Quello appena trascorso – scrivo solo adesso, a tarda sera, perché ho usato la giornata come momento di decompressione, come le sale senza musica e bar, usate in discoteca per permettere a chi si è sballato di riprendersi un poco – è stato il week-end della tripletta. Tre serate fuori, tanti incontri, alcuni da dimenticare, altri che sono stati incastonati nel profilo virtuale del mio Instagram, dove resteranno per sempre, o quasi. La tripletta sono le tre serate “clou” – a mio personalissimo avviso, non me ne vogliano i signori di Amigdala et similia, ma l’effetto calamita tra loro e me non c’è stato, forse è un divertimento un po’ frigido e snob, forse un giorno ci si amerà – delle notti rainbow della capitale. Venerdì Mucca, Sabato Giam, Domenica Ah-però. Tre giorni lontano dalla redazione. Libertà totale, anche mentale. Ho spento il telefono di lavoro, o quasi, cercando di isolarmi dal vorticoso susseguirsi delle notizie, che ogni giorno sono costretto a rincorrere. Niente siti di informazione, niente giornali, neanche telegiornali. Solo persone reali, alcune arrivate per intercessione di una manina virtuale.

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A Muccassassina vado con due colleghi, un ragazzo e una ragazza, colleghi che non lavorano con me, mai e poi mai – che dopo una settimana di lavoro hanno la mia stessa voglia di dimenticare, perdersi, di staccare l’interruttore che si tiene collegati a quell’adrenalina professionale necessaria a resistere 13 ore in una redazione. C’è la notte Porno: attori hard che fanno sesso sul palco. Loro bruttarelli, cock ring orrendi, troppo pelosi, insomma, scena da perdersi, ma pazienza. Era, invece, tutto da gustare il solito pubblico eterogeneo, etero ed omo, di questa serata che ci fa essere tutti più puttane – se ancora ce ne fosse bisogno – e, soprattutto, più leggeri, e allora ben venga il Qube, i tre piani che sono una sorta di raffigurazione plastica dell’ascesa verso il godimento. Anche se il godimento sarebbe al secondo piano, la dark room, che paura, che orrore, niente sesso là. Ma non perché sia come quella vocina della coscienza finocchia che ti sculaccia se fai sesso con gli sconosciuti, per carità, vivo, lascio vivere e non giudico mai. Piuttosto, la gente la voglio vedere in faccia, prima, durante e dopo. Come ho visto in faccia il ragazzo abruzzese, lingue intrecciate, baci ovunque, anche al terzo piano, lì sì un bel godimento, interrotti dalle reciproche compagnie, amici miei, amici suoi, ci si vede alla fine, ma alla fine non ci si è visti. Sono salito sul taxi (impossibile trovare Uber a via di Portonaccio) e poi gli ho scritto, “esco, ci si vede presto”. Lui a far l’alba e poi a prendere il bus verso la sua città, l’università, gli esami, i suoi 21 anni. E io verso il mio letto. Un po’ di tosse. Di meno. Rientro alle 5. A casa c’è uno spagnolo. Anche lui universitario. Era venuto a casa mia prima di Mucca. Era stanco. Ci si conosceva già. “Posso restare a dormire qui?”. Strana richiesta, che assecondo. Ovviamente è rassicurante tornare in casa, sapendo che in una stanza c’è un’altra persona. Rassicurante per chi ha paura di sentirsi male, per chi, un po’, ha paura del buio. E della solitudine.

