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Premessa: credo ai fantasmi. Ci credo fin dalle superiori, quando mi sono sorbito racconti e aneddoti sulle sedute spiritiche fatte da amici e persino parenti. Non ho mai approfondito il “genere”, ma son convinto che, da qualche parte, ci sia qualcuno che ci osserva, senza esser visto.

Ieri sera, un utente di Instagram, mi fa notare una cosa che non avevo visto. Diversi mesi fa, avevo scattato una foto ad alcuni vicini di tavolo, durante una solita cena agli Spaghettari. Quello che non avevo notato è che sulla testa di una signora, c’è una chiara figura di un uomo pensoso.

Sarà un effetto ottico, sarà la strana forma dei capelli, ma a me ha fatto tanta paura (grazie a Domenico per la segnalazione!).

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Altra estate, altro giro. Nel parco delle Tre Fontane si è già al lavoro per il nuovo allestimento del Gay Village che, l’anno scorso, è stato un po’ la mia seconda casa – dopo il lavoro. Estate di conoscenze, di leggerezza, di spettacoli, incontri e cazzeggio. E si ripete. La campagna sta partendo, molto semplice e d’effetto: “Chi è se stesso ha già vinto”. Che dovrebbe essere lo slogan delle nostre vite, e non solo per quanto riguarda l’orientamento sessuale. Peccato per il bacio fintissimo tra i due – sarà comunque bello vederlo ovunque in città.

Si parte il 19.

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G. ed F. sono fidanzati da sempre. Me li immagino proprio così, nati coppia, da quando hanno iniziato a provare le loro prime pulsioni sessuali. In un caso, almeno, è proprio così: G. ha conosciuto il suo Romeo all’età di 17 anni, e non tra i banchi di scuola. F. era parecchio più grande, adescamento fuori scuola, circa. Da allora stanno insieme, con quegli alti e bassi che contraddistinguono ogni relazione, rendendola ancora più viva (ah, che noia quegli amori così perfetti). Di anni ne sono passati più di dieci, anzi, forse quasi quindici, non è signorile chiederlo. Hanno una strana relazione, vivono separati, in due case diverse a trecento metri di distanza l’una dall’altra, eppure sono inseparabili. Mi piace credere che quando uno stia male, l’altro, pur non essendo presente, se ne accorga e lo chiami. Tipo quelle storie che si raccontano dei gemelli. G. (e qui devo assolutamente aprire una doverosa parentesi sulle tre G. della mia vita, chiaramente confondibili: il G. regista, quello di questo post; il G. ricercatore; il G. critico musicale) ed F. amano trascinarsi la notte per i bar di Trastevere. Sono come una rete per la pesca a strascico, raccolgono storie e volti che si imbattono in loro, tra un bicchiere e l’altro. Dragano il fondo, senza mai toccarlo. L’alcol è il loro compagno, in questo girovagare che è, solo apparentemente, senza una meta, ma che di mete ne ha molte. Dopo la fine della storia con AllStarboy c’eravamo persi di vista. Io mi ero impigrito, uscivo di meno, loro, discreti, erano rimasti al loro posto. Da qualche tempo abbiamo iniziato a rivederci. G. mi ha fatto leggere il suo ultimo lavoro, entrambi mi hanno aiutato nello scrivere gli ultimi capitoli della storia con il coinquilino. Ieri ci siamo rivisti, a casa del padre di F., splendido appartamento nel cuore del Ghetto, con vista sulla Sinagoga. Amaro sul tavolo, un altro alcolico che non ricordo, guardavano svogliatamente la partita del Brasile. Da quella casa, è partito il nostro viaggio notturno, che si sarebbe chiuso verso le 4, con loro diretti (a piedi) verso Monteverde, io verso la mia San Cosimato. Viaggio tra gli stand lungo il Tevere, che ogni volta che li vedo penso ai topi che nuotano lì sotto e che, chissà, potrebbero tranquillamente gironzolare per le cucine. Qui avrebbe dovuto lavorare il coinquilino, tra le opzioni che ero riuscito ad apparecchiargli (ovviamente il grazie, facoltativo, non è mai arrivato), c’era pure quella del cameriere (1200 eu netti al mese), pazienza, è andata. Piazza Trilussa è incredibilmente silenziosa, forse l’ordinanza anti-alcol del sindaco inizia a sortire i primi effetti. Non c’è neanche la solita camionetta dei carabinieri, l’ordine sembra esseri autogenerato e autoimposto. Non si beve per strada, ma solo nei bar. Il primo è Checco Er Carrettiere, gelato stracciatellanocciolacioccolatopanna per me, bicchierino di nonsocosa per loro. Decido di non partecipare al loro tour alcolico, perché non so se ne potrei uscire (lucido). Sono un beginner a basso tasso alcolemico, ancora. Assaggio, ogni tanto, mi bagno la lingua e le labbra con quel liquido che brucia ancora. Posso gestire la vodka accompagnata a bibite analcoliche, mentre ho ancora parecchi problemi con l’alcol puro. All’una si incrociano già tante anime ubriache, ciondolanti e poco rassicuranti. Che vedi queste ragazze, coi tacchi (onore alla sfida ai sanpietrini), e ti chiedi come possano tornare a casa, come non abbiano paura di fare brutti incontri. E poi pensi che forse è la legge del gruppo che si autoprotegge, la mandria si sposta insieme e, quindi, dovrebbe resistere agli attacchi. Biagio, a via della Scala, è rimasta una delle ultime vere enoteche di Trastevere. Coi tavolini (due) fuori, le bottiglie esposte con sgangherata precisione (una in fila accanto all’altra, ma spesso se ne perda una, e ti chiedi che criterio abbiano seguito, nazionalità, prezzo o semplicemente forma della bottiglia?), la gestione famigliare, padre e figlio, i modi spicci (tipo la cazziata di Biagio perché ho nervosamente fatto a pezzetti il sottobicchiere in cartone?), e quell’odore di vino che ti investe appena vai al bancone a fare la tua ordinazione. G. ed F. bevono assenzio, due bicchieri a testa. Lo assaggio ed è come se accendessero una fiammella dentro la mia bocca. Brucia e non riesco a ricordare altro. Bevo subito dell’acqua, a sciacquare via quella sensazione. Never again, forse.

