Ed eccola, la valanga di sorrisi firmati apeRIVER. Straordinari, come sempre.

E mentre a Roma c'era il diluvio, da Marmo si ascoltavano Kaligola (Pagina ufficiale), Andrea Orchi e Federico Baroni. Ecco i vostri sorrisi :)Si tagghi chi può e vuole!

Pubblicato da apeRIVER su Lunedì 29 febbraio 2016

 photo 55.jpg

Non so da dove iniziare. Forse dal diluvio universale. Sono le 20.30, le prime persone sono arrivate, gli artisti hanno fatto il sound-check, ci siamo conosciuti, abbiamo messo a punto la scaletta. Nello staff di Marmo è entrato anche un nuovo cameriere, che gentilmente ci mostra di cosa sono capaci i suoi addominali. Insomma: alle 20.30, dopo i primi lampi (con smadonnamenti), ecco che viene giù l’iradiddio. Il diluvio. Non la pioggiarella molesta, eh. Le secchiate. Bombe d’acqua. Guardiamo il cellulare, per vedere le eventuali disdette dei tavoli. Nulla. La gente continua ad arrivare. Alcuni un po’ infradiciati. Altri che hanno sfidato i laghetti naturali che si era formati sotto la Tangenziale. Roba da rimanere a bocca aperta. La gente si siede persino in giardino, sotto la tettoia (con funghi): non avevo considerato quanto fosse bello ascoltare la pioggia. E, quindi, la serata va. Io emozionato come fosse la prima volta. I soliti amici intorno. Alcuni arrivati da fuori Regione, tipo da Arezzo e Recanati (e grazie di aver preso un treno per noi, il vostro affetto è unico). Sul palco sale la delicatezza di Andrea Orchi, un gentleman vero. Oltre che un talento. E poi Kaligola, 18 anni e una grande energia dentro. Il baby-rapper canta 4 canzoni che formeranno il sul nuovo album. In anteprima e rigorosamente dal vivo: ormai la formula magica di questo aperitivo. Un mantra, al quale si aggiunge la voglia di scommettere sui giovani talenti. Ogni volta vedo volti nuovi, altri ritornano, alcuni mi sembra di averli già visti. E’ una famiglia che si allarga, e confesso che questa cosa mi riempie d’orgoglio. Perché questo apeRIVER è riuscito a farmi dare una nuova dimensione a questo blog. Una dimensione reale, fatta anche di contatto fisico, di parole scambiate sotto ad un tendone, con il diluvio. Ovviamente ero molto curioso di sentire la canzone “River”, creata da Federico Baroni per raccontare l’incontro tra due persone, una di Roma e una di Torino, che si sono trovate a vivere un weekend in sintonia. No, non è una dedica, un omaggio, una romanticheria rivolta a #torinese. Soprattutto col senno di poi e alla luce di quello che è successo nei giorni a venire. “River” è, piuttosto, il racconto di quelle parentesi di cui la nostra vita è piena, di quelle meteore che ci fanno star bene per un po’, e che poi escono all’improvviso, a volte sbattendo la porta. Prima dell’aperitivo, con Federico eravamo andati in copisteria a viale Ippocrate (tuffo nel passato…) a stampare un po’ di copie del testo, per condividerlo con i presenti. Davvero bello. Non lo pubblico perché con gli inediti non si fa. Chi c’era c’era, e chi, invece, non c’è stato aspetterà. Quel che è certo è che la canzone “River” non morirà e, invece, crescerà. E’ un brano fondamentalmente dolce, c’è della rabbia, tanta malinconia. Ci sono delle domande. E, soprattutto, c’è la capacità di un ragazzo di 22 anni di saper tradurre in musica alcuni post scritti sul tema. Federico sale per fare cinque canzoni, alcune cover e poi alcune che ha scritto lui. Anche una sul coming out di un amico. Ne farà in tutto nove. E’ un crescendo, di emozioni ed energia. Applausi (anche per il batterista #guancerosse). Sullo schermo, in loop, le immagini del film “Harvey Milk”, mai giornata è stata più appropriata. Tra il pubblico c’è anche Leiner, ci è venuto a salutare con la compagnia teatrale in scena al Brancaccino con “Misura per misura”, di cui fa parte Dario Guidi. Passa anche Alessandra Machella, incuriosita da questo gruppo davvero unico. I Riverboys cercano di non annegare, quando escono in giardino, a distribuire lecca lecca. Se non ci fossero loro, la serata non sarebbe la stessa. Abbiamo anche una new entry: è Alessio, istruttore di nuoto (applausi), che va ad aggiungersi ad Andrea e all’altro Alessio.

 photo 88.jpg

Due settimane fa, di giovedì c’era mezza Italia incollata alla tv per Sanremo. Ieri il diluvio. Ma ad apeRIVER c’è sempre il sole. Perché c’è un pubblico davvero unico. Che ringrazio di cuore. Per aver creduto in noi e aver condiviso una serata di emozioni.

Nei prossimi giorni, come sempre, le foto ufficiali della serata, sulla pagina Facebook di apeRIVER. Ci si vede il 10 marzo. Sempre da Marmo.

Read the rest of this entry »

A pranzo con F., dopo 9 anni.

