High School/2. Le ragazze.

March 24th, 2013

Il titolo promette un post breve, brevissimo. Quanto lo fu la mia passione per le ragazze. Passione asessuata, di facciata, forse un po’ sfacciata, tanto fu falsa. Tentativi di eterosessualità suggerita dal mondo circostante – i compagni etero che si grattano il pacco e ti invitano a parlare di fregne e pomiciate con lingue attorcigliate, mamma e papà che si chiedono come mai non esca con nessuna ragazza, nonna che vorrebbe vedere la tua ragazza, ecc. – , ma certamente non sincera. Fingevo, soprattutto con me stesso. Forse non ne ero neanche troppo consapevole. Col senno di poi siamo tutti bravi a fare le ex-velate. Dentro di me sapevo di volere lui, inteso come membro. Ma prima, forse, tentavo di passare per lei. Un modo per dire: “lo vedi, non ti piace, corri da lui”.

Amori non ne ho mai avuti, negli anni delle superiori. Certamente non di quelli veri-tieri. 

C’è stata la compagna M., origini meridionali, capelli scuri, forse qualche pelo di troppo sulle braccia, il seno troppo grande (primo segno di omosessualità latente: dare connotazione negativa al seno grande). Il papà era pilota Alitalia, la madre andava sempre in palestra e pareva superindaffarata anche se, di fatto, era casalinga; erano gli anni in cui i comandanti nuotavano nell’oro, trasferte free per tutta la famiglia, e quella doverosa ostentazione di una busta paga al di sopra della media (se non ricordo male si superavano i 10 milioni di lire al mese). Ci sentivamo quasi tutti i giorni, al telefono. In classe parlavamo poco, anche perché là ero quasi sempre con la mia compagnia di banco F. Con M. parlavamo, quasi sempre, dei compiti (sospiro, gergo dimenticato, task sepolti nella scatola dei ricordi) e delle interrogazioni da preparare. Io ero capra in matematica e fisica, lei, invece, se la cavava. Era molto intelligente, una delle più brave della classe. Per un periodo tentai di corteggiarla, con qualche attenzione in più rispetto alla media riservata alla compagna di banco F. Nulla di eclatante, nessuna dichiarazione o richiesta particolare (tipo: mi pensi?), nessuna cena fuori o quelle cose che fanno i pischelli quando ci provano con le ragazze. Piuttosto una insistente presenza telefonica. Ricordo che una volta tradii, in maniera inequivocabile, il mio istinto a gayeggiare, facendo emergere l’anima un po’ Drag che evidentemente era nascosto (non troppo bene) dentro di me. Ero partito per una vacanza-studio e pensai di inviarle una lettera superoriginale, di cui non si sarebbe potuta dimenticare facilmente. Quella lettera consistette in un foglio scritto (se ne son perse le tracce, tangibili e mnemoniche) che si concludeva con un bacio. Non la parola, ma un bacio realizzato schiacchiando il foglio di carta contro le mie labbra, sulle quali avevo spalmato il rossetto di un’amica. Lì per lì mi sembrò una cosa molto naturale, anche carina. Lei, però, non commentò. A distanza di anni penso che quello fu il più grande passo falso dell’epoca dei corteggiamenti di maniera.

