Ciao Sara “Pozzy”.

August 12th, 2013

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Capita di voler interrompere il flusso di coscienza rivolto al passato e condiviso, da un po’ di tempo, con chi passa da queste parti. Capita di voler (sottolineo voler, non dover) ricordare una persona che se n’è andata. Una persona che faceva parte di quella strana famiglia virtuale di river-lettori. Gente che, quasi sempre, non si conosce dal vivo, ma che, in qualche modo, ruota attorno a questo blog. E che, chi più e chi meno, sento vicine a me. Sara “Pozzy” Gabrielli era una di quelle persone, discrete, che di tanto in tanto si palesavano nella mia casella di posta, per un po’ di sano cazzeggio. Si è sentita male dopo aver preso parte alla sagra della contrada del Pozzo, di cui era una tamburina. L’hanno portata in ospedale, per dei dolori allo stomaco, ma poi la sue condizioni si sono aggravate, ed è andata in arresto cardiaco.

Sara non c’è più, stroncata da un arresto cardiaco, ad un’età in cui si ha ancora una vita davanti. Era una ragazza giovane, 22anni compiuti a dicembre, e non doveva andarsene. Mi ha scritto un suo amico, anche lui river-lettore, che ringrazio di cuore di avermi informato del fatto. Era stato lui a far leggere, per primo, il mio blog a Sara. Riporto alcune sue parole, perché da queste traspare l’affetto che provava per la sua amica.

“Ho iniziato a leggerti svariati anni fa -2007 o 2008, non ricordo – e ho consigliato il tuo blog alla mia migliore amica dell’epoca. Che è ancora la mia migliore amica, dopo tutti questi anni, ma intuirai l’uso forzato del passato. Se n’è andata per un arresto cardiaco. Mi ha lasciato “solo”. Non mi sono mai interessati in modo viscerale grandi amori, avere una “persona speciale” accanto, perché avevo lei. L’amica sincera, senza pretese. L’amica che si è fortunati se si realizza di avere verso i ’50, dopo decenni di rocambolesche avventure. Non per citare Tarantino, ma lei era l’amica con cui ci potevano essere silenzi. Non avevamo bisogno di sproloquiare. Se n’è andata una settimana fa (lungi da me dire che è volata in cielo – lei era atea ed io agnostico – mi darebbe “un cazzotto che “ti raddrizzo il naso”. Il naso, notoriamente un po’ (…) storto me lo sono rotto in una scena da paperissima. Comunque Lei è Sara, o meglio Sara POZZY Gabrielli. Ma per me sarà sempre la mia Pozzy. So che eravate amici su fb e instagram, e che vi eravate scambiati qualche battuta. Sappi che ti leggeva con coscienza ed era una persona eccezionale, come facilmente traspariva dai social network che tanto amava. Grazie di aver fatto parte delle cose che ci accomunavano”.

Non posso dire moltissimo su Sara, sarei ipocrita. Era una di quelle meteore che piombavano, di tanto in tanto, nella mia casella di Facebook, oppure nella mia timeline con – questo me lo ricordo bene – con foto di bei ragazzi. Commentavamo quelli, me lo ricordo. Rileggo alcuni suoi messaggi, e un brivido mi attraversa la schiena, a sapere che il suo cuore ha deciso di smettere di battere. Il giorno di Santo Stefano mi aveva scritto, per raccontarmi di un coming out natalizio: “Storielle. Amico gay, ieri pranzo in famiglia. Alla domanda “la fidanzata dov’è?” lui ha risposto semplicemente: ‘sono single, e sono gay’. Dichiararsi a Natale”. Poche settimane prima, era stata a Roma, e mi aveva raccontato di aver scoperto la pasticceria francese di via Borgognona, specializzata in macarons: mi segnalava i commessi, molto carini. Il suo ultimo messaggio è del 16 giugno. “Ok, magari non te me frega nulla…ti ricordi il mio post a cui ti eri ‘interessato’ a Capodanno? Venerdì scorso prima volta insieme”. Ogni tanto scherzava pure sul fatto che facesse leggere il blog ai suoi amici più carini, nella speranza che nascesse chissà cosa. Dolce.

Sara sognava, amava, giocava, si divertiva. Come tutte le ragazze della sua età. Ricorderò il tuo sorriso, stampato su quasi tutte le foto che sfoglio, oggi, nel tuo profilo Facebook. Alla famiglia, agli amici, a chi le ha voluto bene, mando un grande abbraccio, vero.

