E poi c’era l’alcol. E mamma. In quest’ordine. Per me l’alcol non è mai stato qualcosa di autonomo, potenzialmente collegato al divertimento. O al benessere. O alla normalità – di un bicchiere di vino bevuto con un pasto qualsiasi. Ho scoperto l’alcol negli anni delle superiori. Per me l’alcol è la bottiglia di vino – in plastica, senza marchio, fatta riempire all’enoteca covo di disperati da Tavernelli da qualche centinaio di lire – che mia madre nascondeva nella lavatrice, tra la biancheria sporca. Scoperta un po’ per caso, un po’ perché volevo capire le ragioni di quella “stranezza” serale di mamma. Il più della volte non era un’ubriacatura molesta, la sua. Era una di quelle ubriacature che ti facevano dire cose non proprio sensatissime, ma certo non da “folli” – e hai voglia papà ad affrettarti a dire che “mamma ha lavorato tanto, è stanca, devi capirla”, la stanchezza non c’entrava un cazzo – e, soprattutto, ti portavano ad eclissarti a letto. Presto. Sono poche le sere che ho passato con mia madre lucida. Per un periodo ho davvero pensato che dipendesse da un lavoro fatto di orari sballati, alzatacce e, a volte, rientri notturni (e allora ricordo che la aspettavo, perché ero felice di poterla vedere, poterle parlare col buio fuori e sapere che era “normale”, era veramente mamma). Così, un giorno, ho iniziato a frugare nei cassetti. Negli armadi. Persino sotto al letto. Controllavo la bottiglia di vino che c’era in frigorifero, ed era sempre mezza piena, sotto controllo – almeno questa era l’impressione che si voleva dare, che voleva dare a me. Che si beveva apparentemente uno o due bicchieri in corrispondenza dei pasti. Eppure mamma continuava ad essere strana. Poi un giorno – istinto? sesto senso? – infilo la mano nella lavatrice e mi ritrovo quella bottiglia mezza vuota. Vino. Per l’odore del vino resterà sempre quello della bottiglia infilata tra le mutande sporche. Non penso di essere astemio per quel motivo. L’alcol non mi è mai piaciuto – birra e vino odiati, superalcolici tollerati, giunto una puntina di sapore sulla lingua, quando accompagnati da succo d’arancia. Penso di essere nato astemio, oltre che gay. Fatto sta che quel giorno – me lo ricordo benissimo, un misto di stupore e rabbia, e anche delusione, verso di lei? Verso di me? – decido di versare via il vino, buttando la bottiglia, senza dire niente. L’ho scaricata tutta nel water, ah la soddisfazione che ho provato nel tirare via la catena. Un po’ mi sentivo il bimbo che faceva un dispetto. Dispetto buono, in questo caso. Mamma non dice nulla. Passano i giorni e ritrovo un’altra bottiglia tra i panni sporchi. Stessa scena, verso via quel veleno che mi vuol portare via la mamma, lentamente, come un cancro silenzioso che non si può curare con nessuna medicina. A quel punto, deve aver capito che io so. La prima volta avrà pensato ad un errore suo. La seconda no. E così decide di cambiare nascondiglio. Perché non pensa di smettere, no, ma di come poter evitare di ingurgitare ancora quell’anestetico. Continua a bere – ormai inizio a definire, a pensare a quella stranezza serale come ad una ubriacatura, per nulla diversa da quella dei disperati che stazionavano davanti all’enoteca dove compravano il veleno (sia mia madre che mio padre) – e io continuo a non trovare risposte. Il nascondiglio cambia: dietro ai piatti, nella credenza, una volta accanto alla bombola del gas. La affronto, dopo settimane di tira e molla, di vino versato via e nascondigli cambiati. Lei nega tutto. Dice che non è così come sembra. Altre volte, quando già non era lucidissima, ha cercato di dare la colpa a me: “Sai, con un figlio così…”. Una frase che, ancora oggi, mi rimbomba nella testa. E ho sempre pensato che sia un alibi, per giustificare il suo comportamento. O un moto rabbioso, verso la vita, verso gli affetti che la circondavano, dettato anche dallo stordimento etilico. Negli alcolisti, la cattiveria non è quasi mai “pensata” veramente. Non è vero che le verità più scomode si dicano sotto l’effetto dell’alcol. Cazzate. L’alcol ti annienta, odio e amore, e basta. Cancella l’affetto che hai per i tuoi cari, i ricordi, tutto. Forse lascia un odio che è autodistruzione, che finisce per fare inevitabilmente terra bruciata intorno al “malato”. Sono adolescente, e non so con chi poter parlare di questo problema. A volte devastante. Quando esco la sera – il capitolo delle uscite serali meriterà un approfondimento – mamma dà il peggio di sì. Venerdì e sabato, lo show inizia quando mi preparo. “Ma come ti vesti?” (jeans e camicia, nulla di che, il look di un diciottenne che va in un locale), “ma ti fai la doccia perché devi andare a letto chissà con chi”, e così via con i deliri del week-end, che per me era diventato un tormento. Quelle sere ero arrivato a sperare che andasse a letto prima delle mie uscite, alcol o no non mi importava, volevo solo vivere tranquillo quei momenti di svago. E poi, al ritorno dalle serate, ricordo le valigie preparate (per davvero, chiuse e piazzate davanti alla mia stanza), porte chiuse dall’interno, urla mentre salivo le scale del palazzo, aggressione verbali al rientro, ecc. Con mio padre che non sa mai come comportarsi. Impotente, come me. Ho parlato con gli Alcolisti anonimi – chiamata da cabina telefonica, per non farmi sentire da nessuno – ma mi è sempre stato detto che fino a quando l’alcolista non prende coscienza del problema e non decide di essere lui a chiamare, è molto difficile intervenire. E mia mamma ha sempre negato. Quando era lucida, e le ho parlato del suo problema, lei ha farfugliato cose senza senso, alzando polveroni che mi stordivano e mi facevano sentire come quando dopo un girotondo hai per qualche secondo una sensazione di giramento di testa.