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Con Vanessa le cose andarono diversamente. O meglio: diverso “corteggiamento”, stesso esito (= zero sex/relationship). Era in un’altra sezione, stessa scuola, altro pianerottolo. Non ricordo neanche come arrivai a lei, forse ci conoscemmo ad una festa in casa di qualcuno. Ricordo solo una fissazione randomica, quasi un divertissement ossessivo very light. Aveva i capelli corti ed assomigliava ad uno dei miei miti tennistici: Anke Huber. Era bassa, la carnagione chiara, capelli castani. Altro non ricordo di lei. Non so neanche quanto ci parlammo e perché iniziai a mandarle delle poesie. Già. Io che ho sempre odiato la sdolcinatezza di queste composizioni da Baci Perugina, m’ero ridotto a farle avere – tramite i compagni – delle stucchevolissime letterine d’amore. Nelle scatole dei ricordi ne ho recuperate due (foto), sono anche numerate, in alto a destra (ho trovato solo la uno e la due, ho paura a cercarne altre). A rileggerle – anzi, lo confesso, non sono riuscito ad arrivare fino alla fine – quasi mi vergogno. A mia discolpa potrei dire che avevo non più di 17 anni. Un wannabe straight, che poi, con Vanessa, non c’avrebbe voluto fare niente. Ero una specie di stalker poetico asessuato. Perché se poi mi trovavo a fantasticare sull’oggetto del mio corteggiamento, mai e poi mai avrei immaginato di farci del sesso. La vagina mi inquietava, ero già attratto dalle proboscidi. Al massimo potevo fantasticare su qualche amico che faceva sesso con una ragazza che mi piaceva. Una specie di triangolo immaginario, fantasia irrealizzabile che pure supportava varie sedute masturbatorie. Un po’ come accadeva con i film un po’ zozzi che mi capitava di vedere in televisione: quando c’era una donna nuda nella trashata di Pierino-Alvaro Vitali mi eccitavo a pensare a cosa avrebbe fatto un compagno – tipo Francesco – che mi piaceva. Perversioni di trii adolescenziali, mai andate a buon fine.

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Penso (e spero) che Vanessa abbia cestinato le mie lettere, scritte non a mano, ma con la macchina da scrivere di mio padre. Splendida Olivetti, altro che Pc. Che poi, ripensandoci, quelle poesie le scrivevo più volte, visto che quelle che ho con me oggi sono degli originali – c’è persino una traccia di bianchetto e una correzione con pennarello rosso. Dubito che le facessi fotocopiare. Vorrei poter scrivere che alla fine non le inviavo, che erano solo dei pensieri ad uso e consumo del sottoscritto, roba di cui vergognarsi allora e per sempre, ma purtroppo non è così. Oggi, da qualche parte, c’è una Vanessa che ripenserà a quel ragazzo un po’ brufoloso e con le idee decisamente confuse che le inviava delle spaventose dichiarazioni d’amore.

E il capitolo donne-scuole superiori si chiude qui. Con una sola eccezione, durante una vacanza studio.

Torno presto, stavolta. Alla prossima puntata :-)

Buona notte e ben ritrovato blog.

