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Chi ha passato più di qualche notte al GayVillage, non avrà potuto fare a meno di notare uno dei volti più freschi apparsi sul palco della kermesse dell’Eur. Lui si chiama Gabriele Bruschi, classe 1988, danzatore e trampoliere professionista. Originario di Chiavari, cresciuto tra le mura del Teatro dell’Opera (dove si è diplomato nel 2008), mi ha colpito per l’energia, l’agilità e quel sorriso che arriva anche nei momenti di massima concentrazione. Senza nulla togliere ai suoi colleghi, Gabriele spiccava in maniera inequivocabile. E oltre a essere un bravo ballerino, è anche molto fotogenico, come documentano queste foto, sopra e fuori dal palco.

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In bocca al lupo.

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Oggi un river-lettore ha voluto condividere con me il suo risveglio, dopo un pisolino pomeridiano a Carcavelos. Aperti gli occhi, si è trovato di fronte alla visione di questo ragazzo in slip. E, nel miglior stile riveriano, ha praticamente realizzato un book fotografico (grazie Fabio!).

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Doppio scatto allo stesso #gnocco.

September 30th, 2015

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Oggi pomeriggio, a zonzo per il centro, mi sono imbattuto in un bellissimo esemplare di #toronordafricanus, credo algerino o marocchino. Il ragazzo era al cellulare. Postato lo scatto su Instagram, un river-lettore mi ha linkato un’altra foto che aveva fatto allo stesso ragazzo, ma alla Feltrinelli, poche settimane prima. Piedi non bellissimi, ma lui comunque promosso.

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Quattro anni fa, istantanea.

September 29th, 2015

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E Facebook, con quel sul maledettissimo motore di ricerca di ricordi e sentimenti, ti sbatte in faccia status e foto di x anni fa. Di alcuni non ti importa più nulla, troppa acqua è passata sotto ai ponti. Altri ti colpiscono ancora. Come questa foto, che mi apparsa oggi in timeline. Sono River e micio. Il felino era appena entrato nella mia vita, aveva forse quattro mesi. Il cane, invece, era sempre più acciaccato. Eccoli, insieme, felici e sereni.

Quattro anni. L’altro ieri, praticamente. E questi attimi di felicità che scivolano via veloci, come la sabbia che raccogli in spiaggia ti cade via tra le mani, resta qualcosa, una foto, lampi del passato, così lontano.

Russi che amano il dolore.

September 29th, 2015

Tra tutti i video made in Russia questo, forse, è uno dei peggiori. Prove davvero dolorose: giovani che si fanno trascinare con le chiappe per terra; altri che bevono cera bollente; altri che si fanno incollare le schiene.

Perché?

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Si è tolto la vita, a 16 anni, perché non ce la faceva più. Ucciso da un mondo che non aveva accettato il suo orientamento sessuale. E ucciso di nuovo, nel giorno dei suoi funerali, dal parroco. Aleandro è stato salutato dalla famiglia nella chiesa di Floridia (provincia di Siracusa) due giorni fa. Davanti al feretro c’erano il padre, la madre, le sorelle. Una di loro stringeva tra le mani la sua foto. Dietro, tantissimi amici. Quelli che, le ore seguenti al tragico gesto – Aleandro ha scelto di impiccarsi – hanno raccontato su Facebook le difficoltà che stava vivendo in famiglia il ragazzo. Ma le parole che più mi hanno colpito sono quelle del parroco, che alla fine della funzione religiosa ha salutato i familiari ricordando che “Aleandro sarà libero da ogni colpa davanti alla infinita misericordia di Dio”.

Quale colpa, signor parroco? Aleandro non aveva colpe, a differenza di quanti non hanno saputo capirlo e aiutarlo ad accettarsi, a vivere con normalità una condizione che non ha nulla di “colpevole”. Aleandro era “normale”, un 16enne come tanti, che voleva soltanto amare. Ma era troppo debole, evidentemente, per sfidare un mondo a lui ostile.

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Il concorso Mr Pacco 2015 arriva nella fase finalissima, con i tre ragazzi selezionati. La scelta è stata complicata, lo confesso, soprattutto perché ero molto indeciso tra altri due (posso dirlo: Alberto di Trani e Ismael Alvarez), pacchi decisamente “notevoli”. Alla fine, seguendo anche le indicazioni arrivate dai river-lettori ho scelto Nicola, 25enne studente universitario di Genova; Frankie, 29enne di Marina di Massa; il 28enne Nicola di Pisa. Sotto, le loro foto.

A tutti e tre chiedo di inviarmi delle foto nuove, che saranno poi pubblicate con il giusto risalto. Suggerisco anche foto “innovative”, insomma, non il solito selfie al pacco, ma qualcosa di più. A tutti e tre invierò via email alcune domande.

