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Ivan Kuznetsov è un giovane russo che, probabilmente, non vuole invecchiare, viste le imprese di cui si è reso protagonista in questi anni. L’arrampicatore ha già scalato grattacieli e torri, tutte catalogate su un sito che fa venire i brividi. Molte foto sono anche un omaggio al popolo degli amanti delle sneakers.

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Ho provato a soffermarmi singolarmente sulle foto, ma non riesco a fissarle per troppo poco. Impressionanti.

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Visto che ormai tutti condividono tutto su Instagram, Alexandre Pato ha voluto mostrarci i suoi piedi, mentre vengono massaggiati da signora (non seguo le sue vicende: zia? Madre?). Che delusione. Davvero da 4. Almeno tagliati le unghie.

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Come avevo già detto, l’appuntamento del 3 dicembre sarà particolarmente ricco di sorprese. E sono molto felice di poter annunciare che ospiterà Michela Andreozzi, attrice, sceneggiatrice, regista e conduttrice. E, soprattutto, prima ad unirsi con il compagno, Max Vado, nel registro delle unioni civili in Campidoglio. Lo fece, disse, per solidarietà nei confronti delle persone Glbt che, ancora oggi, non si possono sposare. Difficile raccontare tutte le cose che ha fatto e dove ha lavorato, a oggi, Michela (per quello c’è Wikipedia). Molti la ricorderanno per le partecipazioni cinematografiche: Lucia, la moglie di Rocco Papaleo nel suo film di esordio, “Basilicata Coast to Coast”, e poi “Nessuno mi può giudicare” di Massimiliano Bruno, “Com’è bello far l’amore” di Fausto Brizzi, “Finalmente la felicità” di Leonardo Pieraccioni, “Stai lontana da me” di Alessio Maria Federici, “Fuga di cervelli” di Paolo Ruffini, “Tutta colpa di Freud” di Paolo Genovese, “Ti sposo ma non troppo” di Gabriele Pignotta, “Fratelli Unici di Alessio Maria Federici”, “Torno indietro” e cambio vita di Carlo Vanzina. È stata anche nel cast della 4ª edizione del Tale e Quale Show. Di lei ho avuto modo di apprezzare il suo primo cortometraggio da regista, “Dietro un Grande uomo”, che l’ha vista protagonista accanto a Luca Argentero.

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Ad apeRIVER, il prossimo 3 dicembre, Michela ci farà una sorpresa, sul palco.

Ti aspettiamo :)

Un video girato in vari Paesi del mondo, con donne e uomini che rispondono alla stessa domanda: “Come ti comporteresti se tuo figlio fosse gay?”. La stragrande maggioranza delle risposte è di accettazione. Ma alcune sono inquietanti: “Io lo manderei dal medico, per capire cosa ha che non va”. Purtroppo tra gli intervistati non c’è nessun italiano.

Al Big Brother con l’anaconda.

November 25th, 2015

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Lui si chiama Christian MJC, è stato un concorrente del Grande Fratello inglese. Seguitissimo sui social, occhi da quadro ma, soprattutto, munito di terza gamba. Come dimostra lo scatto catturato dal reality.

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Il prossimo appuntamento con l’#apeRIVER, come già annunciato la scorsa settimana, sarà il 3 dicembre (qui la pagina dell’evento). Solito orario (dalle 19 all’1), tanto intrattenimento, lecca lecca e sorrisi nel salotto del Race Club. L’ospite musicale sarà Dario Guidi, classe 1994, viso d’angelo. Anche lui proviene da un talent e non è un caso: penso che siano una fucina di talenti che non dovrebbero essere abbandonati a telecamere spente e, quindi, tengo particolarmente a farli passare per la nostra “vetrina”, dando la possibilità al pubblico di apprezzarli a telecamere spente. Dopo aver iniziato a studiare sin da bambino canto e recitazione, Dario si è avvicinato ad uno strumento particolarissimo, l’Arpa Celtica, con la quale si è presentato all’ottava edizione di “X-Factor Italia”. Qui è arrivato tra gli ultimi 6 finalisti della sua categoria. Attualmente è impegnato in alcuni concerti live e da febbraio sarà in scena al teatro Brancaccino, con lo spettacolo “Misura per Misura” per la regia di Valentino Villa. Il 3 dicembre, proporrà alcuni brani di Fabrizio De Andrè. E sarà un piacere ascoltarlo.

Welcome on board ;)

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Perfezione, pensierosa.

November 24th, 2015

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Certe foto non necessitano di commenti. Piuttosto, in questo caso, è difficile dire se ci troviamo di fronte ad uno scatto o ad un quadro, tale è la perfezione del soggetto.

La corsa dei rugbysti nudi.

November 24th, 2015

BLACKBURN RUGBY CLUB GUINNESS RUN 2014 – YouTube from chuck corell on Vimeo.

