E’ stata una delle canzoni più apprezzate di quest’anno (dal sottoscritto) e oggetto di svariate parodie: la più bella, forse, è questa del regista gay Ryan James Yezak. All’interno di un centro Ikea si è inventato una versione natalizia molto divertente. E complimenti al coraggio, io mi sono vergognato per lui. Per la cronaca: è stato cacciato più volte fuori dalla vigilanza.

Liam, un guance rosse in slip.

December 27th, 2014

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Oggi River scopre Liam Broady, classe 1994, numero 4 dei giocatori di tennis del Regno Unito. Vincitore di alcuni titoli nella categoria giovanile, si fa notare per le guance rosse. E per una bevuta in slip. Sembra un po’ slim.

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Maxi Iglesias, tutto è maxi.

December 27th, 2014

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Maxi Iglesias è un attore spagnolo di 23 anni, che, purtroppo, non si è ancora visto sui nostri schermi (con l’eccezione di Fisica o Chimica). Tra i film che non abbiamo visto, c’è “Mentiras Y Gordas”, in cui ci regala anche una visione del suo lato B (foto sotto). E tuttavia, a vedere da alcuni scatti estivi, saremmo più curiosi di conoscere il contenuto del marsupio :) Consiglio la visione del suo profilo Instagram, seguitissimo.

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Gli etero e i bagni condivisi.

December 27th, 2014

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Maschi che condividono lo stesso bagno, talvolta la stessa doccia. Il mio regalo post-natalizio. Per un rientro alla normalità meno doloroso :-)

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Storia di Natale.

December 24th, 2014

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Questa è la storia di un bambino che si emozionava per il Natale. Quello degli alberi e delle decorazioni, dei dolci e dei loro relativi odori, del presepe e delle letterine scritte, ogni anno, nella speranza di ricevere quella benedetta pista per automobiline (che non è mai arrivata, in compenso un anno arrivò il Dolce Forno). Amava il Natale come tutti i bambini, forse non quelli di oggi, fin troppo smart, del resto a loro bastano due click al cellulare di papà per scoprire che è tutta una finzione, che quell’omone con la barba bianca non è altro che un facilitatore di acquisti la cui leggenda è stata alimentato dal Dio Commercio. Si emozionava, ogni volta che si avvicinava il 24, seguendo il calendario dell’Avvento. Quello con i cioccolatini nascosti dietro ad ogni data, e si aspettava sempre il giorno dopo per mangiarne uno nuovo, poi finiva tutto e bisognava aspettare 12 lunghi mesi. Contava i giorni, le ore che lo separavano dal fruscio della carta, dalla sensazione dai pacchi grandi tra le mani, così grandi che pareva brutto poi buttarli via, svuotati del loro contenuto. Si emozionava, quando, in genere una settimana prima delle feste, saliva su un aereo con mamma e papà e andava da nonna. Quella che preferiva, quella che gli preparava le fette biscottate burro e nutella, quella che lo lasciava andare nel suo letto, la mattina, o che, quando mamma era uscita, e lui iniziava a fare domande sull’orario di rientro, lei indicava sull’orologio le lancette (“mamma torna quando la lancetta grande sta qui”). Per un figlio unico, il Natale era il momento in cui la famiglia si allargava, quando il silenzio di una casa a tre si trasformava nell’emozionante vociare di una stanza piena di zii, nonni e amici. A Natale si festeggiava l’essere famiglia, nel senso proprio del termine, tante vite diverse – dal meccanico al docente – che per alcuni momenti all’anno decidevano di stare insieme, di raccontarsi l’anno che era stato. Tra questi grandi, c’era questo bambino emozionato, un po’ paffutello (ah, quanto amava mangiare fuori pasto), le guance rossastre, che per molti anni aveva avuto l’esclusiva sui nonni: niente cugini a fargli da concorrenti. Tutti i soldini, le carezze, gli abbracci, le attenzioni erano per lui, inutile chiedere a nonna “ma vuoi più bene a me o a lui”, perché lui, per tanto tempo, non c’era. Come in tutte le famiglie, anche la nostra aveva il suo rito natalizio. La stanza con i doni veniva chiusa, non a chiave ma quasi. Chiunque, sotto il metro mezzo di altezza, toccasse la maniglia, sarebbe stato fulminato dall’urlo del parente di turno a guardia del tesoro incartato. L’albero veniva sempre messo in un angolo, a sinistra, accanto alla poltrona che nonno usava per guardare la televisione. Poltrona reclinabile, sulla quale il bambino, una volta cresciuto, si sarebbe divertito a far salire e scendere l’appoggio per i piedi, quasi fosse un tagadà in slow motion per over 60. I regali, ovviamente, erano sotto l’albero e all’80% erano per il bambino. Gli adulti se li davano a mano, magari il giorno dopo, a Natale. Perché in questa famiglia i doni si son sempre scartati la sera del 24. Non a mezzanotte, troppo tardi, nonna e nonno vogliono andare a letto, poi gli viene sonno, meglio aprirli subito. Ma per arrivare alla tanto agognata apertura dei pacchi, bisognava essere molto pazienti. Ogni tanto, quando qualcuno entrava nella stanza, il bambino cercava di sbirciare, ma si ricorda che gli arriva solo l’odore del pino (albero sempre vero, mai tollerato quelli di plastica) e delle candele profumate che illuminava la stanza da dietro la porta. Era una porta a vetri, con il vetro lavorato, di quelli che si usano anche per le finestre dei bagni: anche se il bimbo ci appoggiava il suo nasino, lasciando scivolare la bocca, non riusciva a distinguere nulla di nulla, neanche la grandezza del pacco più grande che avrebbe avidamente afferrato non appena il capo di turno (in genere la mamma del bimbo) avrebbe deciso di girare quella maniglia verso il basso, con un click che suonava come un avantiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii da assalto alla diligenza. A terra c’era un parquet finto, in alcuni punti si era pure scollato e si erano formate delle bolle, i nonni non avevano mai avuto tanti soldi e hanno vissuto una vita in affitto, ma sotto al grande tavolo del salone c’era un bel tappeto scuro, che di Natali se ne è fatto davvero molti. Il bambino aspettava quel momento, ogni anno, non importa se i mesi precedenti fossero stati belli o brutti, i bambini non fanno bilanci, vivono per assaporare la felicità del momento, la memoria dei momenti da dimenticare scivola via come la pallina tra le zampe del gatto. Eppure la memoria di quella porta che si apre, dell’albero illuminato – tutto pronto, per accoglierlo, per regalargli ancora tanti doni, tanti pacchi da scartare (e poi la nonna a lamentarsi della carta sprecata, che è meglio tenerla per l’anno prossimo, ecc.) – è ancora vivissima, nel bambino che è cresciuto, e che ha buttato giù tante di quelle porte, ma che conserva ancora dentro di sé l’emozione dell’attesa di un dono.

