Se ripenso agli anni delle superiori penso – gioco delle associazioni mentali, ‘se ti dico X cosa ti viene subito in mente?’ – ad un panino con la marmellata. Era quello che mia madre mi preparava, ogni mattina, dal lunedì al sabato (beati i cari ragazzi 2.0 che oggi hanno la possibilità di andare a scuola dal lunedì al venerdì soltanto), prima che andassi a scuola. Sveglia intorno alle 7.20/7.30, non me la ricordo particolarmente faticosa. Ricordo, la sera prima di andare a letto, la crema anti-acne (un po’ puzzolente e viscidina) spalmata sul viso, teenager brufolosetto, non troppi, ma quanto bastava a farmi usare regolarmente il sapone (Topexan, che poi arrivò la pubblicità e ci fece sentire tutti meno sfigati) e una cremina bianca da applicare sulle zone giallognoline (anzi no, quando erano gialli li toglievo di mezzo io, facciamo rossi o sottopelle). Nulla di tragico, mai andato da un dermatologo. Di tragico, dermatologicamente parlando, c’era la mia fissa per la perdita dei capelli. Che, naturalmente, non avrei potuto perdere a 14 anni – neanche a 35 – ma che, con un padre pelato, era una mia ossessione. Brufoli, dunque. Quasi sempre sulla fronte e sul mento. Avevo i capelli non corti, una specie di riga sulla sinistra della fronte, e per il resto incasinati. Molto “non ho voglia di aggiustarmeli, lascio al vento il compito di trovar loro la collocazione più adatta”. Ero allergico al phon – lo sono anche oggi – e quindi uscivo sempre di casa con la testa bagnata, anche d’inverno. Con, tra le mani, il panino di mamma. Una rosetta, quelle che comprava all’alimentari dietro l’angolo. Si chiamava Porena, e c’erano delle cassiere molto sbrigative e con le unghie colorate. Non ci andavo mai, la spesa era competenza sua e di papà – che, nella colazione, non aveva alcun ruolo. Andava al lavoro, si alzava con me, a volte prima, e spesso ci litigavamo il lavabo in bagno. Di lui ricordo l’odore del dopobarba, il ticchettio delle scarpe da completo, il “buona giornata”, forse un abbraccio – che mi metteva un po’ in imbarazzo. E questo mentre mamma era in cucina a pensare alla mia colazione. Indossava, spesso, una vestaglia blu, un tessuto artificiale, e non ricordo neanche il motivo per il quale vi fosse così affezionata. Il panino sarà sostituito tanti anni dopo – forse con l’università – dal “cappuccio e cornetto”. Riti che sono must, appuntamenti che, se saltati, possono compromettere irrimediabilmente l’esito di una giornata. Scaramanzia gastronomica. Insieme al panino, c’era un tè. Che poteva essere di due tipi: il Twinings earl grey oppure quello ai frutti di bosco. Ce n’era un terzo, quello rosso rosso, ma non ne ricordo il nome. Mamma era fissata col limone. Ne metteva tanto, e in superficie galleggiavano sempre questi gialli frammenti limonosi, che coi frutti di bosco c’entravano poco o niente. Due cucchiaini di zucchero (ma solo perché insistevo, perché mia madre me lo avrebbe fatto prendere amaro). Se poi non stavo bene – mal di gola o tosse – nel tè ci finiva il miele, nonostante le mie vibranti proteste. Sul panino, invece, ci andava la marmellata, su uno strato copioso di burro. Marmellata di fragole. A volte – capitava quando c’era mia nonna ospite oppure quando mamma decideva di concedermi una variazione sul tema – sopra al burro ci spalmava la nutella. Grazie Ferrero, di aver addolcito la mia esistenza di adolescente brufolosetto dalla masturbazione facile. Questa era la colazione, con poche variazioni. A volte i corn flakes con il latte (caldo). Ma il motivo principale per il quale facevo colazione col panino, era che ero sempre in ritardo. E, quindi, uscivo di casa tenendo questa rosetta (sempre la parte inferiore, quella superiore era scomoda da mangiare e ci si finiva per macchiare il naso) tra le mani, con in bocca il sapore del limone al tè (e non viceversa). Se avevo bevuto il tè di corsa – perché mamma non conosce vie di mezzo e quindi l’acqua, nel bollitore Krups made in Germany, la portava ad ebollizione anche se magari andavo di frettissima e non potevo uscire di casa con la tazza in mano ma dovevo sbrigarmi a finirlo prima dell’ultimo minuto utile ad evitare la noticina sul registro per essere arrivato in ritardo a scuola – avevo quella sgradevole sensazione di palato ustionato. Poteva anche succedere che mia madre uscisse prima di me – lavoro con turni a volte massacranti, in giro per Roma a portar turisti – e allora mi faceva trovare il panino pronto, senza il tè, sul grande tavolo di legno in salotto. Ricordo anche i panini all’olio, unica altra variante rispetto alla rosetta. Più buoni, anche se la parte inferiore, in questo caso, non bastava mai. Abitavamo al terzo piano, senza ascensore, ma tanto non mi piaceva e quindi probabilmente non l’avrei preso neanche allora. Penso di aver iniziato a temere l’ascensore per colpa di mia madre, che è sempre stata capace di farsi anche 8 piani a piedi, pur di non entrarci dentro. Da allora, il mio rapporto con questi indispensabili mezzi di trasporto verticale è stato di amore ed odio. Misti ad una più frequente indifferenza. In quegli anni, comunque, c’era la freschezza scoppiettante delle cosce che uscivano da 6/7 anni di tennis agonistico, e che, quindi, quelle scale se le divoravano con una anagraficamente comprensibile agilità adolescenziale. Divoravo piani come le giornate che scivolavano via sul calendario di carta della società in cui lavorava papà e che avevo sul tavolo, nella mia cameretta da figlio single.

