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Dodici giorni sono molti da metabolizzare. Ancora mastico emozioni il cui sapore sentirò ancora a lungo. Un sapore difficile da raccontare. E’ un po’ come descrivere i colori, oltre il “chiaro e scuro” non si puo’ andare. Ci sono degli aggettivi che aiutano a capire, ma fotografare il cuore è praticamente impossibile. Ho aspettato un giorno. Ieri sera, atterrato tardi, ero francamente confuso. Triste per il rientro. Casa mia non mi mancava affatto. Il gatto sì, ma tanto quello si porta ovunque, dentro al trasportino e via. Oggi ho ripreso a lavorare, un dramma. Mi aspettano 17 giorni non-stop. Roba che manco nella Repubblica Popolare cinese. Ma si va avanti lo stesso. Pensando a quello che ci sarà dopo. Perché un dopo ci sarà. Sto lavorando per porre le basi per qualcos’altro. Forse. Intanto, ho pensato che il miglior modo di raccontare questi dodici giorni, fosse attraverso dei nomi, dei volti, delle situazioni che mi hanno fatto star bene. Come l’Heaven, la mia casa londinese. Tante cose mi mancheranno di Londra. Cercherò di elencarne alcune. E, forse, di scattare una fotografia di come mi sono sentito.

– Il primo non poteva che essere Leonardo, preziosa guida in questi giorni londinesi. Anche quando non era accanto a me, era come se ci fosse, con i suoi consigli via Whatsapp. Un river-lettore che si è preso la briga di venirmi a prendere in aeroporto e di introdurmi alla vita londinesi, dandomi una serie di dritte insostituibile. Oltre a fornirmi un contatto che si potrebbe rivelare molto utile. Paziente e per nulla invadente, anzi, sempre attento a non essere di troppo, Leonardo è stato la scoperta di questa Londra. E’ diventato mio consigliere numero 1 nella missione River in London (and not just for a vacation).

– Gli italiani a Londra. Quasi tutti informatici. Ragazzi d’oro, che qui han fatto la gavetta e ora hanno il loro buon stipendio e, in alcuni casi, hanno persino potuto comprare la casa ai genitori. Sono un gruppo molto coeso, sempre prodigo di consigli quando si tratta di aiutare un connazionale. Strano a dirsi, ma all’estero facciamo più gruppo che in Italia, accomunati come siamo dalla voglia di lasciare qualcosa che ci sta stretto. Ho conosciuto con piacere C., river-lettore discretissimo, compagno in una folle notte all’Heaven. La prima. Quella in cui, per la prima volta nella mia vita, ho ballato.

Coinquilinoetero è stato, again, una delusione. E’ vero che aveva i suoi problemi – di cui non scriverò – ma dopo esserci visti un paio di volte, speravo almeno in un saluto. Nulla. Le giornate sono scivolate via nell’indifferenza più totale e il giorno prima di decollare si è limitato a chiedermi a che ora fosse il volo. Non gli ho risposto. Gli avevo anche riportato le t-shirt che aveva lasciato a casa mia, un anno fa. Non credo che gli scriverò più. Credo che il capitolo sia chiuso.

– Il radiologo irlandese che è stato da me in hotel. Ricorderà i capelli a spazzola, gli occhi verdi, i denti identici a quelli del mio ex di Los Angeles. Ci siamo abbracciati, anche dopo aver fatto sesso. Poi è stato risucchiato dalle sue 12 ore di lavoro giornaliero, e adieu.

Luis, il bel Luis, quello del Festival Pier, incrociato prima di un tour sul Tamigi. Spedito i fiori, con invito a cena, declinato elegantemente. Non era destino. Ma almeno spero di averlo fatto sorridere. Felice?

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– La mia carta di credito ha retto fino all’ultimo, prima di esalare l’ultimo respiro. “Disponibilità esaurita”, il 15 agosto, giorno della partenza. Grazie di essere arrivata a quel punto. Prometto che ti pagherò.

– La fioraia del chioschetto a Embankment, che si era appassionato alla storia con Luis, ha voluto vedere la sua voto e, insomma, avrebbe voluto che fosse sbocciato l’amore. Non foss’altro per i successivi ordini floreali.

– Il giornalista italiano che lavora nella megaazienda della City. Mi ha accolto come un amico, dato consigli, fornito contatti, invitandomi a passarlo a trovare nell’ufficio ogni volta che volessi. Ci siamo visti tre volte, e ora abbiamo mantenuto un legame via email.

– Lo startupparo italiano, che si è trasferito qui da 4 anni, ha fondato la sua azienda e si fa un mazzo così dalla mattina a sera. L’Italia non gli manca più. Forse, perché qui a 27 anni è già riuscito a realizzarlo.

– La giornalista che mi ha fatto uno dei colloqui di lavoro. Tosta, professionale, mi ha cazziato perché sul curriculum ho indicato la data di nascita. Nel Regno Unito non è possibile discriminare, tra le altre cose, sulla base dell’età. Ergo, non va indicata. Mi ha dato una lezione. Forse la rivedrò, se sarò fortunato abbastanza.

– Il supergnocco toro incrociato prima in metropolitana e poi in un negozio a Oxford Street. Tutte e due le volte mi ha sgamato mentre lo fotografavo. Ma era davvero impressionante, da standing ovation. Il secondo classificato dopo Luis.

– Gli assistenti di volo Alitalia. Sia quelli dell’andata che del ritorno. A loro dovrebbero fare una statua. L’umanità non è una voce in busta paga e loro hanno dimostrata di averne molta, anche di pazienza. Mi hanno permesso di sedermi sul jumpseat, raccontato la loro quotidianeità, abbiamo scherzato e tutto per farmi passare quelle maledette due ore più un fretta possibile. Alla fine ce l’ho fatta, ma senza di loro non sarebbe stato possibile.

