Ancora una crociata del movimento di ultrabacchettoni Moige. A finire sul banco degli imputati, stavolta, lo spot Vivident Blast 2011. Leggero e cazzeggione. Secondo l’associazione, che tuona un giorno sì e uno no contro i programmi tv diseducativi, “lo spot sconvolge i bambini”. Per questo motivo andrebbe ritirate. Subito. Parlando con Klaus Davi (of course), la responsabile dell’Osservatorio Media ha sostenuto quanto segue:

“Abbiamo centinaia di segnalazioni di genitori che protestano contro questo spot, per le sue immagini scioccanti. Possiamo documentare come molti genitori denunciano come siano rimasti sconvolti i propri figli da questa pubblicità passata in fascia protetta. A dare fastidio è un messaggio ambiguo e di cattivo gusto. Troviamo di pessimo gusto che venga messo in discussione il ruolo del padre in un momento in cui media e pubblicità stanno evidenziando questa figura in maniera negativa”.

Davvero ci sono “centinaia” di genitori che hanno tempo da perdere, alzando la cornetta o scrivendo un’e-mail al Moige? Non penso.

E io che insulto quelli che non si fermano a Roma.

Aggiornamenti felini, destinazione Firenze e Aprilia.

Penso che un fine settimana intenso come quello appena trascorso, non mi ricapiterà più. Sono sfinito. Esausto. Gestire quattro mici è impegnativo, soprattutto se devi fare di tutto per tenerli separati da un cane (la cura antibiotica finisce mercoledì/giovedì, e ho preferito non farli avvicinare: precauzione superflua, diceva il veterinario). In meno di 24 ore, grazie all’appello che ho lanciato su Facebook, ma anche grazie ai post, ho ricevuto varie richieste e proposte. Di singoli e di associazioni e gattare. La soluzione negozio era sempre valida: ma preferisco interagire con la persona che prenderà il gatto. Voglio capire se è realmente amante degli animali. In negozio, magari, ti capita la mamma che vuol far felice la bimba, e poi, dopo due mesi, si stanca del gatto e lo butta via.

Aggiornamenti felini, destinazione Firenze e Aprilia.

Arrivo al dunque. Il grigio-zebrato, tranquillo e pacioso, è partito su un Eurostar alla volta di Firenze. Vivrà in compagnia di un altro gatto. E’ molto bello che il neo-papà sia venuto, appositamente per lui, in treno. Trasportino nuovo di zecca. Gli ho bagnato la testolina, per via del caldo. Deciso anche il nome: Romeo. Gli altri due – zebrato con vibrisse tagliate e quello nero – andranno ad Aprilia, grazie ad un amico che farà da corriere. Casa con enorme giardino, nel quale vivono già cinque gatti, un cane, polli e conigli.  Di loro si prenderà cura una giovane ragazza che mi è sembrata essere una vera amante degli animali. Il nero si chiamerà River (grazie! molto lusingato), quello tigrato Ulisse.

Ovviamente, a voi due, va il mio grazie.

Ne resta un quarto. Ho una mezza dichiarazione di interesse, ma tutto mi viene confermato domani. Oggi è venuto con me al lavoro. E, ovviamente, non mi ha fatto lavorare neanche mezz’ora. Micio-cazzeggio-day. Anzi, micio-ferie.