February 24th, 2016

L’appuntamento è dagli Spaghettari. Che è il posto dove voglio andare quando ho bisogno di sentirmi a casa. E’ una specie di costola del mio salotto. Dove non ceno mai e dove non ho neanche un tavolo da pranzo. Ergo, si va a piazza San Cosimato, dove ho lasciato un pezzo di cuore nell’anno vissuto a Trastevere. Con F. ci saremmo dovuti vedere a Londra, mesi fa, durante uno dei miei due viaggi. Lui si è trasferito lì, lavora in una galleria d’arte. Si è laureato a Roma, e 4 anni fa se ne è andato via, dagli amici, dagli affetti. Giovane e determinato. Sicuramente competente, se è riuscito a farsi squadra in una città di squali. A Londra non siamo riusciti a incrociarci, busy boy. A nessuno di noi due piace farci pregare, quindi abbiamo rinviato il momento dello svelamento. E così, qualche giorno fa, mi ha scritto che sarebbe venuto a Roma per l’inaugurazione di una mostra. F. è un personaggio particolare. Spigoloso. Dolcemente spigoloso, direi. Abbiamo condiviso la conoscenza con una persona importante (per me). Lui non lo sapeva. Fino a quel momento. Quel pranzo è servito a dirglielo. F. è stato amico di Allstarboy, dopo la nostra rottura. Si sono conosciuti nel mondo delle gallerie romane. Quello che torinese schifa (ché poi mi son documentato, e secondo F. non sono così malaccio). Ci si vede alle 14. F. è appoggiato ad un palo, tra i tavoli del ristorante e quelli del bar. Sono in ritardo di cinque minuti. Arrivo da dietro, lo saluto con una pacca sulla spalla. Ha un sorriso da foto. E, infatti, penso che lo fotograferò a breve. Penso, tra me e me, che lo fotograferei spesso, se vivesse ancora a Roma. Sono curioso di ascoltare la sua vita. A Londra. E’ innamorato, ma a breve dovrà separarsi dal suo compagno. Si parla del lavoro. E di Roma che gli manca. Il sole gli accarezza la testa, la foto è perfetta. Non ha problemi a mostrarsi, anzi, gli fa piacere misurarsi con il mondo dei riverlettori. A differenza di torinese, che invece quei lettori li teme perché sa che più di uno è una sua conoscenza, e poi gli altarini si svelano e non si può più giocare alla treschetta segreta, ecc. ecc. Tra un rigatone e l’altro, mostro ad F. una foto speciale. E’ di Allstarboy. Sì, ricorda, ovviamente. Strana sensazione. Allstarboy aveva conosciuto F., di nome, tramite il blog. Qualche volta avevamo parlato di lui, di quel viso così fotogenico e riveriano. Mi aveva colpito, ovviamente. E così è stato strano scoprire che dopo di me si sono conosciuti. F. non sapeva che quella persona fosse Allstarboy. Anzi, fosse stata. Perché Allstarboy è un nick nato e morto sulle pagine di questo blog. Oggi non c’è più. E le ragioni le sappiamo un po’ tutti. Apprezzo la discrezione di F., nelle domande, nei racconti. Ci salutiamo, promettendo di rivederci. Ci sentiamo al telefono il giorno dopo. Mi fa piacere.

F. segue il mio blog da 9 anni. Tanti. Non ci eravamo mai incontrati fino a quel giorno. Ma ho avuto la sensazione di conoscerlo. Di sentirlo vicino a me. Un filo invisibile che ci univa. In fondo aveva condiviso aspetti della mia vita (mentre io mi sono limitato a sfogliare le sue foto…). E lo ringrazio qui per la sincerità con la quale mi ha detto che il mio blog non lo ha seguito sempre e che, anzi, un periodo gli sono stato pure sul cavolo e ha smesso di leggermi.

Così come ringrazio G., che mi ha scritto in questi giorni, pure lui da Londra. Ringrazio il coinquilino della sua amica, in particolare. Tanti anni fa, ospite a casa sua, sbirciò sul suo pc e vide che era aperto sulla pagina di River Blog. Da allora passa a farmi visita.

Intrecci con anime sparpagliate per il mondo (o per Roma…) che, ad ognuno di questi incontri, mi fanno sentire meno solo.

You are a part of me.

