E poi c’erano i miei tre amori. Mai toccati, mai baciati, forse sfiorati con la fantasia. Desiderati, quello tanto. I miei primi tre amori hanno il sapore del proibito, del desiderio coltivato in segreto, condiviso solo con l’unico amico gay, confessati a nessun altro. Compagni di tanti pomeriggi masturbatori.

Tutti e tre frequentavano il mio stesso liceo. Erano più piccoli di me, eterosessuali (ah, quanto ci piace farci del male, eh?) e, quindi, ancora più belli. E amavano le tute. L’equivalente della minigonna mozzafiato, per me, erano quelle tute aderenti che lasciavano intravedere doti fantasmagoriche (e qui la fantasia di un ragazzino ci ha messo del suo), che poi chissà se nella realtà era così. Ma chi se ne fregava della realtà. Sogni passeggianti, corpi profumati, muscoli morbidi come i loro falli proibiti.

C., il biondo. Aveva la carnagione chiarissima, gli occhi azzurri. Blu mare. Primo superiore, quando io frequentavo il terzo. Sportivo, abitava dietro casa mia. Cinquecento metri mi separavano dai quei capelli lisci, che spesso gli cadevano sulla fronte, e lui non se li aggiustava apposta. Immaginavo anche il suo odore, zero profumo, sapone puro.

G., faceva coppia fissa con C. Il suo esatto opposto. Carnagione scura – quasi mulatto -, capelli neri neri, fisico più massiccio, mani splendide. Perché io, quando quei due passavano per i corridoi, radiografavo tutto. Dalle scarpe all’ultimo ciuffo, passando per le mani. Che in quegli anni avevano già iniziato ad essere importanti. Lui abitava ad un chilometro da casa mia, vicino a C. Li avevo tutti e due vicini a me. Sapevo persino il loro citofono, perché ovviamente si facevano le poste, sperando di incontrarli. “Ops, ma che piacere, che ci fai qui?”. Anni e anni di appostamenti, mai concretizzati.

M., non c’entrava nulla con loro due. Era ancora più piccolo (io in quarto, lui in primo). Giocava a pallacanestro, ero alto 1.90 e, soprattutto, aveva le guance rosse. La tuta, per lui, era un must. Quasi sempre grigia. Lo – il pene – portava di traverso. Questo me lo ricordo benissimo. E ricordo anche che faceva di tutto perché si notasse. Quando poi indossava i jeans – aderenti anche questi, slavati e usati – era la fine. La mamma lo andava spesso a prendere all’uscita di scuola con una Cinquecento, ed ogni volta era uno spettacolo a vedere come si incastrava nel suo posto.

Li ho amati, eccome se non li ho amati. Laddove per amore intendo desiderato, sognato, fatto all’amore con corpi e teste che ormai ero convinto di conoscere, ho immaginato notti di passione, di sesso e baci. Li ho anche stalkerati – sono passati una ventina di anni, sarà tutto prescritto, altrimenti amen. Ricordo che ogni tanto, andavo a sbirciare nella corrispondenza di C. Niente internet, niente email, l’equivalente del “fammi vedere chi lo commenta su Facebook” era la cassetta delle lettere. Mi appostavo con l’amico gay davanti al portone del loro palazzo, aspettavo che uscisse qualcuno, entravo e puntavo alla corrispondenza. Così scoprii che il padre lavorava per una grande compagnia aerea. Ma niente di più. Nessuna lettera di fidanzata, nessuna cartolina, tutto per mamma e papà. Negli anni trascorsi nella stessa scuola, non ricordo di averli visti mai con una ragazza. E questo, ovviamente, alimentava le mie fantasie. C. e G, in particolare, Ringo boys della felicità, parevano usciti da un film di Bel Ami. Non credo di averli mai incontrati per strada, fuori dalla scuola, il che mi rendeva ancora più curioso su quella che potesse la loro vita dopo le 13.30. Chissà quanto avrei potuto sognare ancora se Marzk Zuckerberg fosse nato prima e mi avesse dato la possibilità di spiare i loro profili. O leggere i loro tweet. Niente di tutto ciò. Qualche telefonata a casa gliela feci – dalla cabina telefonica, perché ovviamente da casa mia certe cose non si potevano fare, ché poi mamma sente e si incazza. Chiedevo di loro, spacciandomi per un amico di scuola, ma poi quando rispondevano, era più forte di me e attaccavo. Anche perché non avrei saputo cosa dir loro. E, comunque, mi bastava sentire la loro voce.

——–

Il primo anno di università ho avuto la possibilità di conoscere sia C. che G. Li invitai alla trasmissione Amici, dove avevo iniziato a lavorare. Fui sfacciato, lo so. Ma durò solo poche puntate, perché poi me ne andai io. E loro non furono più richiamati (anche se ricordo una battuta di Maria su quanto fosse telegenico G.). Oggi sono entrambi diventati piloti di aerei, e sono sposati. Grazie Facebook.