Ciao Sara.

E poi c’era la macchina. Non quella mia, perché ho preso la patente prestissimo – tipo il giorno dopo aver compiuto i 18 anni ero già andato a segnarmi a scuola guida. Ma la macchina di papà e mamma. Alfa 33, grigia, motore sempre borbottante, un po’ da sboroni, con quegli alettoni posteriori e il rumore, appunto, che faceva molto Ccoatto con petto peloso, gomma tra i denti (masticata a bocca aperta) e braccio fuori dal finestrino. Per me la macchina fu l’inizio di una piccola svolta. Impercettibile, lentissima, date le catene-àncore con le quali mi teneva (cercava? no, riusciva, almeno a livello psicologico) imbrigliato mia madre. Il primissimo passo verso la conoscenza del mondo gayo notturno, dei locali, degli incontri, dei primi batticuori. Con la mia famiglia non vivevamo a Roma, ma ad una trentina di chilometri di distanza. Ero uno di quelli che ogni volta che dovevano andare a Roma (nelle ore diurne), si doveva sorbire storie sui rapitori di ragazzi, scippatori, stupratori, rapinatori seriali e così via. In particolare mia madre aveva cercato di terrorizzarmi, descrivendo la metro (A e B) come un luogo di perdizione, in cui, una volta entrati, non si poteva mai dare per certa un’uscita da vivi. Insomma, era il Male. Questo, naturalmente, significava che la sera non si poteva andare a Roma. Se la metro era pericolosa di giorno, figuriamoci di notte. Tipo i proiettili vaganti, anzi no, Hiroshima. E comunque non avevo una comitiva, ma solo una classe fatta di gruppetti di 2, 3 persone, e niente social network ad aiutarti. C’era l’amico Luca, il mio migliore amico gay, il primo al quale ho detto di essere omosessuale. Roma rimaneva, nel mio immaginario, una terra di sogni e conquiste (nonostante l’infusione di incubi cui mi aveva sottoposto mia madre), così vicina e così lontana. Ma per sbarcare nella capitale, avrei dovuto aspettare i 19 anni. Fino alla fine delle superiori, le uscite post-mezzanotte, in un raggio superiore ai 15 chilometri da casa, erano vietate. La macchina, quindi, era un primo tassello verso la conquista faticosa di un’ora d’aria in più, da quella casa opprimente, dove poco era concesso, e molti erano i divieti imposti (solo da mia madre, mio padre alla fine è sempre stato più permissivo, tanto da arrivare a scontrarsi proprio sulle libertà che lui mi avrebbe voluto concedere). Ricordo anche che fino agli anni delle medie, ero ancora soggetto ad un coprifuoco. Una cosa atroce: a nanna entro le 20. Tassative. Dal lunedì alla domenica. C’era una sola eccezione, tre volte a settimana, quando andava in onda Kiss Me Licia, su Italia 1. In quei giorni mi era consentito di vedere il programma, riservato ai piccoli-gay-che-crescono (mamma, ma non t’eri accorta proprio di niente?), fino alle 21. Poi, con le superiori, la “scusa” dei compiti da fare, è entrato in vigore il regime del no-coprifuoco. Studiavo anche fino all’una di notte, e non perché spesso ce ne fosse bisogno, ma come reazione al divieto che avevo dovuto ingoiare gli anni precedenti. Ovviamente le cose rimanevano invariate quando si usciva, là il coprifuoco c’era sempre, ma ne parlerò più avanti.

L’Alfa 33 era bella. Il suo rumore mi dava sicurezza, scoattavo anche con l’autoradio ad alto volume (un trademark che mi porto dietro ancora oggi) e, allora come oggi, guidavo un po’ da pazzo. Del resto ero uno di quelli che quando noleggiavano i risciò – ah, la fatica – si divertiva a sgommare e a lisciare la gente che attraversava sulle strisce. Coatti inside. Figuriamoci con l’auto. La sua concessione passava attraverso rituali abbastanza consolidati: si chiedeva il permesso a mamma e papà (in assenza della prima, se il secondo dava il consenso, al ritorno della prima potevano esserci proteste, controdeduzioni, insomma, rotture di marroni), compatibilmente con i loro impegni di lavoro.

