Religione a mano armata.

January 26th, 2011

“Gay immorali”.

January 26th, 2011

Rispondo io: sì.

(Ha ancora senso indignarsi, come italiano, giornalista e gay?)

Qualcuno chiedeva un approfondimento su Patrick Schwarzenegger, figlio di.

Eccolo. Senza scarpe.

Lo scoglio palestra.

January 25th, 2011

Per circa due anni, mese più mese meno, sono andato in palestra. Tre volte a settimana. Preciso come un orologino svizzero. Lun-mer-ven, con qualche lieve variazione. Evitavo il sabato, solitamente dedicato al cazzeggio domestico. Dalla metà di dicembre, però, il ritmo s’è interrotto, per cedere il pazzo ad una più “naturale” pigrizia. Quindi, niente palestra. Nonostante l’abbonamento annuale. Tutto parte da un problema reale: tendinite alla spalla destra. Al Coni mi prescrivono 15 sedute di tecar-terapia, che manco sapevo cosa fosse. Poi un’altra terapia. Preso dallo sconforto di tre-4 ore settimanali di studio fisioterapico, rinvio il momento della scheda con i pesi. Lavoro aerobico. Ma non è la stessa cosa. Arriva la noia. Le feste. Pausa.

Anno nuovo vita nuova, m’ero detto. Niente da fare. La modalità pause prosegue. Una volta è il lavoro che finisce tardi, un’altra la pioggia, un’altra ancora lo sciopero dei mezzi (mortacci, domani ritocca). Da un mese, campeggia nella mia stanza in redazione il borsone della palestra. Pronto per l’uso. Eppure non penso di essere ingrassato, fermo a 76. Al massimo 77, spero.

Ecco. Volevo scriverlo. Così vengo biasimato, e magari mi do una smossa.

L’uomo è naturalmente pigro e goloso.

Andare a pescare nel bagaglio emotivo – polveriera di sentimenti, crocevia di amori e odi, intreccio di lingue e corpi trascinati dalla passione – rappresentato dagli anni delle superiori di ogni persona, è operazione fin troppo facile. E’ come un lieto fine in un film in cui il protagonista – adorabile – lotta contro il cancro e alla fine vince. Che altro poteva fare? Clap clap. Con “Immaturi”, si è voluto proporre un’operazione ben nota nella cinematografia: ricordare al pubblico che gli anni delle superiori 1) sono irripetibili; 2) siamo tutti invecchiati; 3) certi legami non si ripeteranno più; 4) la spensieratezza di quel periodo sarà incastonata per sempre in un quadro chiuso a chiave nella cassaforte dei sentimenti. Insomma, farci stare una merda. Almeno così mi sono sentito io, uscendo ieri dal Barberini, dopo aver riso e applaudito (alcune scene sono cult: una menzione speciale alla romanità sincera di Ricky Memphis), e dopo aver riflettuto, again, sul tempo che è stato.

Il film è costruito con leggera prevedibilità, e presenta personaggi che a volte sono sembrati ingabbiati nei loro ruoli chiaramente macchiettistici (quello di Memphis è paradossale: ultratrentenne vive a casa dei genitori, mamma contenta, padre cerca di mandarlo via; Raoul Bova, psichiatra bono spaventato dall’arrivo di un figlio; Ambra, sesso-dipendente che conta i giorni di astinenza, e respinge fino all’ultimo il cameriere dolce del ristorante nel quale lavora; Luca Bizzarri, speaker radiofonico che non si vuole legare alla fidanzata e si inventa di essere sposato). Il ritmo c’è tutto, e anche se la trama è scontata (sappiamo tutti quale sarà l’epilogo), i momenti emozionanti non mancano. E non sono le emozioni regalate dal film, ma gli strumenti che questo ci dà per andare a pescare nel nostro passato. In quegli strameledetti cinque anni che rimarranno per sempre là, a cavallo tra gli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. La storia, la mia storia, la storia di tutti. Quando si parla della compagna di classe cui si fa la corte; della gelosia per il bacio dato ad un altro; la paura dell’appello; le rivalità; le gite. Parole chiave legati a momenti che ognuno ha vissuto e che, davanti allo schermo, si smuovono come un vulcano in eruzione dentro di noi.