Sotto, ricordo le foto dei tre selezionati.

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“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre”.

Incrocio questa frase in una timeline di Facebook che, di tanto in tanto, mi riserva delle sorprese, nel bene e nel male. Un lampo, che porta dietro un acquazzone di pensieri. Sono al lavoro. Ma mi fermo un attimo. Mi passano davanti agli occhi i volti di persone che combattono battaglie durissime, in queste ore. Persone che non conosco, non sono amici, neanche conoscenti. Me ne ha parlato l’amica S., al telefono, tra un cazzeggio e l’altro. C’è il ragazzo che va dal barbiere, routine, chiacchiera del più e del meno, e a un certo punto, mentre lo tocca dietro alla testa, scopre una piccola protuberanza. “Lo sapevi?”, gli chiede. E lui no, non lo sapeva, 40 anni alle spalle e tanti altri davanti. E, invece, no, davanti aveva un solo mese. Perché dopo che è andato da un medico, la tac, la risonanza, la diagnosi (tumore), c’è voluto un mese perché quel maledetto Male lo trascinasse via, per sempre. E me lo chiedo, come si è sentito, in quel mese. Attaccato alla vita, con la forza, mentre i medici, forse, scuotevano la testa, e gli dicevano “sarà dura, sarà impossibile, si prepari”. Ma ci si può preparare alla morte? No. Ce l’abbiamo tutti dentro, ma preferiamo non guardarla negli occhi, non ascoltare il suo richiamo, eppure aspetta tutti, non scappa nessuno, né quelli che viaggiano in Economy e neanche quelli che hanno 12 jet privati, ‘a livella serve a quello. E in un mese si è spento tutto, sogni, speranze, colazioni al bar, amori, albe e tramonti, notti con gli amici, parcheggi in doppia fila, sms di mamma che ti chiede come stai, prenotazioni di un lastminute. Tutto finito. Non si respira più, zero pensiero, reset. Ma qui non si riparte, capitolo chiuso, dentro una bara sigillata, che tutti dimenticheranno, prima o poi. E poi c’è A., lavora all’ingresso di una delle più grandi discoteche romane. La stazza del simpatico, barbuto, sempre premuroso, uno che ti chiedi come faccia a dire “no, tu non entri”. Da un mese ha iniziato la sua battaglia. Lo ha attaccato alla bocca. Ma non gli ha tolto il sorriso. Racconta sul suo profilo Facebook, perché anche quella è la sua famiglia, raccoglie pacche virtuali, si sfoga. Forse ha paura, non lo so, ma la dignità non lo ha abbandonato. Ma nessuno può sapere cosa vede quando spegne la luce, è nel letto solo, e si ritrova a guardare quel mostro che striscia nel suo corpo e lo vuole rubare alla vita. No A., non mollare, fiducia, speranza, tenacia, ce le hai, non lasciarle scivolare via. Un altro A., era in compagno di chiacchierate per la tromba delle scale. Quando mi volevo sfogare, passavo da lui, lui prendeva la sigaretta e mi ascoltava. Io lo chiamo sempre il mio “orso preferito”, lui che non è orso – ma robusto – manco gay, anzi, papà splendido e marito. Un anno fa, la leucemia, fottuta, il trapianto, la chemio, chiuso in una stanza del S. Andrea. E poi il cazzeggio su Facebook, gli amici che lo bombardano di messaggi, lui non molla, è cocciuto, e adesso è fuori. Trapianto fatto, strada in discesa. Ti penso spesso, perché ti voglio bene. Anche a te M., capelli e barba bianche, come quelle di Babbo Natale, anche tu paziente e confidente. Un papà, anche mio in fondo, perché mi ha guidato in tante scelte che ho fatto. Lo incontro mentre vado al Gemelli, mesi fa, per la tosse. E’ lui a dirmelo. Tumore. Chemio. Ma sorride. Mi abbraccia forte. La vita gli sta lasciando lividi che non cancellerà mai. Lo risento pochi giorni fa. Quasi mi vergogno a parlargli del mio lavoro, in fondo cosa ho da dirgli che potrebbe interessarlo in questa fase della vita? Ha finito il ciclo di chemio. Combatte con un fastidioso formicolio alle mani e ai piedi. Effetti collaterali di una cura che ti distrugge, per aiutarti a rinascere. Va a lavorare, anzi, non ha mai smesso, neanche dall’ospedale. Chiama, scrive email, risponde a tutti, mai scazzato. Lui. Sorride anche F. il fidanzato, l’amore di un dj che ha fatto da colonna sonora a tante mie notti in discoteca. A quarant’anni si è ritrovato a lottare con qualcosa che cerca in ogni modo di rendergli la vita difficile, che genera ostacoli quotidiani da superare, e fa di tutto per bloccarlo e non farlo vivere. Ma lui no, non si ferma, va avanti, fotografa e riprende il suo amore – da 17 anni – gli sta vicino, sorride. Incrocio il suo sguardo qualche sera fa, lui sta mangiando un piatto di pasta, lo saluto, so quello che passa, ma forse non posso saperlo, vorrei abbracciarlo ma in fondo chi sono io? C’è un muro che separa noi “sani” da chi combatte, coi denti, da chi non ce la fa più e vuole lasciarsi andare, da chi conta le ore che mancano al suo addio alla vita. Un muro che divide chi può pensare a dove andare a ballare e alla prossima vacanza e a chi, invece, non sa neanche se vivrà il prossimo Natale.