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Lo spagnolo esce presto di casa, mi sveglia alle 10, abbraccio, lo stringo forte, mi piace il profumo dei suoi capelli neri e ricci, la felpa bianca con le figurine sembra disegnata da Keith Haring. Non riesco più ad addormentarmi. Mi riposerò il pomeriggio, prima del Planet. E dopo la passeggiata al parco della Caffarella. Io, lui e il cane, un incrocio di pitbull più buono del mio gatto, che mi bacerà e leccherà sul viso. Bella passeggiata, lui mi racconta dei suoi problemi e vedo che vuole sfogarsi, lo sto a sentire, quel parco mi piace, mi sento sereno. Cerchiamo cose diverse, come spesso capita. Un saluto via kik, mentre torno a casa in auto, e penso che erano mesi che non passeggiavo così a lungo e, soprattutto, lontano da un ospedale senza avere l’ansia di sentirmi male. Al Planet, la sera, vado con un amico, 25 anni, master (universitario), bisessuale da poco, forse più gay represso, fidanzato ma di larghe vedute. Larghissime. Così larghe che potrebbe entrarci un’intera dark. Ma non siamo giudiconi, eh, suvvia. Mica siamo il popolo dei social, che se scopi sei una troia o una marchetta, e se trombi non puoi amare per davvero mai e poi mai, il mondo visto dalla prospettiva delle frigide (più per obbligo, che per scelta). Il manicheismo delle finocchie medie italiote è di un’idiozia disarmante. Ma tant’è. Sul palco c’è Mr Mads, solare come sempre. Arrivo tardi, Dj Brezet ha già finito. Volto rassicurante, il suo. Lo vedi, sai cosa aspettarti, e, quindi, stai bene. Trovo rassicurante anche il folle look di Mr Mads, la barba lunga e calda, il sorriso, lui che si toglie le cuffie e mi viene ad abbracciare. Giam, e mi sento a casa. Mi mancano soltanto le pantofole all’ingresso. Sono un abitudinario, amo riconoscere le persone, essere circondato da volti familiari, più o meno noti, cazzeggiare col vip di turno che è là sperando di venir citato da qualche parte, e invece farebbe bene a godersi la serata e basta. Causa reflusso, ho dovuto eliminare tutte le bibite gassate. Tutte tutte. E, quindi, mi restano i succhi: di ananas e pera. Niente arancia, troppo acida. Presto, però, tornerò a fare degli esperimenti. I farmaci stanno facendo effetto, senza senza tosse, insomma, una Coca zero ogni tanto può starci, no? L’ora legale spegne tutto un’ora prima, mi ruba un’ora di sguardi. Incrocio quelli di un ragazzo, nel privè Top della commerciale, barbuto, t-shirt bianca, sui 35 anni. Ci fissiamo, una, due, tre volte. Io col mio amico e altri che si sono associati, lui con altri amici. Chi fa il primo passo? Nessuno. Dietro di lui c’è Leopoldo Mastelloni, lo vado a salutare, ma in realtà è solo una scusa per avvicinarmi a lui. Lo perderò di vista. A fine serata, mentre esco dalla sala house un ragazzo mi appoggia le mani sul petto, mi fa segno di fermarmi, ma invece non mi fermo: l’ora e la sala mi fanno pensare che sia un po’ fatto. Passo. Niente bomba o ciambella, eliminati pure i fritti. Serata di sorrisi, qualche abbraccio, scivolo felice sotto le coperte. Senza lo spagnolo. Dove sarà? Mi ha detto che sarebbe andato all’Amigdala, per l’ultima serata al Rising Love.

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Domenica, lazy Sunday, everyday is like Sunday, forse. E’ la serata dell’Ah-però. La mia prima volta lì. Organizzatori frizzanti – #gnocchi 2,5 su 3 – location disastrosa con la nuova maledetta viabilità dei Fori pedonalizzati. La gente è, in parte, un riassunto del sabato e del venerdì, ritrovo tante persone già incrociate, qualche amico, persino l’amico dell’ex sparito dal 2011, sì, Allstarboy, l’innominabile che non è più innominabile da un bel po’ di tempo. Arriviamo tardi – 22.15 – il buffet chiude poco dopo, tanti tavoli pieni, molta gente fuma davanti all’entrata. Ma fumare è il solito pretesto per lo struscio, in quella sorta di dark luminosa senza sesso, gioco di sguardi, sfilata silenziosa e anche un po’ altezzosa. Difficile squadrarsi quando si sta mangiando e si è seduti, così c’è il giardino, che ricorda – non per dimensioni, ma per atmosfera – quello del Circolo degli Artisti (pace all’anima sua). Il pubblico è bello, solo gay (io con un collega etero, un po’ spaesato), ci sono molte persone che non avevo mai visto prima e questo è un bel segnale. Con la musica ogni tanto si raggiungeva qualche picco trash, ma mai eccessivo. Innamorato di un paio di Allstar nere con fantasmini. Riviste due persone che sono passate per questo letto. Peccato che la serata finisca presto, verso le 23.30 era quasi tutto concluso, eppure c’era voglia di continuare a stare ancora insieme. Voglia trasferita poi al Coming Out, stranamente pieno. Ritrovo Mr Mads, e qualche amico del sabato. Siamo pochi, sempre gli stessi, eh? C’è pure Sabatino, che quando stava ad Amici mi faceva sospirare, e a vederlo oggi, confuso tra la folla rimorchiante, ha perso un po’ del suo fascino. Fine serata in cornetteria, a chiacchierare fino alle 2, ci si lascia a malincuore, ma a Roma tutti sembrano già dormire, il lunedì è alle porte.

