Un bacio ad una ragazza l’ho dato. Uno solo, in tutta la mia vita. E’ stato anche il primo bacio. Per passione improvvisa, sicuramente. E certo non per voler dimostrare chissà che cosa (nulla a che vedere con gli esperimenti poetici, di cui al post precedente). Il contesto fu uno dei più belli e, sicuramente, irripetibili: una vacanza studio, a Wimbledon. La prima che i miei mi pagarono, per aiutarmi a migliorare l’inglese. Negli anni a venire ne feci altre, ma quella fu indimenticabile. Perché un’esperienza così non credo di averla più rivissuta.

 photo Cattura-1.jpg

Avevo 18 anni, ultimo anno prima della maturità. Anni Novanta. Si volava con British Airways, con i suoi aerei e hostess di blu vestiti, modi un po’ burberi (soprattutto nei confronti degli italiani). Io avevo già paura di volare, ma certamente la cosa non mi impediva di muovermi. L’operatore prescelto fu sempre lo stesso: la Viva. Un po’ più caro, ma assistenza insuperabile. Nella prima fase del soggiorno scelsi l’opzione in famiglia. Dico prima fase, perché alla fine trattati la famiglia di assegnazione come un posto dove trascorrere la notte, e niente di più. Ricordo quell’insopportabile moquette, la colazione mediocre, una padrona di casa assai poco cordiale. E niente di più. Quell’estate scoprii in fretta i taxi (che già allora venivano meno che a Roma), miei fedeli alleati nella fuga dalla famiglia.  Del corso di lingua non ho ricordi particolari. Perché il corso, dopo tutto, è solo un pretesto. Per conoscersi. Parlarsi. Per iniziare a fare i grandi. Lontani di casa. Dalla routine. Dai propri amici e conoscenti. Ogni vacanza-studio era un reset delle nostre vite sociali. Ti dovevi adattare a nuovi gruppi, trovare il tuo posto. Poteva essere un’esperienza difficile, se non riuscivi a ritagliarti una tua dimensione. Ma in tutte e cinque le vacanze che feci, la sintonia con i miei compagni di college fu totale. Io mi sentivo ancora un bimbo. Uno di quelli ai quali i vestiti li sceglieva ancora la madre – anche se andavo molto per il genere sportivo (jeans e felpa era il mio look classico da teen). La valigia, invece, riuscivo a farmela da solo. E già allora ero affetto dalla sindrome Liz Taylor. Riempire, riempire, riempire. Riuscivo a rientrare sempre in una (grossa) valigia, con zainetto (ovviamente Invicta). Il dramma era il rientro: siccome si comprava sempre qualcosa, bisogna sfidare le leggi della fisica per farcelo entrare.