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A scuola – liceo a un paio di chilometri da casa – andavo ogni mattina con Francesca. Papà tassista, mia compagna di banco per quattro anni su cinque. Capelli castani, vagamente ricci, naso pronunciato, unghie sempre affilate (spesso giocavamo con pizzichi e pizzicotti e lei mi lasciava i suoi segni sul dorso delle mani), ogni tanto tacchettini di cui ricordo il rumore mentre camminava sul marmo bianco dei corridoi. Aula al secondo piano, poi al primo, poi una succursale. Ma nei cinque anni di liceo, io e Francesca siamo sempre andati assieme. Eravamo seduti al primo banco, non perché fossimo secchioni, ma perché non ci piacevano le ultime file, e chi le frequentava. Si chiacchierava secondo i tempi imposti dalla campanella – e l’ultima del giorno, che bella, il sollievo, lo zaino Invicta (blu e arancione scuro, senza scritte sopra, le trovavo così coatte) preparato di corsa, le scale scese veloce (ascensore riservato soli ai professori), e si giocava, a volte, usando i nostri diari. Nomi cose città animali oppure tris. Niente cellulare, niente facebook. Carta e penna. E, soprattutto, il diario, elemento portante, forse il più importante tra tutti i gadget obbligatori per ogni anno scolastico. Penne biro (blu), qualche evidenziatore, quaderni (niente copertina rigide) abbastanza classici. Per il diario mi impegnavo molto, un po’ come una sposa che, per cinque anni, deve scegliersi l’abito giusto. A volte impiegavo anche due settimane per trovare quello giusto. Doveva avere pagine non troppo piccole, niente figurine disegnate sopra (o vignette o pupazzetti o macchine), colori mediamente sgargianti, copertina semplice ma figa abbastanza da essere notata dai compagni. Era la fine degli anni Ottanta, andavano forti quelli musicali, ma per me la musica non esisteva, se non sotto forma di ascolto randomico radiofonico.