 photo 20160223_131833 1.jpg

E alla fine ho ripreso in mano le scatole. Nuove. Sono andato a comprarle a piazza Zama, su consiglio di R. Prima andavo sempre da Ikea, ma non mi andava di guidare fino a Porta di Roma. Ne ho comprate 30, una decina di metri di plastica con le bollicine, tre nastri di scotch. Non basteranno, l’ultima volta erano 40. Penso di tornare al negozio il prossimo week-end. Stavolta le scatole tocca riempirle a me, della mia vita. L’altra settimana ho cercato di mettermi in contatto con l’ultimo traslocatore. Era simpatico, giovane, gay, si era occupato del trasloco da Trastevere a Monteverde. Ma non c’è più. Un incidente grave in Calabria, otto mesi di coma, e la morte. Non ho ancora cancellato il suo cellulare dalla rubrica. Così mi sono affidato a chi mi ha pitturato questa casa. Egiziano, tuttofare, ha detto che organizza tutto lui. Speriamo. Fa tutto, meno le scatole. E così ho iniziato a prendere questi pezzi di vita e ad organizzarli. Sono partito dai libri. Quelli dell’università. Del lavoro. Dell’esame da giornalista professionista. E’ la sesta volta che cambio casa dal 2011, ma ogni volta è un tuffo al cuore, riprendendo in mano pezzi del mio passato. Un passato che vive ancora dentro di me. Non sono tante le cose alle quali sono affezionato. Forse le cartelline dei ricordi. Quelli con le lettere (quando ancora si scrivevano), le foto (quando ancora si stampavano), i regali, i biglietti di auguri, e poi pezzi degli ex e degli amici, portachiavi, tazzine del caffè, telefoni cellulari da collezione. I mobili dovrebbero entrare tutti nella casa nuova. Forse un divano di troppo, ma vedremo di sistemarlo in qualche modo. Entra anche l’armadio a tre ante, in camera da letto. Il contratto devo ancora firmarlo, il padrone di casa vive a Palermo e ancora non sa se salire o se mandare all’agenzia una copia firmata. La data del trasloco dovrebbe essere nel week-end del 6 marzo. Con i proprietari della casa dove sto adesso dovremmo aver trovato un accordo: ormai si parla solo tramite avvocati, ma più o meno ci siamo. Lascio solo i due mesi di caparra (sigh), ma non pago nessuna penale per non aver rispettato la disdetta dei sei mesi. Non conosco bene la zona di piazza della Repubblica, devo intanto capire dove si trova il più vicino supermarket h24, il bar per la colazione, il ristorante aperto dopo le 24. Gli Spaghettari si allontanano, peccato. Si allontana anche la mia adorata Trastevere. Ogni volta mi chiedo cosa troverò, se ci sarà qualcuno che vivrà con me quella nuova casa. Chissà, come ho scritto più volte ho smesso di pensarci. Questa di Monteverde è stata la casa degli incontri mordi e fuggi (in alcuni casi tutti da dimenticare) e, quindi, non la associo a nessuno in particolare. Del resto sono anni che ciò non avviene. Dai tempi di piazzale degli Eroi, dove è sbocciato e fiorito l’amore per L. e per AllStarboy. In quella casa ho vissuto per sette anni. Mio record personale.

Sarei rimasto volentieri qui, se il soffitto non fosse venuto giù. Cambio, per non affezionarmi. Perché gli anni scorrono via veloci, e voglio viverla tutta, questa Roma dalla quale penso sempre di andare via, prima o poi.

(Yes, I try loving myself, all day long, but I still can’t figure out how to do that)

Non ho scritto di unioni civili, in questi giorni, perché volevo aspettare che chi ci rappresenta – noi gay, noi italiani, noi cittadini – si chiarisse le idee. Che sedimentassero accordi, più o meno dichiarati. Che tutti si chiarissero le idee. Che il governo capisse fino a che punto era pronto ad arrivare. Insomma: se era disposto a metterci la faccia. Per noi gay. Le cronache delle ultime ore sono un colpo al cuore. Raccontano di un governo che scende a compromessi con gli omofobi – chi ci nega diritti non deve essere definito in altro modo – pur di darci un contentino. Meglio le unioni civili che niente, hanno detto in queste ore autorevoli esponenti del movimento Glbt (penso a Paola Concia e Ivan Scalfarotto). Già. Perché è un primo passo, ci dicono. Meglio di niente. Meglio non darla vinta all’esercito di bigotti che vogliono continuare a farci rimanere cittadini di serie B. E, invece, io credo che sia sbagliato. E’ sbagliato cedere, su un diritto fondamentale. Ovvero il diritto all’amore. Ho letto tanti pareri, autorevoli colleghi (Tommaso Cerno) hanno persino incitato alla rivolta fiscale (“non paghiamo le tasse”), senza pensare alle conseguenze per uno che ha uno stipendio di mille euro al mese e non ha certo i mezzi per gestirla, una rivolta contro la macchina del Fisco. Ma tant’è. Sono stanco, deluso, scoraggiato. Il 5 si manifesta in piazza, e mi chiedo a cosa serva. Io penso che se anche non manifestassimo, se anche al Family Day fossero scese in piazza 2 milioni di persone e 200 persone a Svegliati Italia, ecco, il governo avrebbe comunque dovuto approvare una legge su unioni civili e stepchild adoption. Siamo rimasti indietro, l’Europa ci guarda come i bigotti, quelli che continuano a discriminare i gay e a non voler entrare nel gruppo di Paesi che quei diritti, invece, li concedono. Penso che se avessi un fidanzato, un amore, una persona stabile al mio fianco, sarei costretto ad andare all’estero, a sposarla. Penso che il Paese al quale sto dando il mio tempo, le mie energie, la mia creatività, anche il mio cuore, non mi tiene in considerazione. E penso che questo non sia giusto. Semplicemente. Non è giusto, caro presidente del consiglio che dovresti parlare anche in mio nome.

