Serata al pub, a ragionar con amici di quella che, assai poco modestamente, ho ribattezzato la river-scala dell’etero/omo-sessualità. Il principio sul quale si basa – quella che, poi, non è altro che la traduzione di assai più complesse teorie psicologiche – è che esiste una gradazione nell’essere attratti dalle persone del sesso opposto/persone dello stesso sesso. Una scala, da 0 a 100 (numeri riveriani), con la quale si possono “interpretare” i comportamenti dell’uomo tra le lenzuola. Molti livelli, che qui cercherò di spiegare, si basano su esperienze dirette. Molti, su racconti fatti da amici. Non posso esprimermi sulle donne: non me ne vogliano, ma non ho avuto la possibilità di applicarmi nello studio del genere. La presente scala non ha alcun valore scientifico, ma si basa sull’osservazione delle persone con le quali ho potuto interagire. Non faccio lo psicologo, racconto solo la vita, come l’ho vissuta.

100: Eterosessuale purissimo. E’ certo, senza ombra di dubbio, di non essere attratto dagli uomini, in alcun modo e forma. Non è omofobo, perché non ha alcun problema a concepire questo tipo di attrazione. Non c’è scusa che tenga, per lui: non andrebbe mai con un uomo. Né ubriaco, né per soldi, neanche in preda a qualche raptus. Non andrebbe neanche con un travestito/transessuale. Niente. Dall’altra parte del letto deve esserci una donna biologica (neanche un ex uomo che ha cambiato sesso). Ma ripeto: essendo in pace con se stesso, è tollerante. Orge: ni, non gli piace l’idea di toccare, anche involontariamente, un altro uomo, anche se poi cerca di scomporsi, perché sa che lui è là per dare piacere alla donna (e per ricevere piacere solo da lei).

95: Eterosessuale semipuro. Mostra qualche puntina, appena accennata, di omofobia –  magari involontaria. Ama le donne, al 100%, e prova un certo senso di fastidio nel vedere due uomini che si baciano. Pensare che un gay ci possa provare con lui, gli fa orrore. Il che non vuol dire che lo picchierebbe. Però si sentirebbe mediamente offeso. Nessuna interazione a livello sessuale con un uomo. Neanche un’orgia: non potrebbe tollerare il contatto fisico con altri uomini.

90: Eterosessuale oggettistico. Va sempre con la sua donna, ma gli fa piacere provare alcuni giochi da passivo. Nello specifico: essere penetrato dalla moglie con un fallo di gomma (o altro). Potrebbe eccitarsi nel vedere un film porno gay.

85: Eterosessuale sportivo. Generalmente sportivo – ma anche birraiolo (quello che: “andiamo a scolarci con gli amici 200 birre al pub, a fare commenti sulle fighe, ecc.”) – oppure pratico di quegli ambienti, per ragioni professionali o ludiche. Trova piacere nel girare col pisello a zonzo negli spogliatoi, guardando quello dei suoi compagni. A volte, pensando a quelle situazioni, si eccita. Le pacche sulle spalle, gli abbracci, le discussioni sulla “donna da trapanare”, fanno parte di un rito-collettivo-eterosessuale con sfumature omoerotiche autoindotte.

80: Eterosessuale a pagamento. Una via di mezzo tra l’escort e il paraculo. E’ un etero che accetta di andare con un  uomo solo per soldi. Ma attenzione: i soldi sono solo un pretesto per sentirsi “maschio”. “Lui mi paga, io continuo ad essere etero”, il pensiero. Se fa sesso con gli uomini è sempre attivo. Preferisce l’oral all’anal (troppo impegnativo). Alle donne non confessa questa passione, di cui, sostanzialmente, si vergogna. In questa categoria ricadono gli omofobi più nonsense della storia del sesso.

70: Eterosessuale travesto/trans. Non va con gli uomini – dice di non andarci – e ha bisogno di una “copertura” psicologica. Quindi, una parrucca, del trucco. E’ simile a quello “a pagamento”. Il travestimento è come i soldi. Ovviamente nel caso dei trans tutto cambia – assai più femminili. Ma puo’ capitare che chieda di essere penetrato da loro. Disprezza i gay. Per lui andare a transessuali è come rimorchiare delle donne (leggi intervista a Piero Marrazzo di Concita De Gregorio, nel passaggio in cui esalta la femminilità delle persone transessuali).

65: Eterosessuale orgiastico. Nel nome della passione per il sesso (indistinto), potrebbe interagire sessualmente con un uomo. Magari senza penetrazione anale. Lui è là per la donna, ma nel nome di quel rapporto etero, potrebbe anche provare piacere nel toccare l’altro uomo. In questa categoria, inserirei i mariti che vanno a fare sesso con la moglie e un altro uomo.

60: Eterosessuale solo attivo. Va con gli uomini, ma è solo attivo. Sia anale che orale. Quindi, pensa lui, è “maschio”. Non chiedetegli se sia gay: vi risponderebbe insultando la categoria. Spesso è omofobo.

55: Eterosessuale ormonale. Giovanissimo, se va con un uomo è solo perché è in crisi d’astinenza e se non trova di meglio (donna). Attivo, ama la rilassatezza con la quale i suoi partner trattano alcune faccende (si lamenta del fatto che le donne schifino l’oral o non siano brave a praticarlo come gli uomini).

50: Bisessuale puro. Non riuscirà mai a dire se preferisce il sesso con gli uomini a quello con le donne. Al massimo, ti saprà dire quali sono i punti di forza di uno rispetto all’altro, e viceversa. Aperto, non omofobo, forse un pochettino snob verso i gay (i bisex, forse, si sentono meno vittime dei rigurgiti omofobi, perché in fondo, loro, con le donne ci vanno).

40: Omosessuale aspirante bisex. La donna gli piace meno degli uomini, però sa che – anche agli occhi di molti gay – fa più figo toccare qualche tetta. E così, di tanto in tanto – mamma e papà ne sarebbero onorati – adempie ai doveri del bisessuale perfetto. Vive male la sua eventuale passività. In questa categoria rientrano quelli che potrebbero fare un figlio con una donna, per sentirsi più “uomini”, piuttosto che costruire una relazione stabile e duratura con un altro uomo. Problemi con omosessuali effeminati. Se si dichiara – con gli amici, nei profili on-line – si definisce bisex.

35: Eterosessuale di facciata. Puo’ avere una finta fidanzata (o una moglie) e vivere l’omosessualità soltanto nel chiuso della sua stanza da letto. Non è dichiarato con nessuno. Sostanzialmente è gay, ma finge di non esserlo. Ha finto di godere con una donna, tanto per non rompere il giochino.

30: Omosessuale represso. E’ gay, senza ombra di dubbio. Frequenta le chat – dalla a alla z – tendenzialmente non è dichiarato (salvo qualche amico stretto). Con una donna non ci andrebbe mai. Qualche volta ha chiesto ad un’amica di fingere di essere la sua ragazza. Ma è stata un’eccezione. Magari viene dal Sud. Non riesce a guardare quelli effeminati: gli mostrano un’immagine di se che vorrebbe sotterrare.