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La caccia al diario partiva generalmente alla fine di agosto, col mio migliore amico Gianluca, che mi accompagnava in uno stancante (faceva caldo, non avevamo il motorino e la bici era scomoda) tour per cartolibrerie e tabaccherie. Nell’ultima pagina del diario, un anno incollai uno specchio. Già. Andavo a scuola con un pettine (neanche maschile, ma di quelli dentati, per le capigliature folte) e, negli intervalli, all’occorrenza cercavo di rimediare al look scapigliato. Lo specchio non era l’unico indizio che dentro di me, in un punto neanche troppo nascosto, ci fosse qualcosa di assai poco eterosessuale. O meglio: era uno dei pochi indizi visibili al mondo esterno (esclusi gli sguardi che avevo per i boxer e gli slip dei compagni durante l’ora di educazione fisica, negli spogliatoi). Perché dentro di me ero abbastanza convintamente gay. Forse bisessuale, fino ai 19 anni, sicuramente represso e spaventato da tanta normale eterosessualità. Ma tant’è. Francesca non era brava come me. Anzi. Aveva seri problemi in diverse materie. Io i problemi li ho avuti solo con la matematica e la fisica. Quattro anni di ripetizioni, senza che venissi mai rimandato. Son cose. E alla maturità mi sono anche permesso il lusso di portare fisica. Univa me e F., nei cinque anni passati insieme, una sfortunata singletudine, a proposito della quale non ci siamo mai scambiati parola. A me piaceva qualche compagno – rigorosamente etero – a lei ne piaceva uno solo. Che, per un periodo, piaceva anche a me. Ma non se ne parlava. Il sesso era un argomento tabù. I maschi parlavano poco di pompe e trombate, avvenivano, ma non sentivo discorsi articolati sul tema. Un compagno ammetteva di masturbarsi in bagno – non so se lo facesse perché, in qualche modo, si sentiva figo (!), tipo quelli che fumavano nei bagni a 14 anni.

Quel panino è uno dei trait d’union di quegli anni. Ce ne sono degli altri, forse, ma quando, in questi giorni, ho iniziato a ripensare alle superiori, m’è subito venuto in mente il sapore di marmellata, la vestaglia di mamma, l’odore del dopobarba di papà.

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12 Responses to “High School/1. Con il panino tra le mani.”

  1. Daniela Says:

    Come iniziare meravigliosamente la giornata :-)
    Ti stresso anche io e nuovamente; pensaci ad un libro, hai una capacità di catturare il lettore e portarlo con te che ho incontrato poche volte. Inizio a leggere e non smetterei mai. Grazie!

  2. Marcolino Says:

    Bellissimo :D

    Io colazione con succo di frutto alla pera e ogni tanto una Kinder Brioss! La corsa per il diario “giusto” la ricordo pure io!

  3. Davide Says:

    Come sempre poter spiare la tua vita passata attraverso queste righe mi porta ad uno stato di immedesimazione quasi totale.
    Nostalgia per quegli anni in cui l’unica preoccupazione erano i compiti del giorno dopo…
    E le prime cotte, le prime seghe, le prime avvisaglie dell’essere gay.
    Mi sembra di sentire il sapore di marmellata alle fragole in bocca.
    Buona giornata.

  4. Rosa (SexPot) Says:

    Buona giornata!
    Che bel risveglio di blog!
    Io al liceo facevo a gara con le mie compagne di bancata, un gruppetto di sei, a chi portava il succo di frutta più cheap, che sceme!