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A Santa Maria in Trastevere – sono le due – tuffo negli anni Novanta, col gruppetto di ragazzi che suona la chitarra e canta e grida e si abbraccia, che manco in “Sapore di Mare”. Mancava Venditti con Notte prima degli esami. Una ragazza si avvicina, li guarda, loro pensano si tratti di una mendicante e chiedono cosa voglia: “Voglio sentirvi cantare”,risponde lei. “Vieni, vieni, stai con noi”.. Ha una borsa con un gatto stampato sopra, un cappello marrone che le copre la fronte, si accarezza le mani. Cantano Rino Gaetano e chiudono con un “viva il duce”, e preghi per Gaetano, che non li abbia sentiti. Nella piazza ci sono i cumuli di sacchi che l’Ama deve passare a ritirare e che, intanto, fanno da sfondo alle foto turistiche. Ma tanto i turisti che ci sono, son già tutti ubriachi, sempre di più. San Calisto sta per chiudere. Altro bicchiere, altro giro. Visto l’orario, regalano i cornetti invenduti. Integrale al miele per me. Scopro che il cameriere, filippino, si è invaghito di G. Ma che quando c’è F. si irrigidisce e non parla. E’ così. Prendiamo un caffè, lui ce lo serve sbrigativamente, dopo aver farfugliato un “ciao” a G., mentre F. ci osserva, da dietro. Ci sediamo, un barbone spinello-munito, vuole assolutamente parlare dei mondiali, della sua esperienza a Regina Coeli, farfuglia frasi senza un senso, cerchiamo di dargli un senso, ma non ci sforziamo troppo. Ci raggiunge M., attore, bellobello, ex modello, occhi blublu, carnagione scuretta, sarà uno dei protagonisti del prossimo lavoro di G. Solo che non lo sa ancora. Mani curate, forti, le vene che sembrano essere state disegnate sopra per colorarle. E’ fidanzato con una ragazza, relazione aperta, ed era stato al cinema a vedere un film in cui interpretava un ruolo minore. Ha una strana maglietta da marinaio, il petto villoso in mostra, due occhialetti appoggiati in bilico. La discussione shifta sul teatrale-cinematografico, li ascolto, non li seguo sempre, ma mi piace osservare il rapporto che si crea tra un regista e il “suo” attore. In fondo si sono scelti, perché si sono piaciuti. Innamoramento professionale, parentesi amorosa, generalmente asessuata (almeno in questo caso). A San Cosimato i soliti ragazzi giocano a pallone, la palla rimbomba e penso a chi cerca di dormire, Spaghettari chiusi, una luce illumina discretamente il parco giochi. Senza bimbi, senza nemmeno io e il coinquilino che stiamo seduti a raccontarci le nostre vite. Fotografia che è ricordo, passato. L’ultima fermata è a piazza Trilussa, per almeno altri due bicchieri. Whisky. Osservo G. ed F. e li vedo tremendamente lucidi. G. un po’ di meno. Esce fuori il discorso del coinquilino, M. mi stoppa e fa: “E’ uscito fuori diverse volte. Parliamone”. Ma anche no. Sinossi (storia iniziata per finire male), voltiamo pagina. Si parla delle loro vacanze in Grecia su barca, delle dark room (attore ci è stato, per osservare lo strano movimento dei cacciatori e delle prede), del lavoro e di misure falliche (si sostiene che il minimo sindacale non sia 18, ma almeno 16, dato che naturalmente contesto). E poi via, verso le nostre case, mentre le pulitrici dell’Ama spazzano la corsia del tram 8, i tassisti di piazza Trilussa aspettano il prossimo cliente (ciondolante), qualcuno sfida la fatica della notte tornandosene a casa in bici.

