Buona Pasqua.

April 23rd, 2011

Laicissimi e ascellosi auguri di buona Pasqua. A chi ci crede. A chi no. A chi adora le colombe. E a chi è tornato a fare all’amore.

La mia, di Pasqua, sarà: pranzo a casa (con Asb, che cucinerà “bocconcini di vitello alla marchigiana”, made in Giallo Zafferano); serata dai miei.

:-)

Vittima sacrificale.

April 23rd, 2011

Ma almeno la testa, non la potevano rendere meno “viva”?

Per gli uomini stuprati.

April 22nd, 2011

Lo stupro non interessa solo le donne – anche se loro sono la stragrande maggioranza delle vittime. Questa campagna è diretta proprio ai ragazzi/uomini vittime di violenza. The Havens è un centro londinese per l’assistenza di persone che hanno subito una violenza sessuale.

Incrocio A. su Facebook. L’ho aggiunto io, dopo aver trovato un foglietto di carta con una serie di nomiecognomieindirizzi. Quando li ho scritti avevo 19 anni. Penna blu. La carta è stracciata, in alcuni punti ho cercato di rimediare ai segni del tempo con dello scotch. Ero alla mia prima vacanza all’estero. Inghilterra, Wimbledon. A. mi manda una decina di foto. Di quel soggiorno-studio. Peggio di un vetro che disegna sulla tua pelle un mosaico grande come il passato. Il mio passato.

Alle superiori non s’usciva di casa, la sera. L’unica attività sociale, al di fuori della scuola, era il tennis agonistico. Per il resto, compiti-casa-tv (prevalentemente Maurizio Costanzo Show). La classe non faceva comitiva, Facebook non era nato (mi sa neanche Zuckerberg), internet nemmeno. I cellulari erano citofoni grandi come una valigetta 24 ore, e se il compagno ti voleva chiamare, passava per il filtro inquisitore della mamma. Ma su una cosa i miei genitori non avevano dubbi: d’estate bisogna andava all’estero a studiare l’inglese. E iniziai proprio da quell’estate. Maturità fatta, 50/60. Felice di iniziare una vita nuova, di cui immaginavo poco o niente. La destinazione la scegliemmo insieme, dal catalogo della Viva. Wimbledon. Il massimo, per un appassionato di tennis. Peccato che i campionati fossero già finiti. Tre settimane a luglio. Corso intensivo, lunedì-venerdì, tante ore al giorno, sere libere. Scelsi la residenza in famiglia. Mai opzione fu più sbagliata. Mi capitò signora trippona, neanche troppo simpatica, con casa ricoperta di una sporca moquetta appiccicosa. Infatti alla fine passavo tutto il tempo al college. Fino a sera tardi. Scoprii, già allora, quanto, all’estero, fossero convenienti i taxi. Tutte le sere ne prendevo uno, per tornare a casa. Conobbi tante persone, che ora mi tornano in mente grazie alle foto di A. Conobbi la prima – l’unica e ultima – ragazza che avrei baciato in bocca. E con la quale mi sarei fermato un secondo prima di fare dell’altro. Si chiamava B., era di Pandino (Cremona). Dieci anni più grande di me. Aveva i capelli lunghi, la pelle chiara e morbida. Ci baciammo, per le scale, furtivamente. Lei sarebbe partita pochi giorno dopo, mentre io sarei rimasto una settimana in più. Un bacio strano, a ripensarci. Perché mi ricordo che mi eccitai. Che, detto oggi, fa quasi un po’ senso. Alla fine non andammo oltre. Lei era fidanzata, con un uomo di dieci volte più grande di lei. Poi c’era A. Divenne il mio amichetto preferito. Era sardo, simpatico, la battuta sempre pronta, e un sorriso accogliente. I sorrisi che ti rivolgono le persone che stanno in pace con loro stesse, e che sembrano star là per donare serenità. Ricordo anche D., di Civitavecchia. Simpatia romana, risata solare. A vederla nella foto, oggi, riesco quasi a sentirla qui presente. Due sorelle di Erba. Un meraviglioso ragazzo turco, un dente spezzato che sembrava esser stato spezzato per rendere il viso ancora più pittoresco. Trescò con D., e ci rimasi pure parecchio male. In una foto siamo sdraiati in terra, appoggiati al muro. Io sono accanto ad A., il ragazzo turco è appoggiato a me, D. ad A. Sorridiamo, e siamo belli. Dentro di me sarei dovuto crescere ancora molto, ma ero felice. Insieme organizzavamo scorpacciate di pasta. In uno scatto ci sono solo lattine di analcolici: io bevevo la Coca-Cola, astemio inside. Ci piaceva sentirci italiani all’estero, era sicuramente qualcosa di provinciale, ma per noi era soprattutto un pretesto per stare insieme. Nella sala del college c’era un tavolo da ping pong, che ospitava pentole e piatti, colorati di sugo rosso. La moquette era verde, le pareti in legno.

