Cosa c’è di più bello dello skateboarding? Il fireboarding, con la tavola in fiamme.

(Video in slow motion, è anche un inno a scarpe e calzini di spugna!)

 photo 1466246_10201901998005952_1499632072_n.jpg

Bimbi traumatizzati.

Alla fermata della metropolitana.

December 28th, 2013

 photo Immagine.png

Cose che capitano a Melbourne.

Al lavoro dopo essersi drogato.

December 28th, 2013

Sam Briggs è l’autore di un singolare esperimento, che vuole dimostrare gli effetti delle droghe su persone che stanno lavorando. A gennaio ha realizzato un primo video, in cui ha assunto erba, ecstasy e dei funghetti (qui il video). Il secondo test ha avuto luogo nei giorni di Natale: travestito da elfo ha lavorato in uno stand in cui doveva impacchettare regali (per beneficenza). Qui ha assunto, nell’ordine: cocaina, lsd e ketamina. Accanto a lui un elfo “lucido”, pronto a intervenire in caso di necessità.

Lil Dicky è un rapper agli esordi, che ha da poco lanciato una raccolta fondi per promuovere il suo primo album. Sei mesi fa l’esordio, su Youtube, con “So hard”. Poi, ogni mesi, una canzone nuova (in tutto ne ha prodotte 32), che gli hanno permesso di superare gli undici milioni di visualizzazioni.

Questa si chiama “Ex boyfriend” e racconta in maniera scanzonata e divertente la storia di un ragazzo geloso-invidioso dell’ex della donna con la quale sta uscendo. Un ex supergnocco e pure dotato: “He’ got the biggest cock I’ve seen in my entire life”. Ehm. C’è il lieto fine.

Racconto di un’esposizione.

December 26th, 2013

Ho sofferto di attacchi di panico. Tanti anni fa, più di una decina. Li ho capiti, curati, e ne sono uscito. Poi sono tornati, perché loro aspettano sempre il momento giusto per tornare a minare la tua serenità. Non sono tornati nella stessa forma e con la stessa intensità, perché una volta superati, sai come affrontarli sul nascere. Prima interpretavo la sudorazione, la tachicardia, l’affanno, come sintomi di chissà cosa, dall’infarto al tumore. Poi, inizi a dar loro un nome: AdP. In verità, attacchi veri e propri non ne ho più avuti. Al massimo la cosiddetta anticipatoria (la paura che l’attacco si ripresenti), che però si riesce a tenere sotto controllo. Quello che però l’ansia può fare è prendere possesso di alcune tue abitudini, per sottrartele. E, così, non prendo più la metro. Raramente salgo in ascensore. Da due anni non prendo più un aereo. Potrei prenderli, sia chiaro, ma ora sono nella fase in cui ansia-river 1-0. Un’altra delle cose che avevo smesso di fare era guidare per lunghe tratte, non in città. Le autostrade mi spaventano molto. La sensazione di ritrovarmi in the middle of nowhere, lontano dagli ospedali, in preda ai pericoli potenziali. Anche per questo, da molti mesi non andavo più dai miei. E’ chiaro che, in questo caso, l’ansia si era alleata con l’angoscia dei silenzi e delle incomprensioni di cui al post precedente. Ma tant’è. Dopo molti mesi, ho scelto di ripercorrere quell’autostrada. Da solo. E questo è il racconto della battaglia contro quella paura, combattuta tramite “un’esposizione”. Non aggirando la paura, ma prendendola di petto. E facendo ciò che ci spaventa di più. Solo chi ci è passato – o ci sta passando – può capire cosa significhi.

Quando hai fissato sul calendario la data di un’esposizione sai che non puoi più tornare indietro. Ogni tanto ci provi, fantasticando su delle soluzioni alternative: “Potrei invitare i miei a cena da me”, “potrei inventarmi che l’auto è rotta e che mi devono venire a prendere”, “potrei farmi accompagnare da mia madre”, ecc. Ma sono scuse, scorciatoie che si mettono in campo per darla vinta di nuovo all’ansia. Il modo migliore per non vivere la paura dell’esposizione è quello di non pensarci, di scacciare via dalla mente il pensiero angoscioso. E di affrontarla.