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– Lilly, graffitara francese comunista, che ci ha guidati nel tour della street art, a East London. Fossi stato etero, mi sarei potuto invaghire di lei e del suo accento sexy.

– Non mi dimenticherò mai di South Bank, dei suoi skater, delle discoteche improvvisate in pieno giorno in strada, del pulmino di Snog, delle mamme che fanno giocare i piccoli nelle isole di sabbia, degli inglesi che prendono quel poco sole che si fa largo tra le nuvole, dei ragazzi che fanno parkour.

Ale, river-lettore discreto, compagno di qualche notte in discoteca. Anche se a lui piacciono le bimbe, l’ho invitato a cena la prossima volta che tornerò a Londra.

– La metropolitana: anche qui, dopo anni, ho abbattuto un muro. A Roma avevo smesso di prenderla. Ma qui, anche se le gallerie sono minuscole, mi sentivo sicuro. Sarà che appena un treno si fermava, il macchinista dava informazioni su cosa stesse accadendo. Sarà anche per la presenza del personale di stazione che vigilava su ingressi e uscite. Insomma: mi sentivo safe in ogni momento, tanto che la mia claustrofobia si è data pace.

– I baci in discoteca. Rapidi, tra una chiacchierata e l’altra fuori dalla pista, davanti al bancone. Lingue intrecciate, il tempo di un abbraccio e un addio, camuffato da “see you later”.

– Ai Tesco e ai Saisbury aperti h24, ancora di salvezza dopo la discoteca. Ma, soprattutto, alle loro casse automatiche.

– La birra San Miguel.

– Giorgio, barista di Modena, venuto a lavorare un mese per imparare l’inglese. Dolce, bello e pure timido: quando gli ho mostrato le foto che gli avevo scattato per Instagram è quasi arrossito. Poi se ne è fatta scattare un’altra :)

– I buttafuori. Educati, sorridenti, scherzosi. C’era quello di colore dell’Heaven che una sera in cui ero sovrappensiero, prima di farmi passare ha preteso che gli facessi un sorriso: “You look nicer”.

Grazie Londra. Mi hai regalato tante emozioni. E ti prometto che ci rivedremo. Presto.

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Freak out

Un video pubblicato da River (@riverblog) in data:

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15 Responses to “#RiverInLondon/Dodici giorni di emozioni e incontri.”

  1. Alessandro Says:

    bella botta de vita, bravo! :D

  2. roberto Says:

    Ti capisco,adoro Londra

  3. ShyBlueGuy Says:

    Cinque minuti di emozioni, quelle che io ho provato durante la lettura del tuo post. Rabbia, felicità e speranza, per me che a 27 anni non ho ancora trovato la mia strada. Andare a Londra è uno dei tanti sogni nel mio cassetto!

  4. LDN Says:

    Le emozioni che puoi provare a Londra… Non ci sono tanti paragoni.
    Bel racconto River

  5. Angelo Says:

    Domani saró a Londra per la terza volta….magica cittá!

  6. nicola83 Says:

    Mi prometto di andare a Londra il prima possibile. Intanto a Settembre vado in vacanza a Barcellona :-)

  7. Gorthan Says:

    Londra non smette di sorprendersi.

    Son qui da 7 anni e oggi magicamente hanno deciso che la stazione della metro che uso per andare in ufficio non andasse bene e hanno messo 6 vasi con piante.
    Così.
    Di punto in bianco.

    Adoro Londra, anche se lei non l’ha ancora capito.

  8. LucaM Says:

    sono curioso,

    – ma Luis ha risposto o ha declinato semplicemente senza rispondere ai fiori? se ha risposto, complimenti all’eleganza!

    – comunque per me il toro che ti ha sgamato due volte monta (ehm) in prima posizione sopra Luis, che cosa non è! Ma quando ti ha sgamato di ha detto qualcosa, almeno la seconda volta? :)

    – secondo me il #radiologoirlandese te lo dovevi tenere stretto! :P sarà che da quel che ho visto era completamente e disperatamente il mio tipo!

    – verissimo sugli italiano a Londra, che non conosco ma che suppongo non poi così diversi dagli italiani a Parigi (o Berlino), magari con la differenza che a Londra fanno più soldi!
    Sono convinto che un po’ di tempo all’estero faccia cambiare la percezione, non solo dell’Italia, ma pure degli italiani. O almeno, che se ne scopra una parte migliore.

    – e la prossima volta, studiati come si fanno i curriculum per l’Inghilterra (tipo ad esempio io non sapevo che in testa al curriculum devi fare un “pitch” di due o tre righe, roba che in Italia è sconosciuta)!

  9. riverblog Says:

    Ammazza Luca, un interrogatorio!

    Luis non ha risposto. E il toro è stato al gioco :P Ha sorriso.

  10. LucaM Says:

    ahah dai alla fine le domande erano solo due ;)

  11. matt82 Says:

    Forza. . Io mi sono appena trasferito a boston a 33anni. si riparte da zero in tanti aspetti, la pensione probabilmente non la vedro’ mai, ma va bene lo stesso.. :)

  12. londonluke Says:

    L’inglese che era venuto a Roma sei riuscito a vederlo?

  13. Capozzi Says:

    Eppure io ci credo ancora che il coinquilino etero è la tua anima gemella. Non succede quasi ma a due come voi di credere che sia possibile…..

  14. riverblog Says:

    Londonluke, no.

  15. londonluke Says:

    Un motivo in piu’ per tornare ;)

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