La prima auto di famiglia, invece, subito prima dell’Alfa 33, fu la Fiat 127 bianca. Un gioiellino, almeno per noi che eravamo una famiglia con due stipendi dignitosi ma non da persone benestanti, almeno fino ai miei 19/20 anni. Piccola, tre porte, ovviamente senza aria condizionata (ah, come si viveva male), senza autoradio, e poi tanto fumo. Perché se ripenso a quella macchina, ripenso all’odore nauseabondo e stomachevole delle sigarette dei miei genitori, negli anni in cui ancora fumavano – penso abbiano smesso quando facevo le superiori. In particolare, il sabato – periodo delle elementari e medie – quando si doveva compiere un rituale al quale nessuna delle parti in gioco (me escluso) aveva intenzione di rinunciare: la visita a casa di nonna, a Roma, in pieno centro storico, dietro San Lorenzo In Lucina. Cento metri quadrati spalmati davanti ad una delle case di Renato Zero (incrociato poche volte, mia nonna mi aveva spiegato che ci viveva poco). I miei mi aspettavano all’uscita da scuola, senza via di scampo. Tipo la camionetta della penitenziaria che va a prendere il prigioniero fuori dal carcere per portarlo in un altro istituto di detenzione. Mio padre abbassava il sedile, plastica scura, e mi faceva salire dietro. Niente finestrini, solo quelli davanti, e il fumo che mi investiva per tutta la durata del viaggio – un’ora circa. Unica nota positiva: le 20mila lire che mi regalava mia nonna (col cambio dell’euro ci guadagnai, perché divennero 50 a visita).

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Con la 127 inizio a fare una cosa che fu foriera di parecchi lividi alla schiena. Oltre ad essere fan di Licia, ero fissato con il generale Lee di “Hazard”. A posteriori, direi che ero innamorato del biondino, dei jeans attillati e di quello che questi lasciavano intravedere, ma in quel periodo ero apparentemente più concentrato sugli inseguimenti per le strade polverose, che si concludevano con l’umiliazione dei poliziotti. Per farla breve, il generale Lee aveva le porte bloccate, e, quindi, per entrarci, era obbligatorio farlo scivolando all’interno dal finestrino. Con una manovra che, in realtà, richiederebbe svariati mesi di allenamenti a pettorali e bicipiti – che io non avevo. Fatto sta che, spesso, avevo la pretesa di entrare in auto proprio seguendo l’esempio dei bei cugini Duke. Smisi intorno ai 15/16 anni, anche perché si poteva credere che avessimo davvero lo sportello bloccato e non potessimo permetterci i soldi di un carrozziere.

Quando guidavo, respiravo aria di libertà, premevo sull’acceleratore e pensavo alla distanza che mi separava dalla mia gabbia, anche solo per pochi minuti. Mi bastava andare a trovare l’amico o anche iniziare a vedere le prime persone conosciute tramite il mitico Televideo di Teleroma 56. Aria di fuga, senza l’odore asfissiante del fumo.