Oggi i regali li fa, ai genitori. Un po’ svogliatamente, la magia si è spenta, i nonni non ci sono più da tanto tempo (anche se ancora si ricorda a memoria il telefono di nonna, quello che di tanto in tanto digitava per un saluto, un racconto, un “come stai” a chi ha avuto la fortuna di spegnersi circondato dall’affetto dei famigliari), gli zii vivono lontani, il Natale lo si passa assieme, forse per prassi. Eppure ci si vuole bene. Quel bambino, diventato adulto, non ha mai fatto un albero, perché sa che non avrà dei bambini ai quali mostrarlo, e agli altri non ha senso, non sono così importanti, forse.

Domani rivedrà sua mamma e papà, li ha invitati a casa sua, ha usato una scusa, perché vorrebbe che per una volta il Natale lo passassero altrove rispetto a una casa in cui troppo spesso si è dovuto nascondere, ha dovuto celare la sua vera identità, è stato costretto ad essere un altro. Un altro rito si consuma, ma non è più lo stesso, la magia è svanita insieme all’ingenuità e agli occhi incantati del bambino che amava sognare.

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Clark è un cane educatissimo e molto paziente. E’, soprattutto, il cane di uno #gnocco, tal Sean Sarantos di Anaheim Hills, in California. Il ragazzo è diventato famoso per aver insegnato al suo cane a farsi mettere sul muso e sulla fronte ogni genere di cibo, senza cedere alla tentazione di mangiarlo. Sul suo profilo Instagram è schizzato in pochissimo tempo a 10mila follower e il Daily Mail gli ha dedicato un articolo.

E a noi piacciono da morire entrambi.