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Ci salutiamo, alla fine di una notte di pesca e di racconti, di viaggio e condivisione, di sfogo e forse anche speranza, di trovare quello che ognuno di noi si aspetta. Notte ad ascoltarci, a dirci che siamo importanti, l’uno per l’altro, anzi, senza dircelo, lo sentiamo e basta.

Ciao blog.

Strascichi, ferite, gocce di sangue che colano, il ventilatore spara gli ultimi spruzzi di merda, l’affetto annebbiato dalla cieca violenza dell’odio. La chiamano anche rabbia, la rabbia di chi si è trovato e ha capito che è stato tutto un errore, che ha costruito castelli che poi, puff, come per incanto son svaniti. E’ la rabbia di chi si è voluto bene e ora ha deciso di dirsi addio. Ci siamo scritti, ancora. Martedì. E mercoledì. Gli ho scritto per dirgli, sostanzialmente, che non lo avrei voluto sapere sotto ad un ponte. Che il mio obiettivo non era certo quello di vederlo in strada, senza un posto dove dormire. Per un paio di giorni è stato ospitato da due miei amici (che non mi avevano informato, ma fortuna che il mio sesto senso aveva già fatto suonare un allarme), poi ha deciso di tornare a casa, a Civitavecchia. In quella casa che aveva lasciato, dopo aver litigato con i genitori. E, alla fine, è stato meglio così. E’ stato un bene il fatto che abbia riallacciato il rapporto con una madre e un padre che, dopo tutto, non gli avevano fatto nulla di male. Fuga post-adolescenziale, senza un motivo preciso. Sarei anche stato disposto a riaprirgli le porte della casa, anche se sapevo che entrambi avremmo sofferto. O forse no? Lui me l’ha pure scritto: “Non hai idea di quanto vorrei tornare da te. Ma ci faremmo soltanto del male”, uno dei suoi ultimi messaggi. Sì, ci faremmo, prima persona plurale. E io già ho pianto abbastanza, ripetendomi in continuazione “un giorno questo dolore ti sarà utile”. Sì, ma quando?

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Ieri ho riaperto la lavatrice. C’erano dentro ancora i panni bagnati, da sabato scorso, il giorno del Pride, della lite, dell’uscita di casa. C’erano dentro tre t-shirt sue, tra cui quella con cui è venuto a casa mia, il primo giorno, e una camicia. Le rilavo e poi le stendo, e mi chiedo cosa debba farne. Non penso assolutamente a buttarle vie, l’affetto non si getta via, la rabbia non deve tradursi in falò che non servono a bruciare le emozioni. Decido di darle ad A., e di delegare a lui la loro riconsegna. Così, stamattina chiama F., e gli dice che quando vuole può passare a ritirarle. Lui dice che non c’è fretta, che le può anche tenere, anzi, “se vuoi puoi buttarle”. Pensava che lo avessi già fatto io, conoscendomi bene. Non abbastanza, evidentemente. A. insiste per capire, e F. vuota il sacco. Sta preparando le valigie, parte per l’estero, con un amico. Per lavoro o per studio, non glielo chiedo, parte e basta. Per quanto non si sa, ma non è importante. Ha mollato il lavoro che aveva trovato al ristorante e ha scelto di non cercare più un posto a Roma, ma di andare altrove. E la memoria corre all’anno scorso, quando, dopo aver frequentato un ragazzo conosciuto al Gay Village – il primo dopo due anni – mi diceva che aveva comprato un biglietto di sola andata per Londra. Oggi è felice, e io sono felice per lui. La storia si ripete, anche se con soggetti e contesti diversi – F. non era una storia, era un amico, speciale, soltanto un amico.

