Auguri :-)

December 31st, 2012

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Scanu e la Befana Gaetana.

December 31st, 2012

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Ecco, un’idea per chi non avesse ancora programmi.

I video virali (gay) del 2012.

December 30th, 2012

Lista non completa, ovviamente, dei video virali (più o meno) del 2012, più amati dai gay. Seri e cazzeggioni. E tutti, in qualche modo, passati per i nostri schermi. Una fetta consistente dei video è dedicata alla canzone-tormentone dell’anno: “Call me Maybe”.

Scelgo, come video-copertina di questo post, “It could happen to you”. Un video straziante e commovente, in cui Shane Bitney Crone commemora il fidanzato. Non è solo una storia d’amore, finita con la morte. Ma è anche un video di denuncia per le ingiustizie che le coppie formate da persone dello stesso sesso devono subire, anche in America.

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Qui la foto in formato originale.

Muri, affetto, Natale. Auguri.

December 24th, 2012

A Natale c’è questo grande muro che, pur nella sua invisibilità, riesci quasi a toccare. Io e loro. Mamma e papà da un lato, e un ragazzo che non è mai riuscito, o ha saputo, aprirsi. Di anni, dalla mia fuga domestica, ne sono passati 13. Fuga verso la libertà. Col primo stipendio. Il primo monolocale. E, soprattutto, nessuno che ti obbligava a tornare a casa “entro le…”. Anche se di anni ne avevo 25. Coprifuoco imposto e sofferto, fino all’ultimo. Fuga di un figlio unico che aveva, dentro di sé, qualcosa che – erano gli anni Novanta, senza il web e pochi locali friendly – era difficile da accettare. Da me stesso, prima ancora che dagli altri. Si viveva in silenzio, lasciando crescere dentro qualcosa che, prima o poi, sarebbe esploso. Ora esplode prima, ma il processo interiore è molto simile. Eravamo divisi da questo grande muro, buio e melnoso, che però faceva passare le domande dell’Inquisizione, non impediva a mia madre di frugare tra i miei fogli, alla ricerca di prove che qualcosa non andava. E io, per i miei, non andavo. Dopo tanti anni e molti coming out, il muro rimane ancora. Forse abbellitto da qualche fiore dipinto da qualche graffitaro inconscio. Ci si autocensura, non parlando di certi argomenti. Tabù conversazionali, insidiosissime bucce di banane piazzate tra un “che hai fatto ieri” e un “cosa fai dopo il cenone”. E fingendo che tutto vada bene, quando, in realtà, non ci si parla mai. Pasti consumati per essere terminati il prima possibile. Anche oggi, anche adesso che scrivo queste righe, mentre loro sono di là, con un ospite. La camera è la stessa. Quella dell’adolescenza vissuta mostrando un lato di me che non era vero. Vissuta a metà. C’è ancora lo stesso letto, lo stesso armadio in ciliegio che abbiamo fatto fare su misura, persino i libri delle superiori. Rimane il rimpianto, e il giochino dei tanti, infiniti “se avessi…”. Con la scusa che ho paura di guardarmi intorno (e avanti), coltivo e mantengo, con tenacia, il difetto di guardami indietro in continuazione, e di fantasticare su come sarebbe stata la mia vita, col senno di poi. In questa cameretta non c’era questo pc (ora lo usa mio padre, ha persino Facebook), e chissà come sarebbero state diverse le cose, se avessi potuto urlare da qualche parte, su Twitter o un blog “voglio amare un ragazzo”. E, invece, ci si accontentava dei tempi dilatati del fermo posta, delle attese infinite nei localacci squallidi e puzzolenti, delle passeggiate nei parchi. Non lo capiranno mai, e non ce l’ho con loro. Non ha senso giocare al gioco del rinfaccio, dell’accusarsi reciprocamente di colpe che non sono colpe. Ho dovuto accettare, impotente, la tua relazione malata con l’alcol. Ho cercato di parlartene in ogni modo. Hai anche avuto il coraggio di dirmi che la colpa era mia. Ovviamente la colpa è della nostra, mia e vostra, debolezza. A me gli attacchi di panico, a te la voglia di scappare dalla realtà. Ricordo la prima bottiglia che ho trovato. Vino. L’avevi nascosta in lavatrice. E poi nell’armadio. Nella scarpiera. Nel cesto della biancheria. Le trovato, e le versavo io. Altre volte te le facevo trovare sul tavolo. Niente. Ho cercato di volerti bene, come ho potuto. A volte anche quando non volevo più bene a me stesso. E non è sempre facile. Sicuramente non sono riuscito a fartelo capire, sempre. Sono un figlio imperfetto, spesso hai detto ingrato, una litania che ho già sentito in tante altre famiglie. La recriminazione è un sport diffuso. Ma ti voglio bene lo stesso.

E stasera siamo qui, a cercare di ascoltar racconti di vite parallele, che dovrebbero essere intrecciate, mentre guardandoci negli occhi vedo due persone che mi hanno fatto diventare quello che sono. Nel bene e nel male. E alle quali sarò grato, a vita. Quest’anno hai rifatto l’albero. Avevi smesso, dopo la morte di nonna. Il Natale, per te, è stata un’occasione per fare la famiglia normale. Quella che non litiga e non battibecca. Per me, era sempre la festa dei silenzi, delle cose non dette. Solo quando si univano i nostri parenti – non accadeva ogni anno – il silenzio veniva sopraffatto dalla confusione (santa) del gruppo. L’albero è in salotto, davanti al nostro tavolo. Le palle sono le stesse – anche quelle a forma di mela -, anche la stella in cima. Quando ero piccolo, mi divertivo a farle scivolare giù, quando, per il caldo, l’albero piano piano perdeva gli aghi. Il presepe non lo fate più. Ricordo che andavo ogni anno con nonna al mercatino di piazza Navona, a comprare nuove statuine e casette… Anno dopo anno il presepe si allargava, fino a quando non si scontrò col Piano regolatore di casa: spazi finiti, stop alle nuove costruzioni. E poi c’era quell’odore di Natale che, ogni tanto, mi dava l’illusione di vivere in una famiglia felice. Oggi direi che eravamo, che siamo, diversamente felici.

