River Phoenix, venti anni dopo.

October 31st, 2013

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Chi mi segue da tempo, sa quanto sia stato importante, per me, River Phoenix. Quasi tutti, ormai, sanno che a lui ho dedicato questo blog – sul quale ho riversato 10 anni della mia vita, affettiva, cazzeggiona, godereccia e così via (anche se ogni tanto qualcuno me lo chiede ancora come mai mi chiami River), e che ho chiamato col suo nome la creatura pelosa che è stata al mio fianco per 14 anni e mezzo. River è stato uno dei primi sogni che, da ragazzo di periferia omosessuale non dichiarato, ho potuto e voluto coltivare, nel segreto di una stanzetta che era il microcosmo di un giovane in fuga da una madre possessiva. Lui rappresentava per me l’idolo da appendere ai muri, sotto forma di poster: solo che io quei poster non li ho mai potuti attaccare. Mi accontentavo di conservare delle sue foto, in una scatola che tenevo nascosta nell’armadio. Sognavo River e, attraverso i suoi film, sognavo di amare. Anche io, come in Belli e Dannati, mi sentivo di non essere ricambiato in quegli anni. Non da una persona in particolare, ma dall’Amore in generale. Quello che andavo cercando senza esito nei locali, visto che internet ancora non era arrivato (inizio anni Novanta) e il creatore di Grindr, forse, frequentava ancora le medie. E così sognavo, immaginavo di accarezzare anche io dei capelli biondi e lisci come quelli di River.

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Quando è morto, quel maledetto 31 ottobre del 1993, per un diabolico mix di droghe e alcol, ero a Roma. Lessi la notizia sul giornale, non ricordo di preciso dove mi trovavo, so solo che giurai a me stesso che sarei andato a visitare il posto in cui si sentì male, dove venne fatto sdraiare dagli amici, il marciapiede di fronte al Viper Room, la discoteca nella quale ha trascorso le sue ultime ore di vita. Il Viper Room, locale buio e cupo (ricordo solo la luce forte, troppo forte dei bagni), si trova su Sunset Boulevard e non fosse per i suoi ospiti e proprietari vip, è uno dei tanti della night scene di Los Angeles. Due anni dopo la morte di River, la mia prima vacanza nella City of Angels. Poco dopo essere arrivato, andai proprio là, cercando di immaginarmi quell’ultima serata di River, e a proposito della quale avevo letto nelle due biografie (una terza, ho appreso in questi giorni, è uscita per il ventennale della morte: il titolo è L’ultima notte al Viper Room). Ricordo anche che uscii dalla stessa porta che dava su Sunsent Boulevard – quella attraverso la quale fu condotto l’attore – e trovai la stessa cabina telefonica dalla quale la sorella chiamò il 911, per chiedere aiuto. Quel giorno ero con B., il mio amore di allora – il primo e, in fondo, quello che mi ha aiutato a crescere di più – ci sedemmo sul marciapiedi, a pensare (due foto, sopra, le tiro fuori dalla scatola dei ricordi, un cazzotto nello stomaco). Per molti mesi, in quel punto i fan portarono fiori e lasciarono messaggi e pensieri per River. Ma dopo due anni c’era solo il cemento.

River è morto all’età di 23 anni. Io ne avevo di meno e dovevo ancora crescere molto. Grazie a lui ho sognato, di cambiare, di amare, di confessare a qualcuno il mio amore come nella scena del falò di Belli e Dannati. Forse una delle più dolorose.

Ciao River, ti ricordo ancora.

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Stasera, alla Gay Street, c’ero pure io. Un pretesto per dedicare un pensiero ad un altro ragazzo morto di omofobia. Morto perché viviamo in un Paese che non è ancora in grado di dare pari diritti ai suoi cittadini omosessuali. Morto perché non ha saputo essere così forte da fronteggiare l’omofobia, più o meno palese, quella delle battutine oppure degli insulti (chi può dirlo? solo la Procura, che ha aperto un’inchiesta), o perché non ha trovato nessuno che lo aiutasse a stare a galla nella merda che i gay, spesso, devono ingoiare.

A 20 anni anche io avrei potuto essere un altro Simone. Non avevo mai avuto una storia, della mia omosessualità avevo parlato solo con un amico e la mia compagna di banco. Vivevo di fantasie e masturbazioni mentali (e fisiche), immaginando come potesse essere la vita di un gay felice: fidanzato e dichiarato. Ma in quel periodo, e fino a Los Angeles (21 anni, l’amore con B., la serenità anche se long distance), la realtà in cui ero immerso era di un grigio che sembrava destinato ad avvolgere anche il mio futuro. Forse sono stato salvato da un carattere un po’ cocciuto orgoglioso e, sicuramente, dal non essere stato vittima di nessun episodio particolare. A distanza di tanti anni non saprei dirlo.