Giochi da rugbysti: correre nudi sul campo e scolarsi una birra. Vince che finisce prima. Peccato che non ce ne sia uno con misure accettabili.

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E’ passato un anno e mezzo da quando mi sono trasferito a Monteverde. Adoro la zona. Tanti negozi, collegata benissimo, vicina al GayVillage e al Giam (!). La vicinanza col San Camillo – sostanzialmente inutile, a parte la notte in cui mi hanno ricoverato per la pericardite – mi tranquillizza, la vista su Roma e i Castelli è straordinaria e, soprattutto, la casa è silenziosa. Due stanze su tre non confinano con nessuno (aggiungerei anche la cucina); la signora del piano di sotto è praticamente sorda e mi posso permettere di sentire la musica pure a mezzanotte; il gatto adora il suo secondo bagno; i vicini non si vedono e non si sentono; i cento metri quadrati si stanno rivelando comodissimi e mi permettono di ospitare tranquillamente gli amici (e non solo…). Insomma, la perfezione. Se non fosse per l’infiltrazione dal terrazzo condominiale, all’altezza della mia camera da letto, che, la scorsa estate, ha anche fatto crollare un pezzone di intonaco (stessa cosa che mi era successa tre anni fa, quando ero a Coppedé). Il condominio dovrebbe far partire dei lavori, ma da mesi rinviano la decisione finale. Per questo, da quattro mesi, ho iniziato a pagare un canone ridotto (da 1250 a 1100 euro al mese), ma devo dire che vedendo la chiazzona di umido nella stanza credo che non sia ancora abbastanza. Ed è in questi momenti che inizio a pensare alle cose in più che vorrei: tipo un terrazzo. E ho ripreso a guardare in giro per delle opzioni interessanti. Tra l’altro ho la sensazione che i prezzi degli affitti siano sensibilmente scesi e che, oggi, con 1250 euro al mese (escluse le spese) potrei permettermi qualcosa in più. Vorrei rimanere a Monteverde, al limite tornare a Trastevere, anche se mi affascina la zona di Monti (dove, ahimè, di terrazzi ce ne sono pochissimi).

Al gatto ancora non l’ho detto. In fondo non ne sono neanche sicuro. Ma una #cacciaalbuco molto soft sta ripartendo.

apeRIVER/Le foto del 19 novembre.

November 23rd, 2015

Ed ecco tutte le foto del secondo appuntamento con apeRIVER, firmate, come sempre, dal bravo Francesco Ormando. Tanti sorrisi, molte persone nuove, volti che vorrei rivedere. Amici di amici, conoscenti, amici e sconosciuto. Una girandola, in un salotto che si sta già preparando per l’appuntamento del 3 dicembre.

Giovedì, durante l’apeRIVER, qualcuno si è reso conto che proprio davanti al locale qualcuno aveva fatto affiggere (ovviamente in maniera abusiva) dei manifesti omofobi. Contenevano le solite farneticazioni contro matrimoni e adozioni gay. Potevano rimanere lì, a due passi dal Colosseo? No. Così il nostro prode #riverboy, aiutato da Giusva, si è arrampicato sul cartellone – con le auto che rallentavano per vedere che stesse facendo – e lo ha strappato.

Applausi, sono fiero di voi.