A. oggi ha una figlia di due anni. Il ragazzo turco pure, il suo sorriso è ancora splendido. D. ha un cognome così comune che non si può ritrovare. Delle due sorelle di Erba una è diventata ricercatrice. Ad alcune A. ha scritto, ma c’è rimasto male perché gli hanno risposto un canonico “ciao, ma sei tu?”, e tutto è finito là.

Ho ingrandito lo scatto. Ora ha invaso il mio desktop. Quello sono io. Sì. E’ un pezzo di me, cresciuto. Cambiato. Forgiato da amori e sofferenze, maturato e arricchito/impoverito da scoperte e delusioni, sogni e aspettative non realizzate. Eppure riesco ancora a sentire l’odore dell’erba che accompagnava le chiacchierate notturne con A., mentre aspettavamo il taxi, e i grilli suonavano la nostra colonna sonora.

Non riuscirò mai a guardare con serenità una foto del mio passato, perché so che quel momento non si potrà ripetere mai più.

Se la boa si sposta.

April 21st, 2011

Quando stai facendo un giro di boa, e la boa si muove, che si fa? Si cerca di starle dietro, adattando la propria velocità e il proprio orientamento alla nuova traiettoria. Anche se magari non servirà. Perché, spesso, si usano dei pretesti per dirsi non ti amo più. E per rinviare il momento del giro, della svolta.

Comunque, siccome la cosa più bella che mi abbia dato questo blog è il calore umano incondizionato (come potrebbe essere altrimenti, visto che dall’altra parte dello schermo potrebbe anche esserci un cane che sa usare la tastiera o un pappagallo intelligente che sa scrivere?), ringrazio chi, oltre ai commenti, mi ha scritto, via Twitter, mail e via Facebook, anche solo per dire “io ci sono”.  Giuliano, Giovanni, Marcolol e Marco D., wolvie, Alex, Enrico, Mariano, Ilaria, Carlo, Stefano, Francesco, Luca,  Rocambolesque,  Mercuzio, Fabrizio, Francesco, Gabriele, Sol Sol, Stefano, Nicola, Davide, Giulio, Michele, Alessandro, Mirko, Francesca.

Ogni abbraccio virtuale è arrivato a destinazione.

Storia in numeri.

April 19th, 2011

Foglio di carta, scarabocchiato, appunti. Mi servirà, nei mesi a venire. Non dimenticare. Numeri. Certezze, numeriche. Evanescenza affettiva.

2 anni meno un mese e tre giorni. 23 mesi. quindi, 365 per 2 = 730, meno un mesetto 700, meno tre, 697 giorni. 99 settimane circa.

16.728 ore. di cui, in media 9 ore di sonno, quindi 6273 ore di ninne. togliamo le festività coi genitori, e forse siamo a 16.550.

dovrei togliere pure le ore di lavoro. 9, 10 al giorno. ma in fondo ci sono gli sms. collante tra ore di assenza.

sms, giusto. una media di 20 al giorno. 13.940 sms. ma c’erano punte di 30. viva la tariffa 1 euro a settimana della tim.

sabato e domenica, colazione insieme. giusto. rito. piacere. 198 colazioni. 792 euro.

due film a settimana, in media. 198. minchia, quante spoilerate su twitter.