20: Omosessuale attivo d’ufficio. I ruoli vanno vissuti in maniera rilassata. A me è capitato di essere una cosa e l’altra, a seconda delle varie persone che avevo davanti. Certo, una preferenza di massima esiste sempre. Questo tipo di gay sente di dover dimostrare qualcosa al Dio Macho. Quindi, fa l’attivo. Qualche volta vorrebbe…si lascia andare, ma poi se ne pente subito. Per carità, deve fare l’U-omo. Gli effeminati li sopporta, perché alla fine danno a lui la possibilità di “rinsaldare” il suo essere attivo. Tu donna, io uomo. Preferisce evitare il coming out, roba da checche.

15: Bisessuale per comodità. La donna lo eccita (nel senso che lui s’alza), ma la storia la costruirebbe solo con un uomo. Eppure, di tanto in tanto, indulge nel sesso etero.

10: Omosessuale ex bisessuale. E’ stato con le donne, magari alle superiori, ma adesso il capitolo è abbastanza chiuso. Dico “abbastanza”, perché anche lui cerca ancora di cullarsi nel ricordo della “normalità” (sociale). Ma è decisamente attratto dai maschi. Qualche problema a camminare mano nella mano con un ragazzo.

0: Omosessuale puro. Generalmente non ha avuto alcuna esperienza con le donne. Non ci ha mai pensato. Anzi sì: c’ha pensato, e ha scacciato il pensiero con orrore. E poi perché dovrebbe? Lui è gay. Punto. I suoi primi ricordi – dalle elementari? – gli parlano di un’attrazione molto forte per gli uomini. Attivo o passivo non gli importa. Non si fa nemmeno troppe paranoie sull’essere effeminato. Se vede un ragazzo effeminato lo nota, ma non ne parla male. Ha fatto coming out da parecchio tempo, un po’ con tutti. Se ama, vuole mostrare a tutti il suo amore per la persona che ha accanto, anche in pubblico.

Sul letto.

August 29th, 2011

Prima e dopo. Tempo di addormentamento: tre minuti circa. Motori: accesi. Tenerezza: on.

Aggiornamento/Mi sono accorto – un’ora dopo il post – che la dolce creaturina della foto mi ha CIANCICATO il filo del caricatore del blackberry. Questo una settimana dopo aver fatto lo stesso col filo dell’iPhone. Come la mettiamo? :|

Assicurazione, questo dramma.

August 29th, 2011

Becchini, assicuratori, tassisti e agenti immobiliari – in ordine casuale. Dovessi individuare le quattro  categorie professionali più detestabili, non avrei grossi dubbi. Con tutto il rispetto per i river-lettori che militano nei suddetti ambiti professionali, sono sicuro che le eccezioni ci possono essere. In ogni caso, in vista dell’arrivo dell’auto (ormai c’è un contatore al muro coi giorni mancanti alla consegna), ho iniziato a cercare una compagnia di assicurazione per la copertura. Se chiedi in giro, la prima cosa che ti dice la gente è di provare “quelle on-line”. Testimonianze di amici mi confermano che permettono di avere un buono sconto rispetto a quelle tradizionali. Ma non è il caso mio, almeno da una verifica sul campo. Parto dal numero della vergogna: 14. E’ la mia classe assicurativa. La peggiore in assoluto. Quella che danno a chi ha investito vecchine, ucciso gatti e giocato a bowling con le auto in sosta. Essendo questa la prima auto a me intestata, mi tocca partire dal basso. Un dramma finanziario. Altro che 730. All’assicurazione base, oltre a incendio e furto – ovviamente – ho aggiunto quella per gli atti vandalici (a Roma puo’ sempre tornare utile) e, soprattutto, ho scelto l’opzione dell’antifurto satellitare. Odio gli antifurti che suonano (fanno così anni Ottanta), quasi sempre per errore, e mai quando l’auto viene trainata via (così la rubarono, nuova di zecca, a mio padre). Quindi, su consiglio di un paio di persone, ho chiesto di farmelo montare direttamente tramite l’assicurazione. Quelle on-line, generalmente, non lo offrono. O meglio: devi fartelo montare tu (pagare, quindi, centinaia di euro di installazione + canone annuo). Una sola eccezione, dopo sommario giro telefonico: la Genertel, di quelle on-line. Ma in questo caso, si tratta di un satellitare che, oltre che a fornire la posizione del mezzo, controlla anche la guida del conducente. In pratica, tramite il Gps sono in grado di vedere se rispetti i limiti di velocità. Se sei un bravo guidatore, puoi avere uno sconto sulla polizza dell’anno successivo. Il preventivo, però, fa paura: 1495 euro. Tra l’altro, fregatura di quelle on-line, vengo a sapere che alcune si rifiutano di coprirti, se negli anni precedenti ti hanno rubato un’auto (è come se un’assicurazione sanitaria si rifiutasse di coprirti se viene fuori che in passato sei stato malato). Non è il caso mio, ma la clausoletta mi fa riflettere sulla paraculaggine del settore. Direct Line mi mette l’ansia: l’operatore che risponde dopo molto tempo, e dimostra di avere una scarsa flessibilità (non possono fare il preventivo, perché il libretto di circolazione mi arriva domani). “Le consiglio di fare tutto on-line”, mi dice il ragazzo al telefono. Mi chiedo, poi, come ti trattino quando devi avere un rimborso in seguito ad un incidente. Finisco per sentire le Generali, un’agenzia vicino alla redazione, con operatrice in carne ed ossa. Rimango stupito: alle stesse condizioni mi chiedono 1335 euro. meno di quella on-line. Provo anche a chiamare l’agenzia dove sono assicurati i miei. Penso: “Magari essendo la seconda auto, fanno uno sconto”. Macchè. “Lei non fa parte del nucleo familiare, quindi è come se fosse un’auto nuova”, mi ripete telegrafica la tizia. Che verrà ricambiata con un saluto non proprio educato.

Alla fine, approdo a Unipol. Ma solo perché posso usufruire di mini-convenzione. 1360 euro (montaggio satelittare incluso). Sigh.

Momenti zero, night and day.