Serata del 24. Il buio non aiuta. Alle 18 si parte. Qualche telefonatina agli amici. Prendo un cd, allegro, caciarone: Pink. In primi venti minuti, in auto, sono normali. Almeno fino al Gra. Sono ancora in città, la gente cammina sui marciapiedi, ci sono le case. Poi, quando ci si immette su quelle lunghe strisce di cemento disabitate, inizia gradualmente il turbinio dei pensieri negativi. Sono come delle voci che si affacciano timidamente dentro di te e, a seconda dello spazio che sei disposto a dar loro, possono aumentare la loro intensità. Ripeto dentro di me i consigli della dottoressa: “Si concentri sulla musica e allontani i pensieri negativi”. Pare facile, questo mantra della felicità. Non c’è traffico, ottimo. Gli ingorghi peggiorano la situazione, perché ti fanno sentire intrappolato, anche se sei all’aperto su un’autostrada, è come se stessi con sei persone in un ascensore con capienza quattro. Are We All We Are, Blow me, Try, Just give me a reason: mi concentro su quei testi che conosco e cerco di isolarmi dal contesto, come fossi in una navicella chiusa e sicura protetta dall’esterno. Nella mia mente ho suddiviso la strada in quattro tratti: ognuno con le sue difficoltà (vale a dire i punti in cui ci possono essere degli ingorghi, o quelli in cui si è più distanti dai centri abitati). Venendo da Roma i più difficili sono il primo (perché si è appena all’inizio e perché il primo tratto che percorre un centro abitato è il numero tre) e il secondo (a rischio traffico). Una suddivisione che mi permette di fare il conto alla rovescia verso la destinazione finale, il traguardo, la vittoria. Sul sedile, accanto a me, il cellulare. Guardo il numero della dottoressa, che è in ferie in Germania, ma l’obiettivo deve essere quello di non chiamarla. Meglio non telefonare neanche agli amici. La prova va superata da soli. Ci riesco. I quattro tratti scivolano via veloci, nessun intoppo, zero telefonate, grazie Pink. Mi sento un eroe, perché per una sera sono riuscito ad abbattere il muro che si era (che avevo) costruito davanti a me. Anche il rientro a casa non crea problemi. La strada è particolarmente sgombera, si corre, nessun pensiero negativo. Mi permetto anche di spegnere Pink e tornare alla radio.