  5. Lele Says:

    Celo: sortita con capelli bagnati per tenerli giu’, jolly blu/rosso pulito, palato scottato (e talvolta spellato!), diario speciale.
    Non celo (e lasciami rabbrividire): nutella sul burro ;)

  6. Tenderness Says:

    Caro River, il “return” adolescenziale coglie molti di noi non di rado e il tuo condividere certe immagini, forse è la dimostrazione che in fondo ogni return (anche se spesso connotato di tristezza)merita di essere rivissuto, magari perché occasione utile per recuperare pezzi di noi che pensavamo aver dimenticato e metterli insieme. A me capita soprattutto nei momenti in cui fisso l’angolo di un soffitto o rimango catturato dai sollazzi dei bimbi, dell’appartamento accanto, festanti col padre di rientro da lavoro.
    Dal 2009 vivo da solo e nonostante il chiaro desiderio di autonomia, resto affascinato da quei flash di vissuti e accenti familiari(a dire il vero pochi per me)ma si cresce..ci si sperimenta adulti, concependo (con non poche difficoltà) la propria esistenza lontana da quei vissuti per scelte di vita nette anche se non di rottura (sento i miei periodicamente). Ci si abitua però a darsi presto la buona notte senza che dall’altra stanza si accenni nulla…anzi il silenzio diventa il compagno ideale perché impari ad essere il caregiver di te stesso.
    Capita poi che vuoi vivere la tua relazione con i connotati sereni dell’essere in piccolo una famiglia con la persona che credi ti ami a tal punto da voler essere con te una “nuova cosa insieme”. Presto comprendi, invece, che l’altro non riesce a crederci come o quanto te, anzi ti pone dubbi e incertezze se è il caso di esserlo..una famiglia, appunto.
    Piano piano, capisci che quei flash saranno l’unica cosa che ti darà conforto e mentre la pioggia piove sui miei 27 anni…continuo a credere nella felicità possibile anche tra tazze di thé e limone poste nel lavello in attesa di essere rassettate, musiche dalle note infinite nei momenti furtivi di forte intesa, il tuo bucato raccolto per il lavaggio settimanale e ciò che l’altro ogni volta ti lascia..perché torna spesso..ma torna come ospite del tuo nido e non parte integrante della tua vita.
    E’ qui che ripensi all’unione dei tuoi genitori, alle discussioni che sembravano non finire mai (almeno nel mio caso) ma che la sera ti garantivano un conforto, un sostegno…l’indomani mattina trovavi comunque una famiglia a dare colore alle giornate e anche se sempre a cucire un rapporto matrimoniale e affettivo mai nato tra i miei..eri lì parte di un guscio che nonostante i limiti e le mancanze di ogni suo membro…ti insegnava a vivere le prime responsabilità, il senso del sacrificio e l’ideale di famiglia che presto avrei voluto arricchire nella mia successiva scelta. Chiedo scusa se ho usato come sfogo personale, una bacheca comune.
    Ciao River!

  7. Zorro2 Says:

    Non ho nostalgia di quegli anni anche se tu lii hai descritti magistralmentee mi ritrovi in molto…però mannaggia non trovare un animale con la V! :-) Ciao

  8. FrenchConn Says:

    ;)

  9. LoN(don) Says:

    Altri tempi! ;-)

  10. Andrea Giuseppe Capanna Says:

    Caro Riv, leggo solo ora questo tuo post sulle scuole superiori. Non posso non confessarti (te lo avrei scritto comunque, vabbè) che tre notti fa ti ho sognato, eravamo compagni di banco alle superiori (giuro), abbiamo pure limonato. Buffa sta cosa :-)

  11. etero Says:

    ma solo a me viene nostalgia per quegli anni? Immaturità? Insoddisfazione? O forse la falsa impressione che senza internet, cellulari e IPAD vivevamo meno stressati…
    Riv, non capisco ancora se il blog(ger ?) è un po’ cambiato e se mi piace come sta cambiando, spero di sbagliarmi ma ti sento meno cazzeggione di prima :(
    un beso

  12. oldfox Says:

    Caro Riv.
    Non ti puoi neanche immaginare come ho vissuto io gli anni della mia
    adolescenza.Ti dico solo questo:era finita da poco la seconda guerra
    mondiale.Se penso,adesso che sono vecchio,a quegli anni mi sembra
    d’essere vissuto in un altro mondo.Ed in effetti lo era.Ma sai una cosa?
    Si viveva l’amore,quando lo s’incontrava,con grandissima intensita’.
    Be’ eravamo romantici……

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