August 27th, 2011

Ultimamente sto cercando di andare a letto tardi. Non che non abbia sonno. Diciamo che le ultime ore della sera trascino la mia massa umana tra cielo stellato con luna che ti guarda sorniona e soffitto bianco noia della camera da letto, tavoli di ristoranti apparecchiati per una festa che non c’è o che si finge ci sia e tavolino bianco basso disadorno in salotto, metropolitane rumorose con folate di sudore e sguardi di stanchezze altrui e animali stesi modello-tappeto dove capita. Già, loro dormono. Il cane sempre. Il gatto va a fasi. Quindi minuti di nevrosi, e poi ninne spinte. Se, tornando da fuori, la sera, dormono, non si sforzano neppure di fingere di essere animali da compagnia. No, fanno direttamente gli autistici che neanche si sono accorti del tuo rientro. Ho sonno, ma non mi va di dormire. In realtà, non voglio affrontare il “momento zero” della notte. E’ l’ultimo attimo di lucidità prima di addormentarti. Lucidità estrema, quando ti rendi conto di tante cose. In fondo, di tutto e niente. Mica è la presa di coscienza che ti avvolge e sconvolge prima di morire. Questo è un antipasto di consapevolezza. Una sequenza di fermi immagine confusi, frasi sentite-dette-pensate, ricordi sparati alla velocità di un mezzo respiro, sapori che scorrono rapidi sulla lingua, brividi che scorrono veloci lungo le corde del tuo corpo. E’ come se ti passasse davanti agli occhi un bignami simil-esistenziale. Momenti clou della giornata, tutti condensati in quella consapevolezza di ciò che è stato. 24 ore prima,con innesti del passato. I ricordi non prendono il numeretto come alla Posta, vanno e vengono, entrano ed escono dai cassetti, calzini buttati alla rinfusa, spaiati, a volte trovano il loro compagno, altre sei tu a dover cercare di dar loro un ordine, un senso logico. Ma sono loro i padroni della tua testa, non c’è domestica psicoterapeutica che tenga, al limite possiamo avere l’illusione di aver dato ad ogni ricordo un senso preciso nella nostra storia di uomini. La solitudine fisica del momento non c’entra con la paura di affrontare il confronto con questa cinematografica visione interiorizzata della giornata che è stata. A pensarci bene, quegli attimi li vivi anche se hai qualcuno accanto. Anzi. Forse sono ancora più dolorosi, perché se quello che vedi non ti piace, ti spaventa, non puoi fare niente. Magari chi è accanto a te sta dormendo, oppure non hai la forza di stargli a spiegare cosa ti dis-turba. Alcune prese di coscienza vanno tutte intimamente vissute, elaborate, superate. Capite. Puo’ capitare di non capirle. E ti resta quell’amaro irrisolto con cui la vita ci nutre, ogni giorno. Il mio momento zero arriva sempre dopo una serie di riti. Gatto in cucina (non voglio correre il rischio che di notte si mettano a fare i vandali per casa), cane salotto + camera da letto. Denti, ultimamente colluttorio Listerine viola (brucia come fosse benzina), filo interdentale. Ultima pipì, anche se l’ho fatta mezz’ora prima – devo vedere almeno un paio di gocce cadere nell’acqua chiara del water. Accendo condizionatore, chiudo porta bagno, a seconda della tensione tappi per le orecchie (se sono molto stanco no, altrimenti non vogliono avere il pensiero della baldracca di turno che mi sveglia con l’aspirapolvere alle 8 di mattina). Ultima controllata ad email, sms e cazzatine varie, dal letto (iPhone). Infine l’ultimo clic: interruttore nero alla destra del letto (uno spegne due luci centrali, un altro quelle laterali: ci ho messo un po’ a diventare un bravo direttore d’orchestra dell’illuminazione casalinga). Il silenzio ti avvolge insieme al buio, in quello scatto che ripeti ogni sera. Alcune frasi sembra di risentirle. Mi capita anche di rispondere, in ritardo. Caspita, avrei dovuto dire questo, avrei potuto rispondere così. Too late. I rimpianti della notte nascono e muoiono là, non si ossessivizzano. Poche ore dopo avranno contribuito a lanciare il motore che fa girare sogni e incubi. E gli ultimi pensieri sono quelli che, quasi sempre, influenzeranno la nostra attività onirica. Ne sono convinto. O forse no. Di certo, la nostra psiche si diverte ad andare a pescare in quei cassetti che avremmo voluto chiudere a chiave col lucchetto. Non c’é Moccia che tenga di fronte alla perfida libertà del nostro inconscio. Dovrei leggere – non Moccia – per far sì che il momento zero possa essere saturo di vite e racconti altrui. Vorrei nutrirmi, ingozzarmi, strafogarmi di nomi, storie, incazzature dei Gianni, Stefano, Marina, Cristina di romanzi scritti per spalmare su carta una sequenza di epifanie esistenziali d’altri luoghi. Sono stanco di ascoltare le mie cose.

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Sono almeno due i momenti zero della mattinata. E’ raro che – in questi giorni di ferie – mi alzi alla prima botta, senza tentare un bis. Indipendentemente dall’ora in cui sono andato a letto – mi sono spinto anche fino alle 3 – alle nove/nove e trenta ho aperto gli occhi. Le prime cose che vedo, aprendo gli occhi, sono sempre le stesse. Generalmente è il cane, sdraiato sotto al tavolino con il mio computer, e incastrato con le zampettine tra le sue gambe. A volte si incastra così bene, che lo devo aiutare a liberarsene. Le ossa e le articolazioni sono quello che sono, e ha sempre più difficoltà a riacquisire l’agilità dei vecchi tempi, nonostante i farmaci. Il gatto dorme in cucina (vedi sopra). Niente luce. Le tapparelle sono sempre chiuse, il letto è di fronte alla finestra, e il raggio di luce in faccia è la morte del (mio) sonno. I pensieri della sera prima me li sono dimenticati. Il momento zero numero uno, quello prima del tentativo di ri-ninne, è segnato dai sogni. Faccio il bilancio di come l’inconscio ha elaborato la giornata precedente. Quasi sempre mi sveglio con la malinconia. Sarà perché a breve dovrò tornare al lavoro, il mese è volato via alla velocità di un’eiaculazione precoce. E allora cerco di concentrarmi sulle micro-tappe della giornata. La palestra. Le telefonate. L’uscita con l’amico. L’sms che ti fa piacere ricevere. Quello che, invece, non avresti mai voluto leggere. La ricerca della casa (UN INFERNO che necessiterà di un post). E poi via, col post-momento zero mattutino. Apri porta gatto, controlla ciotole acqua, tutto a piedi scalzi, doccia, cappuccio e cornetto, giornale, cane fuori (e gatto che ormai ci guarda a dire ‘vanno a fare le cosine loro, che ancora devo capirle bene’). Quando non ho voglia di lasciarmi trascinare nelle tappe seguenti, mi ributto a letto. Non penso, osservo, me stesso.

Ho scritto di meno, è vero. Ma ho anche pensato di meno. Forse perché ho cercato di condensare i miei pensieri in una boccetta con profumo artificiale, non trasparente, da aprire in selezionati momenti di serenità e lucidità, piccole iniezioni di realtà in un momento di sospensione vacanziera della routine lavorativa. Ho attraversato una Roma che, lentamente, ha ripreso a popolarsi, auto che tornano a rincorrersi alla caccia di un parcheggio, autobus che sono tornati ad essere pieni (e puzzolenti), colleghi che non ti mandano più sms chiedendoti “hey, dove se di bello in vacanza”). Ho corso lungo praterie rosso vita, libere da mostri, calpestato margherite in fiore senza chiedere scusa, giocato a nascondino con la paura, scuoiato vivo – quasi finito – il lupo che mi seguiva saltando di albero in albero.

Non mi sono dimenticato di te, blog. Buona notte.

Compagni di scuola, incontri.

