Alla fine il copione cambia. Di poco. Una piccola postilla, che non modifica sostanzialmente l’impianto della sceneggiatura che si è scritta per il nostro incontro. Nella tua tre giorni romana, quella post-River, con i tuoi amici made in Torino o giù di lì, persone taggabili non relegate al closet degli one-night-stand, scegli di ritagliare il tempo necessario per un saluto, una cena. Le mani le metti subito avanti, trait d’union di tutte le nostre uscite, specificando che “promesse non puoi farmene”, che quello che ho scritto nel post è vero, ma che puoi/vuoi salutarmi. E va bene, salutiamoci, diciamoci pure un ciao che potrebbe avere i colori dell’addio o, in alternativa, quelli di un ipocrita arrivederci ad un futuro vago. “Restiamo in contatto”, “keep in touch“: non c’è nulla che mi faccia rabbrividire di più, quelle frasi di circostanza che son peggio di un “non voglio più vederti”. Sì, meglio un rifiuto chiaro e onesto, che un abbraccio destinato a morire affogato nell’indifferenza. Ci vediamo dopo la redazione, sera tardi. Mi sento come un condannato a morte che sa già quale sarà il destino di quell’appuntamento. Ghigliottina emotiva, tagliamo la testa alle mie fantasie, the end. Non mi aspetto colpi di scena, proposte, baci, promesse, ma solo pillole amare che avrai provveduto a indorare a dovere. Eppure vado. Una parte di me spera che accada qualcosa, un imprevisto che ti porti a cancellare l’appuntamento. Sì, preferisco non sapere, non andare a scontrarmi contro il muro della realtà. Di tanto in tanto, fantastico, in fondo è gratis e tu non lo verrai mai a sapere. Come un bambino che vuole andare a Disneyland e sfoglia le immagini del parco su Google, navigo sul sito di Trenitalia, vedo orari, tariffe, cerco di immaginare gli incastri possibili con i miei week end di riposo. Il prossimo non lavoro, potrei salire. Poi c’è la realtà, il sogno inizia a franare sotto le certezze – poche – maturate in questi giorni. A Torino c’è il mondo, la casa, la dimensione dei taggabili, i coetanei, le tue storie, il tuo ex, i trombamici, c’è tutto. E io non sono niente. Niente, una due giorni di pompini e musica, colazioni e pranzi, risate e passeggiate, tutte cose che hai, avresti, sotto casa, pronte, ogni giorno, comodamente ready to use. Continuo a fantasticare, forse sarebbe meglio che scendessi tu, quando non lavori in galleria, quando ti va. Ma il punto è tutto lì: se ti andasse, non sarei qui a farmi film, ma ne avremmo già parlato. Non io, tu. Io avrei smesso di partorire idee abortite prima ancora che te le possa comunicare, e tu avresti proposto. Non è successo, perché non ti va. Io ti capisco, in fondo. In questi anni hai pescato le tue relazioni, i tuoi affairs, i tuoi intrecci, nel condominio torinese che ti ha regalato così tanti sorrisi e selfie raggianti. Chi te lo fa fare? Io no. This River isn’t strong enough. Inutile spiegarti che le distanze sono centimetri, capovolgerle ed azzerarle è un gioco da ragazzi, quando si vuole davvero stare insieme. Ma quando la voglia non c’è, 700 chilometri sembrano oceani. Ricordo ancora l’intreccio che ho vissuto da 21enne (universitario e lavoratore…) con quell’attore bello bello a Los Angeles. Un anno e mezzo, su e giù, lui che è venuto due volte a Roma, io che sono andato lì 4 volte. Tredici ore di volo. T-r-e-d-i-c-i, uno stopover, tanto sonno e ansia. Ma ogni volta che ci si rivedeva, ci si divorava dalla gioia. Penso anche alla storia con L., bolognese trapiantato a Milano, mesi di viaggi Roma-Bo-Mi, e poi il trasferimento a Roma. Bullshit. Il libro dei sogni è di una carta che evapora appena inizi a toccarlo con le tue mani. E la nostra non è una storia. E’ una scopata spalmata su 48 ore.

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Why can’t we overcome this wall?
Baby, maybe it’s just because you didn’t know you at all.