Se ripenso agli anni delle superiori penso – gioco delle associazioni mentali, ‘se ti dico X cosa ti viene subito in mente?’ – ad un panino con la marmellata. Era quello che mia madre mi preparava, ogni mattina, dal lunedì al sabato (beati i cari ragazzi 2.0 che oggi hanno la possibilità di andare a scuola dal lunedì al venerdì soltanto), prima che andassi a scuola. Sveglia intorno alle 7.20/7.30, non me la ricordo particolarmente faticosa. Ricordo, la sera prima di andare a letto, la crema anti-acne (un po’ puzzolente e viscidina) spalmata sul viso, teenager brufolosetto, non troppi, ma quanto bastava a farmi usare regolarmente il sapone (Topexan, che poi arrivò la pubblicità e ci fece sentire tutti meno sfigati) e una cremina bianca da applicare sulle zone giallognoline (anzi no, quando erano gialli li toglievo di mezzo io, facciamo rossi o sottopelle). Nulla di tragico, mai andato da un dermatologo. Di tragico, dermatologicamente parlando, c’era la mia fissa per la perdita dei capelli. Che, naturalmente, non avrei potuto perdere a 14 anni – neanche a 35 – ma che, con un padre pelato, era una mia ossessione. Brufoli, dunque. Quasi sempre sulla fronte e sul mento. Avevo i capelli non corti, una specie di riga sulla sinistra della fronte, e per il resto incasinati. Molto “non ho voglia di aggiustarmeli, lascio al vento il compito di trovar loro la collocazione più adatta”. Ero allergico al phon – lo sono anche oggi – e quindi uscivo sempre di casa con la testa bagnata, anche d’inverno. Con, tra le mani, il panino di mamma. Una rosetta, quelle che comprava all’alimentari dietro l’angolo. Si chiamava Porena, e c’erano delle cassiere molto sbrigative e con le unghie colorate. Non ci andavo mai, la spesa era competenza sua e di papà – che, nella colazione, non aveva alcun ruolo. Andava al lavoro, si alzava con me, a volte prima, e spesso ci litigavamo il lavabo in bagno. Di lui ricordo l’odore del dopobarba, il ticchettio delle scarpe da completo, il “buona giornata”, forse un abbraccio – che mi metteva un po’ in imbarazzo. E questo mentre mamma era in cucina a pensare alla mia colazione. Indossava, spesso, una vestaglia blu, un tessuto artificiale, e non ricordo neanche il motivo per il quale vi fosse così affezionata. Il panino sarà sostituito tanti anni dopo – forse con l’università – dal “cappuccio e cornetto”. Riti che sono must, appuntamenti che, se saltati, possono compromettere irrimediabilmente l’esito di una giornata. Scaramanzia gastronomica. Insieme al panino, c’era un tè. Che poteva essere di due tipi: il Twinings earl grey oppure quello ai frutti di bosco. Ce n’era un terzo, quello rosso rosso, ma non ne ricordo il nome. Mamma era fissata col limone. Ne metteva tanto, e in superficie galleggiavano sempre questi gialli frammenti limonosi, che coi frutti di bosco c’entravano poco o niente. Due cucchiaini di zucchero (ma solo perché insistevo, perché mia madre me lo avrebbe fatto prendere amaro). Se poi non stavo bene – mal di gola o tosse – nel tè ci finiva il miele, nonostante le mie vibranti proteste. Sul panino, invece, ci andava la marmellata, su uno strato copioso di burro. Marmellata di fragole. A volte – capitava quando c’era mia nonna ospite oppure quando mamma decideva di concedermi una variazione sul tema – sopra al burro ci spalmava la nutella. Grazie Ferrero, di aver addolcito la mia esistenza di adolescente brufolosetto dalla masturbazione facile. Questa era la colazione, con poche variazioni. A volte i corn flakes con il latte (caldo). Ma il motivo principale per il quale facevo colazione col panino, era che ero sempre in ritardo. E, quindi, uscivo di casa tenendo questa rosetta (sempre la parte inferiore, quella superiore era scomoda da mangiare e ci si finiva per macchiare il naso) tra le mani, con in bocca il sapore del limone al tè (e non viceversa). Se avevo bevuto il tè di corsa – perché mamma non conosce vie di mezzo e quindi l’acqua, nel bollitore Krups made in Germany, la portava ad ebollizione anche se magari andavo di frettissima e non potevo uscire di casa con la tazza in mano ma dovevo sbrigarmi a finirlo prima dell’ultimo minuto utile ad evitare la noticina sul registro per essere arrivato in ritardo a scuola – avevo quella sgradevole sensazione di palato ustionato. Poteva anche succedere che mia madre uscisse prima di me – lavoro con turni a volte massacranti, in giro per Roma a portar turisti – e allora mi faceva trovare il panino pronto, senza il tè, sul grande tavolo di legno in salotto. Ricordo anche i panini all’olio, unica altra variante rispetto alla rosetta. Più buoni, anche se la parte inferiore, in questo caso, non bastava mai. Abitavamo al terzo piano, senza ascensore, ma tanto non mi piaceva e quindi probabilmente non l’avrei preso neanche allora. Penso di aver iniziato a temere l’ascensore per colpa di mia madre, che è sempre stata capace di farsi anche 8 piani a piedi, pur di non entrarci dentro. Da allora, il mio rapporto con questi indispensabili mezzi di trasporto verticale è stato di amore ed odio. Misti ad una più frequente indifferenza. In quegli anni, comunque, c’era la freschezza scoppiettante delle cosce che uscivano da 6/7 anni di tennis agonistico, e che, quindi, quelle scale se le divoravano con una anagraficamente comprensibile agilità adolescenziale. Divoravo piani come le giornate che scivolavano via sul calendario di carta della società in cui lavorava papà e che avevo sul tavolo, nella mia cameretta da figlio single.