August 24th, 2011

F. è stata la mia compagna di banco storica, alle superiori. Quattro anni su cinque. Prima fila, di sinistra. Sempre là. Anche i cambi di aula e di sede (un anno ci toccò la succursale) non hanno modificato quella nostra consuetudine. Un anno litigammo, non ci parlammo per sei mesi (testarda lei, cocciutissimo io), e così decidemmo di stare separati, tra le ilarità di compagni e professori. Aveva capito di me, della mia omosessualità, ma fino all’università non gliene ho mai parlato, in maniera chiara. La andavo a prendere tutte le mattine, poco prima delle 8. Avevo in mano, quasi sempre, il panino alla marmellata (fragole: odiavo tutte le altre) che mia madre mi faceva trovare pronto, sul piatto bianco, in salotto. Palato ustionato, quando bevevo di corsa il thè bollente di mamma. Il cappuccino entrerà tardi nella mia vita, con l’università e l’addio alle colazioni take-away casalinghe. Abitavamo vicini, duecento metri di distanza. Qualche volta incontravo il padre, un tassista, che andava al lavoro. Pochi anni dopo il liceo se lo sarebbe portato via un tumore. F. aveva il complesso del naso, e dopo le superiori si sottopose ad un intervento di chirurgia plastica. La mattina, nei circa due chilometri che ci separavano dal nostro liceo, si parlava delle interrogazioni e dei compiti che non avevamo fatto. Mi ricordo soprattutto discussioni lamentose, sul fatto che avessimo voglia di fare altro – che poi, cosa vuoi fare a 16 anni? A ripensarci, a quei giorni, oggi, li rivivrei in un altro modo. Forse mangerei quel panino con più gusto, quasi sicuramente mi emozionerei a sentire il suono della campanella, anche l’appello avrebbe il suono di una dolce e sicura melodia cantilenante. Io ed F. ci sentivamo anche il pomeriggio e la sera, finite le cinque-sei ore mattutine. Lunghe chiacchierate. Per farle, andavo spesso alla cabina telefonica sotto casa (cellulari non esistevano ancora), giusto per non sorbirmi i lamenti di mia madre sui costi della bolletta telefonica. Le volevo bene, e quella routine quotidiana era per me un’ancora, in una classe nella quale non si erano creati gruppi o legami forti. Eravamo tutti cani sciolti, ognuno faceva da sé. Solo io ed F. eravamo una costante-amicale che ha resistito negli anni. Lei si era invaghita di un nostro compagno, G.. Me lo avrebbe detto qualche anno dopo, forse se ne vergognava, anche perché io ed G., ogni tanto, ci vedevamo. Per un periodo mi era anche piaciuto, ma essendo etero ho pagato sulla mia pelle il prezzo della prima (forse) attrazione non corrisposta. Di F. ricordo le unghie lunghe, lo smalto rosa, i capelli raccolti dietro con un fermaglio, la risata contagiosa. Il professore di Biologia ci prendeva sempre in giro, chiedendoci quando ci saremmo accoppiati (sì, usava questo termine). In primavera, ironizzava sulla ripresa dell’attività ormonale. A spiegarglielo, che io ed F. ci confrontavamo su ben altri argomenti. Di ragazzi si parlava, in maniera molto velata, senza riferimenti sessuali espliciti. Internet non era ancora arrivato, e i ragazzi liceali che sono pronti a fare coming out sarebbero arrivati molti anni dopo. Ma ero contento, dopo tutto. Avevo il tennis, la mia cameretta, le mie vacanze all’estero (prima coi miei, poi da solo). Un orticello circondato da un grande recinto, con poche, granitiche, certezze. Le avrei scardinate con l’università, smontando un piccolo castello di menzogne (quello che raccontavo a me stesso e, in fondo, anche agli altri) e prendendo consapevolezza della mia sessualità. Mia madre era convinta che tra me ed F. ci fosse del tenero. Se lo augurava. Finito il liceo, in media una volta l’anno, mi chiedeva se mi sentissi ancora con F.

Penso siano passati almeno sette anni dall’ultima volta che ho incrociato F. E’ successo oggi. Centro commerciale Leonardo. Sono con E. e la compagna, e il pargolo. Usciti da Saturn (cambiato Blackberry: preso Curve 9300 rosso), ci fermiamo. Loro parlano del nuovo contratto Fastweb, io parlo col pupo. Anzi, cazzeggio, facendo le solite smorfie che si fanno coi pupi. Mi sento chiamare da dietro… E’ F., insieme a G. Si sono sposati il 4 giugno. Erano col loro bimbo, di nove mesi. Il mio primo commento, istintivo, è: “Guardate che il pupo non è mio!”. Non so perché abbia fatto quella precisazione. Forse perché entrambi sanno ormai della mia sessualità, e non volevo che pensassero “male”. Sembravano sereni. Lei non è cambiata affatto, il trucco che ravvivava un viso, forse con qualche ruga più del solito. Solita risata, e stesso fermaglio. Lui indossa una casacca tipo-messicana, blu. Il bambino loro mi fissa e ride (c’avrò i pupazzetti in faccia?). La loro testimone di nozze è stata V., nostra compagna di classe, che ho aggiunto su Facebook un po’ di tempo fa. Penso che, forse, mi avrebbe fatto piacere andare al loro matrimonio, o almeno venirne a conoscenza. Una decina di anni fa, quando F. mi aveva confidato di essere innamorata di G., fui io a spingerla, con insistenza, a richiamarlo. Parliamo una decina di minuti, siamo imbarazzati. Del lavoro non mi va di parlare, della mia vita privata neanche, anche se in quel preciso momento eravamo due coppie + due bebè contro un single. Ci salutiamo in fretta, e loro mi invitano a incontrarli nella loro casa. E’ vicina al nostro liceo. F. mi dà il suo cellulare e il numero di casa. Li abbraccio.

Per un attimo ho rivisto la stessa ragazza che usciva dal portone di casa, con la faccia assonnata, pronta ad iniziare un’altra giornata scandita dai suoi delle campanelle.

Bebè, istruzioni per l’uso.

