E poi c’era la macchina. Non quella mia, perché ho preso la patente prestissimo – tipo il giorno dopo aver compiuto i 18 anni ero già andato a segnarmi a scuola guida. Ma la macchina di papà e mamma. Alfa 33, grigia, motore sempre borbottante, un po’ da sboroni, con quegli alettoni posteriori e il rumore, appunto, che faceva molto Ccoatto con petto peloso, gomma tra i denti (masticata a bocca aperta) e braccio fuori dal finestrino. Per me la macchina fu l’inizio di una piccola svolta. Impercettibile, lentissima, date le catene-àncore con le quali mi teneva (cercava? no, riusciva, almeno a livello psicologico) imbrigliato mia madre. Il primissimo passo verso la conoscenza del mondo gayo notturno, dei locali, degli incontri, dei primi batticuori. Con la mia famiglia non vivevamo a Roma, ma ad una trentina di chilometri di distanza. Ero uno di quelli che ogni volta che dovevano andare a Roma (nelle ore diurne), si doveva sorbire storie sui rapitori di ragazzi, scippatori, stupratori, rapinatori seriali e così via. In particolare mia madre aveva cercato di terrorizzarmi, descrivendo la metro (A e B) come un luogo di perdizione, in cui, una volta entrati, non si poteva mai dare per certa un’uscita da vivi. Insomma, era il Male. Questo, naturalmente, significava che la sera non si poteva andare a Roma. Se la metro era pericolosa di giorno, figuriamoci di notte. Tipo i proiettili vaganti, anzi no, Hiroshima. E comunque non avevo una comitiva, ma solo una classe fatta di gruppetti di 2, 3 persone, e niente social network ad aiutarti. C’era l’amico Luca, il mio migliore amico gay, il primo al quale ho detto di essere omosessuale. Roma rimaneva, nel mio immaginario, una terra di sogni e conquiste (nonostante l’infusione di incubi cui mi aveva sottoposto mia madre), così vicina e così lontana. Ma per sbarcare nella capitale, avrei dovuto aspettare i 19 anni. Fino alla fine delle superiori, le uscite post-mezzanotte, in un raggio superiore ai 15 chilometri da casa, erano vietate. La macchina, quindi, era un primo tassello verso la conquista faticosa di un’ora d’aria in più, da quella casa opprimente, dove poco era concesso, e molti erano i divieti imposti (solo da mia madre, mio padre alla fine è sempre stato più permissivo, tanto da arrivare a scontrarsi proprio sulle libertà che lui mi avrebbe voluto concedere). Ricordo anche che fino agli anni delle medie, ero ancora soggetto ad un coprifuoco. Una cosa atroce: a nanna entro le 20. Tassative. Dal lunedì alla domenica. C’era una sola eccezione, tre volte a settimana, quando andava in onda Kiss Me Licia, su Italia 1. In quei giorni mi era consentito di vedere il programma, riservato ai piccoli-gay-che-crescono (mamma, ma non t’eri accorta proprio di niente?), fino alle 21. Poi, con le superiori, la “scusa” dei compiti da fare, è entrato in vigore il regime del no-coprifuoco. Studiavo anche fino all’una di notte, e non perché spesso ce ne fosse bisogno, ma come reazione al divieto che avevo dovuto ingoiare gli anni precedenti. Ovviamente le cose rimanevano invariate quando si usciva, là il coprifuoco c’era sempre, ma ne parlerò più avanti.

L’Alfa 33 era bella. Il suo rumore mi dava sicurezza, scoattavo anche con l’autoradio ad alto volume (un trademark che mi porto dietro ancora oggi) e, allora come oggi, guidavo un po’ da pazzo. Del resto ero uno di quelli che quando noleggiavano i risciò – ah, la fatica – si divertiva a sgommare e a lisciare la gente che attraversava sulle strisce. Coatti inside. Figuriamoci con l’auto. La sua concessione passava attraverso rituali abbastanza consolidati: si chiedeva il permesso a mamma e papà (in assenza della prima, se il secondo dava il consenso, al ritorno della prima potevano esserci proteste, controdeduzioni, insomma, rotture di marroni), compatibilmente con i loro impegni di lavoro.