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Poi arriva il giorno in cui esagera. Non era sera. Perché i primi tempi, le sue ubriacature erano prevalentemente serali, e servivano a spegnere prima i suoi pensieri, a mandarla a letto. Per non rincorrere o farsi rincorrere da chissà quale mostro che aveva e ha dentro di sé. Arriva il giorno in cui è davvero ubriaca. E’ una domenica pomeriggio, pranzato da poco. Mio padre sta vedendo le partite nella sua stanza. Io e lei discutiamo, a distanza di tanti anni non ricordo neanche il motivo. Lei ha un bicchiere in mano. Senza avvisarmi, mentre io la affronto – per parlare – lo prende e lo spacca sul mio braccio, all’altezza del gomito. Inizio a sanguinare. Lei non si rende conto di nulla, continua a parlare, a inveire contro di me. Prendo uno straccio in cucina, mentre in terra gocciola sangue. Una scena che, per un ipocondriaco teen è abbastanza forte da gestire. Prendo le chiavi dell’auto, straccio arrotolato intorno al braccio, e passo a prendere il mio migliore amico G. Vive dietro casa mia. Gli citofono e gli intimo di scendere. Lui non sapeva guidare, ma gli chiedo di tenere lo straccio con la mano. Arriviamo al pronto soccorso che quello straccio bianco è tutto rosso, impregnato di sangue. Mi fanno entrare subito nella sala – la mia prima volta al pronto soccorso per un’urgenza vera – e mi mettono tre punti. L’infermiere mi chiede come sia successo e io partorisco la seguente giustificazione: “Ero in palestra, quando mi sono girato e ho sbattuto contro l’armadietto dello spogliatoio”. Penso se la sia bevuta. Infermiere giovane, penso di averlo visto già in strada. Anni dopo, medici mi diranno che quei punti sono stati cuciti molto male (in foto quel che resta.