August 23rd, 2011

Esco con l’amico E. e la compagna, e il loro pargolo, un bestione di 3 mesi che pesa già come uno di sei. Tre mesi di gioie e paure (parto non facile, oserei direi a rischio morte), soddisfazioni e preoccupazioni. E di svolte. Perché l’arrivo di quell’ammasso di carneossaemozioniurlanti ti stravolge. Nel bene e nel male. Giornate scandite dagli orari (folli) delle poppate, dai cambi pannolino, dai clisteri (se non fa la pupù ogni 48 ore, bisogna intervenire, tassativo), dai pianti e dai lamenti. Nottate insonni. Dopo un periodo iniziale traumatico (adoro la schiettezza di E.: “Ci sono dei momenti in cui ti chiedi chi te l’ha fatto fare”), ora cercano di vivere, normalmente. Anche uscendo. Come ieri sera, quando siamo andati al Celio (piazzetta centrale, sedie e grigliata e proiezioni di film). Lui ha dormito. Due genitori sanno sempre l’orario esatto dal quale ha iniziato a dormire il pupo: 20.15, precise. Quando sono le 22 – orario della pappa – iniziano a guardarsi quasi preoccupati. “Non si sveglia?”, ma in fondo sono contenti che possiamo continuare a chiacchierare. Dorme e si muove, fa delle smorfie che meriterebbero ognuna un post. E, poi, profuma. Forse è perché non ha fatto la cacca. Ma intorno a quel passeggino c’è odore di dolce morbidezza, emotivamente commestibile. Mangeresti quella dolcezza a morsi. Anche guardando la mamma che lo prende in braccio, quando inizia a svegliarsi. Sbadiglia, tanto. Si stiracchia (ah, gli istinti primordiali). E, poi, per dire che c’è ed è tra noi, piange. Ma è perché ha fame. Passeggiamo per le stradine dietro al Colosseo e passiamo per la Gay Street. Una coppia con amico e pupo. Strano che ci ritorni dopo anni con questa insolita formazione. Quando è sveglio, mangiare un gelato è complicato. Mamma e papà se lo scambiano a vicenda, dando veloci leccate ai loro coni. Questione ciuccio: meglio averne tanti di riserva. Loro ne hanno tre. E, infatti, uno cade in terra. Senza ciuccio, imparo, è la fine. Le mani sono morbide, le unghie minuscole. Lui afferra il dito, stringe forte. E poi ti guarda, anzi, ti fissa. Vuol vedere cose, scoprire. Vede il tuo volto come tu, forse, non lo ricordi nemmeno. Non ti conosce, non conosce la voce. Sorride. Ma dura poco. Le lacrime impongono la pausa-biberon. Dovunque ci si trovi. Siamo tra un ristorante e il parco del Celio. Ogni sorsata di rilievo, si fa un pit-stop per ruttino. Ogni burp è un urlo di giubilo. Prossimo giro. A quattro mesi, via latte in polvere, si parte con le pappine. E non vanno bene solo quelle confezionate: no, il pediatra dice che alcune devi farle pure te. E dargliele calde. Ovunque ti trovi. Ogni tanto fa anche le puzze. E che puzze. Mai avrei immaginato che da un sederino così piccolo potessero uscire suoni da grancassa. Una volta mangiato, si cerca di farlo dormire. Ma non è facile: è lui a decidere se concedere una tregua ai genitori. Hai voglia ad agitare passeggini e a fare cipcipcip nell’orecchio. Quando si mette d’impegno, ti fissa vigile e vispo, con quegli occhioni vogliosi di scoprire il mondo e le sue creature, e non c’è diversivo che tenga. Gli bacio le mani (a dire il vero viene voglia di morderle…) ma la parte più bella è barciargli la testa. Morbida, profumosa e calda. Un batuffolo di tenerezza.

Non so che padre sarei. Nevrotico e dolce, molto apprensivo. Ma il problema non è sull’io. Il punto è che mi chiedo se una coppia gay possa trovare quella solidità e stabilità necessarie a far star bene un bambino. Penso che la percentuale di omosessuali felicemente fidanzate per 10 anni sia, in media, drammaticamente inferiore a quella delle coppie etero. Per questo, quando leggo dichiarazioni di  molti gay sulla possibilità per le coppie non-etero di poter adottare figli, ho iniziato ad essere un po’ scettico. E non perché i gay non sarebbero in grado di essere dei buoni genitori. No, tutt’altro. Sarebbero premurosi e attenti, come gli etero. La sessualità non condiziona il modo di “proteggere” una creatura indifesa. Il problema sono le basi fragili sulle quali,spesso, si basano questi rapporto.

E, comunque, uno scriciolo di tre mesi che ti fissa diritto negli occhi è un’emozione indescrivibile.

Molti ricorderanno lo scontro “epico” (per altri, un po’ da straccioni), tra l’attuale presidente nazionale di Arcigay, Paolo Patané e l’ex presidente di Arcigay Roma, Fabrizio Marrazzo, lo scorso mese di febbraio. Nel consiglio nazionale di Arcigay si decise di espellere il leader dell’associazione romana, reo, secondo Patané, di aver creato una specie di “associazione” parallela, esterna ad Arcigay e di aver commesso una serie di illeciti amministrativi. Nei mesi seguenti, a parte alcune manco troppo velate frecciatine tra i due, tutto è tornato a tacere. Marrazzo s’è, infatti, rivolto alla magistratura, alla quale ha affidato il compito di reintegrarlo. Non solo: ha anche presentato delle denunce per una serie di affermazioni diffamatorie che Patanè avrebbe fatto. Senza entrare nel merito della vicenda (dico solo che è triste che nella principale associazione Glbt italiana non si riesca a discutere civilmente e senza queste liti plateali, che fanno male al movimento gay), stamattina è arrivata la notizia che il tribunale di Bologna ha dato ragione a Marrazzo. Lo riferisce l’attuale presidenza di ArcigayRoma.

Il tribunale ha di fatto deciso il reintegro di Marrazzo, che tornerà quindi socio e consigliere nazionale di Arcigay. “Con un’ordinanza – riferisce Arcigay Roma – ha annullato il provvedimento voluto dalla dirigenza nazionale dell’associazione che, nel febbraio scorso, aveva avviato l’epurazione di alcuni soci e dirigenti di Arcigay, tra i quali anche l’ex vice presidente di Arcigay Roma, Alessandro Poto, tutti espressione della mozione congressuale di minoranza. Pertanto risulta evidente che non c’è alcuna giustificazione né alcun motivo per espellere i soci”. “A nome mio e di tutta l’associazione esprimo grande soddisfazione e gioia per questa decisione della magistratura – ha detto il presidente di Arcigay Roma, Roberto Stocco – che fa finalmente chiarezza su questa pagina davvero triste per Arcigay tutta. Fabrizio Marrazzo ha guidato per molti anni il comitato romano di Arcigay costruendo una realtà solida sul territorio che ha dialogato con la città e con le istituzioni in modo politicamente bipartisan e che e’ diventata un punto di riferimento per la comunità lesbica, gay e trans anche per l’eccellenza dei suoi servizi sociali. Ringrazio Fabrizio Marrazzo perché nonostante l’attacco di cui e’ stato vittima non si è mai fermato e ha sempre proseguito il suo impegno contro l’omofobia e per i diritti della comunità gay, come il recente Congresso del nostro comitato ha riconosciuto all’unanimità. Sono certo che il suo rientro in Arcigay potrà dare un contributo fortissimo al rilancio e al rinnovamento dell’associazione, di cui le socie e i soci sentono forte necessità. La dirigenza nazionale – conclude Stocco – ha commesso un atto davvero molto grave ed e’ necessario che se ne assuma tutta la responsabilità con atti conseguenti. Da parte nostra, come sempre, saremo al fianco di tutti coloro che hanno subito ingiustizie anche nelle prossime azioni legali e di risarcimento danni”.

Per la dirigenza Patané è un brutto colpo.