Non ho le forze per guidare battaglie, agitare le masse, e non vedo neanche qualcuno in grado di farlo per me. Non questo movimento Glbt, frammentato, diviso da liti, spaccato anche sulla linea da tenere nei confronti della proposta del governo di allearsi con Ncd e di sbianchettare quelle “adozioni”, così scomode e così poco amate dalle gerarchie cattolicheggianti. Abbiamo perso, ancora una volta. Non abbiamo trovato nessuno in grado di tutelarci, a fondo. Siamo la lobby (cit) più debole, sgangherata e inconcludente che ci possa essere. E, infatti, non siamo lobby.

Sono stanco. E credo che questo Paese non meriti quelli che, come me, vogliono solo che il proprio amore venga riconosciuto.

 photo federicobaroni2.jpg

Federico Baroni ha 22 anni. E’ laureato in economia alla Luiss, oggi alle prese con un master, e, con la sua voce, ha già girato mezza Italia a bordo di un camper: in 28 giorni ha cantato in 22 città, presentando cover e brani che lui stesso ha scritto. Sarà lui, il 25 febbraio (canterà insieme a Kaligola e ad Andrea Orchi) a portare sul palco una novità, mai accaduta in 13 anni di blogging: canterà una canzone, scritta di getto in questi giorni e ispirata alla vicenda di #torinese. Un incontro, 48 ore insieme, e quel ciao che ha il sapore di un addio (?): il brano si chiama “River” e Federico lo ha composto dopo aver letto i post di questo blog. Confesso che la cosa mi ha fatto piacere, perché vuol dire che le mie parole hanno smosso qualcosa, in lui (e, forse, in qualcuna di quelle quattromila persone che passano di qui ogni giorno). Federico non mi ha voluto far leggere il testo, ha detto che sarà una sorpresa. E, quindi, giovedì starò lì sotto al palco di “Marmo” ad ascoltarlo. Magari mi porto un po’ di fazzoletti di carta :)

Intanto, grazie Federico di avermi fatto questo regalo. Me lo ricorderò per sempre.

Facile cancellare le persone. Blocchi, rimuovi, defollowa. Cancellazioni virtuali, palliativi, ci si sente soddisfatti nel momento in cui si clicca sul pulsantino magico, ma tanto poi le foto viste, gli status letti, i like che sono stati, ci rimbombano dentro. Tanto da farci immaginare anche quelli che seguiranno. E il silenzio non c’è, l’immaginazione colora quella pagina bianca, colori scuri, e noi dobbiamo continuare a guardare, spilli sotto gli occhi come in Arancia Meccanica. Alla fine gliel’ho detto, non seguirmi più, via dai social, il botta e risposta di questo giorni con #torinese mi ha svuotato. Inutilmente, perché sarebbe bastato parlarci l’ultima sera, la sera di quel ciao che sapeva di addio, e via. No big drama. E, invece, ecco la partita a ping pong in cui non si vince niente, anzi no, tu la medaglia riveriana te la sei già portata a casa, no? Ai post e tweet ha sempre fatto seguito un tuo messaggio su Whatsapp, legittimo, puntualizzazioni, puntini sulle i, quelle che sceglievi tu. Quasi volessi difendere la tua reputazione (postuma), ciò che resta dopo una fine. Per lasciare un bel ricordo. “No, i miei non erano abbracci da Caritas”, “sì, ci possiamo rivedere, quando lo vuoi”, ecc. Un po’ di mancanza di tatto, di cui non ti rendi conto, ne son certo. Ma l’ego dei ventiepassa-enni è sempre fermo su un bel piedistallo, abituati come sono ad essere ammirati e (tristemente) rincorsi. “Quando vuoi sai dove trovarmi”, che sembra tanto lo slogan di Telefono Amico, “Se hai bisogno chiamaci”. Se tu mi vuoi trovare ok, dai per scontato che River ci sia, lui è lì dal 2003, c’è sempre, eternamente blogger, single in attesa di un’anima gemella. E’ una visione dell’interazione solo apparentemente river-centrica: “Se River mi vuole vedere, ok”. “Se River mi vuole parlare, gli rispondo”. Non è normale, il desiderio deve essere a doppio senso, sennò si finisce in una strada a senso unico e senza via di uscita. Apprezzo comunque lo sforzo, a quanto pare titanico, di librarti sopra il livello massimo al quale volevi mantenere questa interazione: livello leggerezza, impegno 0,1, no stress, no panic, no frills. Tutto quello che è al di sopra, va buttato nell’inceneritore. Che poi ormai andrebbe fatta solo la differenziata (le cose belle da una parte, quelle brutte da un’altra, quelle miste ce le teniamo in attesa di risolverle), ma si sa, più facile bruciare tutto. Va bene, ci si è provato, abbiamo due velocità diverse, bilance che pesano la leggerezza in modo diverso, anche il peso è relativo.

Basta. Niente sabbie mobili, anche io preferisco la leggerezza, i cani che si mordono la coda alla fine cadono a terra e a capovolgere gli equilibri ci gira solo la testa. Non mi piace buttare sassi in un mare che li inghiotte, senza rispondere. E facendo finta di niente. Due post, venti sassi, la risposta da Telefono Amico. Del resto, spesso far finta di nulla è già una risposta. Un silenzio è la versione più elegante del “no”. E allora va bene così. Ci metto un po’, ma ci arrivo. Grazie anche alle mie spalle, A. e G., come farei senza di voi (e senza la No Limit della Vodafone?).