Penso che sia meglio così. Spero che trovi pace, che riesca a essere se stesso e a essere circondato di affetto e a non dover gestire scatti di rabbia che sicuramente non merita(va). La sua partenza mi sembra una fuga, da una situazione che sembrava stargli stretta, da un muro contro il quale eravamo andati a sbattere in due, e ancora stiamo a leccarci le ferite. Gli mando un ultimo sms, che non riceve risposta. Ci sarà una telefonata, dieci minuti dieci, poche parole, tante lacrime, e fine.

In bocca al lupo e grazie per i 44 giorni insieme.

New beginning (again).

June 10th, 2014

E’ vero, questa vita ha tanti difetti, a volte va in salita e spesso è ripida ripida, e senti tutta la fatica dei tuoi passi, il respiro affannoso, il cuore che batte forte, e non è sempre amore. Va in salita, e quando si è in due diventa tutto più facile. Ma spesso siamo soli, anzi, quasi sempre non abbiamo nessun accanto a noi, a stringerci forte quando si spegne l’interruttore della razionalità e il buio delle nostre paure inizia a farci paura. E allora ci si abitua a scalare queste montagne, e ti chiedi quando sia arrivato in cima. Quando sarai finalmente riuscito a superare quei mostri che crescono come cancri dentro di te. La paura di prendere l’aereo, quella che da tre anni ti impedisce di salirci. O quando potrai guidare di nuovo da solo – senza la ciambella di salvataggio vicino a te, mano pronta da stringere, consolazione at your disposal – in autostrada. Quando il mare non sarà più soltanto un posto pericoloso senza ospedale. Quando non avrai l’ansia di sentirti male nelle situazioni più normali, tipo la doccia o mentre sei in fila alla posta, in mezzo alla gente che invece è là e quella fottuta paura non ce l’ha. O quando in ascensore non inizierai a sudare perché hai paura di rimanere bloccato dentro e di morire dentro a quella bara verticale di metallo. Salite in un tunnel di cui non possiamo vedere l’uscita. La luce c’è, da qualche parte, e non si spegne mai. Ce lo dicono gli amici, quelli che in quel tunnel non sono mai entrati e, quindi, ti mostrano la vita normale. E che ti guardano come un alieno, quando cerchi di spiegare loro cosa ti fa paura.