Ho pensato alle mie superiori. Ho pensato che non eravamo così gruppo, e che in fondo avremmo tutti voluto esserlo. Ho pensato alla mia compagna di banco F., che ho saputo essersi sposata con l’amico che piaceva anche a me; hanno fatto un figlio, ma neanche me l’ha detto. Ho pensato alle seghe fatte pensando ad M., due anni più piccolo di me, oggi campione di pallacanestro (sposato e con figlio, ritrovato qualche anno fa tramite un amico giornalista che mi ha dato il suo cellulare). Le sue tute erano una delle ragioni valide per andare a scuola. Alle ore di ginnastica, che io odiavo, ma che mi permettevano di godere della vista dei corpi altrui negli spogliatoi. Ho pensato ai professori che ho amato, e che odiato. La maturità. I quadri. L’emozione. La pausa estiva, e poi la ripresa. Le sveglie la mattina. Lo sporco della penna che ha macchiato i pantaloni. Il diario con lo specchietto che mi attaccavo all’ultima pagina. Le unghie rosicchiate. Il registro di classe per i compiti del giorno dopo. Le mani sporche di gesso. La pupù fatta sempre a casa, ché i cessi di scuola facevano schifo. Il compagno R. che si faceva le seghe al bagno. Il temperino che non si trovava mai, e il passaggio alle micromine (e io che mi scordavo di comprarle). Le paste farcite di crema all’uscita di scuola. La campanella, che quando suonava pareva il momento in cui l’autorità di legittimava a voltare le spalle al prof che ancora voleva spiegare. La sospensione, dall’unico professore tordo della scuola, che pure sgamò la mia firma falsa. L’odore dei libri nuovi. Le copertine di plastica per non rovinarli. La fila in libreria, a settembre, e i libri che puntualmente andavano ordinati perché non c’erano. Le poste sotto casa di C., eterissimo, oggi pilota d’aerei in Belgio, mentre l’amico G., altro amore-immaginario, è un pluridecorato dell’aeronautica. L’inutilità dell’ora di religione. Le due felpe della Nike che mi ritrovo in quasi ogni foto di quel periodo. Gli scarabocchi al muro nei corridoi, tanto per lasciare un segno. Le gomme appiccicate sotto al banco. La sedia scomoda, con lo schienale che sembra fatto per mandarti dall’ortopedico. La soddisfazione del 7 scritto in rosso sul tema lungo lungo. L’ascensore riservato ai prof, spartiacque tra noi piccoli e loro grandi. L’odore del sudore negli spogliatoi. Lo zainetto che pesava sempre due libri di troppo. La notte prima degli esami (Venditti, mi devi ore di magone).

E poi, dopo la maturità, l’ingresso in un mare aperto. Dopo aver percorso un fiumiciattolo dai confini certi e con un percorso prevedibile, l’oceano della vita. Da solo.

Malinconia per qualcosa che non ci sarà più.

Questo non sarà l’unico post del giorno dedicato al film “Immaturi”, visto ieri sera. Faccio questa premessa, l’aspetto – fastidioso e irritante – di cui sto per scrivere, non ha compromesso la reazione-a-catena di cui a breve parlerò.

Anyway, c’era un tempo la pubblicità occulta. Il pacchetto di sigarette usato con un’inquadratura tattica (ora manco si fuma più, che il Moige rompe i coglioni – alla pari dei pompini). La marca di merendine. L’acqua minerale. La Coca Cola. Qualche cartellone pubblicitario affisso guardacaso lungo la strada percorsa dal protagonista. Adesso, da occulta, la pubblicità si è tramutata in sfacciata esibizione di un marchio, cui, evidentemente, si deve sfacciatamente riconoscere il merito di aver permesso quel film. E in “Immaturi”, di Paolo Genovese, gli spot si sprecano. Come se non bastassero gli odiosi cinque-dieci minuti a inizio film (perché dobbiamo sorbirci al cinema la pubbicità televisiva, visto che qui abbiamo pagato un biglietto per due ore due di visione?), la pellicola propone, in ordine sparso:
– Marchetta a “Che Banca“, dove lavora l’amante-fidanzata di Luca Bizzarri. Non solo la banca viene citata in una conversazione, ma lui la va anche a trovare in filiale (inquadratura colori ufficio, dentro e fuori).