Prenderò le nostre foto, le accarezzerò dentro di me e le incollerò nell’album dei ricordi. Senza rabbia, con una carezza a quello che è stato.

(Caro Federico Baroni, ti ho incrociato per caso, ma mi hai stregato e, per questo, ti rubo queste parole:
A volte basta aprire gli occhi essere realisti
capire che non siamo eterni
i passi fatti indietro sono giusti
ed è così chiaro che le cose tra noi non hanno un senso
eppure continuiamo a stringerci la mano
a volte basta aprire gli occhi per scoprire che la realtà non è come nei sogni)

 photo kaligola.jpg

L’anno scorso è stato il più giovane partecipante al Festival di Sanremo, nella categoria Nuove Proposte. Classe 1997, Kaligola si è anche aggiudicato il premio per il Miglior Testo, con la canzone Oltre il Giardino. E noi siamo lieti di averlo come ospite al nostro apeRIVER, il prossimo 25 gennaio, nella nuova location di “Marmo”. Felici di essere vetrina di nuovi talenti, giovani, che sicuramente continueranno a fare ancora molta strada. Romano, al quinto anno di liceo scientifico, ha pubblicato il suo primo brano, su Youtube, a 14 anni. Viene notato dalla RWM Records, che decide di produrre i suoi primi due singoli ufficiali, Fanciullino Rap e Nottetempo. Dopo Sanremo 2015, esce il suo primo disco, che contiene undici canzoni scritte dallo stesso ragazzo, con la collaborazione di Enrico Solazzo e Dario Rosciglione. Nel 2015 compone un brano inedito per Infernet, film di Giuseppe Ferlito sulle tematiche del bullismo in rete. Adesso sta lavorando già al suo secondo album. Infaticabile. E noi siamo curiosi di sentirlo sul palco del nostro aperitivo.

 photo kaligola-1000x667.jpg

Benvenuto a bordo!

Alla fine il copione cambia. Di poco. Una piccola postilla, che non modifica sostanzialmente l’impianto della sceneggiatura che si è scritta per il nostro incontro. Nella tua tre giorni romana, quella post-River, con i tuoi amici made in Torino o giù di lì, persone taggabili non relegate al closet degli one-night-stand, scegli di ritagliare il tempo necessario per un saluto, una cena. Le mani le metti subito avanti, trait d’union di tutte le nostre uscite, specificando che “promesse non puoi farmene”, che quello che ho scritto nel post è vero, ma che puoi/vuoi salutarmi. E va bene, salutiamoci, diciamoci pure un ciao che potrebbe avere i colori dell’addio o, in alternativa, quelli di un ipocrita arrivederci ad un futuro vago. “Restiamo in contatto”, “keep in touch“: non c’è nulla che mi faccia rabbrividire di più, quelle frasi di circostanza che son peggio di un “non voglio più vederti”. Sì, meglio un rifiuto chiaro e onesto, che un abbraccio destinato a morire affogato nell’indifferenza. Ci vediamo dopo la redazione, sera tardi. Mi sento come un condannato a morte che sa già quale sarà il destino di quell’appuntamento. Ghigliottina emotiva, tagliamo la testa alle mie fantasie, the end. Non mi aspetto colpi di scena, proposte, baci, promesse, ma solo pillole amare che avrai provveduto a indorare a dovere. Eppure vado. Una parte di me spera che accada qualcosa, un imprevisto che ti porti a cancellare l’appuntamento. Sì, preferisco non sapere, non andare a scontrarmi contro il muro della realtà. Di tanto in tanto, fantastico, in fondo è gratis e tu non lo verrai mai a sapere. Come un bambino che vuole andare a Disneyland e sfoglia le immagini del parco su Google, navigo sul sito di Trenitalia, vedo orari, tariffe, cerco di immaginare gli incastri possibili con i miei week end di riposo. Il prossimo non lavoro, potrei salire. Poi c’è la realtà, il sogno inizia a franare sotto le certezze – poche – maturate in questi giorni. A Torino c’è il mondo, la casa, la dimensione dei taggabili, i coetanei, le tue storie, il tuo ex, i trombamici, c’è tutto. E io non sono niente. Niente, una due giorni di pompini e musica, colazioni e pranzi, risate e passeggiate, tutte cose che hai, avresti, sotto casa, pronte, ogni giorno, comodamente ready to use. Continuo a fantasticare, forse sarebbe meglio che scendessi tu, quando non lavori in galleria, quando ti va. Ma il punto è tutto lì: se ti andasse, non sarei qui a farmi film, ma ne avremmo già parlato. Non io, tu. Io avrei smesso di partorire idee abortite prima ancora che te le possa comunicare, e tu avresti proposto. Non è successo, perché non ti va. Io ti capisco, in fondo. In questi anni hai pescato le tue relazioni, i tuoi affairs, i tuoi intrecci, nel condominio torinese che ti ha regalato così tanti sorrisi e selfie raggianti. Chi te lo fa fare? Io no. This River isn’t strong enough. Inutile spiegarti che le distanze sono centimetri, capovolgerle ed azzerarle è un gioco da ragazzi, quando si vuole davvero stare insieme. Ma quando la voglia non c’è, 700 chilometri sembrano oceani. Ricordo ancora l’intreccio che ho vissuto da 21enne (universitario e lavoratore…) con quell’attore bello bello a Los Angeles. Un anno e mezzo, su e giù, lui che è venuto due volte a Roma, io che sono andato lì 4 volte. Tredici ore di volo. T-r-e-d-i-c-i, uno stopover, tanto sonno e ansia. Ma ogni volta che ci si rivedeva, ci si divorava dalla gioia. Penso anche alla storia con L., bolognese trapiantato a Milano, mesi di viaggi Roma-Bo-Mi, e poi il trasferimento a Roma. Bullshit. Il libro dei sogni è di una carta che evapora appena inizi a toccarlo con le tue mani. E la nostra non è una storia. E’ una scopata spalmata su 48 ore.