Torno a casa e per i miei è come se non fosse successo nulla. L’alcol sembra essere un argomento tabù. Qualche giorno dopo, ad un pranzo con mia nonna, vomito addosso a tutti quella ferita. Rabbia catartica. A mia madre, mia nonna. “Lo vedete questo? Me l’ha fatto lei quando era ubriaca”. Sguardi attoniti, come se quello malato fossi io. Non cambia niente. Mamma continua a bere, papà a fare finta di niente. Io cerco di trovare un varco dentro di lei, per farle capire che deve confrontarsi con qualcuno, ma lei continua a negare che sia un problema.

Superiori, anni della scoperta dell’alcol. Della mia debolezza, dell’impotenza di un figlio che non riesce a salvare la mamma dall’autodistruzione.

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18 Responses to “High School/5. Mamma e l’alcol.”

  1. Alessandro Says:

    tre anni fa ho conosciuto un ragazzo (ora ne ha 27). Tanto alcol e fumo (e non parlo di sigarette); ho provato a lungo ad aiutarlo ma niente. La cosa migliore che posso fare è fargli sentire la mia mancanza e lui sa perché.
    Credo di immaginare come ti senti e se anche non fosse così penso di poterti capire.
    Ci sono situazioni di fronte alle quali purtroppo, dobbiamo comprendere di essere impotenti :(

  2. oldfox Says:

    Che dirti caro River?Come scrisseTolstoi ogni famiglia e’ infelice a modo suo.
    Ma dopotutto nel bene o nel male la famiglia e’l’unico ancoraggio che alla
    fine ci rimane.Gli amici,gli amanti,be’lasciamo perdere……

  3. Illcons Says:

    Grazie per questo momento di condivisione. Ho vissuto anche io questo problema con mio padre, e lui era solito distruggere psicologicamente chiunque gli stesse attorno. Un agnellino da sobrio, una bestia aggressiva e provocatrice da ubriaco. Non mi sorprende che anche io sia astemio.

  4. ex-xxcz Says:

    Storia difficilissima, un abbraccio

  5. Marco Says:

    Mi dispiace River, per te e per lei.

  6. Gabriele Says:

    Grazie per aver condiviso con noi questo momento così delicato della tua vita. Un abbraccio grande! Gab.

  7. FVM Says:

    Grazie Riv per aver parlato di questo argomento che ti riguarda da vicino, ed al quale avevi accennato in altre occasioni sul blog. E’ importante anche perché nel nostro paese l’alcol è un’emergenza presente ma purtroppo anche spesso sottovalutata, forse perché meno esplosiva rispetto ad altri paesi europei..

  8. AndreaM Says:

    <3

  9. omarillo Says:

    Be’ che dire… Chi non le prova ste cose non puo’ capirle. In Italia l’alcolismo è fortemente sottovalutato. Non so se faccia più male vedere tua madre in quelle condizioni o sentire le frasi assurde sputate in una fase di semi-incoscienza. Per non parlare delle valigie. Sono ferite che, a differenza di quella del braccio, faticano a rimarginarsi.
    Un abbraccio forte. E grazie.

  10. Artlandis Says:

    Sento l’angoscia di quel ragazzo, adesso uomo. Di parola in parola la sento davvero..
    Grazie di questa condivisione. Chissà, magari un giorno queste parole arriveranno anche a tua madre, in qualche modo inaspettato.

    Un abbraccio, Riv.

  11. Andrea Giuseppe Capanna Says:

    Grazie Riv per aver condiviso. Ti abbraccio forte.

  12. NaLiRm Says:

    Come ogni volta, leggendo le tue parole mi strappi sempre quella lacrima in gola, che sia di malinconia, di gioia, oppure di angoscia come in questo caso…
    L’angoscia di quella domenica pomeriggio la sento viva nei miei ricordi…

  13. lupastro88 Says:

    Storie simili, racconti vicini. Mi hai fatto scendere più di una lacrima, e mi hai spinto per la prima volta a scriverti un commento. Vorrei tanto scoprire se si superano certe coltellate verbali. un abbraccio.