Aggiornamento/1. Si è fatto vivo anche Marrazzo, che fa sapere che la Procura di Roma “ha indagato due persone per false dichiarazioni e furto”, relativamente alla “fabbricazione di dossier volti a screditarlo”. Dice l’ex presidente di Arcigay Roma: “Sono felice e soddisfatto per la decisione del Tribunale Civile di Bologna che ha fatto giustizia e disposto il mio reintegro come socio e consigliere nazionale di Arcigay. Nei mesi scorsi c’è stato verso di me e altri dirigenti dell’associazione un vero e proprio processo politico che mirava a colpire ed eliminare chi ha un’idea diversa di associazione. Ora la magistratura ristabilisce, finalmente, la chiarezza, anche rispetto alla macchina del fango allestita e basata su dossier costruiti ad arte per mettere in cattiva luce molte persone. Vicenda per la quale già due persone sono indagate dalla procura di Roma per false dichiarazioni e furto. Arcigay rappresenta un patrimonio per lesbiche, gay e trans italiani ed è piena di energie, entusiasmo e talenti: non può essere trattata così”.

Aggiornamento/2. Infine, ecco la replica stizzita di Arcigay Nazionale, che precisa e contrattacca. “Il sig. Fabrizio Marrazzo è stato escluso da socio per motivi ritenuti gravi. E’ dunque falsa e tendenziosa la notizia che tende ad attribuire tale scelta ad una volontà personale di alcuni, essendo stata assunta democraticamente dal massimo organo deliberativo di Arcigay, ovvero il Consiglio nazionale. E’ falsa pure una certa interpretazione risolutiva del decreto di reintegro (che non è dunque una sentenza) , poiché non ha per nulla natura definitiva rispetto agli effetti del provvedimento di revoca della qualifica di socio che sono solo sospesi in attesa di ulteriore giudizio della Magistratura”. Arcigay “prende serenamente atto del decreto, riservandosi di valutare ogni eventuale conseguente iniziativa giudiziaria, ma sottolinea che sul piano di principio resta la valutazione di etica associativa equamente assunta dal Consiglio nazionale in capo al sig. Fabrizio Marrazzo. Arcigay infine stigmatizza severamente i toni di sfida, le gravi affermazioni, e la minaccia di ulteriori azioni legali risarcitorie da parte del sig Marrazzo e le dichiarazioni infondate del Comitato provinciale romano: toni e minacce che certamente svelano la mancanza di rispetto del dibattito democratico all’interno dell’Associazione”.

La guerra continua.

Col morto in spiaggia.

August 22nd, 2011

Esiste una certa ripetitività seriale nella cronaca nera, almeno stando dalla parte di chi la “costruisce” e scrive. Notizie che si ripetono, anche più volte al giorno, a livello nazionale/locale. Ci sono dei “format” della morte, già scritti, copiaeincolla del dolore pronti per l’uso. Cambi i nomi, cambi la strada, il finale è sempre quello. E’ quindi difficile che, dopo un certo numero di anni di giornalismo, si resti impressionati da un omicidio/suicidio/incidente. Quando accade, è perché si resta colpiti da un particolare, apparentemente insignificante. Un frammento di notizia, che magari, per chi l’ha scritto, notizia non era. Una scheggia di vita che ferisce l’umanità di chi la osserva/legge.

Ostia, un pensionato di 67 anni è morto, ieri, mentre nuotava in mare. A riva, ad attenderlo, c’era la moglie. Al di là della notizia, sono rimasto fulminato dalla foto, pubblicata oggi dalla cronaca romana di Repubblica. Il cadavere dell’uomo è coperto da un telo verde (la morte non deve essere vista, i cadaveri coperti alla vista, al limite resi più belli nella bara per l’ultimo saluto dei cari), è sulla spiaggia, tra le sdraio e gli ombrelloni e gli agenti di polizia. Intorno, dei bagnanti. Sì. Alcuni con pupo in braccio. Sembrano presi dalle loro cose. Magari commentano quel dramma che si è consumato da poco sotto i loro occhi. “Eh, certo, a quell’età non bisognerebbe uscire a nuotare”. Una signora passeggia sul bagnasciuga, si gira, magari pensa che è stata fortunata a non essere finita sotto quel telo.

Penso alla moglie, seduta da qualche parte, che aspetta che la mortuaria le porti via da quella spiaggia il corpo dell’uomo che amava. L’aveva salutata prima di andare a nuotare.

Reasons to live.