Ogni volta che arrivi in cima, hai vinto. E sei pronto a ripartire di nuovo, per una nuova camminata alla scoperta di te stesso, per vincere quello che ti immobilizza e ti impedisce di vivere bene. Quante montagne ho scalato? Tante, non si contano, le vittorie si mettono in tasca, sono trofei che non si esibiscono, siamo noi a ricordarcelo, ogni tanto, per farci forza. Alcune volte sono caduto, come questa. Caduto di fronte alla paura di soffrire, per un’amicizia che amicizia non poteva essere. O forse sì? Non lo so. Non mi faccio più domande, sono sfinito, il gioco dei “se avessi” mi ha consumato. Sono caduto, mi sono fatto male, ed è normale, perché la vita ti lascia i lividi, che bruciano e che, però, passano. E ora si ricomincia daccapo. Un nuovo inizio, nuovi muri da abbattere, nuove salite. E non ci si può mai fermare. La tentazione di lasciarsi cadere nel letto, non rialzarsi, farsi consumare dalla voglia di fuga nel buio (fintamente amico) della propria stanza è forte, ma non si può. Chi si ferma è perso. Si deve andare avanti, con la bussola dei propri sentimenti, di ciò che ci fa stare bene, sorridere, essere leggeri, scarpe robuste, cuore forte, corazza armata che dovrebbe proteggerci, e non sempre ci riesce. Fingo di esser forte, quasi invincibile, sbatto porte in faccia con una naturalezza che non m’appartiene. E dopo che l’ho sbattuta, sbircio dallo spioncino per capire cosa stia accadendo dietro a quella porta. “Avrò fatto bene?”. Errore. Lo hai fatto, punto. In quel preciso momento ho deciso così, il sano pentimento è solo quello che arriva dopo uno, due, tre anni, non dopo tre giorni. Pentimento eventualmente razionale, che può aiutarci a crescere. Diverso dal pentimento impulsivo, tipo quello degli atei sul letto di morte che si convincono di credere in Dio, nella speranza di trovare un posticino lassù e di non finire *soltanto* a nutrire i vermi. Eppure i camposanti non hanno rimpianti, sei tu che li covi, li rendi fantasmi, li canti per sentirne meno la mancanza, come non bastasse l’esistenza e l’eco che fa. Si ricomincia, quindi, daccapo. Da solo. Ricomincio, controvento, anzi, contro la bufera che ti prende a cazzotti, la notte, nel silenzio della casa in cui sei tornato a vivere da solo. E non puoi pensare di riempirla solo perché sei un bimbo (dentro) cresciuto e hai ancora paura e perché temi che qualche mostro possa intrufolarsi nei tuoi sogni e trasformarli in un incubo reale. Perché dentro a quel corpo che scegli di mettere accanto al tuo ci sono sentimenti, aspettative, c’è un cuore che non puoi e non devi ferire. E, quindi, attenzione, coi sentimenti non si gioca, e lo dico a me, ma soprattutto a chi è rimasto ferito, a modo suo. Può succedere di far la guerra e ambire poi alla pace, e nel silenzio mio ho annullato ogni singolo dolore per apprezzare quello che non ho saputo scegliere.

Si riparte. Vorrei partire, per dimenticare, per dimenticarmi. Ma per adesso m’accontento di ripartire dalla casa nuova, ciaociao Trastevere, mi mancherai, ma del resto nulla è per sempre e forse ci rivedremo. A fine mese mi consegneranno le chiavi di questi 95 metri quadrati-duebagni-trestanze fronte ospedale, che dovrò riempire di cose e non solo. Di mobili e pensieri e storie. E che voglio subito svuotare delle mie paure. Mi sento in bilico e, adesso, tra tutti i miei “vorrei” non sento più quell’insensata voglia di equilibrio e, quindi, ondeggio tra estremi. Sono davanti ad un nuovo inizio, io sono lo stesso però, anzi non proprio. Tante cose sono cambiate nell’ultimo mese e mezzo. Ho imparato a essere un po’ più tollerante, ad accettare modalità comunicative diverse dalla mia, a sopportare calzini e piatti sporchi altrui, a vedere quello che di buono (ed è, quasi sempre, tanto) c’è in un altro essere umano. Ad ascoltarlo. Credo nelle interazioni, negli intrecci di vite, nello scegliersi, ogni giorno. Credo nelle persone che si trovano e che decidono razionalmente, ma sempre ascoltando il loro cuore, di camminare insieme, per un periodo indefinito. E di essere felici, senza riserva.

Continuo a crederci, ancora e nonostante tutto. E continuerò ad aspettare – e non a cercare, perché queste cose arrivano quando sei girato, hai gli occhi chiusi, quando distratto guardi altrove e invece hai davanti a te una persona che ti dice “sonoqui” – qualcuno con cui poter scalare le montagne della vita.

Mi viene difficile raccontare le ultime 48 ore, un vortice di emozioni assolutamente negative, scontri, liti, malori e malesseri (più o meno reali), muri contro muri. Un’esplosione di negatività, che ha quasi cancellato quanto di positivo si era costruito in questo mese e mezzo di convivenza. Anzi, voglio essere preciso: in questi 44 giorni in cui abbiamo condiviso quasi tutto delle nostre esistenze. Giorni in cui F. ha imparato a conoscere i miei tic, le mie debolezze, le mie nevrosi, gestendoli e, in fondo, sdrammatizzandoli. Abbiamo scherzato, giocato, ci siamo stretti e lasciati, ritrovati e abbandonati, rincorsi e persino morsi. Ci siamo aspettati, ogni giorno, scritti, invitati, ci siamo anche preoccupati l’uno per l’altro e, infine, abbiamo cercato di sintonizzarci su una lunghezza d’onda che potesse farci camminare insieme, fianco a fianco.