  14. rita Says:

    Grazie

  15. Says:

    Non ho più la mamma e perciò vorrei essere un pò controcorrente e difendere in qualche modo la tua mamma.
    Non conosco la vs vita, ma ritengo che alla base del bere di una persona ci sia sempre una “mancanza” di qualcosa, di qualcuno. Che lei dica di nò è semplicemente il modo per difendersi dalla vergogna che prova. E concordo con i medici quando affermano che non bisogna mai vietare ad alcuno alcunchè purchè assunto in forma leggera, a pasto. Troppe persone bevono acqua mangiando e poi si riempiono di alcool nei bar, nelle serate di divertimento etc etc.
    Come hanno scritto sopra: ARGOMENTO MOLTO SERIO per giudicare.
    Auguri alla mamma River e logicamente a te :)

  16. Astemio Says:

    Ho 25 anni ed anche mio padre era un alcolista.
    Non l’ho perdonato e non lo perdonerò mai ma una malattia, che nel frattempo me lo ha portato via, mi ha ‘costretto’ a metterci una pietra sopra. Sono dell’idea che chi si prende la briga di mettere al mondo dei figli dovrebbe anche essere in grado di educarli, di crescerli ed di aiutarli a diventare Uomini. Non dovrebbe riversare su di loro le proprie inettitudini. Immagino che si intuisca che, nonostante siano passati svariati anni, la rabbia mi divora ancora. Mi chiedo se sia utile frequentare (ammesso che sia possibile) qualche seduta degli alcolisti anonimi oppure se invece sarebbe opportuno ricorrere ad uno psicologo. Mi piacerebbe ricevere in proposito qualche consiglio da voi. In realtà, sto affrontando l’argomento per la prima volta. Il pudore mi ha sempre impedito di parlarne con qualcuno, amici compresi. L’anonimato che il web garantisce, paradossalmente, rende più facile esporsi e raccontare. E leggere le vostre storie fa sentire meno soli.

  17. Rickp Says:

    Ciao River, ti seguo da qualche anno e non è la prima volta che leggo un tuo post sui problemi di dipendenza di tua mamma.
    Purtroppo anche mia madre era un alcolista ed è stato proprio l’alcol a portarla via.
    Ora ho 28 anni e lei se ne è andata 4 anni fa.
    Leggere questo post mi ha fatto rivivere i miei anni di adolescenza, stesse sensazioni, ho risentito lo stomaco chiudersi e bruciare, le mani sudare e il battito accelerava: le stesse sensazioni di quando entravo in casa e capivo al volo che mia madre non era lucida.
    Ricordo anche quel senso di rara felicità quando vedevo che invece mia mamma non aveva bevuto, la stessa sensazione che provavi tu quando vedevi tua mamma tornare dal lavoro tardi ancora lucida.
    Gli anni dell’universita sono stati ancora peggio, il ritmo della sua dipendenza aumentava e la situazione in famiglia/parenti degenerava, fino al suo ultimo ricovero circa un mese prima della mia laurea.
    Rimane quel sentimento di rabbia e di tristezza, non verso di lei in se ma verso la sua mancanza di coraggio a smettere, la forza di reagire.
    Quella forza, che si ci sarebbe stata ora mi avrebbe permesso di abbracciarla ancora una volta ed incrociare il suo sguardo il giorno della mia laurea.

  18. LoN(don) Says:

    Innanzitutto grazie per essere tornato sul tuo blog, anche solo temporaneamente, magari. E grazie per aver condiviso questo stralcio d’intimità.

    Ora che da diversi mesi vivo Lontano da mia madre, leggere cose del genere, e sentire alcune persone che hanno dei rapporti particolari con la propria, m’ha fatto capire quanto io voglia bene alla mia, nonostante le difficoltà che abbiamo ed abbiamo avuto.

    Il tuo racconto m’ha messo un po’ di tristezza, come già le altre volte, nel corso degli anni, in cui avevi parlato di lei.

    Grazie ancora, nei prossimi giorni leggerò sicuramente anche gli altri nuovi post. E a presto.

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