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A scuola – liceo a un paio di chilometri da casa – andavo ogni mattina con Francesca. Papà tassista, mia compagna di banco per quattro anni su cinque. Capelli castani, vagamente ricci, naso pronunciato, unghie sempre affilate (spesso giocavamo con pizzichi e pizzicotti e lei mi lasciava i suoi segni sul dorso delle mani), ogni tanto tacchettini di cui ricordo il rumore mentre camminava sul marmo bianco dei corridoi. Aula al secondo piano, poi al primo, poi una succursale. Ma nei cinque anni di liceo, io e Francesca siamo sempre andati assieme. Eravamo seduti al primo banco, non perché fossimo secchioni, ma perché non ci piacevano le ultime file, e chi le frequentava. Si chiacchierava secondo i tempi imposti dalla campanella – e l’ultima del giorno, che bella, il sollievo, lo zaino Invicta (blu e arancione scuro, senza scritte sopra, le trovavo così coatte) preparato di corsa, le scale scese veloce (ascensore riservato soli ai professori), e si giocava, a volte, usando i nostri diari. Nomi cose città animali oppure tris. Niente cellulare, niente facebook. Carta e penna. E, soprattutto, il diario, elemento portante, forse il più importante tra tutti i gadget obbligatori per ogni anno scolastico. Penne biro (blu), qualche evidenziatore, quaderni (niente copertina rigide) abbastanza classici. Per il diario mi impegnavo molto, un po’ come una sposa che, per cinque anni, deve scegliersi l’abito giusto. A volte impiegavo anche due settimane per trovare quello giusto. Doveva avere pagine non troppo piccole, niente figurine disegnate sopra (o vignette o pupazzetti o macchine), colori mediamente sgargianti, copertina semplice ma figa abbastanza da essere notata dai compagni. Era la fine degli anni Ottanta, andavano forti quelli musicali, ma per me la musica non esisteva, se non sotto forma di ascolto randomico radiofonico.

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La caccia al diario partiva generalmente alla fine di agosto, col mio migliore amico Gianluca, che mi accompagnava in uno stancante (faceva caldo, non avevamo il motorino e la bici era scomoda) tour per cartolibrerie e tabaccherie. Nell’ultima pagina del diario, un anno incollai uno specchio. Già. Andavo a scuola con un pettine (neanche maschile, ma di quelli dentati, per le capigliature folte) e, negli intervalli, all’occorrenza cercavo di rimediare al look scapigliato. Lo specchio non era l’unico indizio che dentro di me, in un punto neanche troppo nascosto, ci fosse qualcosa di assai poco eterosessuale. O meglio: era uno dei pochi indizi visibili al mondo esterno (esclusi gli sguardi che avevo per i boxer e gli slip dei compagni durante l’ora di educazione fisica, negli spogliatoi). Perché dentro di me ero abbastanza convintamente gay. Forse bisessuale, fino ai 19 anni, sicuramente represso e spaventato da tanta normale eterosessualità. Ma tant’è. Francesca non era brava come me. Anzi. Aveva seri problemi in diverse materie. Io i problemi li ho avuti solo con la matematica e la fisica. Quattro anni di ripetizioni, senza che venissi mai rimandato. Son cose. E alla maturità mi sono anche permesso il lusso di portare fisica. Univa me e F., nei cinque anni passati insieme, una sfortunata singletudine, a proposito della quale non ci siamo mai scambiati parola. A me piaceva qualche compagno – rigorosamente etero – a lei ne piaceva uno solo. Che, per un periodo, piaceva anche a me. Ma non se ne parlava. Il sesso era un argomento tabù. I maschi parlavano poco di pompe e trombate, avvenivano, ma non sentivo discorsi articolati sul tema. Un compagno ammetteva di masturbarsi in bagno – non so se lo facesse perché, in qualche modo, si sentiva figo (!), tipo quelli che fumavano nei bagni a 14 anni.