E poi c’era l’alcol. E mamma. In quest’ordine. Per me l’alcol non è mai stato qualcosa di autonomo, potenzialmente collegato al divertimento. O al benessere. O alla normalità – di un bicchiere di vino bevuto con un pasto qualsiasi. Ho scoperto l’alcol negli anni delle superiori. Per me l’alcol è la bottiglia di vino – in plastica, senza marchio, fatta riempire all’enoteca covo di disperati da Tavernelli da qualche centinaio di lire – che mia madre nascondeva nella lavatrice, tra la biancheria sporca. Scoperta un po’ per caso, un po’ perché volevo capire le ragioni di quella “stranezza” serale di mamma. Il più della volte non era un’ubriacatura molesta, la sua. Era una di quelle ubriacature che ti facevano dire cose non proprio sensatissime, ma certo non da “folli” – e hai voglia papà ad affrettarti a dire che “mamma ha lavorato tanto, è stanca, devi capirla”, la stanchezza non c’entrava un cazzo – e, soprattutto, ti portavano ad eclissarti a letto. Presto. Sono poche le sere che ho passato con mia madre lucida. Per un periodo ho davvero pensato che dipendesse da un lavoro fatto di orari sballati, alzatacce e, a volte, rientri notturni (e allora ricordo che la aspettavo, perché ero felice di poterla vedere, poterle parlare col buio fuori e sapere che era “normale”, era veramente mamma). Così, un giorno, ho iniziato a frugare nei cassetti. Negli armadi. Persino sotto al letto. Controllavo la bottiglia di vino che c’era in frigorifero, ed era sempre mezza piena, sotto controllo – almeno questa era l’impressione che si voleva dare, che voleva dare a me. Che si beveva apparentemente uno o due bicchieri in corrispondenza dei pasti. Eppure mamma continuava ad essere strana. Poi un giorno – istinto? sesto senso? – infilo la mano nella lavatrice e mi ritrovo quella bottiglia mezza vuota. Vino. Per l’odore del vino resterà sempre quello della bottiglia infilata tra le mutande sporche. Non penso di essere astemio per quel motivo. L’alcol non mi è mai piaciuto – birra e vino odiati, superalcolici tollerati, giunto una puntina di sapore sulla lingua, quando accompagnati da succo d’arancia. Penso di essere nato astemio, oltre che gay. Fatto sta che quel giorno – me lo ricordo benissimo, un misto di stupore e rabbia, e anche delusione, verso di lei? Verso di me? – decido di versare via il vino, buttando la bottiglia, senza dire niente. L’ho scaricata tutta nel water, ah la soddisfazione che ho provato nel tirare via la catena. Un po’ mi sentivo il bimbo che faceva un dispetto. Dispetto buono, in questo caso. Mamma non dice nulla. Passano i giorni e ritrovo un’altra bottiglia tra i panni sporchi. Stessa scena, verso via quel veleno che mi vuol portare via la mamma, lentamente, come un cancro silenzioso che non si può curare con nessuna medicina. A quel punto, deve aver capito che io so. La prima volta avrà pensato ad un errore suo. La seconda no. E così decide di cambiare nascondiglio. Perché non pensa di smettere, no, ma di come poter evitare di ingurgitare ancora quell’anestetico. Continua a bere – ormai inizio a definire, a pensare a quella stranezza serale come ad una ubriacatura, per nulla diversa da quella dei disperati che stazionavano davanti all’enoteca dove compravano il veleno (sia mia madre che mio padre) – e io continuo a non trovare risposte. Il nascondiglio cambia: dietro ai piatti, nella credenza, una volta accanto alla bombola del gas. La affronto, dopo settimane di tira e molla, di vino versato via e nascondigli cambiati. Lei nega tutto. Dice che non è così come sembra. Altre volte, quando già non era lucidissima, ha cercato di dare la colpa a me: “Sai, con un figlio così…”. Una frase che, ancora oggi, mi rimbomba nella testa. E ho sempre pensato che sia un alibi, per giustificare il suo comportamento. O un moto rabbioso, verso la vita, verso gli affetti che la circondavano, dettato anche dallo stordimento etilico. Negli alcolisti, la cattiveria non è quasi mai “pensata” veramente. Non è vero che le verità più scomode si dicano sotto l’effetto dell’alcol. Cazzate. L’alcol ti annienta, odio e amore, e basta. Cancella l’affetto che hai per i tuoi cari, i ricordi, tutto. Forse lascia un odio che è autodistruzione, che finisce per fare inevitabilmente terra bruciata intorno al “malato”. Sono adolescente, e non so con chi poter parlare di questo problema. A volte devastante. Quando esco la sera – il capitolo delle uscite serali meriterà un approfondimento – mamma dà il peggio di sì. Venerdì e sabato, lo show inizia quando mi preparo. “Ma come ti vesti?” (jeans e camicia, nulla di che, il look di un diciottenne che va in un locale), “ma ti fai la doccia perché devi andare a letto chissà con chi”, e così via con i deliri del week-end, che per me era diventato un tormento. Quelle sere ero arrivato a sperare che andasse a letto prima delle mie uscite, alcol o no non mi importava, volevo solo vivere tranquillo quei momenti di svago. E poi, al ritorno dalle serate, ricordo le valigie preparate (per davvero, chiuse e piazzate davanti alla mia stanza), porte chiuse dall’interno, urla mentre salivo le scale del palazzo, aggressione verbali al rientro, ecc. Con mio padre che non sa mai come comportarsi. Impotente, come me. Ho parlato con gli Alcolisti anonimi – chiamata da cabina telefonica, per non farmi sentire da nessuno – ma mi è sempre stato detto che fino a quando l’alcolista non prende coscienza del problema e non decide di essere lui a chiamare, è molto difficile intervenire. E mia mamma ha sempre negato. Quando era lucida, e le ho parlato del suo problema, lei ha farfugliato cose senza senso, alzando polveroni che mi stordivano e mi facevano sentire come quando dopo un girotondo hai per qualche secondo una sensazione di giramento di testa.