 photo 22_4.jpg photo IMG-20160213-WA0003.jpg

Why can’t we overcome this wall?
Baby, maybe it’s just because you didn’t know you at all.
Kiss me, please kiss me
But kiss me out of desire, babe, not consolation.

Mi aspetti appoggiato alla ringhiera, davanti a Palazzo Chigi. Hai le mie Vans rosse, troppo rosse per portarle io, più giuste per i tuoi capelli scapigliati. E indossi pure il berretto che ti avevo preso il primo giorno, in una mia pausa pranzo. Il tuo deve essere un omaggio ai doni che sono stati. Ricordi di un blogger sognatore, un po’ fesso. Entri in auto. Niente baci, sono al telefono con A. Neanche quando attacco. Anzi. La prima domanda che mi fai è: “Dove andiamo”. E poi puntualizzi: “Stiamo vicino, sì?”. Mi spiazzi. Il sottotitolo è chiaro: ho poco tempo, e non mi va di venire da te. In verità non ci avevo mai pensato, di portarti a casa mia. Sarei voluto andare al solito posto, agli Spaghettari dove abbiamo pranzato il primo giorno che ci siamo visti. Ma quando ti dico Trastevere, reagisci come se ti avessi detto di prendere un treno da Torino a Roma: “A Trastevere? Così lontano? E come torno?”. Già. Come torni? T’accompagno io, s’intende, ma la voglia mi è già passata. Dentro di me vorrei uscire dall’auto, andarmene e basta, ma niente. Torno indietro, giro intorno a piazza Venezia, e torno verso via del Corso. Parcheggio. Lo stomaco mi si è chiuso. Non ho un goccio di saliva in bocca. Delle cose che vorrei dirti, non ti dirò nulla. Mi specifichi anche che la mattina dopo ti devi alzare alle 7. Che poi devi partire per Napoli, dove continuerai il tuo corso, con i taggabili. Penso che Napoli-Roma è Ostia-Roma con il traffico della via del Mare, questo week end non lavoro, potevamo rivederci a Roma, chissà. Penso troppo, mi pare evidente. Parcheggio, ti dico che non ho fame, che è meglio passeggiare. Magari tornando verso la casa dove alloggi con i tuoi amici. Sì, tanto non riesco a godermi nulla di quell’attimo. Cammino in silenzio. Mi chiedi cosa abbia. Non lo so neanche io, parole strozzate in gola, inghiottite dalla paura di essere deriso. Arrivati a piazza Navona, riesco a proferire qualche frase munita di senso. Ti spiego che ci siamo conosciuti per davvero solo in questi due giorni. Che in questi tre anni, fatti di messaggi randomici, nessuno di noi due ha seriamente pensato all’altro. Ecco, vorrei dirti che ho iniziato a vederti con occhi diversi, banalmente perché mi hai fatto stare bene. Nulla di più. Mi rendo conto, e te lo dico, che la nostra concezione della vita, le nostre scelte, sono inevitabilmente diverse, visti gli anni che ci separano. Tu hai un visione molto torinocentrica. Tutto è lì, le migliori gallerie d’arte, i migliori amici, i migliori fidanzati, la migliore università, le migliori foto sorridenti nei migliori parco sotto un sole che avete solo voi. Insomma, è una lotta impari, noi romani dobbiamo accontentarci di essere degli italiani di serie B, la Lega è tornata, Salvini docet. Non cerco neanche di controribattere alla tua personalissima classifica di gradimento personale delle città italiane. Rispetto la tua scelta. Mi dici che hai un contratto da onorare fino a novembre. E va bene, mica stavo chiamando una ditta di traslochi per farti venire a Roma. Mi accontento di qualche week-end, penso tra me e me, quelli in cui non lavoro, quelli in cui voglio drogarmi di leggerezza e baci. Poi iniziamo entrambi a farfugliare, a iniziare frasi che non finiamo, a non dire quello che pensiamo. Tu perché hai paura di ferirmi, io perché non voglio essere ferito. “Ci siamo divertiti questi due giorni”, mi dici. E poi puntualizzi: “Non ne farei un dramma di questa situazione”. Già. In fondo è giusto così, lui sa bene che “un pompino lo rimedio in un minuto se voglio” (cit.) e, di conseguenza, sa che gli basta sfogliare il catalogo dei ventenni barbutelli, che gli ricordino un po’ l’ex, per iniziare a scrivere un’altra storia. Tutta geolocalizzata a Torino. Avrà messo un filtro speciale, chissà, tutto interiorizzato. Fuori da Torino si scopa, si saluta, ma non si va oltre. Mai. Mi sento che sto per scoppiare. Ovviamente non voglio piangere, non posso, la dignità me lo impedisce. Non penso che piangere sia un segnale di debolezza, anzi. Ho pianto, per te, e va bene così. Penso semplicemente che non ti meriti di vedermi così, in fondo hai il treno per Napoli che ti aspetta, la vita, tua, fuori e lontano da me. “Andiamo verso la macchina”, sei tu a proporlo, meglio così, mi hai letto nel pensiero. Arriviamo davanti a Palazzo Chigi, l’auto è dietro la Galleria Sordi. Mi fermo. Ti dico che è meglio salutarci. Allarghi le braccia, un abbraccio non si nega a nessuno in fondo? Non lo voglio. Non ho mai amato frequentare gli sportelli della Caritas, la beneficenza non m’appartiene, meglio morire (di fame). Passo oltre. Non piango. Chiamo A. Parliamo. E piango. Raggiungo degli amici. Cerco di sbianchettare al più presto quelle emozioni, quei “no” inzuccherati che hai cercato di travestire da “forse”.