 photo Cattura1-1.jpg

Il college era sgangherato. Ma era a Wimbledon. Che, per uno come me che proveniva dall’agonistica di tennis, era il massimo. E poco importa se in quel periodo non ci fosse il torneo. Bastava respirare l’aria di quel posto. Le stanze dei ragazzi erano piccole e, ricordo, anche sporche. Certamente ero stato più fortunato in famiglia. Il bagno era al piano. Con gli italiani capitò quello che capitava sempre: si fece gruppo. Cercando, però, di coinvolgere anche gli altri. Magari in quelle mitiche spaghettate organizzate la sera. Avevamo una grande sala, con un tavolo da ping pong, al centro. Poco ping-pong, molto tavolo da ristorante. Due ragazze sarde – di Sassari – si auto-elessero a cuoche. Erano robuste, in carne, ma di una simpatia contagiosa. Il mio migliore amico, in quei giorni (perché le amicizie nascevano, fiorivano e morivano quasi sempre in quella cornice), era A. Un ragazzo sardo, della mia età. Non mi piaceva, ma era rassicurante. Con lui si poteva parlare di tutto (tutto meno il mio orientamento sessuale, che era ancora in via di definizione). Da Roma c’era Alessia, capelli rossi, risata contagiosa, di Arezzo. Due sorelle esili ed ipereducate di Como (anzi, Erba). Un ragazzo turco, Ozan, per il quale avevo un po’ perso la testa (nella foto è quello sdraiato, accanto a me). So che trescò con Alessia, e io ci rimasi abbastanza male. C’era un ragazza spagnola – si chiamava Fortuna – bella, con due occhi piccoli e carichi di vita, e con la quale spesso rimanevo a parlare sulla panchina, nonostante l’umido della notte. Mangiavamo pasta e scherzavamo, lontani dal nostro mondo italiano – una lontananza acuita dall’assenza di email, cellulari, che, successivamente, avrebbero reso ogni vacanza meno fuga dalla realtà quotidiana. E là, nel silenzio circostante di una città che magari si interrogava sulla rumorosità di quel gruppo di mangiatori di pasta in trasferta – nacquero degli affetti. Che, a distanza di anni, non saprei dire se fossero il risultato di un sentimento amoroso o, piuttosto, di quello spirito di “fraterna amicizia umana” che ci portava a sentirci tutti più vicini. Vicini, in quanto lontani da casa nostra. Barbara aveva i capelli lunghi. Era 7/8 anni più grande di me. Ricordo anche che era fidanzata, con un uomo di 35 anni (per me era inconcepibile che potesse trescare con un 18enne). Carnagione chiara, le mani molto esili, alta e slanciata. Dolce. Aveva una voce rassicurante. Per alcune sere, ricordo, ci limitammo a tenerci per mano. Una cosa apparentemente platonica. Qualcosa scattò il giorno prima della sua partenza (o era il giorno stesso?). Era mattina, il sole era assai poco british e illuminava con veemenza il corridoio dove c’era la sua stanza. Volevo salutarla, credo. Ricordo che la baciai, con forza. La afferrai forte, stringendola ai fianchi e toccandole anche il seno (che strano, pensai, è bello), e concentrandomi sull’intreccio di lingue. Il primo. E l’unico, con una donna. La cosa mi stava piacendo. Così tanto che ebbi anche un’erezione (detto da un etero è un nonsense, ma detto da uno che sapeva di essere gay è qualcosa che, a distanza di anni, ancora non mi sono saputo spiegare bene). La spinsi in un bagno, perché avevamo paura che potesse passare qualcuno per il corridoio. Ci continuammo a baciare, e non seguimmo l’istinto – penso reciproco – di andare oltre. Non so perché, se per paura o perché non sapevo bene come comportarmi. O, forse, sapevo che tutto ciò non era naturale, per me. Erezione esclusa, ovviamente. Dopo quel bacio, non successe più nulla. Barbara ripartì, e io non feci più nulla per rivederla. Ricordo anche che Maria de Filippi, per la quale avevo iniziato a lavorare proprio in quel periodo, si offrì una volta di darmi uno strappo a Milano, con il suo aereo. “Devi assolutamente rivederla”, mi disse. Ma io non ne feci nulla. E non solo perché non sarei mai salito su un minuscolo aereo a quattro posti. Dopo la sua partenza, la vacanza continuò, forse con un pizzico di malinconia in più. Le chiacchierate con A. si allungarono, lui mi accompagnava sempre fuori dal college ad aspettare il taxi che mi avrebbe riportato a casa. Ricordo quella spiacevole sensazione di conto alla rovescia al rientro, più passavano i giorni e più noi tutti sapevamo che si stava per concludere un’esperienza che non avremmo mai più rivissuto. Che, quasi sicuramente, non ci saremmo mai più rivisti. Nonostante le buone intenzioni.

 photo foto1-3.jpg

Una cosa che ti rimaneva di quelle vacanze era il foglio di carta sul quale ti eri appuntato diligentemente  i numeri di telefono e gli indirizzi di casa (niente email, sigh) di tutti i tuoi compagni. Con alcuni mi sono risentito a distanza di anni, con quasi tutti no. E penso sia stato meglio così. Facebook mi ha aiutato a ritrovare il turco. E’ sposato e ha figli. Ed è sempre incredibilmente bello. Con quel dente leggermente incrinato che lo rende(va) così sexy. Non gli ho più scritto, mi sarei troppo vergognato.

Per alcune sere, rientrato a Roma, ricordo di aver pianto, e anche molto. Piangevo in silenzio, a letto, perché mi vergognavo a farmi sentire. Non volevo risentire nessuno dei miei amici romani, quasi a non voler contaminare il bel ricordo di quella vacanza.

Wimbledon, non dimentico.