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E’ da un po’ di mesi che vado avanti con una tossetta molesta, soprattutto nelle ore serali. A settembre, dopo visite allergologiche, internistiche e pneumologiche, con tanto di lastre (tutte negativi) i medici avevano optato per una cura di cavallo al cortisone. Due settimane dopo mi sono ritrovato in un letto di ospedale con la pericardite. La tosse si è rifatta viva dieci giorni fa: anche stavolta il medico mi ha prescritto cortisone, ad un dosaggio tre volte inferiore. Il punto, però, è che appena finita la cura, la tossetta è tornata. E così, oggi, son tornato al Gemelli. Secondo il medico, i miei bronchi sono sanissimi e la causa è da ricercare nel naso. Così mi ha prescritto una nuova cura a base di pillole e spray nasale, per due settimane. Se poi non dovesse andare, dovrò farmi visitare da un otorino, che mi esplorerà il setto nasale (esame fastidiosissimo: ti infilano un tubicino nel caso, che ti arriva praticamente in gola).

Fortuna che oggi, per consolarmi, ho incrociato una mandria di #gnocchi ospedalieri. Incluso un medico con All Star, il top del sogno.

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Chi non è venuto alla #serataRiver del 18, mi ha chiesto di poter vedere pubblicata on-line l’esposizione “Anonymous guys“, foto-raccolta abbastanza unica nel suo genere di ragazzi catturati in strada in giro per l’Italia. Nel locale è stata un po’ sacrificata: ci siamo resi conto tardi che in quell’angolo non era possibile montare dei fari e, quindi, è stata un po’ avvolta nella semi-oscurità.

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Ecco le 29 foto. Ognuna con una piccola storia, che racconta anche il momento che stavo vivendo quando la foto è stata scattata. E’ una mostra che mi racconta, in fondo, attraverso il bello altrui. Le tocco con mano, e vedo il tempo che passa, con gli occhi di questi ragazzi. Alcuni li  ho rivisti (il pizzettaio degli Spaghettari, incontrato al Planet), molti sono entrati e usciti dal mio campo visivo nel tempo di un clic.

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Al 21 dicembre, sono stati gli auguri più belli che abbia mai potuto leggere.

Ah, i capezzoli (e i pollici) di Dave <3

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Sono passate 48 ore. Ho volutamente aspettato questo tempo, per lasciar sedimentare tutte le emozioni. Perché la serata del 18 ne ha prodotte tante. Positive. Sono quelle che, il giorno dopo, hanno lasciato quella sensazione amarognola del “è veramente tutto finito?”. E’ stata una bella festa, una festa – e questa è la cosa che mi ha stupito – non solo dei river-lettori, ma di quelli incuriositi da questo mondo. E del resto non ho mai amato i “gruppi” chiusi, io che alle superiori ho dovuto combatterli, da gay non dichiarato cresciuto in un contesto sicuramente non friendly. E’ stata una scommessa, sicuramente folle (“ma ci hai guadagnato?” “no, al contrario”, “sei pazzo”: scambio avvenuto almeno una ventina di volte). Aver scelto un posto nuovo, non proprio centralissimo, poteva essere considerata una mossa un po’ azzardata. Volevo promuovere una serata nuova, un’occasione nuova di incontro, fuori dal solito contesto discotecaro – che pure amo e frequento. Ed è stato tutto molto bello. E me lo dimostrano i messaggi che mi stanno arrivando. E’ piaciuto anche l’allestimento della sala: a parte gli #gnocchi della locandina, è stato apprezzato anche lo scatto di River Phoenix e Keanu Reeves, per Belli e Dannati (il film è stato proiettato durante la serata, senza audio, sullo schermo presente in sala). Ho notato che sono piaciuti anche i lecca lecca: avrei dovuto promuovere partnership con un dentista, visti quanti ne sono stati mangiati. Sono contento di aver arruolato dei simpaticissimi river-boy, ragazzi acqua e sapone che mai avevano ballato su un palco. E quando i primi giorni Nicolò (l’omino liste) si confrontava con loro via Wapp, nessuno di loro riusciva a capire come mai cercassimo ragazzi inesperti, non muscolosi e neanche ballerini (e sì, possono piacerci per andarci a letto, ma intorno vorremmo persone che ci assomigliano un po’ di più). Ecco, la loro inesperienza era uno specchio dell’ingenuità – voluta e ricercata – con la quale ho approcciato questo evento. Niente Pr (e ogni volta dovevo spiegare con pazienza alle persone che non ero pazzo, ma che semplicemente non volevo far entrare ‘la qualunque’), e neanche una campagna di promozione bombardante. Certo, gli articoli di stampa sono usciti (e ringrazio tutti i colleghi che hanno contribuito a far conoscere questo appuntamento), ma il mio obiettivo era quello di chiamare a raccolta chi voleva semplicemente una serata alternativa per chiacchierare e ballare. E su quest’ultimo punto, un grande applauso va a quella che per me non è stata una scoperta – visto che lo conoscevo già bene: Mr Mads Dj, con la sua selezione, ha regalato davvero una grandissima colonna sonora. Strepitoso anche Giusva, il mattatore del palco, che, a differenza di tanti animatori-vocalist, scendeva tra il pubblico, chiacchierava, scherzava, prendeva in giro. Un amico, un tesoro, un grande professionista.