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Poi arriva il giorno in cui esagera. Non era sera. Perché i primi tempi, le sue ubriacature erano prevalentemente serali, e servivano a spegnere prima i suoi pensieri, a mandarla a letto. Per non rincorrere o farsi rincorrere da chissà quale mostro che aveva e ha dentro di sé. Arriva il giorno in cui è davvero ubriaca. E’ una domenica pomeriggio, pranzato da poco. Mio padre sta vedendo le partite nella sua stanza. Io e lei discutiamo, a distanza di tanti anni non ricordo neanche il motivo. Lei ha un bicchiere in mano. Senza avvisarmi, mentre io la affronto – per parlare – lo prende e lo spacca sul mio braccio, all’altezza del gomito. Inizio a sanguinare. Lei non si rende conto di nulla, continua a parlare, a inveire contro di me. Prendo uno straccio in cucina, mentre in terra gocciola sangue. Una scena che, per un ipocondriaco teen è abbastanza forte da gestire. Prendo le chiavi dell’auto, straccio arrotolato intorno al braccio, e passo a prendere il mio migliore amico G. Vive dietro casa mia. Gli citofono e gli intimo di scendere. Lui non sapeva guidare, ma gli chiedo di tenere lo straccio con la mano. Arriviamo al pronto soccorso che quello straccio bianco è tutto rosso, impregnato di sangue. Mi fanno entrare subito nella sala – la mia prima volta al pronto soccorso per un’urgenza vera – e mi mettono tre punti. L’infermiere mi chiede come sia successo e io partorisco la seguente giustificazione: “Ero in palestra, quando mi sono girato e ho sbattuto contro l’armadietto dello spogliatoio”. Penso se la sia bevuta. Infermiere giovane, penso di averlo visto già in strada. Anni dopo, medici mi diranno che quei punti sono stati cuciti molto male (in foto quel che resta.

Torno a casa e per i miei è come se non fosse successo nulla. L’alcol sembra essere un argomento tabù. Qualche giorno dopo, ad un pranzo con mia nonna, vomito addosso a tutti quella ferita. Rabbia catartica. A mia madre, mia nonna. “Lo vedete questo? Me l’ha fatto lei quando era ubriaca”. Sguardi attoniti, come se quello malato fossi io. Non cambia niente. Mamma continua a bere, papà a fare finta di niente. Io cerco di trovare un varco dentro di lei, per farle capire che deve confrontarsi con qualcuno, ma lei continua a negare che sia un problema.

Superiori, anni della scoperta dell’alcol. Della mia debolezza, dell’impotenza di un figlio che non riesce a salvare la mamma dall’autodistruzione.

E poi c’erano i miei tre amori. Mai toccati, mai baciati, forse sfiorati con la fantasia. Desiderati, quello tanto. I miei primi tre amori hanno il sapore del proibito, del desiderio coltivato in segreto, condiviso solo con l’unico amico gay, confessati a nessun altro. Compagni di tanti pomeriggi masturbatori.

Tutti e tre frequentavano il mio stesso liceo. Erano più piccoli di me, eterosessuali (ah, quanto ci piace farci del male, eh?) e, quindi, ancora più belli. E amavano le tute. L’equivalente della minigonna mozzafiato, per me, erano quelle tute aderenti che lasciavano intravedere doti fantasmagoriche (e qui la fantasia di un ragazzino ci ha messo del suo), che poi chissà se nella realtà era così. Ma chi se ne fregava della realtà. Sogni passeggianti, corpi profumati, muscoli morbidi come i loro falli proibiti.

C., il biondo. Aveva la carnagione chiarissima, gli occhi azzurri. Blu mare. Primo superiore, quando io frequentavo il terzo. Sportivo, abitava dietro casa mia. Cinquecento metri mi separavano dai quei capelli lisci, che spesso gli cadevano sulla fronte, e lui non se li aggiustava apposta. Immaginavo anche il suo odore, zero profumo, sapone puro.