La giornata inizia bene: l’amica mi informa che  uno dei negozi che accettano animali abbandonati è disposto a prenderli. Non quello di Pomezia, tutto esaurito. Questo è nel centro commerciale Anagnina, dall’altra parte del mondo. Loro stanno bene. Dormito bene. Un po’ razzisti: i tre grigi per conto loro, spaparanzati sulla sedia, il nero da solo. E’ il boss asociale. Pipì fatta nella scatoletta con i giornali, pupù no. Puzza. La prima doccia fredda arriva nel negozio. “Hanno la congiuntivite, non li possiamo prendere”, mi dice categorica una acidona sui venticinque anni, capelli lunghi e neri, discotecara-style. “Fateli guarire, e poi ve li possiamo prendere”. Panico. Quattro sono davvero troppi. Il mio veterinario chiude alle 13, sono le 14 passate. Giro di telefonate, troviamo una veterinaria brava in zona Balduina. Non hanno una congiuntivite, bensì una rinotracheite virale, mista ad herpes. E, come se non bastasse, sono pieni di pulci. Tutti e quattro. Ci prescrive: farmaco per gli occhi, pasticca antibiotico, e, ovviamente, Frontline spray. A tutti fa una puntura di antibiotico. Uno, però, collassa. Forse è debole, o forse è colpa del caldo. Ci accorgiamo che ad uno hanno tagliato i baffi. Merde. Ecco perché cammina in modo strano. La veterinaria mi dice che in magazzino ne ha altri 11. E’ il periodo degli abbandoni. Non ci fa pagare la visita: “Per carità. Avete già fatto molto a raccoglierli. Anzi, mi dispiace non potervi regalare i farmaci, ma quelli che vi servono sono esauriti”. Provo a sentire il canile comunale della Muratella. Una vergogna: “Siamo pieni, non accettiamo più gatti”. Le strutture comunali, di fatto, istigano all’abbandono quei cittadini che salvano da morte certa quattro gatti. Cercano pure di colpevolizzarti se gli dici che non te li puoi tenere. Me la sono mangiata al telefono. E grazie Alemanno. Inizio a far circolare la voce, tra colleghi e amici. Qualcuno mi suggerisce di sentire l’Enpa, ma aprono lunedì. C’è anche una colonia felina, vicino ad un ospedale a Nord di Roma, conosco la responsabile. Vedremo. La cura antibiotica ha dei tempi troppo lunghi per la vivibilità col mio cane (che, per ora, li snobba, visto che non li facciamo entrare a contatto): 10 giorni. Dopo di che, bisogna farli sverminare. Passo a comprare le medicine, 60 euro e passa la paura. In un negozio compro vaschetta per bisognini e cibo. C’è Serena Grandi. E’ davvero irriconoscibile. Maglietta a maniche lunghe, nera, bel braccialetto. Insieme a lei c’è il figlio, sui 25 anni, alto. Comprano cibo per i loro quattro cani (hanno pure un pappagallo). Malinconica, ma dolce. Non compra il Frontline, perché tanto i cani non escono mai di casa (???!!!!), e non hanno neanche un giardino o un terrazzo (e i bisogni???). La proprietaria del negozio spettegola: “Eh sì, è proprio cambiata”.

Nel pomeriggio le medicazioni. Alcuni – due – si ribellano. Miagolano come se li stessimo torturando. Cosparsi di Frontline, speriamo uccida tutte le pulci. Ci pensa Asb: spalancargli gli occhi e farci finire la gocce di medicina mi fa impressione! Sono degli scricioletti pelle e ossa. Mangiano tanto.

Domani è un altro giorno in rivermiciolandia.

