Solo stasera ho scoperto che Santo Giuliano, ex ballerino di Amici, era del corpo di ballo di XFactor.

Era l’edizione in cui io ed L. siamo andati a fare le poste ai ragazzi fuori dal residence, inculoalmondo alla Romanina. Fieri di essere trash. C’eravamo pure convinti che fosse della parrocchia. E, invece, nada. Bravissimo ballerino.

Postilla. Ma il seno della Tatangelo è vero? Se sì, è perfetto. Da manuale chirurgico. (Qua formato gigante).

Postilla/2. Davide, il viso più fotogenico di questa edizione di XFactor. Sweet seventeen.

 

Fette biscottate in lattina.

November 23rd, 2010

Già le fette biscottate mi fan senso (fanno tanto febbre alta e diarrea), ma trasformate in purè…

Mara Carfagna e la memoria corta.

November 22nd, 2010

Poche righe, giacché l’argomento offre la solita dimostrazione di quanto la memoria degli italiani sia corta. Mara Carfagna e la sua intenzione di lasciare il Pdl, in favore di Fli, ha provocato una netta “sterzata” nel modo in cui la blogosfera gaya e sinistrorsa percepiva il ministro delle Pari Opportunità. Val la pena ricordare che la ministra – tralasciando il suo curriculum e i suoi meriti, reali o presunti, sul campo – ha avuto un rapporto travagliato con le associazioni Glbt. Prima ha trattato i gay come appestati (circa), tanto da rifiutarsi di ricevere per molti mesi le associazioni. Poi ha fatto marcia indietro: “ho capito, siete uguali a noi”. Unico dato oggettivo del suo ministero a favore della causa: uno spot (mediocre) contro l’omofobia. Bene.

Sintesi: non mi sento di definire Mara una paladina dei diritti delle persone Glbt. Neanche sforzandomi.

Per questo non riesco a capire come sia possibile che molti attivisti, ora, lodino la ministra. La deputata Paola Concia l’ha definita “coraggiosa” (in parte ha ragione, ma secondo alcuni, più che coraggio potrebbe essere paraculismo). Altri chiedono che resti al ministero. Aurelio Mancuso dice che ha avuto il merito di aver chiesto scusa ai gay. Sarà.

Avrà fatto pure dei passi in avanti. Giova ricordare che è un ministro delle Pari Opportunità. Certe cose – il fatto che i pari diritti siano pure quelli dei gay – dovrebbero essere scontate, e non andrebbero conquistate a suon di proteste e comunicati stampa.

Post pretesto: mi sono ufficialmente stancato di stendere panni, aspettare che si asciughino, fare uno studio settimanale del meteo, ecc. Quindi mi compro un asciugatore. In America sono la norma: mi ricordo lo stupore del mio ex B., quando veniva a Roma e si trovava davanti ai panni stesi dalle finestre. Unico dramma: sono cari. Molto cari. Lo “spartiacque” economico è dato dalla classe energetica. Quelli di fascia B costano mediamente 500 euro. La fascia A parte da 750 euro. Sigh.

Decisione entro Natale. Si accettano consigli.

Domani si chiude ufficialmente il mio rapporto con la Tre. Rapporto partito bene, decisamente, visto che il contratto stipulato non aveva eguali. 79 euro al mese, con 8 ore settimanali di conversazioni verso tutti (sempre esaurite), internet praticamente illimitato, e 600 sms al mese. I primi problemi sono arrivati quando la Tre mi ha cambiato il piano, appellandosi a delle clausole vessatorie – usate anche da altri operatori, ma che poggiano su basi giuridiche molto fragili – che mi imponevano di conteggiare i minuti di conversazione verso cellulari Tre, e di far sì che questi rispettassero una data percentuale.

La seconda beffa è arrivata nelle scorse settimane. Per evitare la trafila del cambio operatore, punto su un piano da 29 euro mese. Meno minuti, ma alla fine il traffico internet incluso continua a soddisfare le mie esigenze. Intanto bisogna scontrarsi: 1) con un servizio clienti che risponde, via e-mail, anche dopo 48 ore ma, soprattutto, in maniera confusionaria e contraddittoria; telefonicamente è ancora peggio, con operatori che quando si stancano di starti a spiegare le cose di attaccano il telefono in faccia (giuro); 2) la disorganizzazione dei negozi Tre, affollati e popolati da gente spallata (vedi quello di Termini: commessa perennemente scoglionata, anche verso la sua azienda, terminali che funzionano un giorno sì e uno no). Alla fine, il servizio clienti, via e-mail, mi comunica che posso cambiare piano. Bene. Alla terza visita in un negozio Tre, mi sento rispondere che NON è possibile passare ad un piano più economico. “Se vuole pagare di più, non c’è problema. Non è permesso il contrario”, la sintesi dell’impiegato. La mia risposta non la riporta, ma è facilmente immaginabile.