August 20th, 2011

Il gatto che si mette a dormire sul tuo petto, mentre lavori al pc.
I cornetti da Tornatora e dalla Fiorentina. Caldi però.
Le foto-ricordo. Guardarle e capire che è grazie a loro che tu, oggi, esisti.
La stretta di mano della psicoterapeuta.
L’odore della macchina nuova che arriverà.
Il momento dell’atterraggio, quando gli AA/VV annunciano che è iniziata la discesa.
Quando spegni la sveglia e continui a dormire.
Quando il cellulare è scarico e la sveglia non suona.
Gli accrediti stampa. Saltare la fila.
Morrissey.
Il sapore della saliva altrui.
Il sole che filtra dalle tapparelle – non quello che ti sveglia, no, quello che ti accarezza il viso.
Il rosso in banca, segno che si è cazzeggiato abbastanza.
Il backstage. Di ogni genere. Anzi: il pass per il backstage.
Il cane che, a fatica, si alza pur di venire ad appoggiare il muso sulla tua gamba.
La funzione refresh dei commenti del blog, nuove parole, nuove persone.
Rifornire la ciotola del gatto, con lui che ti fissa ansioso di mangiare.
Gli sms che arrivano solo quando non te l’aspetti.
L’accredito dello stipendio.
Gli Oreo.
L’ultimo esercizio che chiude l’allenamento in palestra.
Il succo d’arancia (spremuto fresco).
Il sushi. Salmone e tonno, il resto no.
La Cheesecake di mamma.
Il sudore del sesso.
Il set di cuscini nell’armadio dell’hotel.
Il salmone marinato (anche preconfezionato, meglio se fresco al ristorante).
Andare in redazione in taxi, con la scusa che c’è lo sciopero dei mezzi.
Sguardi incrociati sulla metropolitana, poi non ci si rivedrà più, ma per tre secondi ci si è incontrati.
Il secondo prima dell’orgasmo (quello dopo è già brutto, e non sai come sciogliere l’imbarazzo).
Piedi (belli) in infradito sulla metropolitana.
L’estetista e la ceretta alla schiena.
“I am what I am”, Gloria Gaynor.
Il massaggio del barbiere quando ha finito di tagliarti i capelli.
La stima di quelle poche persone che stimo.
Riempire le buste coi peli del cane, quando inizia la stagione della muta.
“Hai un nuovo messaggio”. E il messaggio ti piace.
I risultati delle analisi alla Bios, quando tutto è andato bene. Meglio leggerli in chiesa.
Fare uno scoop e raccogliere complimenti.
“Ma io ti conosco, mi piace come scrivi”.
Gli abbracci involontari notturni. Quelli che ti svegliano.
La voglia di migliorare.
Il Cornetto Algida.
I funerali degli altri. Momenti in cui capisci quanto stia sprecando attimi importanti della tua vita.
Annozero. Dovunque lo faranno.
I tatuaggi sul polpaccio.
Prendere in giro C.
Il tramonto al Pincio.
Sverginare un quotidiano.
Il primo posto laterale esterno in metropolitana.
Il primo minuto in cui mastichi le Big Babol.
L’idromassaggio che ti riempie il costume di bollicine.
“Notte prima degli esami”, di Venditti.
Il marmo nei bagni degli hotel (a 5 stelle).
La crema solare spalmata sulla tua schiena (e non da te).
I graffi del gatto sulle braccia.
Il sorso di champagne che bevi perché è maleducato non farlo.
Il milk shake di Johnny Rockets (quanto tempo?)
I sofficini Findus.
La focaccia calda (anche con lardo).
Le lenzuola disinfettate col Napisan.
I pantaloni e le camicie già stirate. I need a housemaid.
L’odore dell’aria alle sei di mattina, anche quando ti alzi perché il cane sta male e deve uscire.
La business class e i suoi cornetti caldi.
Il self service da Ikea con la commessa che vede se paghi tutto.
Le vodi degli altoparlanti della stazione Termini. Moving people, moving stories.
Le corsie preferenziali, quando le posso usare.
Vedere qualcun altro sorridere per merito tuo.
La fusione spermatica di due corpi.
Il filo interdentale quando hai mangiato la carne.
I cestini di macedonia, con la frutta già lavata e pulita.
I colpi di vento che fanno svolazzare le t-shirt bianche, fino a far vedere l’ombelico.
La pazienza di C.
Le chiacchierate inutili coi tassisti sul traffico e i lavori e quanto fa schifo Roma.
La firma sullo scontrino della carta di credito quando hai fatto shopping.
Il cameriere che ti serve la cena e tu pensi che non dovrai lavare i piatti.
Il gelato di San Crispino.
Il padre nostro recitato – da un ateo – quando c’è qualcosa che non va. E poi pensi.
Dare le martellate al muro quando i vicini fanno rumore.
Il signore che suona la chitarra sulla metro B, canzoni italiane, bravissimo, un euro fisso.
Le mie sei polo rosse e rossastre.
Vedere le facce dei tuoi compagni delle superiori su Facebook, senza farti vivo perché non avreste niente da dirvi.
La cacca fatta dopo due giorni di black out.
Il cappuccino col cuore disegnato sopra, anche se il barista è etero, e tu apprezzi di più.
Le telefonate quando passeggio col cane. D., A., C., L., E. E altri ancora.
Essere guardati negli occhi prima di aver aperto la porta di casa ed essere usciti per andare al lavoro.
Addormentarmi sul lettino al mare, dopo le 17, quando la gente inizia ad andare via.
L’emozione della prima volta. Ogni prima volta.
Le guarigioni. Quelle che aspetti, e che arrivano.
Mordere le labbra. Altrui.
Xtube, categoria amatoriale.
Gli incubi. Quelli che ti svegli e capisci che tu avrai la meglio.
Le polo Abercrombie.
Il caso di Campo de’ Fiori.
Gli abbracci affettuosi di Walter V.
L’affetto di chi non ho mai incontrato in vita mia, eppure mi tratta come fossi un fratello virtuale.
Il momento preciso in cui smetti di piangere e ti senti un’altra persona.
La bilancia nella stanza del personal trainer, che dice sempre cose belle.
Vedere qualcun altro camminare coi calzini per casa (tua/sua).
Accarezzare i piedi, cercando di memorizzarne la loro armoniosa perfezione.
“There’s a light that never goes out”, The Smiths.
L’ipod.
I cazziatoni di L.
Gli spaghetti all’amatriciana.
Il cuscino rigido di Ikea.
Il reparto casalinghi di ogni supermarket. Aria di pulizia.
Il drugstore di Termini.
Premere invia ad un post nel quale hai versato l’anima.
Il barattolo di Yogurt Mueller – vaniglia e caffè.
Il gatto che mi lecca il naso.
Il viso bagnato dalle lacrime e la sensazione di essere vivo.
Camminare a piedi scalzi subito dopo aver pulito casa.
L’aria condizionata. Ovunque.
Il tiramisù di Pompi.
L’Oransoda.
Lo shampoo che ti scende sul viso, chiudi gli occhi, frizioni.
Le minacce, botte di adrenalina che ti costringono ad alzare la guardia, a essere vivo e a reagire.
Le carezze non richieste. Scosse.
L’odore dei cornetti caldi.
Le chiacchiere ruffiane della signora di Rokko.
Il ricordo di nonna.
I cupcakes di Sweety Rome.
Quando dopo un’ora di fila si apre la porta del veterinario e sai che tocca a te.
L’odore del Lysoform per lavare in terra.
Il suono della metropolitana prima della chiusura delle porte.
La voce del comandante, in volo, che saluta e dà le informazioni sul volo (senza parlare di turbolenze).
I turisti che ti chiedono delle indicazioni e tu, incredibilmente, gliele sai dare, in lingua.
La aderenze dei costumi (colori chiari).
La pasta alla gricia di mamma.
Dormire col piumone ad agosto, col Pinguino acceso.
Le Mentos (solo alla frutta).

La mamma più buona.

August 20th, 2011

Cena con collega, via dei Cappellari, il miglior ristorante calabrese nel quale sia mai stato (ero legato al luogo comune che la cucina calabrese fosse sempre piccante e, quindi, li ho sempre evitati). 22.30. Non è orario da mia madre. Insomma, in genere dorme già da un pezzo. Forse ha lavorato. Mi arriva un suo sms. Lo riporto, perché sembra quasi una risposta al post che ho scritto per il suo compleanno. Si riferisce al mazzo di rose bianche che le ho fatto trovare sul tavolo, con il biglietto: “Alla mamma più buona che ci sia”. Mi ha fatto venire i brividi. Sembra una risposta al mio post.

“Che buon odore le rose. Mi mancava la mamma più buona: sarà perché non lo sono stata io”.

Cinque minuti in silenzio, con collega che non capiva. La mia risposta, idiota, è stata totalmente inadeguata: “La mamma è sempre la mamma”.

Buona notte blog. Se domani mattina bau riabbaia alle 7, pubblico la foto delle zampette troncate :-)

Cambio casa.

August 19th, 2011

La decisione era già stata presa, idem la disdetta del contratto, a partire dal primo di ottobre. Si cambia casa. Il padrone di questa non aveva intenzione di fare alcuni necessari lavori di adeguamento all’immobile (finestre sgangherate, cucina idem), necessari dopo sette anni. Quanto a quella da comperare, si vedrà. Non ne sono più molto convinto. E’ il dilemma di tutti: affitto medio per stare in una zona centrale, oppure acquisto casa in zona un pizzico fuori mano? Per adesso ho deciso di tornare a puntare su un affitto. E’ vero che teoricamente son “soldi buttati via”, ma almeno non si hanno i tanti impegni dell’essere proprietari. Dopo tanti anni – e tante storie passate per il mio portone, belle e brutte – lascio la casa di Prati per andare ancoranonsodove. Il panorama degli annunci, per adesso, è desolante. Tutti in ferie. Fermi al 10 agosto. Penso di riprendere a battere subito.it e kijij.it da lunedì prossimo.

Budget: circa 950-1050 euro al mese. Bilocale, con balcone spazioso o terrazzo. Preferibilmente attico. Puo’ anche essere non arredata (ma almeno la cucina deve esserci). Zone: Trieste, Esquilino, Porta Pia. Forse il Pigneto, ma mi spaventa il parcheggio. Vorrei lasciare Prati. Non so bene perché, ma non mi trovavo più a mio agio ultimamente. Mi mancherà la Fiorentina.