 photo 11.jpg

Un’ora dopo, Trastevere, sono seduto a tavola, abbracciato ad un amico. Un abbraccio che è come una flebo nutriente in quella notte che sa di addio. Inizia a lampeggiare la lucetta del cellulare che mi segnala le notifiche. Mi dici che ti dispiace, che siamo stati bene e che possiamo stare bene di nuovo, ma che “dobbiamo stare tranquilli”. Ah, e poi, visto che non ci siamo salutati a dovere, mi mandi un abbraccio.

Parole. E penso anche che siano di circostanza. Avrei voluto rivederti, è ovvio, senza pensare al futuro, a novembre, a Roma. E quando navigavo sul sito di Trenitalia, già mi emozionavo all’idea di abbracciarti di nuovo, pensando al sapore della tua saliva, l’odore dei tuoi capelli, le carezze sulle mani, i piedi intrecciati alla mattina quando ci si sveglia. Emozioni annegate in un mare di ovvietà. Possiamo rivederci, ovvio. Un po’ come possiamo morire, oggi o domani o tra 12 anni. O come possiamo vincere al Superenalotto. O, più realisticamente, tu puoi imbatterti in un nuovo fidanzato, all’università, in galleria, nel tuo mondo, in quella realtà taggabile nella quale non sono entrato.

Did you say, “No, this can’t happen to me”
Did you rush to the phone to call
Was there a voice unkind in the back of your mind
Saying maybe you didn’t know him at all
You didn’t know him at all, oh oh, ya didn’t know.

Non abbiamo avuto la forza di non lasciarci scivolare via.

Rientro dal lavoro, domenica sera, pioggia, stanco. Te ne sei andato, come preventivato, senza colpi di scena, senza sequenze alla Pretty Woman, limousine sotto casa, citofonate, sorprese, mazzi di rose, inviti a C’è Posta per te. Niente. Ciao ciao, non è cambiato niente, tutto come prima. Tutto come da copione. Che non ho scritto io. Ma ci può stare, anni di assenza, pochi contatti, in fondo non credo di averti mai cercato in modo particolare, dopo il nostro primo e unico incontro, attraverso questo blog.

 photo 22_3.jpg photo 1_5.jpg

170 settimane fa. Scorro l’album delle foto su Instagram. Operazione rischiosissima. Dribblo one night stands, due case, micio young, vacanze veneziane, estati al GayVillage, instant crushes, meteore di ogni genere, delusioni fatte addominali. E poi arrivo a quei due scatti. Sul mio divano. Davanti al quartiere Coppedè, la mia terzultima casa (tra poco sarà la quartultima…), quella in cui è crollato il soffitto del bagno. Appuntamento al Verano. Pioveva. Anzi, diluviava. Poi da me. Due ore di baci, leggo l’hashtag che dice tutto. Io sono in pigiama. Mi ricordo di essermi inzuppato. Tu avevi le scarpe fradice, erano AllStar, ovviamente. Siamo rimasti umidicci ad abbracciarci, vivendo quella parentesi per quello che era: qualcosa di irripetibile. Avevi la tua vita a Torino, e lo rimarcavi sempre. Che non ti saresti potuto spostare e che, non lavorando, non potevi certo viaggiare frequentemente. Era una scusa, mi dico, se ci si vuole vedere, si abbattono tutte le barriere, anche economiche. Ma, in fondo, quella pillola poteva essere ingerita così com’era. Forse ero ancora troppo preso da Allstarboy. Ci salutiamo. I baci che ci scambiamo mi sembrano profondi, di quelli che non mi capita di dare spesso. E non mi importa che la cosa possa non essere reciproca. La felicità può essere anche a senso unico, se presa a piccole dosi.