19. Mancano un paio di ore all’inizio del week end. Previsione: mare. Il collega mi invita a prendere un caffè. Anzi no: “Facciamoci pure una passeggiata, così ci riposiamo un po'”. Va bene. Cammina cammina, mentre lui mi parla dei problemi con la morosa, vedo, dietro ad un cassonetto, un cagnolino piccolo e stronzo che abbaia e si dimena al guinzaglio, con un effetto tergicristallo: destra sinistra destra sinistra. Il padrone sorride. Cerco di avvicinarmi – tanto il collega manco nota la mia deviazione di qualche metro – e vedo che quel cane sta rincorrendo un gattino nero. Minuscolo. Ma davvero. Un mese e mezzo massimo. Il padrone sghignazza, quasi che quello fosse un gioco divertente. “Aspettami un attimo”, dico al mio collega. M’avvicino e manco mi chiedo dell’eventuale reazione di quell’ebete: “Scusa, che stai facendo?”. Capisco subito che è straniero, rumeno. Il cane è di razza, lui è vestito trasandato, forse lo porta a spasso per conto di qualcuno. “Sto giocando con il cane”. Mi fa incazzare. “Ma ti sei chiesto se al gatto faccia piacere giocare? Non lo vedi che si nasconde sotto alle macchine?”. Il tizio insiste: “Ma no. Si diverte”. Vabbè. “Senti facciamo una cosa: o te ne vai, o chiamo la polizia. Decidi tu”. Grazie al cielo se ne va, borbottando qualcosa. Il micio è infilato sotto ad uno dei cassoni gialli per la raccolta dei vestiti usati. Lo prendo in braccio. Esile. Un occhietto mezzo chiuso. Miagola. In tutto ciò il mio collega si è fermato a distanza, guardandomi come se fossi un mezzo pazzo animalista. Lo poggio su un muretto che affaccia su un parchetto. Lo accarezzo. Giocherella con l’erba. Torno dal collega. Gli racconto in sintesi la storia, e lui mi fa: “Vabbè, togliti quel gatto dalla testa, altrimenti ti tocca prendertelo”. Continuiamo a camminare, ma quel gattino puzzoso (qualche pulce ce l’avrà avuta, penso) non me lo tolgo dalla testa. Torniamo sotto alla redazione. “Mi scusi un attimo? Sali tu, devo chiamare un amico”, è il pretesto che uso per allontanarmi. Faccio dietrofront, passo accelerato. “E se nel frattempo lo avessero investito?”, il rimorso mi tormenterebbe. Lo ritrovo sullo stesso muretto dove l’ho lasciato prima. Gli do il dito, e lui ci si struscia contro. Mi siedo accanto a lui. Chiamo un’amica, esperta di raccolte di gatti abbandonati. Conosce un negozio, a Pomezia, che raccoglie questo tipo di gatti, e li dà in adozione. Là ne ho preso uno per un amico. E’ una specie di mini-canile/gattile, dove i gatti vivono solo pochi giorni. Le adozioni sono continue. Lo prendo in braccio, e torno vicino al cassonetto dove l’avevo raccolto. Peccato non avessi notato, dietro al cassonetto, in posizione nascosta, un piccolo trasportino per gatti. Sorpresa: davanti ce n’è un altro. E’ grigio. Piccolo come quello che tenevo in braccio. Passa qualche minuto e da sotto un’auto ne spunta un terzo. Grigio. Il danno è fatto. “E adesso?”. Sono nel panico. I tre si divincolano, corrono a destra e manca, a pochi metri dalle auto che sfrecciano sulla strada. Faccio mente locale: è evidente che qualcuno abbia buttato il trasportino là dietro al cassonetto. Bastardi. C’è un bicchiere d’acqua. Si avvicinano due stranieri, vivono là. Parlano solo inglese. “Li abbiamo visti solo adesso – mi dicono – ieri non c’erano. Li hanno abbandonati oggi”. Hanno un cagnetto. “Purtroppo non possiamo prenderli, abbiamo un cane”. Sapeste io e il mio labrador, che gioia. Già. Se ne vanno, ringraziandomi perché ho deciso di rimanere là. Non mi fanno sentire cretino, anzi. Accanto al trasportino c’è una retina di ferro, che era stata usata per chiuderlo. Prendo i tre gatti, e ce li infilo dentro. Le sorprese non sono finite: dentro, rannicchiato, ne trovo un quarto. Terrorizzato. Tre o quattro, ormai il danno è fatto. Chiudo il trasportino, provocando la loro reazione. Miao miao come se li stessi torturando. Mi faccio venire  a prendere da un amico motorizzato, e li porto, temporaneamente nel mio ufficio. Poi a casa.

Stanno morendo di fame e sete. Finiscono l’acqua che gli verso nella ciotola. Al drugstore di Termini compro: crocchettine per junior, una pappina morbida, e del latte ad alta digeribilità. Divorano tutto in pochi minuti. Anche quello più timido, quello rannicchiato nel trasportino, esce allo scoperto. La fame è troppa. Lavo il trasportino: avevano fatto la pipì dentro, l’odore era fortissimo. Preparo una lettiera d’emergenza con i giornali. A casa, cerco di tenerli alla larga dal cane. Stanze separate. Sono dolci. Quello nero, quello che ho trovato, è il più sfacciato. Un coattello.

