui suoi ricordi da giornalista, alcuni davvero spietati (qui un mio post) -su Iodonna (dove firmava i “Dialoghi tra Pippo e Tuna tradotti in umanese”) ma anche sul Magazine del Corriere. E proprio su quest’ultimo avevamo iniziato una randomica corrispondenza. La mia casella Gmail mi dice che il primo contatto epistolare c’è stato il 13 giugno del 2008. Gli scrivevo del mio cane (lui era legatissimo al suo Pippo), ma, soprattutto, condividevo con lui alcuni pensieri sulla professione di giornalista. Sull’ottusità di molti colleghi nostrani, sulla meritocrazia, sul modo di gestire le notizie. E lui, pacatamente, ma sempre con una punta di amara consapevolezza, rispondeva, argomentando, ribattendo, smussando. Rileggo i nostri scambi di mail, sono una sessantina. E’ una di quelle belle corrispondenze, che nascono, e vanno avanti senza troppi interrogativi (nella foto sotto, il suo adorato Pippo). Abbiamo iniziato a scriverci quando ancora non era malato.

Remembering Pietro Calabrese.

Mi scriveva dei precari che non hanno un posto di lavoro (“ne conosco tanti, che non ho abbastanza vergogne dentro di me per comprenderli tutti”), mi consigliò di scrivere un libro, mi fece i complimenti per un obiettivo raggiunto (“Un passo dopo l’altro, un gradino dopo l’altro: non c’è altro mezzo in questa professione addormentata”), ragionò sui ricordi (“c’è una sorta di allegria nella malinconia conquistata sulle cose lontane”), non mi sembrò entusiasta quando si diffuse la voce di una sua nomina a presidente Rai, poi sfumata, scrisse per l’errore di un politico di rilievo di cui, oggi, non mi va di fare il nome (“Non credo che fare il presidente a viale Mazzini sia un lavoro adatto per me”), sulla crisi economica (“vedrà che la situazione economica (mondiale) obbligherà l’italia ad adeguarsi e a tagliare. A tagliare. A tagliare.  Mi spiace enormemente per tutti i giovani in cerca di lavoro… che tristezza, che spreco!”), sul suo amore per l’Italia, nonostante tutto (“Ma le confesso che mi piace essere italiano, e che amo questo paese.  Se guardo il mondo, così vasto e vario, penso che c’è di peggio. Detto questo, sarebbe bello riuscire a far cambiare alcune cose nel nostro paese. Magari ci riusciranno i nostri figli”). Mi fece anche un appunto su come, oggi, si ricordano i morti, quando scomparve una figura storica del giornalismo italiano, Candido Cannavò: “Non è poi così difficile ricordare le persone morte in un articolo. In realtà, se ci fai caso, quando ricordiamo un morto finiamo per parlare di noi, e del nostro rapporto con la persona scomparsa”. E aveva ragione.

Aveva iniziato a raccontare la sua lotta contro il cancro servendosi di Gino. Nella rubrica sul Magazine, infatti, narrava le vicende di questo suo amico, malato, e i suoi alti e bassi. Per un anno ho creduto che questo amico esistesse, nella realtà. E, invece, rientrato dalle ferie, e pranzando con un’amica in comune, la verità è venuta a galla. Gino era  proprio lui. Tornato a casa, gli scrissi subito una mail. Mi rispose con dolcezza, il giorno dopo, il 3 settembre.

Pietro non c’è più. Stanotte ha perso la sua battaglia. Aveva finito di scrivere un libro, in uscita alla fine di settembre. Era la storia di Gino, la sua.

Addio Pietro, giornalista, uomo.

Di una cosa va dato atto, a questo simpatico utente di Youtube: è stato originale. Altro che quel furbissimo babbeo di Terry Jones. La didascalia al video, poi, è una perla: “too much shit in this thing, it will never go down in one flush”.

(Che oggi uno possa bruciare – tanto per fare due esempi a caso – la bandiera d’Israele e la Bibbia, ma non possa fare lo stesso col Corano, è un paradosso della democrazia mondiale).