Rileggo le conversazioni che abbiamo avuto in queste 170 settimane. I vaghi “vediamoci”, il tuo raccontarmi delle storie, dei tradimenti, delle gelosie, del fidanzamento (e di lui che non sarebbe stato felice se fossi sceso a Roma), del mio lavoro. Nulla di più. “Sì, dai, prima o poi ci si ribecca”, sassi lanciati nel mare e destinati a scomparire alla chiusura della chat. Promesse da one night stand che su quei baci non sono pronti a scommettere, a investire. Quasi 700 chilometri ci separano, altri amici, vite così diverse, tu studi, io lavoro. Uno di noi ha ancora tutta la vita davanti, 23 anni e sentire tutta la loro spensieratezza, l’altro ha tanti album dei ricordi da sfogliare e in tasca solo un pezzo di pessimismo da masticare all’occorrenza. Non ci siamo cercati, è vero. Non più. Niente buon Natale, buon compleanno, niente curiosità su quello che accade nella mia vita, sulle cose che scrivo. Sul tuo profilo Facebook non vado spesso, quando capita sei con i tuoi coetanei, e non riesco ad immaginarmi in una foto con te. Ma del resto è questo il destino di una parentesi, niente contaminazioni di mondi e affetti. Ma tant’è. Arriva l’apeRIVER, a novembre, ti informi, dovresti scendere a dicembre. Il viaggio salta. Me la prendo. Mi riscrivi a gennaio. Nel frattempo ti sei lasciato, anche se il tuo ex è una presenza che aleggia intorno a te. Vi vedete ancora, qualcosa capita, una storia che pare non volersi chiudere. Arrivi e ti materializzi con lo stesso identico sapore di 170 settimane fa. Il sapore dei baci, della saliva, la forza di te che mi stringi. No, non può essere passato tutto questo tempo. Se ci penso, vorrei piangere. E da solo piangerò. Perché so che restiamo sempre e solo una parentesi, limitata nel tempo, divisa nello spazio, unita da un pensiero che non è abbastanza forte e che non è in grado di smuovere le barriere materiali che ci separano, di unire vite così diverse. Però stiamo bene. Quando balliamo. Andiamo al teatro, e ci teniamo per mano. Passeggiamo. Parliamo. Non del passato, di quello che è stato. Sarà che non mi interessa, voglio solo il tuo oggi, esserlo. Il domani è fuori da quella parentesi, argomento tabù. Nelle foto di gruppo chiedi di non essere taggato, evidentemente ci sono cose che non posso sapere, persone della tua vita che vorrebbero sapere ma non possono neanche loro. Lascio scivolare via il pensiero tra le cose ininfluenti; le parentesi, del resto, non hanno il diritto di essere presenti nella timeline della quotidianità. Ceniamo con una mia collega, ormai cara amica. Si fa colazione insieme. Sembra tutto così maledettamente normale, e la cosa mi piace.

 photo 66.jpg photo 777.jpg

Te ne vai. Da casa mia. Resti a Roma per altri giorni, per un corso, con degli amici. Vorrei rivederti, e te lo dico. Ma non è possibile. O meglio, non vuoi. Del resto lo hai detto tu stesso, che a Roma non potrai più venire, perché hai la tua vita a Torino, che devi finire le tue cose lì, che hai un mondo ad aspettarti, più grande dei baci che ci siamo scambiati. Ho apprezzato la tua brutale sincerità. Uno schiaffo, su guanto chiodato, che ha avuto l’effetto (per fortuna?) di far evaporare sogni e fantasie. Un po’, lo confesso, inizio ad essere stanco, ad accusare la fatica di questi scontri frontali coi muri della realtà, mi sento come un maratoneta che è vicino a raggiungere la sua meta, quei 42 chilometri che deve correre sudando e faticando. Vorrei fermarmi prima, avere il coraggio di barare, chiudere tutto, piombare nel buio, ma la paura mi consente ancora di continuare a correre. E’ il destino dei curiosi, di quelli che non vogliono andarsene all’improvviso abbracciando il vuoto, perché poi non saprebbero cosa succederebbe. Grazie curiosità, se sono ancora qui è merito tuo.

La vita (mia) è così. Trovarsi per riperdersi subito dopo, senza avere il coraggio di dirsi addio.

Come ad ogni apeRIVER che si rispetti, anche stavolta, su uno schermo sarà proiettata una pellicola cult. Non tanto per la storia del cinema, quanto per quella personale di River. Film che lo hanno segnato, e che raccontano un pezzo del suo passato. Stasera, da Marmo, presenteremo, “Giovani, carini e disoccupati” (ovvero Reality Bites), film del 1994, con, tra gli altri, Winona Ryder e un sempre bellissimo Ethan Hawke. Colonna sonora d’eccezione: tra i tanti brani, quello di Lisa Loeb, che ho avuto la fortuna di conoscere quando ho vissuto a Los Angeles.

Read the rest of this entry »

Jérome Jarre, classe 1990, è uno dei ragazzi più seguiti al mondo su Vine. Oggi si occupa di gestire video-stelle come lui. Questo è l’incontro con Joe Jonas, nella toilette. Un posto dove tutti vorremmo vederlo, vero?

Foto con il terzo incomodo.

February 10th, 2016

 photo wheel6.jpg

Lui, lei e l’altro/a. Scatti di imbarazzo.

Read the rest of this entry »