Domani l’amica mi fa sapere chi potrebbe accettarli. Faccio girare la voce.

Sono contento di non essermi tolto dalla testa quel gatto. Ma chi li ha abbandonati merita una serie incommensurabile di legnate sui denti. Anzi, sulle gengive.

Buona notte blog.

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La maggiorata è in copertina.

Cronaca vera, verissima, trashissima, fotografata in un bar (grazie Sara!)

(Io ormai vado a fare sempre aperitivo nello stesso posto, da quando ho scoperto una fornitura, costantemente aggiornata, di Eva3000 e altre riviste di cui ignoravo l’esistenza – e non le solite Chi, Novella2000, Gente).

 

Anna Oxa è, per me, un pezzo portante dei miei anni Novanta (fine anni Ottanta). Colonna sonora di giornate di zapping tra Maurizio Costanzo Show e Festival di Sanremo, sogni di una realtà diversa da quella che stavo vivendo da adolescente. Fossi stato etero, c’avrei fatto sesso. Forse. Ero affascinato dalla pelle liscia, i capelli pettinati come se fossero quelli di una statua maestosa, le minigonne che concedevano al pubblico la vista di due natiche che sembravano scolpite su una torta al pan di spagna. La Oxa era una Cuccarini musicale. Bellezza e fascino gay che, pernonsoloqualemotivo, mi faceva canticchiare i suoi “Ti lascerò” e “Donna con me” . Canzoni che ho ritrovato, ieri sera, sul palco del Gayvillage. Concerto live, l’area di fronte al palco era gremita, incluse una ventina di persone del suo fan club (una star puo’ decadere e cadere in rovina, ma loro saranno sempre là a farle credere che è la migliore: in fondo sono un bel fenomeno). Da quando esordisce, con “Donna con te”, capisco subito che la Oxa vive un conflitto che contraddistingue tutti gli ex big della musica italiana: il rapporto di amore-odio con le canzoni che le hanno portato fortuna. E’ grazie a quelle se lei, ieri, era su un palco. Ma sono, allo stesso tempo, un’eredità pesante, pesantissima. Una palla al piede. Perché dopo Sanremo e gli anni Novanta, la Oxa è cambiata. Ha cercato un’altra strada. Ha cambiato testi, canzoni. Con risultati non sempre all’altezza. E però se la invitano, sa che il pubblico si aspetta determinate canzoni. Sarà così per tutta la sua carriera. Anche se vincesse un Grammy per una canzone nuova, per dire, le chiederanno sempre Ti lascerò. Sarà per questo che, ieri, le ha reintepretate secondo tempi e modi lievemente diversi. Ha letto i testi scritti su fogli di carta (perché?), e quando sono svolazzati via, sono andato nel panico per lei (assistente dal backstage corsa sul palco per sistemarglieli). Pessima, a mio avviso, una ghostrack del suo ultimo album fatta di gargarismi e urla, quasi un esercizio fine a se stesso: grandissima voce (alcuni acuti erano da manuale), ma esibizione vuota, secondo me. Il pubblico ha rumoreggiato non poco. Anche quando ha cercato di spiegare il perché di quella parentesi (ha fatto riferimento al significato che, per tutti, rivestono le sue canzoni storiche, e al fatto che, oggi, lei è cambiata, non è più la stessa persona).