Il pranzo del 25. Le esposizioni più difficili, all’andata e al ritorno. Se ancora ci penso mi si attorciglia lo stomaco. All’andata, metà strada, al termine della tratta 1, un ingorgo. Dieci, quindici minuti di coda. Si procede a passo d’uomo. Inizi a pensare che non puoi tornare indietro perché c’era una coda anche in direzione della città. L’inversione di marcia, poi, è troppo rischiosa. La corsia d’emergenza non c’è. E allora stai in auto a guardare quelle macchine cattive e nemiche che ti circondano, a destra e sinistra. Guardi chi guida e ti immagini mentre chiedi aiuto e loro non te lo prestano, perché chi soccorrerebbe un folle su un’autostrada. La musica non ti aiuta più. Inizi a sudare, srotoli la sciarpa, ti apri il giaccone, prendi il cellulare in mano. Però non chiamo. Cerco di concentrarmi sulle cose positive, ma non ne vedo. Ecco, penso sia proprio quello il problema. Per uscire dall’ansia, bisogna poter immaginare un prato verde rilassante, momento di tranquillità (interiore, prima che esteriore) che, però, sono il primo a non aver vissuto, a non poter vivere. I minuti nel traffico scorrono con la stessa rapidità con la quale passa il tempo quando il trapano di scava dentro ad un dente ancora non devitalizzato. Stessa tensione. L’ansia te la senti nello stomaco, nelle gambe e sulla fronte. Poi, tutto ad un tratto, il trapano smette di trapanare nella tua mente, e si riprende a scorrere, dieci, venti, trenta chilometri all’ora. Ma sei ancora negativo e pensi che sei ancora troppo lontano dal tagliare il traguardo. La distanza tra il tratto 2 e la meta, che il giorno prima ti pareva abbordabile, ti sembra faticosa come un Roma-Milano in piedi su un Intercity. Pensi che potresti trovare un altro ingorgo e che ci potrebbero essere altri imprevisti, dall’incidente alla tua gomma che esplode. Però ce la fai. Arrivi stranito, di malumore, perché alla fine pensi che se i tuoi fossero venuti a casa tua, non avresti vissuto tutto quello che hai appena passato. E di cui tu, ovviamente, non parlerai. L’ansia è tua e solo tua, e tradurla in un linguaggio comprensibile ai più è impresa ardua. L’ansia, poi, altera la naturale percezione che hai delle altre persone, inclusi i tuoi genitori e spesso ti porta ad essere più freddo. E’ una sorta di muro che viene eretto tra te e le emozioni più vere, vale a dire quelle che un figlio prova nei confronti della madre e del padre. Al ritorno a Roma, le cose non vanno meglio. Anzi. La cosa mi stupisce. Non c’è traffico, infatti. Ma sono oppresso da pensieri negativi. Il lavoro. Le cose che non vanno. Vengo risucchiato in una centrifuga di negatività. E, così, l’ansia riesce a trovare terreno fertile. Quando mancano due tratte, riprende la tachicardia. Il buio, che prima cercavi di ignorare, ora è troppo opprimente. Stavolta non riesco a resistere, prendo il telefono in mano e chiamo. La dottoressa non c’è, mi risponde al fisso un’amica di famiglia, è in piscina, e il cellulare squilla a vuoto. Chiamo un’amica, risponde, ma non aiuta. Le chiedo cosa stia facendo, ma poi non sento la risposta. Si suda. Mentre mi parla, penso di aver superato la terzultima tratta e dentro di me mi tranquillizzo. Man mano che mi avvicino a casa, mi sento più sicuro. Torno nel recinto delle mie certezze, l’ospedale Regina Margherita è sempre al suo posto, pronto ad accogliermi – sempre nell’eventualità che mi debba sentire male.

Cronaca di esposizioni necessarie e difficili. Vissute da solo, e non come fanno in tv con lo psicoterapeuta accanto. Dure, perché sai che hai vinto una battaglia – arrivando a destinazione – ma sai anche che dovrai combatterne mille altre. Sempre che non decida di dargliela vinta. Ecco, a chi, come me, combatte con gli stessi mostri, dico (e mi dico), di non rinunciare a combattere, mai. Perché l’ansia è un Male invisibile che lotta per rubarci spazi di vita, per consumare la nostra libertà, per costruirci delle gabbie nelle quali ci rinchiuderemo da soli. E noi non glielo dobbiamo consentire.

Notte di Natale, riti.

