Incontri al supermarket.

April 30th, 2014

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Visto tra gli scaffali di Panorama,via Tiburtina.

A quanto pare, i lubrificanti tradizionali contengono le stesse sostanze cancerogene e tossiche che si trovano nei prodotti per pulire i forni. Ne sono convinti i produttori di “Simply Slick”, che hanno lanciato sul mercato un lubrificante “sano”. E, per questo, hanno creato una simpatica pubblicità, dal titolo: “It’s my choice what I put in me”. Peccato sia stato fatto solo in chiave femminile e non gay-friendly.

Quelli che sognano River.

April 25th, 2014

Se creassi nella mia casella email una cartellina dal titolo “sognando River”, la troverai piena di decine di messaggi, raccolti in questi anni, in cui river-lettori mi raccontano la loro visione riveriana by night. Stranissimo fenomeno, che ovviamente mi lusinga. Si tratta, quasi sempre, di ricostruzioni che non combaciano tra loro, visto che sono il risultato di una liberissima reinterpretazione dell’inconscio. River con la barba o senza, i capelli biondi o neri, basso o alto, tutto e il contrario di tutto.

Così, quando “alderanilore” mi ha raccontato che per due notti di seguito mi aveva sognato, gli ho chiesto di mettere per iscritto quello che aveva visto e provato. Ecco il suo post.

Hai passato la notte con me, per tre volte… Della prima – alcuni giorni fa – non ricordo molto: un sorriso rassicurante, due occhi curiosi, per la prima volta la sensazione di essere a mio agio, davvero. Poco altro! Mi sono svegliato e non c’eri più, non ricordavo il tuo volto, non ricordavo quello che avevamo fatto, quello che ci eravamo detti.
La seconda volta prima abbiamo fatto una lunga passeggiata, abbiamo parlato per ore, sotto un ciliegio… Ricordo il profumo intenso della primavera, quei tuoi occhi curiosi e sempre lo stesso sorriso rassicurante. Ci siamo raccontati. Tu mi hai parlato della tua storia – quella che in questi lunghi anni ho composto come un puzzle grazie alle tessere raccolte in tutti i tuoi post – io ti ho parlato di me, ti ho raccontato dei miei anni difficili, in preda allo stress e all’ipocondria, di quella e-mail inviatati anni fa in un momento di crisi, vittima dell’ansia e in cerca di qualcuno con cui confidarmi e di come ora la mia vita sia più serena, regolare (forse) felice. E poi siamo rimasti in silenzio, seduti l’uno accanto all’altro… La mattina non eri altro che una sensazione di calma e di felicità – e un profumo di ciliegio in fiore!
L’ultima volta è stato due sere fa… eravamo in macchina (il giorno dopo avrei dovuto affrontare un lungo viaggio…) Guidavo: i fanali si intrecciavano alla tua voce, abbiamo incontrato qualcuno in senso inverso e i nostri volti si sono illuminati. Ci guardiamo… tu ancora sorridi.
È già mattina… e tu, Riv, ti svegli a Roma – io nel mio letto a chilometri di distanza… Sorrido e penso a quanto ancora dureranno le tue incursioni notturne nei miei sogni…

Grazie. A chi mi segue, ogni giorno, e mi dà la possibilità di apparirgli in visione persino la notte :)

Frank ha 80 anni e un nipote gay, Joe. Quando questi gli ha dichiarato il suo vero orientamento sessuale, lui, come segno di vicinanza, riconoscenza e affetto, ha deciso di farsi un tatuaggio: il simbolo dell’uguaglianza sul polso sinistro. Un modo per sostenere la battaglia per i diritti Glbt.

Viva nonno Frank.

Volando con il monopattino.

April 24th, 2014

Ryan Williams e Luke Burland sono due giovani campioni (a livello internazionale) specializzati nel freestyling con il monopattino. In questo video hanno voluto utilizzare insieme, per la prima volta, una rampa gigante per fare dei salti mortali impressionanti, sfidando il vento molto forte.

Lo scelgo per la musica. E perché è bello poter volare.

Colori al posto dei vestiti.

April 23rd, 2014

Neil Curtis è un artista che ha lanciato un video-progetto dal titolo eloquente: “Replace clothes with paint”. Alcuni soggetti – dal militare al tagliatore di legna, dal ladro al pianista – si spogliano, su una sedia, e vengono gradualmente colorati. Il video andrebbe proiettato su una parete – da qui la riproduzione a 90° (grazie a Carlo per la segnalazione!).

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Come si divertono i rugbysti, dopo una dura seduta di allenamento? La risposta è in questo documentario, 14 minuti di omoerotismo puro. I ragazzotti si incontrano in un pub dove bevono, si spogliano e pomiciano. Qui e là, qualcuno mostra anche le sue doti.

E, ovviamente, sono etero.