Il punto più basso, però, s’è registrato quando ha tenuto un discorso sui diritti dei gay. In linea di massima, il suo è stato un bel punto di vista: “siamo tutti uguali, per me non esistono gay o etero, tutti avete la stessa dignità”. Peccato che, poi, lo abbia articolato in maniera grossolana. Sostenendo che i gay Pride sono superflui, una baracconata: anzi, per l’esattezza, una “manifestazione circense”. Che gli etero mica vanno in giro a dire “yeah sono etero”. Cazzate: perché gli etero non corrono il rischio di essere picchiati per la loro eterosessualità. Gli omosessuali sono diversi, nel senso che devono ancora combattere per i loro diritti, perché non si possono sposare, e così via. Diverse persone dal pubblico hanno alzato la voce, invitandola a fare ciò per cui era stata invitata al Village: cantare. E anche se Imma Battaglia alla fine l’ha ringraziata, pare che quella parte del discorso non l’abbia fatta impazzire. Poi, ovvio, la sua presenza, il suo voler essere lì a tutti i costi, è stato comunque un bel gesto. Il cachet più basso della sua media (10mila euro per sei canzoni più un bis), è stato giustificato proprio dalla sua volontà di volerci essere. Una Oxa cambiata, circondata da un’aura di cupa dolcezza, una donna in lotta col suo passato. Nota di colore: non ha dormito in nessun hotel di lusso, bensì in un agriturismo sulla Pontina. Per lei, il contatto con la natura è fondamentale.

E, comunque, su “Ti lascerò” mi sono venuti i brividi.

Sono loro la vera anima di un brand amato prevalentemente dai gay (ma non solo): i “door guys”, ragazzi, quasi sempre a torso nudo, che accolgono i clienti all’ingresso dei punti vendita di Abercrombie & Fitch nel mondo. Un biglietto da visita ad alto tasso omoerotico. Alcune volte sono modelli. Altre, ragazzi “presi” per la strada, notati da un manager e piazzati a far bella mostra dei loro corpi e volti. Da oggi, almeno una volta a settimana, River-blog presenterà i volti dello store A&F di Milano. Alcune volte sono ancora impiegati in quel di Milano, altre sono stati trasferiti altrove, o hanno smesso di fare questo lavoro. Come nel caso di Constantin, modello professionista, che, nei mesi passati, ha fatto sospirare più di qualche persona.  Classe 1985, Constantin è nato a Vienna. Ecco le sue foto, professionali e non.

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La notizia l’hanno data quelli dello Zoo di 105 sulla loro pagina Facebook: “Un trans ci ha querelato per le battute di ieri in apertura!! Dicendo che siamo diseducativi!!! Noi???? Il mondo gira al contrario cazzo…”.

A parte che sarebbe stato più gentile e corretto scrivere “una trans”, non avendo sentito la trasmissione non mi posso esprimere. Mi esprimo, invece, sui commenti apparsi in calce a questo status. Quelli sì che sono diseducativi.

La transfobia non si manifesta solo quando si dice “trans merda”. Ci sono tante piccole disattenzioni che possono ferire le persone che stanno vivendo un percorso sicuramente non facile, nel nostro Paese (grazie a Stefano per la segnalazione!)

Woody Allen e il look magazzini Mas.

Romani e turisti, in questi giorni, possono avere la fortuna di imbattersi nella troupe e nel cast del nuovo film di Woody Allen, corteggiato da sindaco e presidente della Repubblica. In queste foto, scattate in centro storico, il genio del cinema moderno esibisce un look molto … Woody. Con tanto di pantalone modello-Alberto-Sordi-altezza-ombelico. Ma poi, mi chiedo: come fa con questo caldo benedetto a stare in camicia?

Woody Allen e il look magazzini Mas.

Esemplari da Beverly Hills 90210.

Non ho la minima idea di chi siano i due tizi in questione, ma siccome mi sono entrambi capitati nel flusso di foto made in Usa.

Sopra, esemplare biondo: Trevor Donovan. Sotto, esemplare castano, Diego Boneta.

 

E’ stata presentata a Villabassa, Val Pusteria, la maglia ufficiale della Nazionale Italiana Rugby per la Rugby World Cup “Nuova Zelanda 2011”. nostri atleti la indosseranno per la prima volta l’11 settembre al North Harbour di Auckland contro l’Australia. Questo è il breve video relativo al backstage degli scatti.