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E’ sempre difficile riavvolgere il filo della matassa che si dipana in questi appuntamenti all’ombra del Colosseo. Difficile, perché, almeno per quanto mi riguarda, le emozioni sono state tante. Anche le sorprese. Sta nascendo qualcosa che deve ancora prendere forma, ma quello che vediamo ci fa stare bene, perché percepiamo la serenità e l’allegria di chi ci viene a trovare. La gente è stata molta, più della prima volta, un dato che nessuno si aspettava. Ed è stato bellissimo, sentire le persone che all’ingresso dicevano, al buttafuori, “siamo qui per l’apeRIVER”, davanti alla foto di River Phoenix abbracciato a Keanu Reeves, su via Labicana. Ho incrociato volti di persone alle quali voglio anche un po’ bene, pur non conoscendole bene, perché me le ritrovo nei momenti importanti, quelli ai quali tengo di più. E io, con Lady Tatoo, a questo appuntamento sto tenendo sempre di più. C’erano ragazzi e ragazze, delle età più diverse. Molti non li avevo visti al primo appuntamento. C’era anche – una delle prime sorprese – un amico di Allstarboy. E chissà se sapeva tutto quello che c’era dietro a quel nome, a quel blog, a quel mondo. Vincenzo De Lucia, nelle vesti di Maria De Filippi, è stato straordinario. Una somiglianza impressionante. E’ un ragazzo simpaticissimo, che farà molta strada, dentro e fuori il piccolo schermo. E questo Mara Venier lo ha già capito, tanto che lo ha “adottato” come suo figlioccio. E poi che dire di Papasidero? La sua voce già la conoscevo e non avevo dubbi sulle sue capacità. A vederlo c’erano la madre e il padre, che alla fine ci hanno ringraziato. Ma io ho ringraziato loro per primi, per quegli occhi che guardavano il figlio con un amore unico. Mi ha anche fatto piacere vedere Simone Baroni, passato per un saluto e per parlarci del suo spettacolo teatrale (insieme ad un nutrito gruppo di giovani di Amici). Simone è una di quelle persone che, finito il programma, si è dato da fare e ha creato una sua agenzia di spettacolo, una scommessa dagli esiti tutt’altro che scontati. Tutti sono stati salutati da un Giusva in forma straordinaria. Un padrone di casa che si è sempre sforzato di trasformare la nostra casa, il The Race Club, in una casa di tutti. Un salotto accogliente e, soprattutto, eterofriendly. Perché all’apeRIVER c’è davvero di tutto, anche coppie etero che pomiciano sul divano. E poi i volti storici di realtà come GayVillage a Giam, da Imma Battaglia ad Annachiara Marignoli, venute per curiosità e anche – ce lo auguriamo – per affetto. Ci è anche passato a salutare Gianclaudio Caretta, già bello d’Italia, oggi impegnato su vari set (a breve con Gerard Butler e Gerard Depardieu). Bellezza notevole, la sua. I due nuovi riverboys, Andrea e Leonardo, si sono ambientati subito benissimo e, oltre a distribuire lecca lecca, sono riusciti ad entrare subito nello spirito di questo incontro.

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Ringrazio di nuovo tutti e tutte, per il calore, l’interesse, l’affetto. Ci si rivede il 3 dicembre. Tra qualche giorno le foto ufficiali della serata.

E’ bello scoprirvi, appuntamento dopo appuntamento.

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“Dicono che durante la nostra vita abbiamo due grandi amori. Uno con il quale ti sposerai o vivrai per sempre, può essere il padre o la madre dei tuoi figli: con questa persona otterrai la massima comprensione per stare il resto della tua vita insieme. E dicono che c’è un secondo grande amore, una persona che perderai per sempre. Qualcuno con cui sei nato collegato, così collegato, che le forze della chimica scappano dalla ragione e ti impediranno sempre di raggiungere un finale felice. Fino a che un giorno smetterai di provarci, ti arrenderai e cercherai un’altra persona che finirai per incontrare. Però ti assicuro che non passerà una sola notte senza aver bisogno di un altro suo bacio, o anche di discutere una volta in più. Tutti sanno di chi sto parlando, perché mentre stai leggendo queste righe, il suo nome ti è venuto in mente. Ti libererai di lui o di lei e smetterai di soffrire, finirai per incontrare la pace, però ti assicuro che non passerà un giorno in cui non desidererai che sia qui per disturbarti. Perché a volte si libera più energia discutendo con chi ami, che facendo l’amore con qualcuno che apprezzi”. Paulo Coelho.