Quel panino è uno dei trait d’union di quegli anni. Ce ne sono degli altri, forse, ma quando, in questi giorni, ho iniziato a ripensare alle superiori, m’è subito venuto in mente il sapore di marmellata, la vestaglia di mamma, l’odore del dopobarba di papà.

scatole

Vorrei raccontare una storia. Forse non nuova, qualcosa di inedito ci sarà, ma nessuno scoop. O forse sì. Perché questa sarà una storia di emozioni, e scava scava ce n’è sempre una nuova. Vorrei farlo per il solo gusto di raccontarla, questa storia, a me stesso. Voglio raccontarmi. Vorrei sfogliare, da solo mentre sono letto da chi vuol passare di qui, la mia storia. Scrivere di e per me e, forse, capire come e perché sono diventato quello che sono oggi. Sì, ritorno, ma sono un altro. River è un involucro, che contiene pezzi di vita sbatacchiati nel frullatore dei post, un puzzle infinito. Anzi, finito, ma spero manchi ancora un po’ di tempo perché l’ultimo pezzo trovi la sua giusta collocazione. Un involucro al cui interno c’è il collante della malinconia, che mi ha sempre guidato nello scegliere cosa raccontare. Scelta non razionale, ma sempre emotiva. Rabbia e amore, delusione e dolori, speranze, si parte sempre da là. I post personali nascono sempre su sollecitazione di qualche scossa emotiva, esterna o interna. Era da un po’ che ci pensavo. Stasera è stato merito di Raffaella Carrà, dei filmati spulciati su Youtube di quando ballava in tv e io ero tornato da scuola e mi perdevo, assai poco eterosessualmente, dietro al suo caschetto biondo innaturale. E allora ho sfogliato foto, le mie e quelle di qualche ex, ho ripensato alle scatole dei ricordi, anche quelle involucri reali di pezzi che non dimenticherò mai. Scatole piene di lettere – di carta ( che oggi, a riprenderle in mano, mi emoziono; emozione tattile), fotografie, badge, ricordi, regali, tessere, biglietti aerei e ferroviari, appunti, numeri di cellulare e soprattutto di telefono fissi. Là dentro ci sono io, e non lo voglio dimenticare.

Poco prima della morte di bau, anzi, di River, ho scritto che avrei voluto ripercorrere la mia storia d’amore losangelesina. Oggi ho pensato che, invece, vorrei spalmare su queste pagine virtuali, così calde – grazie a chi sceglie di condividere suoi stati d’animo, indotti da quelli del sottoscritto – i pezzi più importanti di quel castello di esperienze che ho avuto la fortuna di vivere. Non sfortuna, perché anche dal male si ricavano insegnamenti che ti aiutano a crescere, a essere più forte. E penso che i momenti salienti del mio passato siano tutti legati a qualche persona. Ai miei genitori, fino agli anni dell’università. Ad alcuni amici. Ai miei cinque amori. Ma anche alle storie fulminee – alcune, non tutte – ognuna delle quali mi ha lasciato qualcosa. Anche in un one-night-stand può esserci una dolcezza che non ritroveremo mai più.

Quindi scriverò. A intervalli irregolari. Quando ne avrò voglia, quando potrò, quando qualcuno o qualcosa mi avrà stimolato. Alcune persone, più scaltre, più organizzate di me, avrebbero scritto un libro. Quello che in tanti, in questi anni, mi hanno consigliato di fare. Ma River non è questo. River è un gioco, un racconto, emozioni, condivisione, interazione. For free e senza secondi fini. E allora niente capitoli, qualche anno di riferimento ci sarà, anche qualche nome. Di quelle persone che ho perso di vista e che vorrei rivedere. O che mi illudo di voler rivedere, perché il passato non ritorna, mai. Forse scriverò ogni tanto dell’oggi, ma ho pensato che per quello ci sono Twitter e Facebook. Dopo tanti anni, vorrei smettere di inseguire post e premere il pulsante slow-down.

Scelgo una foto, quella di una delle scatole. E una canzone. Quella che mi ricorda l’anno della maturità. L’anno dal quale inizierò questo racconto, con un inizio e la cui fine è già scritta, da qualche parte.

Ciao blog. A presto.