Buongiorno blog.

2/3.30/6/7.30. Bollettino di guerra, stanotte. Una guerra a colpi di catarro. Bau ha la tosse. Per essere precisi (tornato ora dalla visita dal veterinario): tracheite virale. E’ la seconda volta, quest’anno. Insomma, un po’ sfigato. Avrà somatizzato la tensione dei giorni scorsi. In più, ha pure la diarrea: doni per casa lasciati stamattina, nonostante l’uscita all’alba per evitargli l’imbarazzo di nascondersi da me e dal gatto. Colloquio franco con la dottoressa sostituta (lui non c’era, era in vacanza). Forse un po’ troppo franco. Mai parlare diffusamente della salute dei propri cari, umani e canini. In ogni caso, abbiamo fatto il bilancio dei farmaci che prende: Fortekor Flavor, per l’insufficienza renale; Cosequin per le articolazioni; mangime per insufficienza renale. Gli ha controllato il cuore, e l’ha trovato messo bene, senza soffi (mi preoccupava il fiatone). Il vero problema iniziano ad essere le zampe: scende le scale con una difficoltà sempre maggiore e, stanotte, quando l’ho fatto salire sul letto l’ho dovuto aiutare a scendere. A breve dovrà prendere un anti-infiammatorio. “Quanti anni ha?”, mi fa lei, veterinaria brusca e schietta (memorabile una mia gaffe, quando la scambiai al telefono per un uomo: ancora se la ricorda). “13 e mezzo”. “Uhm”, risponde. Le chiedo quanto campi in media un Labrador. Vari river-lettori mi parlavano di 16 anni. “La media è 12 anni. Poi, ovvio, ci sono anche cani che arrivano a 16″. Vabbè, il cane, intanto, si grattava le palline con la zampetta, scaramantico pure lui. Prendo la prescrizione. Uno sciroppo per la tosse, un riequilibratore della flora batterica, un antibiotico e una cosa da dargli con una puntura. Dovrò superare la mia resistenza ad usare le siringhe.

Ora dorme. Il viaggio dal veterinario lo sfinisce sempre.

60.

August 17th, 2011

Parliamo sempre di meno, io e te, dilaniati dalle differenze e da quel modo così diverso di vedere il mondo, la gente, la vita. Non ci scontriamo più con violenza, come quando vivevo da voi. Le litigate perché tornavo troppo tardi la sera (le due di notte, per un ragazzo di 20 anni, erano, secondo te, il massimo tollerabile), o perché stavo attaccato al telefono a chiacchierare. Dimensione adolescenziale trasferita negli over 20. Solo il lavoro, il primo contratto di lavoro giornalistico, a 27 anni, mi ha permesso di scappare. Di prendermi la mia vita. Di andare nei locali gay, senza dover nascondere le tessere (che tu, puntualmente, andavi a cercare nei miei pantaloni). Di non nascondere ogni cosa che potesse essere “ambigua” (ricordo la cassettina di sicurezza verde blindata, che tu una volta spaccasti col cacciavite). Sapevi del mio orientamento sessuale, ma giocavamo a negarlo, con grossolane strategie dissimulatorie. La tua malattia m’è costata tre punti sul braccio destro. Li porto con me, in bella vista. Avevi bevuto, ancora una volta, e mi hai spaccato un bicchiere contro. Un secondo, i cocci, le gocce. E tu a guardarmi, come se ti fossi resa conto di quello che avevi fatto. Non pensavi, non eri tu. Sono corso al pronto soccorso con lo straccio della cucina. “Mi sono fatto male in palestra”, all’infermiere che mi ha accolto gocciolante. Ci siamo feriti a vicenda, io in maniera involontaria, con un’omosessualità che non hai mai accettato; e tu perché non sei stata in grado di capire che la vita era mia, e che dovevo viverla come meglio credevo. Ho scoperto la tua prima bottiglia di vino nella lavatrice, tra i panni sporchi. Cercavo qualcosa, non ricordo, e trovai quel fiaschetto di vino. Birra e vino, la tua droga, la manifestazione del tuo dolore interiore. Dopo la lavatrice sei passata all’angoletto nel mobile in cucina. Poi un altro mobile, nel corridoio. Io li scoprivo, e te lo dicevo, ogni volta. E tu niente, continuavi come se niente fosse. Anzi, no, continuavi per farmi sentire in colpa. Durante uno di quei momenti di scarsa lucidità, quando ti chiesi perché lo stessi facendo a te, tu mi hai risposto: “Perché tu sei così”. Non mi sento in colpa per essere me stesso, la psicoterapia aiuta a risolvere anche queste operazioni – paradossalmente involontarie. Una volta chiamai gli Alcolisti anonimi e mi dissero che dovevi essere tu a capire di avere un problema. Insomma, non potevo obbligarti. Non hai mai voluto farlo. Quando una volta ti ricoverarono al Gemelli per un problema renale, parlai alla tua dottoressa. Le dissi cosa avevi. Lei mi promise che te ne avrebbe parlato. Ma non è cambiato niente. Ora cerco di telefonarti la mattina, oppure quando so che hai lavorato. Sono gli unici momenti in cui sei lucida. Scherziamo, mi chiedi del lavoro, hai sempre da ridire sul fatto che vada tardissimo in redazione. Vita privata poca, l’ultima volta abbiamo parlato di una mia chiacchierata con Paola Concia, e tu m’hai gelato: “Ah, quella strana”. Ma non lo dicevi con cattiveria, era un modo per allontanare da te lo spettro di un figlio che avresti voluto diverso. Diverso da me. Non ti condanno per questo. Nessuno sceglie i propri genitori, e, allo stesso modo, i genitori non possono selezionare il figlio che uscirà fuori dal loro amore. Qualche volta mi chiami tu, quando sei poco lucida. Quasi sempre dopo le 17. Prima delle 20, perché a quell’ora sei già a letto. Io non riesco ad essere sereno, a far finta di niente. Riconosco la voce dal “ciao”, rallentato, impastato, confuso. Sei stordita. Mi chiedi delle cose e, quando il giorno dopo te ne riparlo, hai già dimenticato tutto. “Lo sai che ho una cattiva memoria”. Qualche settimana fa, ero particolarmente nervoso, sono sbottato: “Ma ti senti? La pianti di bere”. Hai negato, fino all’ultimo. “Ma che dici?”. Niente. Papà non fa niente, è troppo debole, troppo preso dalla paura di affrontare di petto un problema che non sa come superare. Si supera? Sei finita in una spirale di dolore autolesionistico dalla quale non vuoi più uscire.

Domani è il tuo compleanno. Preso dalla confusione mentale di questi giorni me ne ero dimenticato. Pranzeremo assieme, ci sono le zie venute da lontano. Il regalo lo cercherò domani mattina, nei pochi negozi che troverò aperti. Finito il pranzo mi abbraccerai, mi stringerai forte, e, quando mi girerò uscendo dalla porta di casa, avrai gli occhi lucidi, come sempre.

Tanti auguri mamma.