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Sono felice. Ho vissuto questi tre giorni morsicando bocconi di serenità, e oggi pomeriggio sono andato nel mio posto preferito, sull’Isola Tiberina. Da sempre. Niente prato, stanno girando un film. Mi accontento della banchina, piena di moscerini. Ma il Tevere è il Tevere, il tramonto pure. Qui la mia psicoterapeuta manda sempre i bambini che hanno paura dei fantasmi: fa disegnare l’oggetto delle loro paure su un foglio di carta e poi, accompagnati dai genitori, gli danno fuoco e gettano le ceneri nel fiume. Le mando una mia foto, mi risponde: “Getti via l’ansia”.

E un po’ l’ho buttata via, l’ansia, perdendomi tra i sorrisi, gli abbracci, e  la speranza che quegli intrecci di corpi diventino presto qualcosa di diverso e più profondo. Forse. Io ci spero ancora.

Buona notte blog.

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9 Responses to “La tripletta, incontri, incroci, insieme.”

  1. marcodon Says:

    Sensazioni notevoli!

    P.S. :…complimeti per il pacco ben confezionato sulle sponde del Tevere…

  2. Valentina C. Says:

    Sempre adorati questi tuoi post introspettivi. Tanto da spingermi a lasciarti un cuoricino da bimbaminkia ;) <3

  3. militare Says:

    Sempre un piacere leggerti. Fuggo la routine e mi getto a capofitto nella tua vita. Carica, sentita. ☆••

  4. sardigna Says:

    Mi appassiona sempre leggere i tuoi post. è un modo per far parte e conoscere la vita romana, anche se virtualmente, ad un cagliaritano.
    Sulla base delle tue descrizioni, sceglierò anche alcuni locali da frequentare quando a giugno verrò a Roma per il concerto di Tiziano

  5. Louis Says:

    Messaggio personale…non mi interessa che sia pubblicato. Poi, chiaramente, decidi tu cosa farne.
    Vorrei dirti che da anni ed anni, da quando hai creato il tuo blog, trascorro parte delle mie giornate a leggerti, sempre in silenzio e senza aver mai, prima d’ora, lasciato tracce di me. A volte vorrei prenderti solo a schiaffi, altre volte mi piacerebbe abbracciarti: per quello che scrivi, come lo descrivi, per i pensieri che ti attraversano.
    Di email così ne riceverai a bizzeffe, quindi non so se mi leggerai fino in fondo o se mai mi risponderai; ma non è tanto questo quello che mi importa. Ho trovato giusto farlo, punto.
    Dovessi capitare a Parigi, mi piacerebbe poterti conoscere. Un abbraccio. Luigi

  6. Eddie Says:

    Grazie Riv, sempre speciale.

  7. gm Says:

    Sempre bello leggerti. Contento per te per un po’ di felicità ritrovata! Un abbraccio

  8. nicola83 Says:

    Bella descrizione di tre giorni trascorsi nelle disco gay romane. Io per un po’ ho frequentato le disco gay, ma non so perché a me non piacciono. Mi annoiano. La sera preferisco un cinema.

  9. diz Says:

    Ciao River, ormai sono anni che leggo il tuo blog, mi hai accompagnato fra università, primo lavoro, secondo lavoro, terzo lavoro e infine in questa mia nuova avventura, compagno silenzioso, momenti di tranquillità in mezzo ai vari casini, una pausa.
    Sei una pausa perché sei lontano da me anni luce, mi dai modo di vedere anche “l’altro”, un altro che esiste, anche se non sei un altro da invidiare, ma solo da conoscere, un’alternativa-non-alternativa.
    Certe volte però mi fai proprio incazzare, come questa volta.
    Schernisci da un lato chi definisci “frigida”, rigettando le accuse ” se scopi sei una troia o una marchetta, e se trombi non puoi amare per davvero mai e poi mai” e riservi un’ultima stoccata “più per obbligo, che per scelta”.
    Io probabilmente visto da te sarei un frigido(a), non mi interessano avventure, non mi piacciono i locali, gay o etero che siano, però a differenza tua non giudico le persone a cui invece piacciono, ognuno ha il suo percorso e la sua storia, ma tutti meritano rispetto, soprattutto quando lo pretendono dagli altri.

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