Allstar indossate (lui) 3. Allstar regalate, da me, 2.

Oggetti rotti/persi: un cellulare. un tavolino in salotto. una camicia Ralph Lauren. un giubbino buttato dalla finestra e rubato da extracomunitario.

Tatuaggi. No, non tatuaggio ad inchiostro. Diciamo segno fisico indelebile. Un morso ricevuto (per colpa del blog). Il segno c’è ancora. Son passati mesi.

vacanze. mmm. poche. barcellona. germania. olanda. conero.

sms a mamma (sua). 3.

telefonate di sua mamma a me. 1

telefonate all’università, 2.

amici che ci hanno accompagnato. C., paziente e sempre presente. E./1, ora alle prese con qualcosa di più grande di noi. E./2, di sfuggita. L./1, l’ex, sempre presente. L./2 il coetaneo (suo). M.e F., avvocato e marito. S., cazzuata giornalista, delle parti sue. Mio padre. Che l’ha conosciuto, sotto casa. D., l’architetto, paziente pure lui. C., e B., l’ufficio stampa. Qualche collega. M., avvocato new entry. G. ed F., ora un po’ di meno. G., il blogger, una cena, ma ci ha continuati ad osservare. G./2, l’amico lontano, anche se ora ci si sente di meno.

baci. la questione è dura, qui. insomma. bisogna scindere i primi mesi. bacio lungo, quanto vale? bacio smack e basta? Bacio lungo vale doppio, dai. Primo anno: 2900 baci. Siamo larghi, dai. Ottimismo. Secondo anno? Mille. Scarsi. 3900.

Liti. Non ci parliamo? No, qualche ora al massimo. Una media di 3 liti a settimana. 297.

Schiaffi. Su tre liti settimanali, direi una violenta al mese. Due? 46.

bugie dette. work in progress.

amici suoi conosciuti: 0.

volte in cui ho pianto. 2. o 3.

foto scattate insieme. forse 3, 4. da cancellare.

teatri: 2.

Sugli orgasmi. E’ dura. Non lo so. Non ci penso. Non mi va. Cancello, quella parte. Sì. Non ricordo. Passo. Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

Ti amo detti. Peggio degli orgasmi. Ultimi 5, 6 mesi: nessuno. Primi cinque, sei mesi: un paio al giorno. Poi uno. Poi uno per week end. Poi si pensava. Poi il pensiero è morto. Definitivamente.

pranzi e cene fuori. Forse una settantina.

spese fatte assieme, prima Gs, poi Carrefour. Una a settimana: 99. Euro spesi: 8910 circa.

Tessere fedeltà: 2, Carrefour e Pam. 3 abbonamenti al cinema Barberini. 1 al The Space.

Prima mail ricevuta, ancora presente in folder: 13 maggio 2009. Mail suddivise in 675 pagine, circa 25 per pagina. Circa 13mila, escludendo citazioni. Esclusi account di lavoro e facebook.

Minuti al telefono. Media di 20 minuti al giorno. 13.940 minuti.

Regalo più bello: un album di foto.

Volte in cui ci siamo augurati la morte: 4. Max 6.

visite dal veterinario: 5, 6.