December 24th, 2013

Alle 18 si parte, destinazione casa dei miei. E’ da maggio che non vado da loro. Un paio di incontri, tra lavoro e compleanno, ma nulla di più. Mi racconto che sia colpa della pigrizia, della voglia di riposarmi nell’unico giorno di riposo settimanale. E, invece, penso che ci sia dell’altro. La mia assenza in quella casa è una fuga. Dai silenzi, dalle domande alle quali non ho voglia di rispondere, dai racconti che non saprei come articolare, incipit che restano tali e si accartocciano su loro stessi. La mia stanza è rimasta la stessa delle superiori. Il grande mobile di ciliegio angolare – armadio, libreria e scrivania – il letto singolo, persino la stessa sedia da ufficio reclinabile, con la pelle comprensibilmente rovinata. Alcuni libri sono rimasti là, mia madre ha anche conservato dei vestiti (quelli da sci, comprati e usati un solo inverno, maglioni e qualche t-shirt). Feticci di un figlio che oggi ha quegli anni di più che lei non vuole vedere. Un figlio che non capisce, e che non ha mai capito. Il nostro rapporto si articola attraverso silenzi incancreniti che si trascinano avanti da anni. Loro chiedono, io rispondo, ma la verità è altrove. Dentro di me e, forse, sono il primo a dover capire cosa voglia raccontare loro. Del resto sono il primo a non capirsi. Stasera mangeremo nel grande salotto, sul tavolo di legno chiaro, con la luce che ci guarderà imbarazzata e il cane che snifferà i nuovi odori del sottoscritto e cercherà di occupare il mio posto. Mangeremo pesce, come abbiamo fatto ogni anno. Forse verrà un amico di famiglia con noi, uno che l’anno scorso ha chiesto a mia madre “ma è ancora single”, e lei non sapeva bene cosa dire. Sì, single e finocchio, dovrebbe essere la risposta, che però è nascosta da quell’ipocrisia borghesuccia un po’ anni Ottanta che porta a rimuovere tutto ciò che non è mainstream, famiglia del Mulino Bianco (si aggiornerà, il signor Barilla?). Mangeremo, io mi alzerò di tanto in tanto per andare a leggere il giornale in camera mia, chiudendo dietro di me una porta che diventerà scudo, sdraiarmi sul letto a whatasppare, scappare da quel salotto claustrofobico dove si respira l’aria di chi non si conosce e non si è mai voluto conoscere. Mia mamma sarà sobria, stasera, e anche domani. Commenterà ancora la barba (l’ultima volta mi ha invitato a toglierla, perché non le piaceva, cuore di madre), io mi stranirò, il broncio prenderà il sopravvento e mio padre starà a guardare, come ha sempre fatto. Dinamiche adolescenziali, del giovinastro offeso perché i genitori gli hanno preso le chiavi della macchina e lui non può uscire il week end con gli amici. Loro mi hanno preso la libertà degli anni in cui avrei voluto sognare e volare lontano in braccio a qualcuno e, invece, ho dovuto fare tutto quello che ho fatto con un sacco di cemento legato al piede. Coprifuochi, interrogatori, cassetti messi sottosopra alla ricerca di chissàcosa. La stessa ricerca che colgo negli occhi di una madre che mi scruta, che si chiede “che farà” e che sa che le sue domande non avranno risposta, perché sono nate malate. Ci scambieremo i regali – i loro li ho presi da Tebro, nella stessa strada in cui abitava mia nonna, a venti metri dal portone grande di legno che da piccolo a malapena riuscivo ad aprire – e penseremo che un altro anno è schizzato via, calendari consumati pagina dopo pagina, foglietto dopo foglietto, e che la clessidra della vita è spietata, granelli di sabbia inarrestabili ci fanno scivolare lentamente e inesorabilmente verso la fine. E’ là, ci aspetta e io mi accontenterei di saper afferrare l’oggi, sputar fuori l’amaro che ho dentro e tenermi la dolcezza di un abbraccio di due genitori.

Natale, ancora una volta, lo stesso rito, che non vorrei più vivere. Non così, non con questo copione. E che, invece, ogni anno si compie, immutato. E ti guardi indietro e ripensi al Natale vero, quello con i nonni, i pacchi preparati sotto all’albero, l’emozione, quasi le lacrime di gioia, i parenti che ti abbracciano, quelli che al posto del regalo ti danno la bustina con i soldi, e l’odore di pino. Passano gli anni, così in fretta eppure con la lentezza che mi porta a rivedere quel bambino emozionato circondato dall’affetto di chi gli vuol bene per ragioni anagrafiche. Anche mamma e papà mi vogliono bene, lo so, è scritto da qualche parte. Ma oggi, quando sono con loro, penserò a quello che avrei voluto vivere e alla serenità che non mi hanno dato. E che solo la fuga da quella gabbia, a 26 anni, mi ha permesso di conquistarmi.

Auguri a chi si vuole bene, a chi ama, a chi stringerà un’altra persona forte forte, a chi sognerà.

Regali di Natale.

December 24th, 2013

 photo 960226_594742047265970_1363761421_n.jpg

Via San Francesco a Ripa, negozio alternativetto, cose vintage. Viste oggi, prese.