Da qui il passaggio a Wind, che sta lanciando una promozione. Intanto ricaricabile (basta addebiti diretti sul conto), tariffa Noi tutti per 3 scontata del 50% per 12 mesi:  con 11,5 euro mese (invece di 23)  si hanno 360 minuti al mese verso tutti. Internet No Stop è incluso e free per i primi sei mesi.

Dopo ampie peregrinazioni mi sono reso conto che la concorrenza è relativa, e che le compagnie si sono messe d’accordo su un punto: inculare sempre e comunque il cliente.

E’ un tripudio di chiappe al vento. Protagonisti gli italiani Mirco e Mauro, sempre più piacioni.

E per chi ne volesse di più, si rimanda al canale del calendario, con molti altri video monotematici.

River consiglia quello di Romain Raine.

L’uomo con la testa mozzata.

November 22nd, 2010

Carlos Sosa, arrestato a Miami per favorreggiamento della prostituzione. La foto è stata riportata dal Miami New Times, che garantisce sull’assenza di manipolazioni con photoshop. Qua altre foto di un altro arresto di Sosa.

Le misure di sicurezza negli aeroporti americani si sono fatte sempre più stringenti. Al di là degli scanner, le perquisizioni sono diventate invasive. Le autorità americane sono ancora ossessionate dall’11 settembre. Il Denver Post in un pezzo raccoglie molte voci di passeggeri stufi di “pat-downs” (la perquisizione) con toccatine qua e là. Toccatine professionali, un po’ come quelle dell’andrologo e del ginecologo. Ma tant’è. Alcuni passeggeri parlano di veri e propri massaggi, con le mani degli agenti che vanno su e giù.

A Fiumicino la perquisizione è iperveloce, anche quando il metal-detector suona.

Yahoo answers/Safe sperma.

November 18th, 2010

Da girare all’Anlaids, per una consulenza.

Differenze, canoisti-canottieri.

November 18th, 2010

Dopo innumerevoli post dedicati al variegato mondo della canoa, nessuno (!) mi aveva sapute spiegare in maniera easy la differenza tra canoisti e canottieri. Differenza che deve pur esserci, se alcuni di loro si indispettiscono quando sbagli definizione.

In ogni caso, eccola:

I canoisti usano le pagaie, formate da un manico con all’estremità due ‘pale’;

I canottieri hanno due manici con due pale, e le usano facendo leva sulla barca.

A livello di velocità vicino i canottieri. Diverso il movimento, ovviamente: basta pensare alla loro vogata, la forza parte dalle gambe, potendo contare sul seggiolino che arriva fino in fondo a gambe distese e poi su due braccia ogni colpo. I remi nel canottaggio sono fissati alla canoa, mentre nella canoa il remo è libero. (grazie a Michele!)

Rugbysti a riposo/Pruriti?

November 18th, 2010

La storia di Paola Caruso ha fatto in pochi giorni il giro del web. E non solo. Ne hanno scritto agenzie di stampa e quotidiani. Per chi non dovesse averne letto: Paola è una collaboratrice del Corriere della Sera, da 7 anni. Dal 2007 ha dei contratti co.co.co (una privilegiata, in questo sporco mondo dell’editoria). Qualche tempo fa, quando si è liberato un posto, ha sperato che fosse arrivato il suo momento. E, invece, è stato preso un ragazzo uscito da una scuola di giornalismo. Da qui, la decisione di iniziare lo sciopero della fame. Intervengono tutte le parti in causa: dal sindacato, che chiede spiegazioni, al direttore, Ferruccio de Bortoli, che, piccato, dice: “Nessuna assunzione, si tratta di un’altra collaborazione”. Al quarto giorno, Paola ha deciso di interrompere la protesta. Forse anche perché ha capito che non c’era via di uscita.