(Qui si trovano le altre foto)

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Ora la parte più importante. Quella a cui tengo di più.

Grazie a Psiko e Andrea, che hanno presidiato per tutta la serata l’ingresso. Si chiamerebbero doorselectors, in gergo, ma per me erano semplicemente dei filtri riveriani, amici pazienti, che mi sono stati vicini in ogni momento, bello e brutto.

Grazie a Giusva, per l’alzataccia e il viaggio, per l’impegno, la passione, l’affetto, l’energia. Insostituibile.

Grazie a Davide Papasidero, per aver creduto in River! e averci regalato un mini-live che è stato un gioiellino.

Grazie ai Dj, Mr Mads Dj e Alex Garofalo, che hanno regalato un dj set da ricordare.

Grazie a Rubina, severissima ed efficientissima reginetta di palco e backstage.

Grazie a tutti i River Boy, per essersi divertiti.

Grazie al Seven e a tutto lo staff, che ha accolto questa serata, facendola sentire a casa sua e mettendosi a disposizione per ogni tipo di richiesta.

Grazie a Nicolò, per aver saputo raccontare la serata un po’ ovunque, su Grindr e nella Gay Street.

Grazie a C., per la pazienza.

Grazie al lettore che è arrivato appositamente dalla Francia per esserci. Grazie alla lettrice venuta da Arezzo. E altri ancora che hanno voluto sfidare il giovedì (che, però, è il nuovo sabato!) e la distanza. Siete stati speciali per me.

Grazie a chi non aveva mai sentito parlare di questo blog, ed è voluto esserci.

Grazie anche a chi non è potuto venire, ma mi ha scritto per farmi tanti in bocca al lupo.

Siete speciali, e sono fiero di avervi visto sorridere e divertirvi.

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Quelli che organizzano eventi, a 24 ore dalla festa, direbbero che “è tutto pronto, o quasi”. E, invece, c’è ancora molto da fare. Continuano ad arrivare i poster (uno, speciale, commemorerà una figura speciale per questo blog), le immagini per la mostra fotografica non saranno pronte prima di domani mattina, fortuna che oggi è arrivato il carico di t-shirt richiesto. Sì, per la prima volta ho creato delle t-shirt brandizzate, che indosseranno i River-boy che lavoreranno alla festa. Niente paura: NON saranno messe in vendita, quindi niente marketing selvaggio. La serie, per adesso, è limitata e si userà soltanto in questa serata. Con questo post riepilogo tutte le info della serata.

Ingresso. Come dicevo ieri, la serata si apre ufficialmente alle 21.30, con un aperitivo (facoltativo, nel senso che chi vuole può mangiare al buffet), che si chiuderà alle 23. All’ingresso, ad accogliere il pubblico, ci saranno due door-selector, entrambi si chiamano A. Vengono dal river-mondo – per il quale rappresentano qualcosa di importante – e non potrebbe essere diversamente, visto che devono conoscere bene lo spirito di questa serata. Il criterio della selezione non seguirà il tasso di #gnoccaggine, ma di “tranquillità” e di minima correlazione con questo mondo virtuale. Sennò che River-serata sarebbe? Dopo le 23 si parte con la discoteca e con l’esibizione di Davide Papasidero, che ha preparato alcuni brani dance davvero interessanti. L’ingresso in lista viene 7 euro, non in lista 10 (ma le liste si chiudono tassativamente all’1). Chi indossa All Star entra automaticamente in lista.

La musica. La parte più importante di questa serata: ho puntato su due dj già affermati, provenienti da altre serate, ma, soprattutto, molto bravi. Sono certo che Alex Garofalo e Mr Mads dj sapranno conquistare il pubblico, ognuno a modo suo.