La prima auto di famiglia, invece, subito prima dell’Alfa 33, fu la Fiat 127 bianca. Un gioiellino, almeno per noi che eravamo una famiglia con due stipendi dignitosi ma non da persone benestanti, almeno fino ai miei 19/20 anni. Piccola, tre porte, ovviamente senza aria condizionata (ah, come si viveva male), senza autoradio, e poi tanto fumo. Perché se ripenso a quella macchina, ripenso all’odore nauseabondo e stomachevole delle sigarette dei miei genitori, negli anni in cui ancora fumavano – penso abbiano smesso quando facevo le superiori. In particolare, il sabato – periodo delle elementari e medie – quando si doveva compiere un rituale al quale nessuna delle parti in gioco (me escluso) aveva intenzione di rinunciare: la visita a casa di nonna, a Roma, in pieno centro storico, dietro San Lorenzo In Lucina. Cento metri quadrati spalmati davanti ad una delle case di Renato Zero (incrociato poche volte, mia nonna mi aveva spiegato che ci viveva poco). I miei mi aspettavano all’uscita da scuola, senza via di scampo. Tipo la camionetta della penitenziaria che va a prendere il prigioniero fuori dal carcere per portarlo in un altro istituto di detenzione. Mio padre abbassava il sedile, plastica scura, e mi faceva salire dietro. Niente finestrini, solo quelli davanti, e il fumo che mi investiva per tutta la durata del viaggio – un’ora circa. Unica nota positiva: le 20mila lire che mi regalava mia nonna (col cambio dell’euro ci guadagnai, perché divennero 50 a visita).

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Con la 127 inizio a fare una cosa che fu foriera di parecchi lividi alla schiena. Oltre ad essere fan di Licia, ero fissato con il generale Lee di “Hazard”. A posteriori, direi che ero innamorato del biondino, dei jeans attillati e di quello che questi lasciavano intravedere, ma in quel periodo ero apparentemente più concentrato sugli inseguimenti per le strade polverose, che si concludevano con l’umiliazione dei poliziotti. Per farla breve, il generale Lee aveva le porte bloccate, e, quindi, per entrarci, era obbligatorio farlo scivolando all’interno dal finestrino. Con una manovra che, in realtà, richiederebbe svariati mesi di allenamenti a pettorali e bicipiti – che io non avevo. Fatto sta che, spesso, avevo la pretesa di entrare in auto proprio seguendo l’esempio dei bei cugini Duke. Smisi intorno ai 15/16 anni, anche perché si poteva credere che avessimo davvero lo sportello bloccato e non potessimo permetterci i soldi di un carrozziere.

Quando guidavo, respiravo aria di libertà, premevo sull’acceleratore e pensavo alla distanza che mi separava dalla mia gabbia, anche solo per pochi minuti. Mi bastava andare a trovare l’amico o anche iniziare a vedere le prime persone conosciute tramite il mitico Televideo di Teleroma 56. Aria di fuga, senza l’odore asfissiante del fumo.

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11 Responses to “High School/6. L’Alfa 33 e il Generale Lee.”

  1. Gabriele Says:

    Anche io adoro guidare… sono un appassionato di automobili fin da bambino… forse l’unica cosa da etero che ho! XD ahahahah!:D

  2. Lipopill Says:

    Potremmo essere fratelli, veramente, ogni volta che scrivi mi emozioni

  3. mcD Says:

    ti prego approfondisci la storia del televideo, penso di essere un po’ più piccolo di te ma è la prima volta che la sento O_o
    io primi contatti con altri gay su mirc a 19 anni,prima pensavo di essere una specie di elefante bianco, tranne quei due che si vedevano in tv e tutti perculavano. ora piango…

    McD

  4. Davide Hinze Says:

    Sui vari divieti e coprifuoco rivedo molte cose anche della mia infanzia\adolescenza

  5. Marco Says:

    Ma a Roma c’erano i risciò? A Milano mai stati, al massimo i tandem.

  6. river Says:

    Questi!

  7. Marco Says:

    I risciò li ho sempre visti in località di mare, da bambino, tipo Milano Marittima o altre località della riviera romagnola, ma ha Roma non li avevo mai notati :-)
    Ci sono ancora?

  8. alderani Says:

    ti stringo river… ciao!

  9. luca_parma Says:

    Condivido pienamente la passione per i due cugini Duke. Anche io stravedevo per il biondino e un certo nonsoche mi lasciava immaginare che i due facessero tra di loro la doccia insieme, giochetti vari nudi nei campi…..
    Erano le idee fantasiose di un ragazzino alle prime voglie di tanto sano sesso.
    Una puntata di Hazzard mi aiutò molto ad aumentare la mia stima per Luke (il biondino). I due cugini, non so per quale motivo, rimasero nudi e, zompettando qua e là con le mani al posto giusto riuscirono a cavarsela senza mostrare ciò che io avrei tanto voluto vedere.
    Al solo pensiero……mi vien da sorridere.

  10. luca_parma Says:

    Mi correggo: il biondino era Bo.
    Interpretato dall’attore John Scheider. Ancora oggi un gran bell’uomo.

  11. Overboost Says:

    @gabriele ah bene ma allora qualcun altro appassionato di motori esiste! Credevo di esser da solo :D

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