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So solo che di fronte alla morte di Simone, dovremmo sentirci tutti in colpa. Perché non siamo stati ancora in grado, ognuno nel suo piccolo e con le sue forze, di costruire una società aperta a tutt* a prescindere all’orientamento sessuale dei singoli.

Quelli che mangiano sul bus…

October 30th, 2013

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Insopportabili, soprattutto quando li vedi pulirsi le dita sui pantaloni, magari dopo aver mangiato delle rumorosissime patatine. Inquietanti, questi americani che, come segnalano vari blog, vagano sui mezzi pubblici con i vasetti di maionese.

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Andrew Hales assomiglia vagamente al rapper Macklemore (di cui è una bella copia): sabato scorso ha deciso di spacciarsi per il cantante e di presentarsi al suo concerto nello Utah. Fan ingannati, security pure.

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Li incroci su Grindr ogni due per tre, con quel loro “engaged” esibito, spesso con orgoglio, nel profilo, e sei là a chiederti: “Che cavolo ci fate qui”?. Entità incomprensibili, per uno che concepisce i rapporti di coppia come fusione e possesso e che spezzerebbe le dita delle mani a chiunque osasse avvicinarsi alla sua metà. Ecco una piccola fenomenologia del fidanzati in chat.

I virtuali. Nessun incontro all’orizzonte, sono là solo per scambiare foto e, spesso, per farvelo annusare. Insomma: sono carini, sanno di esserlo, e, quindi, hanno bisogno di conferme. Sapere che il giorno in cui la loro storia finirà, potranno ricollocarsi sul mercato. Grindr per loro è un verificatore di potenzialità scoperecce.

I masturbatori. Hanno un’esigenza primaria: venire. E, quindi, son disposti a tutto, anche a farvi credere che, prima o poi, cederanno alla tentazione rappresentata da voi. Si differenziano dai virtuali perché in preda ai calori, possono ammettere una “mano”. Spesso usano foto di altri.

In incognito. Non mostrano mai una loro foto e, spesso, per farvela mandare dovete tentarli con una decina di vostre foto. Sono complessati, non rispondo a domande, ti dicono nome e zona finti. Sono quelli che incontrano più spesso. Solidarietà ai fidanzati cornuti.

I dichiarati. Hanno la loro foto ben visibile e, quasi sempre, hanno messo in chiaro la cosa con il loro compagno. La loro, dicono, è una relazione aperta. Quindi, traduco io, fisicamente non si piacciono abbastanza, e hanno bisogno di soddisfare altrove i loro bisogni fisici.

I rabbiosi. Sono un misto tra i dichiarati e i virtuali. Non riescono a scrivere la parola “fine” alla loro relazione, e, quindi, girovagano come anime in pena tra i peni.

Gli insicuri. Ancora non hanno chiaro se vogliano tradirlo o meno, e si aspettano da te (!) un aiuto in merito. Insomma, dovresti guidarli verso il loro ragazzo o verso il tuo letto.

I pentiti. Vengono da te, con neanche troppa difficoltà, e il secondo dopo l’orgasmo iniziano a sciorinarti i loro sensi di colpa. “Non avrei dovuto, ora mi sento male, come glielo dico”, ecc. E tu da confessore grindriano, dovresti in qualche modo rassicurarli, dicendo loro che non è così grave, che conta l’amore e non la fisicità.

I moralizzatori. Sono quelli che, una volta che tu gli hai fatto notare che è un nonsense quello di andare con altri quando si ama il proprio compagno, iniziano ad attaccarti una serie di filippiche, sul fatto che tu sia limitato mentalmente e che l’amore è una cosa mentale, e che il corpo è altro.

Gli orgiastici. Spesso chattano insieme e su indicazione del proprio compagno. Cercano rapporti a tre, quattro, e così via. Organizzatissimi: hanno foto intere e nude del compagno e mettono subito in chiaro quali saranno i ruoli e cosa si potrà fare (tu potrai fare oral con me e anal con lui, ma non viceversa, ecc.)

I negazionisti. Sono una via di mezzo tra i moralizzatori e i pentiti: vogliono convincersi che non è successo nulla (di importante), che alla fine avete usato il condom, che non vi siete nemmeno baciati e che, dopo tutto, è stato come abbracciarsi tra amici.

La fine del 2013 è vicina e, quindi, è tempo di calendari. In primis, quello di Ben Cohen, ex campione di rugby e oggi impegnato contro il bullismo nelle scuole e sui campi sportivi. Tutti gli incassi del calendario andranno a finanziare la Ben Cohen StandUp Foundation.

Confesso che ultimamente mi sono trovato *molto* ad apprezzare i tipi con la barbetta.

Mai visto un pupo così dolce (gli do 12 ore per diventare virale).

Mi è capitato di sfogliare Vogue, leggiucchiare qua e là articoli (alcuni scritti anche bene), conoscere l’approccio alla scelta delle notizie della direttora, la snobissima Franca Sozzani. Poi è arrivato il web, la necessità di fare clic (e cash), e le buone intenzioni sono finite nel lato B – sempre delle donne.