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L’animazione. Il mattatore del palco sarà Giusva, l’anima del Padova Pride Village (soprattutto amico e pezzo importante di questo blog), volto noto in mezza Italia: un peperino in grado di animare una serata per ore. Ci sarà lui nell’aperitivo e dopo, e il suo ruolo sarà a 360 gradi.

River-boy. Selezionati nelle scorse settimane, sono una piccola rivoluzione personale: perché sono ragazzi “normali”. Niente muscoli, niente fisici pompati, niente sederi di fuori: ragazzi, studenti universitari, che non hanno mai fatto questo. E, per questo, perfetti. Indosseranno la t-shirt River Boy (non in vendita), distribuendo lecca lecca e anche ballando sul palco. Visto che Giusva non se li lascerà scappare.

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La mostra. Sarà una prima volta, un’esposizione in una pista da ballo. “Anonymous guysè una mostra, in stile riveriano, che farà da contorno alla musica.

Uber. Chiunque si iscriva, usando il codice sconto “SerataRiver”, avrà 20 euro di omaggio sulla prima corsa.

Ricordo che si accede alle liste via mail seratariver@gmail.com o via Sms/wapp al 392/3091838 (Nicolò). Tutti gli aggiornamenti, invece, si trovano sulla pagina Facebook dell’evento.

-24. Ready?

 

 

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Ci siamo. Mancano solo tre giorni. Il mese e mezzo passato a preparare questa serata è schizzato via, e ora ne vorrei un altro. Ma non si può. Ringrazio chi sta condividendo con me questa esperienza e l’ansia di questi giorni, in primis Giusva e A., per la pazienza che stanno avendo, ma anche Dario e la sua società per la parte grafica. Come scrivevo tempo fa, per la location ho scelto uno spazio polifunzionale, che ospita galleria d’arte, spazio proiezioni e discoteca. Si chiama Seven, ha aperto i battenti all’inizio di novembre e si trova in zona Re di Roma (Via Assisi 117). L’ingresso alla serata sarà diviso in due momenti: ho tenuto particolarmente ad avere una finestra “gratuita”, dalle 21.30 alle 23: ci sarà la possibilità di fare aperitivo (a 10 euro). Dalle 23, invece, l’ingresso sarà in lista (a 7 euro) e fuori lista (a 10). Le liste chiudono all’1, tassativa. Ovviamente ci sarà un door selector che regolerà gli ingressi. Nel locale, inoltre, gireranno dei River Boys brandizzati

Nota: chiunque indossi All Star (originali, controlleremo), entrerà automaticamente in lista. Avrei potuto inserire anche l’opzione fantasmini, ma fa troppo freddo ;)

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Tutte le altre info si trovano su Repubblica.it, che ringraziamo di cuore per la segnalazione della #serataRiver

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Davide Papasidero – “quello che a XFactor era sempre col papillon” (così se lo ricordano in molti) – è una vecchia conoscenza del blog. Virtuale, uno di quei contatti mantenuti tramite Facebook, un filo rosso che lega due storie. Classe 1990, romano, si fa conoscere dal grande pubblico nel 2011, quando partecipa a XFactor. Successivamente all’esperienza televisiva ha pubblicato il suo primo singolo, “Il giardino segreto”, iniziando un live tour che lo ha portato ad esibirsi in giro per tutta la penisola, toccando anche storici locali come “I magazzini generali” e “Le scimmie” di Milano. Presenza fissa nel programma “Buongiorno cielo” in onda su Cielo e condotto da Paola Saluzzi. Nel 2013 si afferma al festival di Castrocaro. Lo scorso mese di febbraio è uscito il singolo “Adesso Oppure Mai”, brano dalle sonorità elettro-pop. Ad agosto, Davide è stato autore e direttore artistico dello spettacolo “Art Against Homophobia”, presentato in anteprima al Gay Village, creato per dare visibilità ai principali momenti e personaggi che nella storia hanno avuto un ruolo rilevante nella lotta contro l’omofobia. Last but not least, è il protagonista dell’ultima sigla di Muccassassina.

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Nella serata River! canterà alcuni brani dance. E io lo ringrazio di aver accettato l’invito.

P.s. Per prenotarsi e iscriversi alla lista ricordo che bisogna fare riferimento a Nicolò, all’email seratariver@gmail.com. Le ultime info sulla serata (location e costi) su queste frequenze e sulla pagina Facebook ufficiale dell’evento.