G., faceva coppia fissa con C. Il suo esatto opposto. Carnagione scura – quasi mulatto -, capelli neri neri, fisico più massiccio, mani splendide. Perché io, quando quei due passavano per i corridoi, radiografavo tutto. Dalle scarpe all’ultimo ciuffo, passando per le mani. Che in quegli anni avevano già iniziato ad essere importanti. Lui abitava ad un chilometro da casa mia, vicino a C. Li avevo tutti e due vicini a me. Sapevo persino il loro citofono, perché ovviamente si facevano le poste, sperando di incontrarli. “Ops, ma che piacere, che ci fai qui?”. Anni e anni di appostamenti, mai concretizzati.

M., non c’entrava nulla con loro due. Era ancora più piccolo (io in quarto, lui in primo). Giocava a pallacanestro, ero alto 1.90 e, soprattutto, aveva le guance rosse. La tuta, per lui, era un must. Quasi sempre grigia. Lo – il pene – portava di traverso. Questo me lo ricordo benissimo. E ricordo anche che faceva di tutto perché si notasse. Quando poi indossava i jeans – aderenti anche questi, slavati e usati – era la fine. La mamma lo andava spesso a prendere all’uscita di scuola con una Cinquecento, ed ogni volta era uno spettacolo a vedere come si incastrava nel suo posto.

Li ho amati, eccome se non li ho amati. Laddove per amore intendo desiderato, sognato, fatto all’amore con corpi e teste che ormai ero convinto di conoscere, ho immaginato notti di passione, di sesso e baci. Li ho anche stalkerati – sono passati una ventina di anni, sarà tutto prescritto, altrimenti amen. Ricordo che ogni tanto, andavo a sbirciare nella corrispondenza di C. Niente internet, niente email, l’equivalente del “fammi vedere chi lo commenta su Facebook” era la cassetta delle lettere. Mi appostavo con l’amico gay davanti al portone del loro palazzo, aspettavo che uscisse qualcuno, entravo e puntavo alla corrispondenza. Così scoprii che il padre lavorava per una grande compagnia aerea. Ma niente di più. Nessuna lettera di fidanzata, nessuna cartolina, tutto per mamma e papà. Negli anni trascorsi nella stessa scuola, non ricordo di averli visti mai con una ragazza. E questo, ovviamente, alimentava le mie fantasie. C. e G, in particolare, Ringo boys della felicità, parevano usciti da un film di Bel Ami. Non credo di averli mai incontrati per strada, fuori dalla scuola, il che mi rendeva ancora più curioso su quella che potesse la loro vita dopo le 13.30. Chissà quanto avrei potuto sognare ancora se Marzk Zuckerberg fosse nato prima e mi avesse dato la possibilità di spiare i loro profili. O leggere i loro tweet. Niente di tutto ciò. Qualche telefonata a casa gliela feci – dalla cabina telefonica, perché ovviamente da casa mia certe cose non si potevano fare, ché poi mamma sente e si incazza. Chiedevo di loro, spacciandomi per un amico di scuola, ma poi quando rispondevano, era più forte di me e attaccavo. Anche perché non avrei saputo cosa dir loro. E, comunque, mi bastava sentire la loro voce.

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Il primo anno di università ho avuto la possibilità di conoscere sia C. che G. Li invitai alla trasmissione Amici, dove avevo iniziato a lavorare. Fui sfacciato, lo so. Ma durò solo poche puntate, perché poi me ne andai io. E loro non furono più richiamati (anche se ricordo una battuta di Maria su quanto fosse telegenico G.). Oggi sono entrambi diventati piloti di aerei, e sono sposati. Grazie Facebook.

M. ha continuato a giocare tutta la vita a pallacanestro, in varie squadre in giro per l’Italia, si è sposato e ha fatto due figli. E, un anno fa, avuto il suo cellulare tramite un ufficio stampa, gli ho mandato un sms. Dicendogli tutto. Insomma, che era stato una delle mie prime infatuazioni. Non si è affatto stupito e la reazione è stata di dolce comprensione. Su Whatsapp ho visto la sua foto. Ha ancora le guance rosse, qualche capello in meno, ma negli occhi rivedo lo stesso ragazzo che camminava col passo fiero per i corridoi del mio liceo.