– Una protagonista lavora al marketing della “Beretta”. Marchio visibile a più riprese (ma questa benedetta zuppa di farro è reale?), con spottone finale su cartellone pubblicitario. Pubblicità alla seconda.

– Smarchettata a “Intimissimi”, in negozio: Paolo Kessisoglu deve comperare un reggiseno all’amante.

Rtl 102,5: trattandosi di emittente privata, direi che è pur sempre uno spot. Qui lavora Luca Bizzarri.

Saranno serviti a ripianare tutti i costi? Il punto è: gli incassi al botteghino – che immagino essere buoni – non bastano più?

“Gli omosessuali sono persone normali, non errori di natura o dei malati. Sono persone che hanno tutto il diritto di amare e di essere amati e in quanto tale di formare delle famiglie”. Sono le parole di padre Cosimo Scordato, parroco della chiesa San Francesco Saverio all’Albergheria, un popoloso quartiere palermitano, che ha partecipato alla presentazione del progetto “Prospettiva Queer”.  Come già avvenuto in passato, il sacerdote torna a parlare dei Dico e dell’omosessualità: “È un tema che la Chiesa ai più alti livelli, dovrebbe rivedere radicalmente. Bisogna avere rispetto per gli omosessuali perchè quello che conta è l’amore. E loro amano al pari degli etero”. “L’omosessuale non è, quindi, un ‘peccato contro naturà – sottolinea il parroco palermitano – nè un elemento di disordine. Conta la persona con la sua capacità di amare e in quanto tale deve essere rispettato”. Per padre Scordato “è la persona, infatti, che qualifica la dignità umana. E dove c’è amore c’è Dio. Per questo la Chiesa dovrebbe rivedere radicalmente il suo pensiero”. La parrocchia di San Saverio ospita la sede dell’Agedo (associazione genitori di omossessuali).

Bene. Sono questi i preti che mi piacciono. Preti che amano e rispettano tutti.

Un altro clero c’è.

Genitori in montagna.

January 24th, 2011

Alex Pettyfer, corsa per i fan.

January 23rd, 2011

Corsa ad uso e consumo dei fan – che ora si godono le foto – per Alex Pettyfer, biondo attore 20enne destinato a brillantissima carriera. Qui si trova a Hollywood Hills, solo coi paparazzi. Nel 2011, lo si vedrà in “Sono il numero quattro”, il film più attesa dell’anno in America (secondo una classifica di Usa Today).

Modelli vista Alpi.

January 23rd, 2011

Lo slogan della linea underwear svizzera firmata da Diego Barberi e made in Sankt Moritz, promette bene: “Swiss Pride For Your Joy”. Il marchio è giovanissimo, del 2010, e la campagna è in stile svizzero: modelli in slip di fronte allo splendido scenario naturale delle Alpi. Il sito garantisce free shipping in tutto il mondo.

Studente da Eredità.

January 23rd, 2011

Il giovane concorrente di questa sera dell’Eredità – trasmissione che non vedo MAI, causa allergia catodica a Carlo Conti -, come dire, buca il video.

Studente di medicina del terzo anno. Corteggiatissimo. D’inverno, mi è stato riferito, le guance gli si colorano magicamente di rosso.

(quant’è piccolo il river-mondo: dopo la pubblicazione della foto sul mio profilo Twitter, due segnalazioni di river-lettori: “Lo conosco!”).

Ovviamente non condivido neanche stavolta. Anzi, forse è ancora più grave, perché fatto per pura ripicca.

Essù. Mille (?) copie in più non giustificano lo scadimento (ulteriore) della classe giornalistica.

P.s. Se ieri, su Facebook, era tutto un fiorire di gruppi col cellulare di Silvio, oggi sul social network ce n’è uno solo. Fb è rosso.

Ruby/Signorilmente, Santanché.

January 21st, 2011

La migliore alleata del centrosinistra è Daniela Santanché. Perché quando un elettore del Pdl la vede, si spaventa.