Mustang Wanted è un altro di quei personaggi ai quali River è affezionato. Ucraino (di Kiev), arrampicatore folle, giovanissimo, si riprende mentre sfida la morte a quote proibitive. Il suo ultimo video racconta l’ultima impresa, da brividi.

Il fidanzato che vorrei.

December 23rd, 2013

Premessa/1. Si gioca.
Premessa/2. Dai che, ogni tanto, sognare fa bene.

Età: 25-38 anni. Con margini di tolleranza, verso il basso (ampi) e verso l’alto (uhm). In ogni caso, studi conclusi.
Professione: no tassativo a giornalisti (se sono giovani, vivranno con l’ansia da prestazione; se sono tuoi coetanei, avranno i complessi per stipendio/carica/ruolo), persone in divisa (troppo complessati), ricercatori universitari (quelli che ho conosciuto, passavano tutto il tempo a lamentarsi di quanto sia difficile la loro carriera), consulenti aziendali (superstressati, e poi viaggiano troppo), psicologi e psicoterapeuti (già ne pago uno, gratis non mi interessa), istruttori di palestra (c’hanno la zoccolaggine inside); sì a medici, dentisti, infermieri (anche se i loro livelli di stress arrivano quasi ai livelli di quelli dei giornalisti), giocatori professionisti (bisogna pur sognare, no?), insegnanti (adoro la loro pazienza), assistenti di volo (che non abbiano un amante in ogni città), varie ed eventuali.
Cinema: devono amare gli horror e, soprattutto, devono essere in grado di sopportare uno che li ama ma che ha troppa paura (e, quindi, si aggrapperà a loro per tutta la durata del film); no ai musical e ai cartoni animati;
Tv: predilezione per la roba da Real Time (Malattie imbarazzanti, Ossessioni, Cougar Wives) ma anche cose come Catfish e 24 ore al pronto soccorso; no a Wedding planner; ok a XFactor purché non mi stressi col livetweeting; sì ad Amici (anche se non essendo mai a casa, ormai, non riesco più a vederlo).
Musica: deve avere una conoscenza minima degli anni Ottanta e Novanta, amare Morrissey e gli Smiths, stimare la Oxa, Bertè e Mia Martini; può amare le varie Lady Gaga e Britney Spears, purché non mi faccia il count down dei giorni rimanenti all’uscita da un loro album; odia la musica house; non ama ballare ma ama le discoteche (e non è un controsenso); se gira con l’iPod non dovrebbe avere cuffie grandi quanto i motori di un Boeing 777;
Look: no a giacca e cravatta: pure se hai 28 anni, non ce la posso fare (l’ultima volta che ho indossato una giacca con cravatta è stato….non ricordo); sì a scarpe da ginnastica (colorate ma non troppo); no alle Hogan (prese una volta, subito pentito, fanno troppo scarpa ortopedica), sì alle Tods. No alle fashion victims: non ce la posso proprio fare (quindi, no a fashion bloggers).
Virtuale: Twitter e Facebook tollerati, un blog proprio no (anche perché dovrei dirgli che non lo leggo, e poi mi chiederebbe di farlo), instagram sì se non pubblica foto dei peli pubici e si eccita quando supera i mille like. Idealmente non conosce Riverblog. O se lo conosce, non ti cita a memoria i suoi post (#ansia).
Corpo: altezza ideale dal 1.70 al 1.90 (quindi ampio spettro); peso: in linea col peso (i magrissimi mi inquietano un po’);
Capelli: indifferente, purché ci siano (no ai tinti, di ogni colore);
Piercing: sì, purché non sui capezzoli, pene, naso. Sul sopracciglio potrei morire (nel senso: mi piace).
Parti del corpo più importanti: le mani e i piedi (curati, massicci, maschili, belli); il viso (con particolare attenzione a naso e labbra).
Segno zodiacale: ecco, se mi chiede il segno zodiacale, è un “no”.
Segni particolari: sopracciglio tagliato (da cicatrice), modello Nick Kamen. Guance rosse.