Non c’è un motivo preciso per cui una storia si spenga, piano piano. Anzi, cancello storia cancello spegnersi. Quando due persone che hanno deciso di condividere insieme un momento della loro vita pensano che sia arrivato il momento di ridurre/eliminare questa condivisione. Ci sono poi le variazioni sul tema, rispetto alla “vita-condivisa”, colori da aggiungere al bianco di base: l’amore, i baci, il sesso, le liti, le passeggiate col cane, il cornetto e cappuccino la mattina insieme nei week end, il cinema, le buste da riempire di caramelle, i piedi che si intrecciano, la tariffa sms a un euro a settimana per sentirsi di più, le vacanze, la spesa, il gratta e vinci che non ti fa mai vincere, Ballarò e Annozero, i panni dell’altro stesi in mezzo ai miei, la zanzariera, Ikea. E così via, per quasi due anni (mancherebbe un mese). Poi succede qualcosa. Quel qualcosa è la stanchezza, di non sintonizzarsi più sulle stesse frequenze. Di non sforzarsi più di cercare capire, di trovare punti di incrocio, intersezioni di paure e aspettative, sovrapposizioni di momenti di sconforto seguiti a slanci entusiastici verso l’altro. Ma c’è dell’altro. C’è un preciso momento in cui si capisce che qualcosa è cambiato. Quando, sdraiati nel letto, quel letto che un tempo avrebbe raccolto le effusioni di due costole della stessa entità amorosa, ci si comporta come se si fosse degli estranei. Magari non lo si dichiarerebbe mai – neanche ad ammetterlo a noi stessi -, ma ci si comporta come tali. E’ nel preciso momento in cui si sceglie/ci si sente di non dare una carezza, la carezza che si sarebbe data in mille altre circostanze simili, che ci si rende conto che il giocattolo s’è rotto. Non so bene perché, per come, per colpa di chi, per quanto tempo. Ma se dovessi scattare una fotografia per sintetizzare quel momento, è proprio nella carezza che non ci siamo dati. Anzi, che uno di noi due ha respinto.

In ogni caso, anche se ultimamente scrivo sempre di meno, ci tenevo a condividere questo momento col blog. A futura memoria. Per ricordarmi di oggi.

Lesbo-inside.

April 18th, 2011

Una studentessa durante una lezione di educazione sessuale. Non mi sembra molto entusiasta.

C’è nessuno?

April 18th, 2011

Omofobia londinese, non siamo soli?

Quando leggo di casi di aggressioni a gay, in America, penso sempre che quel Paese è il posto degli opposti. Dei cattolici più intransigenti, che recitano un Ave Maria pure dopo aver fatto la pupù e ringraziano il Signore, e degli atei che incendiano una Bibbia al giorno. Il che, ovviamente, non giustifica nessuna aggressione. Mi stupisce leggere che a Londra – città multietnica per Dna, aperta e tollerante verso i gay (forse un po’ meno verso gli italiani…) – un pub sia finito al centro di una bufera mediatica per aver cacciato due ragazzi che si stavano baciando. Insomma, una cosa che da noi succede. E’ successa. E succederà. Con una certa frequenza. Ma a Londra mi fa senso sentirne parlare. I fatti risalgono alla serata di mercoledì, e sono avvenuti nella zona di Soho, nel “John Snow pub” (foto sopra). Il 26enne Jonathan Williams e il fidanzato si sarebbero scambiati un innocentissimo bacio, che avrebbe spinto un uomo, qualificatosi come il manager, ad invitarli ad andare via. Dopo un primo rifiuto, il signore lo avrebbe afferrato per il colletto, cercando di portarlo fuori. Sarebbe intervenuta una terza persona, che avrebbe cercato di sedare gli animi. Indignazione nel movimento omosessuale, ma anche un’indagine della polizia (certe cose, all’estero, sono reato). E, oggi, a poche di inizio da un kiss in – una protesta a suon di baci – il pub ha deciso di sbarrare le proprie porte, temendo le reazioni dei manifestanti.

C’è ancora molto da lavorare. E non solo da noi.

Vis-à-balles.

April 15th, 2011

Vis-a-balles.

I comunicati stampa “l’azienda/il politico” X sono da oggi su Facebook”, purtroppo, continuano ad arrivare. Ancora non hanno capito che pure i gatti spelacchiati c’hanno il profilo. Stavolta, però, la Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi), s’è superata. Una mail annuncia trionfante: “Il ministro del Mipaaf, Francesco Saverio Romano, ha ricevuto la richiesta di amicizia su facebook di Fipe-Confcommercio”. Wow.

Il ministro ha chiesto l'amicizia!

E’ venerdì. Sono reduce da due meravigliose giornate di ozio. Tiè. Però domani lavoro. Dramma.

Voglio imparare a farlo anche io! Con gli adulti, però ;)