Parto da qui. Parto da questa citazione tratta da “Lo Zahir“. E’ lei a riuscire a sbloccare un groppo in gola che avevo da una decina di giorni. Il groppo era un post che avrei voluto scrivere, parole che rimbombavano nella mia testa, stati d’animo che non riuscivo a collegare tra loro, anche se erano pezzi di uno stesso puzzle. Per farlo dovevo abbattere la diga che mi frenava dal farlo. Freno inconscio, che non mi consentiva di far scivolare le parole con quella naturalezza e spontaneità che è alla base di ogni mio appunto personale su questo diario virtuale. Parto da questo secondo grande amore che non c’è più, che ho perso per sempre, che è morto dentro di me, che non risponderà più a nessuna delle mie domande, che non sbatterà più la porta di casa per poi riaprirla, che non entrerà più dentro di me, che non mi sussurrerà più nulla, non urlerà più odio. Addio, per sempre, anche se vivi a qualche chilometro da me, ami, lavori, ti diverti nella mia stessa città, ignorandomi e, forse, cancellando tutto quello che c’è stato tra noi. Parto da questa citazione per smentirne una metà: è vero che ho avuto un grande amore e che l’ho perso per sempre. Ma non credo che ne avrò più altri con i quali vivere per sempre, caro Coelho. Scrivo queste parole dopo averci pensato su tutti questi dieci giorni, e lo faccio senza alcun approccio vittimistico, ma realistico. Forse ho esaurito la pazienza. Oppure l’entusiasmo di chi non sa cosa aspettarsi dalle persone, di chi non conosce già tutti i copioni possibili e immaginabili, di chi non sente di vedere un The end che arriva sempre troppo presto. Forse non ho più alcuna propensione a conoscere, ad approfondire nuovi rapporti sentimentali, a innamorarmi. Sì, credo di essermi stancato di aspettare qualcosa che non arriva. E non arriverà. Ed è partendo da questa mia consapevolezza interiore che sto meglio. Ho iniziato ad apprezzare gli amici e solo gli amici, i momenti che questi mi regalano, senza secondi fini, a mordere ogni attimo di vita senza pensare al dopo. Sì, capita di rimanerci male, ogni tanto. Quando con l’amica F. abbiamo flirtato col cameriere del Porto Fluviale, e lui giocava, e scherzava, e ammiccava, gli abbiamo allungato il mio bigliettino da visita – poco elegante, ma lavorava ed era l’unico modo per non dare troppo nell’occhio – eravamo entrambi convinti che si sarebbe rifatto vivo. Come il ragazzo conosciuto alla festa, il viso candido, la carnagione chiara come la purezza che hanno tutti i giovani di provincia trapiantati in una grande città. Sì, il numero te l’ho dato ma mentre l’ho fatto sapevo già che non sarebbe successo nulla. E non saprei neanche spiegare il perché. Il sesto senso di chi non vuol più sperare, in un messaggio, un’aggiunta su Facebook, banale dimostrazione di interesse. La generazione pompa-e-via viaggia al ritmo di cento like a post, una decina di offerte al giorno su Grindr, proposte che si sovrappongono l’una sull’altra, e allora che senso ha impegnarsi in qualcosa di complicato che sia fuori dagli scaffali dei self-service sessuali. In genere sono stato sempre io a fare il primo passo, con tutti. Se ripenso agli ultimi ex, è sempre stato così. E’ nel mio istinto, credo. Non più, adesso. L’istinto che mi guida è quello della chiusura a riccio. Prima andavo in discoteca pensando sempre di voler rimorchiare. Ma non ci ho mai provato, sono sempre stato con gli amici, la mia coperta di Linus, quella sotto alla quale nascondersi quando si vedeva qualcuno di interessante, che puntualmente ci scivolava via, tra dark room e abbracci altrui. E da quando – sia lodata Londra e l’Heaven – ho iniziato a ballare, il pensiero di approcciare un ragazzo, di iniziare un corteggiamento che un tempo mi divertiva ancora, mi è totalmente passato di mente. Fuori dal mio cuore l’intenzione di voler e poter incontrare qualcun altro che non sia un compagno di letto, per quella mezz’ora in cui ci si svuota il corpo, mentre il cuore continua a rimanere impermeabile. Passano gli anni e ci si abitua a non aprirsi più. Chi si apre è perduto, penso. Le delusioni passate ci hanno reso più forti e l’indifferenza è una medicina assai economica e facile da ingerire. Una telefonata dal cameriere mi avrebbe fatto piacere, avrei accarezzato volentieri quelle braccia ricoperte di tatuaggi. Col ragazzo di provincia sbarcato a Roma sarei andato al cinema – a tanto sono arrivato a fantasticare i quindici minuti in cui abbiamo parlato al bar. Ma in fondo adesso che non è arrivata ho avuto la conferma di cui avevo bisogno. Non sono pronto per amare, non voglio più amare, solo circondarmi dall’affetto incondizionato di persone in grado di trasmettermi una serenità che può farmi stare bene. Non amo più da 4 anni e non mi voglio più lamentare. Non saprei neanche dire se alla base dei mancati intrecci ci sia il mio target d’età troppo giovane, i ventenni son volubili e non potrebbero mai offrirmi ciò di cui ho bisogno, al netto di rapide congiunzioni carnali. Già. Di cosa ho bisogno? Mi sono abituato a vivere solo. Un po’ come ci si abitua ai dolori sopportabili, quelli per i quali non val la pena prendere un Oki o andare dal medico, ma che ci dimentichiamo presto di avere. Una gengiva infiammata, un’unghia incarnita, una screpolatura. Basta distrarsi e passa tutto.

E’ una scorza dura quella che si è formata intorno a me. Ogni tanto, da dentro, qualcosa si muove, uno slancio verso una persona appena conosciuta, la fantasia inizia a correre verso cene, cinema, teatri, aperitivi insieme. Qual è il sapore della felicità di coppia? Me lo chiedo ancora. Litigavamo sempre, spesso, in fondo non so neanche cosa sia la serenità libera dalla gelosia, dall’ansia, dalle preoccupazioni, dalle minacce. Forse non è mai stato amore, ma solo un sentimento malato dominato dalla voglia di possedere qualcuno. Non lo so. Ho poche risposte questa sera.

Sì, una telefonata me la sarei aspettata. Ma in cuor mio sapevo che non sarebbe arrivata. E so che non ne arriveranno altre.

Hello from the other side
I must’ve called a thousand times
To tell you I’m sorry for everything that I’ve done
But when I call you never seem to be home

Buona notte blog.