Zona: arrivo fino a Milano (piccole città no: i collegamenti sono pessimi) e, a sud, fino a Napoli (e questo perché gli spostamenti più giù sono un disastro e io non prendo l’aereo). In ogni caso, l’obiettivo finale è il vivere insieme.
Dormire: io non russo e non potrei mai dormire con qualcuno rumoroso. Mi sveglio al primo rumore che sento. Mi piace dormire col rumore del ventilatore, anche d’inverno. Non amo essere abbracciato prima di addormentarmi. Quando dormo, può fare come credi, purché non mi svegli.
Viaggiare: sì, mi piace, ma ho paura di volare. Quindi deve essere pronto a tenermi la mano per tutta la durata del volo e in caso di turbolenze essere ancora più paziente.
Omosessualità: verso il coming out ne ho guidati abbastanza, passo. Che si accetti, che non abbia problemi a giocare col femminile, che non sia complessato e che non pensi che il Gay pride sia una inutile pagliacciata (perché la lotta per i diritti passa pure di lì).
Orari di lavoro: esco di casa tra le 10 e le 12 e rientro verso mezzanotte. Lavoro sei giorni su sette e il giorno di riposo non è quasi mai il sabato. Are u ready for that?
Ex: Ne deve aver avuto almeno uno. Non voglio più essere il primo (che è inesorabilmente destinato a passare). Mi inquietano quelli che hanno avuto solo storie brevi: raccontano un’incapacità di costruire qualcosa di solido.
Cucina: non cerco una schiava e, quindi, idealmente si va a mangiare fuori. Possiamo cercare di cucinare insieme qualcosa, ma temo sia una causa persa. Se gli piace cucinare, potrei fornirgli assistenza psicologica.
Animali: ho un gatto, quindi non deve essere allergico. Vorrei un altro cane e, quindi, dovrebbe volerlo pure lui.
Feste: visti gli orari di lavoro, quando finisco di lavorare a mezzanotte non sono molto social. Uscite randomiche sì, ma sono più per le coccole.
Sesso: non amo la roba estrema (tipo: fisting), sono per la passione che divora; l’anal mi fa paura, l’oral no. Il sesso è bello solo se è esclusivo. Alle coppie aperte non ho mai creduto (e, quindi, neanche alle cose a tre). Mi piace farlo fino allo sfinimento. I troppo dotati (over 21 cm) mi inquietano: tutti quelli che ho conosciuto, erano malati di sesso (e non col fidanzato…).
Gelosia: sì, sono geloso. Ad alcuni fa piacere, ad altri no. Ma per neutralizzare la gelosia, a volte basta anche solo non dare motivo di esserlo. In ogni caso, i suoi potenziali corteggiatori rischiano la gambizzazione.
Cellulare: gli squilletti sono da anni Novanta, la You and Me pure. Facciamo Whatsapp e non se ne parla più.
Malattie: la morte mi fa paura e, quindi, ho bisogno di rassicurazioni. Del tipo che una tosse non è mortale e che il dolore intercostale non è un infarto in atto.

Si accettano esclusivamente candidature arrivate via raccomandata, con sottoscrizione del presente post :-)

Capitanati dal simpatico e bravo Andreas Billi, un gruppo di tuffatori nostrani ha realizzato questo video di auguri.

Che, ovviamente, apprezziamo.

Natale, gli auguri più belli.

December 22nd, 2013

 photo 1521356_10202491990131847_136956707_n.jpg

Sono quelli che arrivano dai bambini delle Famiglie Arcobaleno. Bambini normalissimi e felici, che crescono nelle famiglie omosessuali. La locandina è opera dell’infaticabile Giuseppina La Delfa, presidente dell’associazione che da anni si batte per farci capire che il tema “adozioni sì-adozioni no” è già superato, nei fatti.

Guardare questi bambini mi fa capire che una speranza c’è.

Il gatto e la tv.

December 22nd, 2013

Le trasmissioni che preferisce sono quelle con gli animali :)