Come sono grato a chi mi legge, con affetto e attenzione, ormai dal 2003. Ogni giorno, o una volta a settimana, o chissà quando. A chi mi scrive e condivide – e al quale, chiedo sempre scusa, non riesco a rispondere con la stessa attenzione e passione. A tutte queste persone (vorrei nominarle una ad una, certi nick sono di casa, volti, storie familiari), a chi un tempo c’è stato e ha scelto di non esserci più, nè virtualmente e né nella realtà, auguro una buona festa. Laicamente. Una festa felice, serena. In cui potersi far volere bene.

Buon Natale.

L’ex campione di rugby australiano, Nick Youngquest, è sulla retired Aussie footballer, è il regalo di Natale della rivista “Dorian”.

 

Vetrine natalizie.

December 24th, 2012

Me and Venice.

December 23rd, 2012

Era da un po’ che non me ne concedevo una. Parentesi dal lavoro, vizi e coccole, fuga da Roma, dalla routine martellante e logorante. Colpa, forse, di quella strana paura, il ricordo degli attacchi di panico c’entra e non c’entrano – pretesto o la pigrizia di non voler cercare di andare oltre, alibi per non scrollarsi di dosso l’ansia di (tutto) – che ti porta a star lontano da aerei e affini. Per lavoro si deve fare. Per vacanza si può rinviare. Ma stavolta non rinvio. Ho assecondato la mia voglia di letto doppio (anzi, a due piazze e mezza) e di assenza prolungata di sveglia e scadenze, e ho prenotato. Tre o quattro giorni (e le scadenze, alla fine, ti perseguitano, ma almeno tre son certe), a Venezia. Bestemmia: mai stato in vita mia. Urgeva espiazione peccato. E nella città degli innamorati ci andrò da single. Letto matrimoniale, stanza doppia (anzi, un po’ più grande), hotel un po’ speciale, il Danieli – e sì, da coppiette superinnamorate, meglio se in luna di miele – e con la sola voglia di perdermi tra le lenzuola, senza nessuna scadenza sul comodino. Sveglie OFF.

Perché quello che si impara a fare, a un certo punto, è di riempire il vuoto. Con l’idea di benessere che trovi dentro di te, da qualche parte, dopo aver spostato false certezze e legittimi desideri destinati a non trovar realizzazione, non adesso, domani forse. E dopo aver smesso di rincorrere persone – o meglio, idee di persone – che, quando veniamo incalzati dalla fretta anti-lonely hearts, in quel vuoto neanche starebbero a loro agio. Bisogna placcarlo quel pezzo di noi istintivamente in fuga dal vuoto. Che fa sempre paura. Faceva, almeno nel caso mio. Il vuoto è l’unica occasione che abbiamo per centrarci, concentrarci su quello che siamo, su dove vogliamo andare. Scelta solitaria, visto che la bara è pur sempre roba da single. La morte è la livella dei sentimenti, quindi meglio arrivarci soprattutto in pace con noi (singolare) stessi. Il silenzio non è un nemico, è un alleato che ci aiuta ad ascoltarci meglio. E anche a vedere, nel buio, che non c’è nessun mostro cattivo.

Parto dopo Capodanno, i turni di queste ferie prevedono, per il sottoscritto, lavoro natalizio. Ma con premio di una settimana dopo l’1. Meritato, mai come quest’anno. Partirò alla ricerca di niente. Non cerco, perché è più facile trovarsi e essere trovati. Dalla serenità, che ti accarezza, mentre la tua testa è persa nel cuscino che odora di lavanderia, ascolti i nuovo rumori della laguna, un raggio di sole entra dalla finestra.

Ritrovarsi, a Venezia.

(River Phoenix, Keanu Reeves, Rodney Harvey, Udo Kier & Michael Parker sul set di “Belli e dannati”, nel 1991 – due anni prima della morte di River)

Una riproduzione dell’immagine di Freddy Mercury, nel presepe allestito all’interno della Basilica di Santi Apostoli. La statuetta ha in mano una lettera al Bambinello: “Caro Gesù Bambino, in occasione del Santo Natale ti chiediamo un Mondo in cui tutti gli uomini e le donne abbiamo pari diritti, senza distinzione di credo, di appartenenza culturale, di orientamento sessuale. La dignità umana e il futuro dell’umanità sono in pericolo fino a che i diritti di ognuno non saranno realmente affermati. Roma Futura non tollera l’omofobia’.

L’azione è stata organizzata da Roma Futura, il cui portavoce è Gianluca Peciola, per protestare contro le parole di Papa Benedetto XVI.

Il ragazzo e la tartaruga.

December 21st, 2012

(Worcester, Massachusetts)

Connor incontra il suo eroe.

December 20th, 2012

Connor Michalek ha 7 anni e dall’età di 3 lotta contro il cancro. Al cervello e alla spina dorsale. Per questo ha dovuto subire vari interventi chirurgici e cicli di chemioterapia. Connor ha una passione per il wrestling, in particolare per Daniel Bryan. Così, a ottobre, insieme ai genitori ha girato un commovente video-appello (sopra), per vedere da vicino il suo mito. E il lottatore ha risposto, decidendo di incontrarlo.

E quegli occhi che ti vien male solo a guardarli.

Momento sempre difficile, quello delle dimissioni. Questa soluzione è molto originale. Con coro al seguito.