M. ha continuato a giocare tutta la vita a pallacanestro, in varie squadre in giro per l’Italia, si è sposato e ha fatto due figli. E, un anno fa, avuto il suo cellulare tramite un ufficio stampa, gli ho mandato un sms. Dicendogli tutto. Insomma, che era stato una delle mie prime infatuazioni. Non si è affatto stupito e la reazione è stata di dolce comprensione. Su Whatsapp ho visto la sua foto. Ha ancora le guance rosse, qualche capello in meno, ma negli occhi rivedo lo stesso ragazzo che camminava col passo fiero per i corridoi del mio liceo.

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10 Responses to “High School/4. I miei primi tre amori (etero).”

  1. Desy Says:

    Che dolce! Mi piace questo post! Profuma di ricordi indelebili. D’amore. I più belli.

  2. F. Says:

    post bellissimo! rivivere con i ricordi gli anni del liceo ha sempre una magia che tutti gli altri periodi si sognano.
    Baci
    F.

  3. rita Says:

    Che bello rileggerti river. Un’abitudine che ho dal 2007 ormai. Baci giganti, sappi che millenni fa ti scrissi una mail per dei consigli. Be’, li ho seguiti. Grazie davvero

  4. Chiara DushkuEL Says:

    Bentornato River! :)

  5. Ciuchino Says:

    Sei un fotografo di emozioni! O, detto in italiano, uno scrittore bravissimo!

  6. FVM Says:

    Ricordo innamoramenti simili, anch’io al liceo, anni e anni fa. Così forti ed intensi che se penso quanto fossero basati su quei pochi elementi di cui parli anche tu, mi viene una gran tenerezza.. Bel post. Molti ragazzi gay si identificheranno.

  7. Says:

    Ti dico la verità.
    Mi piace molto l’attuale River;e mi spiego meglio: qui trovo più l’uomo che il giornalista, qui trovo maggiormente l’animo che lo scoop.
    E ciò è che mi garba.
    Io mi sono innamorato (tantissimi anni fa) di un biondino al collegio ma non ho mai parlato con lui: gli inviavo i bigliettini con scritto “ti amo” e, quando potevo, sbirciavo il suo pacco. Me lo ricordo ancora perfettamente e sono passati oltre 40 anni.

  8. Says:

    E ciò (è che) mi garba. Sorry

  9. Robbrian Says:

    E’ un racconto di una tenerezza disarmante. Grazie River.Mi hai riportato alle stesse,estte emozioni della mia adolescenza. Che non hanno prezzo.

  10. Rafael.M Says:

    Ricordo anch’io il mio primo amore (etero), in prima superiore. Lui tipico ragazzo figo, fiero, ripetente di un anno quindi grandissimo ai nostri occhi. Capelli neri, occhi scuri, bei lineamenti, buon profumo, alto, ottimo pallavolista.
    Io uscivo da tre anni di medie dove i maschi mi denigravano, ci avevo fatto il callo. Ero ancora piccolo. E improvvisamente questo ragazzo, così bello e fiero, mi riempie di attenzioni. Si fa sempre più mio amico, dice che sono il suo orsacchiotto, inizia a abbracciarmi appena mi vede, mi tocca, mi strizza il sedere appena può (era fissato col mio sedere!), mi bacia il collo, mi sbatte negli angoli fingendo di pomiciare… Voi che avreste fatto? Ero perso, mi dava fiducia e mi faceva sentire importante. Mi chiamava spesso, mi faceva dire che gli volevo bene e poi rideva come un matto; mi venne a trovare a casa, andai a casa sua, gli prestai i miei jeans, a casa sua si mostrò in mutande. Dimenticò il giubbino a casa mia, io per tutto il pomeriggio mi crogiolai nel suo profumo. Però si fece la mia migliore amica, pomiciò selvaggiamente con una ragazza molto libertina della classe a fianco, mi confidò del suo primo rapporto con una facile.

    Al secondo anno smise di prestarmi attenzione, cambiò, si ritirò da scuola per andare a fare il piastrellista, venne a trovarci a fine anno e mi diede un abbraccio per niente caldo, mi fece male.

    Al terzo anno mi feci vivo per vedere come stava, mi riconobbe al secondo tentativo. Venne a scuola senza avvisarmi, durante l’intervallo. Più basso di me, pallido, coi denti sporchi, guardingo e sulla difesa, non mi disse nemmeno ciao. Disse che era senza lavoro, che andava a ballare e tornava alla mattina dopo, e basta.

    Non ne abbiamo più saputo nulla. Ricordi dolciamari.

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