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(inserzione sponsorizzata del sito di Vogue, che, in queste ore, ha fatto rabbrividire più di qualche persona)

Il riposo dei soldati.

October 28th, 2013

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Vado a fare colazione, domenica tardi – ora legale, post serata all’Alpheus – e incrocio questo tizio, con la barbetta incolta, tanti peli bianchi, faccia un po’ spallato. E’ Sergio Muniz con amica/compagna, di ritorno dalla spesa.

E, comunque, dal vivo sono sempre un’altra cosa. Come le mezze stagioni, che non esistono più, signora mia.

Quando il dito medio è sexy.

October 26th, 2013

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James Franco, su Facebook, ha regalato la visione di questo bellissimo dito.

E non sto scherzando. Rasenta la perfezione.

Piazza San Cosimato. Solito ristorante dove vado (quasi) ogni sera, a farmi coccolare e ad evitare l’odiosa trafila spesa-fornelli-piatti (perché mangiare fuori ti fa risparmiare una cosa: il tempo). Al tavolo accanto al mio, un gruppo, made in Milan, rumoroso, nonostante la mezzanotte richieda un tono rispettoso della luna che ci osserva. Tre donne e due uomini, amici, sui 50 anni. Si parla di ex. Male. Anzi, gli ex sono il Male. Del resto, lo sono ontologicamente parlando. Se così non fosse, non sarebbero ex, e li ameremmo e staremmo ancora a fare l’amore con loro. Parlano dei loro problemi, da fidanzati. Una, in particolare, quella più lamentosa e forse con l’accento più molesto, racconta che il compagno si lamentava spesso, anzi, sempre. E che lei lo aveva mandato dallo psicoterapeuta, a curarsi un po’, lei, che era tanto sana. “Pensate che la mattina mi svegliavo e lui iniziava a dire che la vita fa schifo”. La soluzione? “Io mi mettevo là, prendevo un foglio di carta, e gli dicevo: ‘facciamo l’elenco delle cose buone'”. Ed ecco che lei, la sana, ti snocciola l’elenco, tra i commenti sconvolti degli altri. “Intanto hai mamma e papà vivi. Ti hanno comprato una casa”. A questo punto ci mette un commento post-separazione: “Mortacci tua, non ci devi neanche pagare un mutuo”. Ché evidentemente a lei questa cosa dava fastidio, rosicona che non sei altro. Prosegue con la lista: “Sei diventato dirigente a 35 anni. Hai la macchina aziendale. Sei sano – e questa cosa dovrebbe stare al primo posto. E hai una donna splendida”. Pausa. “Che però non ti adora”. Tutti a ridere. E la senti, lei, fiera di essersi liberata di quel depresso cronico, che, evidentemente, non la sapeva più rendere felice, e non la capiva, e non sapeva guardare il sole e sorridere, e queste stronzate da stronzette che fanno yoga per sentirsi più vicine alla natura. Lui non le permetteva di ridere come ha fatto stasera, accanto a me, in una piazza di Trastevere. Ha scelto di stuprare il ricordo di un amore, di rivedere e far rivivere la sua storia attraverso la lente distorta delle recriminazioni e non di quella più amarognola della nostalgia, come invece capita a me.

Non parlo male dei miei ex. E, anzi, verso tutti – quelli che ho lasciato e quelli che hanno lasciato me, in maniera più o meno delicata (ma la delicatezza può esistere quando finisce l’amore?) – provo ancora un sentimento di affetto che mi porterebbe, probabilmente, ad abbracciarli d’istinto. Perché i ricordi non si riscrivono, ma devono rimanere scolpiti dentro di noi, come dei fermi immagine dei giorni in cui si sorrideva insieme, e le nostre mani fremevano per intrecciarsi. Oggi non si sta più insieme, e quindi lui non poteva essere quello perfetto per me, e viceversa (e chissà se esiste, questa perfezione amorosa). Ma quello che dobbiamo ricordare, oggi, è il giorno del primo bacio (e io li ricordo tutti e cinque, delle storie d’amore, e non solo di quelle), quando facevamo all’amore, e uno entrava dentro l’altro, le serate passate a parlarsi, senza pensare a quello che sarebbe successo domani, perché ci importava solo di quel bacio con le lingue che erano una cosa sola.

No, non parlerò mai di voi in una tavolata rumorosa, ridendo sguaiatamente di quello che non ha funzionato tra noi.

Buona notte blog.

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Che sia uno degli album più belli della storia della musica è innegabile. Adesso, secondo i giornalisti della rivista britannica “NME“, The Queen is Dead degli Smiths è stato votato il miglior album di sempre, su una lista di 500 (nel 2003, Rolling Stone lo inserì solo al 216º posto nella sua lista). Pubblicato nel 1986, The Queen is Dead ha battuto successi di Beatles, David Bowie, Pulp, The Stone Roses e Pixies.

E per chi non la conoscesse, quella che, probabilmente, è la canzone più bella.