Paola è stata coraggiosa. Coraggiosa e idealista, aggiungo. Coraggiosa perché, quasi sicuramente, non potrà più lavorare al Corriere della Sera. Dalle voci raccolte, la sua storia ha dato parecchio fastidio ai piani alti. I precari ci sono, sono tanti, ma nessuno aveva mai osato tanto. E Paola ha avuto il merito di urlare a tutto il mondo che nel giornalismo è pieno di gente che fa la fame, e che lavora per anni senza uno straccio di contratto. Conosco collaboratori di grande testate, che si portano a casa qualche centinaio di euro da dieci anni. Giuro. E la grande testata li tratta pure con sufficienza. “Siamo noi a farti un favore, facendoti lavorare”, il senso del loro atteggiamento.

La storia è sintomatica di un mondo editoriale malato di cancro. Da anni. Malato per varie ragioni. Intanto perché esiste un contratto di lavoro giornalistico che spaventa gli editori e, secondo me, andrebbe pesantemente modificato. La flessibilità non è qualcosa da temere, bensì un valore, che permetterebbe di venire incontro ai molti giovani ancora a spasso, dopo anni e anni di collaborazioni. E’ assurdo che per licenziare un giornalista si debba chiedere l’intervento di una divinità extraterrestre. Di fatto, è impossibile. Da qui, la pletora di contratti a termine, come forma di autotutela degli editori. C’è poi il cancro di certe scuole di giornalismo e master. Purtroppo, nonostante la crisi, ne nascono sempre di nuove. Illudono questi giovani ragazzi, facendo creder loro che potranno seguire le orme dei loro paladini giornalistici. Ma alla fine creano solo disoccupati o stagisti a vita. Ai giovani che vogliono intraprendere questa professione e che mi chiedono consiglio, dico sempre: non intraprendetela, a meno che non abbiate un’alternativa. Studiate giurisprudenza, economia, iniziate un percorso professionale parallelo. E’ un mondo marcio, con zero possibilità di “career progression”. Non è una questione di raccomandazione (almeno in parte): è tutto fermo, nessuno assume, da anni e per chissà quanto tempo ancora. Fate degli scoop? Bene, bravi. Nessuno vi dirà bravi, e questi non avranno alcun peso per un’eventuale assunzione o promozione. All’estero sono già usciti dalla crisi, da tempo: basta darsi un’occhiata ai siti dei grandi gruppi editoriali. Tutti a cercare editors e persino capi cui affidare la gestione di riviste e giornali. Incredibile. Qua da noi, è ancora in atto il processo dei prepensionamenti in Rcs, Repubblica, e così via. Mandati via i vecchi (anche cinquantenni), forse entrerà qualche giovane. Forse.

Il problema di questa professione, purtroppo, è alla radice. E’ in un’Italia che non premia i giovani, e che fa sentire gli over 50 inutili zavorre da mandar via. Ma è anche in un sindacato che pur di difendere certi vecchi privilegi della categoria, oppone spesso un’anacronistica resistenza alle innovazioni, incluse quelle offerte dalla multimedialità (c’è ancora gente, nei giornali, che considera internet una roba da sfigati; giornalisti di edizioni cartacee, che si rifiutano di ‘squalificarsi’, scrivendo per il web).

Faccio questo lavoro da ormai dieci anni, e, oggi come oggi, mi ritengo un privilegiato. Ma se se tornassi indietro cambierei strada.

gay_themed_coffin_europics_6392e7ee232dbc98d7a892d932bbfd30.jpg picture by riverblog

L’ultima moda, nel variegato mondo delle pompe funebri, è quello delle bare gay-friendly. Il trend è stato registrato in Germania, dove un’impresa di settore, per accontentare i clienti gay, ha iniziato a commercializzare delle bare a tema (foto sopra). Di diverso, rispetto a quelle tradizionali, ci sono i disegnini omoerotici. Come spiegano i creatori di questa linea, due designer gay di Colonia, le immagini di uomini muscolosi sono perfette per salutare il proprio caro. “Alcune persone hanno reagito male – spiegano i due – ma secondo altri sono molto belle. La recessione c’è e si sente, ma i consumatori gay sembrano avere ancora molto potere d’acquisto. Purtroppo, ci sono ancora pochi prodotti concepiti per loro”.