Sì, non sappiamo nulla delle battaglie che in tanti combattono. Cerco di essere gentile, sempre, e vorrei che pensassimo tutti a masticare delicatamente la felicità che, spesso, neanche vediamo.

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Che è successo a questi due giocatori del Barcellona?

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Mr Pacco 2015/I dieci finalisti.

September 23rd, 2015

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Alla ventesima mail di sollecito sul concorso Mr Pacco 2015 (alla quale ho risposto con le dovute scuse…), mi sono deciso a riprendere in mano la pratica e ad arrivare a dama con il concorso di Mr Pacco 2015. Ricapitolando: ci sono dieci finalisti, che presenterò in questo post. Alcuni hanno anche fornito una loro mini-bio, altri nuove foto. Ai lettori la possibilità di votarli. Entro venerdì comunicherò i tre superfinalisti. Ricordo che il vincitore potrà – se lo vorrà – essere intervistato, via mail, da River. Tema: il pacco.

Buona visione.

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Ieri sera, tornato dal lavoro, ho scoperto per puro caso una serie che mi ha tenuto incollato al cellulare per due ore. Sono crollato solo perché erano le due di notte. Si chiama “Worst place to be a pilot”, ed è andata in onda l’anno scorso su Channel 4 (e poi è stata ripresa in Germania). Una sola serie – e temo non ne abbiano in cantiere una seconda – con quattro episodi, che raccontano la vita dei giovanissimi aspiranti piloti, spesso inglesi, che vanno in Indonesia a lavorare per la Susi Air. La piccola compagnia, che usa solo aerei da tipo 3-4 posti, serve le isole indonesiane e, spesso, collega anche le tribù più remote, che non saprebbero come rifornirsi di cibo e medicine. Qui i piloti possono iniziare ad accumulare ore di volo, in condizioni di lavoro davvero folli. Il meteo è tra più imprevedibili, le piste di atterrraggio e decollo sono spesso “artigianali” e realizzate a mano dalle tribù; niente torri di controllo che ti assistono durante il volo; niente assistenti di volo o personale di terra. Spesso su un aereo c’è un solo pilota. Io già mi sono invaghito di Sam Quinn, biondino 25enne, ex cuoco. Tutti i piloti, qui, sognano un giorno di poter lavorare per una grande compagnia aerea. Anche perché le statistiche relative alla sicurezza della Susi Air non sono tra le più incoraggianti. Nella serie, di tanto in tanto, vengono inquadrati gli aerei precipitati sulle montagne, e i piloti li osservano dal loro cockpit. La serie mi ha colpito per le storie di questi ragazzi, che sono disposti a volare dall’altra parte del mondo e a lavorare in condizioni proibitive – sempre col sorriso in faccia – pur di realizzare il loro sogno. Un esempio.

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E’ ovvio dire che sui quei cosi non ci salirei manco morto, vero? Al limite se Sam mi tiene la mano.

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Kerry Degman, che rimane uno dei miei modelli preferiti – per quell’aria da torello sbarazzino – è il protagonista del lancio della campagna autunnale 2015 di Ron Dorff. Lo immortala Luc Braquet.

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Il tatuatore dei #calciatori.

September 22nd, 2015

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Scopro la pagina di Enzo Brandi, tatuatore napoletano (un vero artista), grazie alla segnalazione di un river-lettore, rimasto stregato da più di uno #gnocco fotografato mentre si fa disegnare la pelle. Molti calciatori – c’è pure Cannavaro, oltre ad alcuni che non saprei nominare – e anche diversi gnocchi.

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E sì, mi voglio sempre fare un tatuaggio, ma ho paura. Vorrei un posto vicino ad un ospedale, you never know, e qualcuno davvero esperto che mi aiuti anche a superare la paura degli aghi.

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