Ci siamo scontrati, per la prima volta, l’altro ieri notte, quando ha fatto finta di non aver capito il mio discorso sull’amicizia impossibile, sul rapporto ambiguo, sulle attese disattese, sui silenzi che (mi) feriscono, presentandosi davanti agli Spaghettari, al mio rientro dal lavoro. Comportandosi come se nulla fosse successo. Dopo poco, la lite, la sua uscita di casa, il rientro, lui che si sente male (vomita), gli abbracci catartici. E poi il giorno del Gay Pride, F. che ci va (!), io che devo lavorare. Lui che mi invita a raggiungerlo, io che gli dico che non posso e che il discorso di due sere prima resta in piedi e, quindi, anche l’invito ad andare via. Cerco di essere coerente col mio malessere e con la sua incapacità di capire quanto i suoi atteggiamenti mi abbiano ferito. Quanto il suo essere, a volte, sopra lo righe abbia portato il nostro rapporto a raggiungere livelli di intimità che, almeno per quanto mi riguarda, mi hanno spiazzato. Reso felice, sicuramente, ma anche preoccupato. Così, ieri, nuovo scazzo via sms, una brutta telefonata, e lui che mi comunica di aver fatto le valigie. Finisco di lavorare tardi. Torno a casa, e vedo, accanto al divano, che ha raccolto le sue cose. Valigie fatte, non c’è più niente in giro per il salone e la camera da letto. Zero di zero, le sue cose non sono più nel mio campo visivo. Ha lasciato una sola cosa, sul tavolo, in modo che la potessi vedere: il cd di Logico che gli avevo regalato. E che, da quel momento, perde tutti i significati di cui lo avevo caricato, e diventa un rifiuto. Lo butto via, e non me ne pento. A mezzanotte e mezza ancora non è tornato. Chiamo due amici, non voglio stare solo, gli chiedo di farmi compagnia. Quando torna, tardi, ci scazziamo, davanti a loro. Al telefono mi aveva detto che aveva un posto dove andare, che lo sarebbero venuti a prendere. Non era vero. Era stato al Pride, aveva fatto la sua naturale giornata di divertimento, come se il capitolo “valigiefatte” fosse già risolto (senza esserlo, nella realtà). Era venuto a casa, evidentemente per scontrarsi e tornare a fare finta di nulla. I miei amici mediano, parliamo, andiamo persino a San Cosimato a bere qualcosa, ma capiamo che le nostre strade, ormai, si devono dividere. Non provo odio o rancore, ma credo di sentirmi preso in giro. Non vorrei dire “usato”, anche se tanti amici (e lettori) me lo hanno portato a credere. Ma, in fondo, dovremmo essere persone adulte e in grado di smascherare i ricattini psicologici di un ragazzetto con la testa un po’ confusa. L’ho aiutato fino all’ultimo e lo rifarei ancora. Ho cercato di trovargli un lavoro, e credo di esserci riuscito. I miei amici vanno via con lui, forse ha trovato un’altra anima pia che lo ospiterà, spero senza le finzioni fatte di coccoline, abbraccini e ambiguità con le quali mi ha tenuto incatenato a questa storia destinata ad infrangersi contro un pilone di cemento armato.

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Non ho voglia di scrivere molto altro. Più che ferito, mi sento deluso, deluso dalle incomprensioni, dal nostro viaggiare su due piani paralleli, il cui attraversamento è stato soltanto un’illusione sensoriale ed emotiva. Tornassi indietro, però, rifarei tutto, o quasi. Tutti gli altri 23 post sono stati cancellati e, a breve, sparirà anche questo. Perché tutta questa storia resterà soltanto un ricordo.

Chiudo questo ultimo capitolo con “Logico”, la nostra canzone (ipse dixit), che racconterà e mi ricorderà sempre di questo breve intreccio di anime in un bilocale di Trastevere.

Sì, gli ho voluto bene.

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Le metropolitane straniere, a partire da quelle americane (nello specifico quella di New York) e quella londinese,  riservano sempre delle straordinarie sorprese, nel bene e nel male. Questa è una piccola gallery degli incontri più insoliti che può capitare di fare.

Buongiorno blog.

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