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Lei si chiama Debbi, ha 42 anni, ed è ossessionata dall’idea che il compagno Steve la possa tradire: soffre della cosiddetta sindrome di Otello. Così, impedisce persino al compagno di vedere qualsiasi programma Tv in cui compaiono delle donne; se esce di casa, anche solo per quindici minuti, al rientro lo obbliga a sottoporsi alla macchina della verità (foto sotto). Gli psichiatri le hanno prescritto dei farmaci contro l’ansia. Lei spera, una volta terminata la cura, di poter sposare Steve, che ha iniziato a frequentare nel 2011.

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Con lo stake per Trastevere.

April 22nd, 2014

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Bravi, belli e, a quanto pare, piacevolmente sorpresi per l’essere stati fotografati. Due ragazzi americani per i vicoli di Trastevere.

Lottando sull’erba.

April 22nd, 2014

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Io non ho la minima idea del tipo di sport che pratichino questi ragazzi: ma sono pronto a iscrivermi da domani :-)

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Col buco nella guancia.

April 21st, 2014

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Non oso immaginare le derive a luci rosse di questo buco.

Dieci anni dopo, festa da G.

April 19th, 2014

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La prima mail te l’ho scritta nel 2004“. Un flash, una frase buttata là, mentre si ragionava, ieri sera, sul tempo che ci si conosce. Casa tua, festa di compleanno, l’alcol alleggerisce la mente, ragazzi rigorosamente anni Ottanta (non made in, ma born in: eppure con un videoregistratore in bella mostra in libreria) abbracciati e abbracciosi, qua e là qualche #gnocco degno di attenzione (uno: tirocinante medico, biondo e un po’ cupo, che quando ti parlava dell’attività al pronto soccorso gli saresti voluto svenire davanti), poster alle pareti che parlano di te, di voi. Oggi di anni ne hai 27. E, quindi, quella prima mail me l’hai scritta a 17, quando studiavi alle superiori, far from Rome, e vagavi chiedendoti cosa sarebbe stato di te. Ho digitato nel motore di ricerca di Gmail l’acronimo che avevi usato per comporre la tua mail, e non ho trovato i nostri primissimi contatti. Si parte dal 2005. Rileggo alcuni di quei messaggi, me ne ero completamente dimenticato, dettagli di te che oggi non racconteresti più. Penso che te ne girerò alcuni. Paura del futuro – e il futuro diventato oggi, ti ha tranquillizzato? – e ricerca di un faro, qualcosa da seguire, con sicurezza e determinazione. Ci siamo incontrati, e da allora ci siamo scritti. Una di quelle amicizie indipendenti dalla frequentazione, perché la pigrizia e l’essere un po’ orso, unite a degli orari di lavoro antisociali, non aiutano. Hai condiviso pezzi importanti di me – L., Allstarboy, e relative rotture – e io pezzi di te. E, ogni volta, è quasi un riassunto delle puntate precedenti. Un comporre lettere su un enorme cruciverba, sudoku degli affetti, aggiornamenti e-motivi di vita, anche se poi, alla fine, l’unica risposta che dovrebbe importare è quella: “sì, sono felice”. Non ce lo siamo chiesti, perché, almeno nel caso tuo, si vede e si sente. Siete – tu e il tuo ragazzo – felici. E io son contento con e per voi. Rileggo quelle mail, la paura di chi scrive a River pensando di trovare un po’ di conforto alle asprezze di qualche momento no, come se scrivesse ad una sorta di confessore immateriale e spirituale, un’ancora alla quale ci si appiglia nel maremagnum di una vita sentimental-sessuale che muove i suoi primi passi. Io che non sono neanche l’ancora di me stesso, e chissà mai quando e se ormeggerò in qualche porto sereno. “Vorrei sentirti felice”, concludi una delle mail randomiche sulle quali ho cliccato.  L’ultima festa alla quale ti ho visto, è stata tre anni fa. “Lo scrivi un post anche su oggi?”, mi hai detto ieri, mentre mi chiedevo se in quel febbraio del 2011, quando ero ancora fidanzato, fossi veramente felice, per una volta. La risposta non ce l’ho, neanche se rivedo oggi le foto di quella serata. La felicità, in fondo, può essere una maschera, ma è quella interiore non si vede mai.

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Dieci anni, oggi hai la tua casa, il tuo mondo, i coinquilini, il lavoro, una carriera che mi sembra abbastanza delineata, con le solite incertezze tutte made in Italy. In fondo, rivedo in te lo stesso e identico ragazzo di quei primi tempi, e, quindi, quei dieci anni mi sembran giorni, e noi siamo gli stessi, una torre di Lego che è cresciuta, altre altezze ed altri punti di vista, ma la sua sommità è il risultato della somma di tanti pezzi di passato, senza i quali crollerebbe tutto. Sei cresciuto, è vero, sicuramente cambiato, anche se a rileggerti, chiudendo gli occhi, potrei immaginarti mentre pronunci quelle stesse e identiche frasi, oggi.

E sì, ci sono fili impercettibili e invisibili ai più, che ci uniscono a delle persone, e quando le rivedi son lo specchio della tua vita passata. Legàmi che aiutano a ricordarci di quello che siamo stati e di come siamo cresciuti.

E, comunque, anche io vorrei ancora sentirmi felice.