Kiss me, please kiss me
But kiss me out of desire, babe, not consolation.

Mi aspetti appoggiato alla ringhiera, davanti a Palazzo Chigi. Hai le mie Vans rosse, troppo rosse per portarle io, più giuste per i tuoi capelli scapigliati. E indossi pure il berretto che ti avevo preso il primo giorno, in una mia pausa pranzo. Il tuo deve essere un omaggio ai doni che sono stati. Ricordi di un blogger sognatore, un po’ fesso. Entri in auto. Niente baci, sono al telefono con A. Neanche quando attacco. Anzi. La prima domanda che mi fai è: “Dove andiamo”. E poi puntualizzi: “Stiamo vicino, sì?”. Mi spiazzi. Il sottotitolo è chiaro: ho poco tempo, e non mi va di venire da te. In verità non ci avevo mai pensato, di portarti a casa mia. Sarei voluto andare al solito posto, agli Spaghettari dove abbiamo pranzato il primo giorno che ci siamo visti. Ma quando ti dico Trastevere, reagisci come se ti avessi detto di prendere un treno da Torino a Roma: “A Trastevere? Così lontano? E come torno?”. Già. Come torni? T’accompagno io, s’intende, ma la voglia mi è già passata. Dentro di me vorrei uscire dall’auto, andarmene e basta, ma niente. Torno indietro, giro intorno a piazza Venezia, e torno verso via del Corso. Parcheggio. Lo stomaco mi si è chiuso. Non ho un goccio di saliva in bocca. Delle cose che vorrei dirti, non ti dirò nulla. Mi specifichi anche che la mattina dopo ti devi alzare alle 7. Che poi devi partire per Napoli, dove continuerai il tuo corso, con i taggabili. Penso che Napoli-Roma è Ostia-Roma con il traffico della via del Mare, questo week end non lavoro, potevamo rivederci a Roma, chissà. Penso troppo, mi pare evidente. Parcheggio, ti dico che non ho fame, che è meglio passeggiare. Magari tornando verso la casa dove alloggi con i tuoi amici. Sì, tanto non riesco a godermi nulla di quell’attimo. Cammino in silenzio. Mi chiedi cosa abbia. Non lo so neanche io, parole strozzate in gola, inghiottite dalla paura di essere deriso. Arrivati a piazza Navona, riesco a proferire qualche frase munita di senso. Ti spiego che ci siamo conosciuti per davvero solo in questi due giorni. Che in questi tre anni, fatti di messaggi randomici, nessuno di noi due ha seriamente pensato all’altro. Ecco, vorrei dirti che ho iniziato a vederti con occhi diversi, banalmente perché mi hai fatto stare bene. Nulla di più. Mi rendo conto, e te lo dico, che la nostra concezione della vita, le nostre scelte, sono inevitabilmente diverse, visti gli anni che ci separano. Tu hai un visione molto torinocentrica. Tutto è lì, le migliori gallerie d’arte, i migliori amici, i migliori fidanzati, la migliore università, le migliori foto sorridenti nei migliori parco sotto un sole che avete solo voi. Insomma, è una lotta impari, noi romani dobbiamo accontentarci di essere degli italiani di serie B, la Lega è tornata, Salvini docet. Non cerco neanche di controribattere alla tua personalissima classifica di gradimento personale delle città italiane. Rispetto la tua scelta. Mi dici che hai un contratto da onorare fino a novembre. E va bene, mica stavo chiamando una ditta di traslochi per farti venire a Roma. Mi accontento di qualche week-end, penso tra me e me, quelli in cui non lavoro, quelli in cui voglio drogarmi di leggerezza e baci. Poi iniziamo entrambi a farfugliare, a iniziare frasi che non finiamo, a non dire quello che pensiamo. Tu perché hai paura di ferirmi, io perché non voglio essere ferito. “Ci siamo divertiti questi due giorni”, mi dici. E poi puntualizzi: “Non ne farei un dramma di questa situazione”. Già. In fondo è giusto così, lui sa bene che “un pompino lo rimedio in un minuto se voglio” (cit.) e, di conseguenza, sa che gli basta sfogliare il catalogo dei ventenni barbutelli, che gli ricordino un po’ l’ex, per iniziare a scrivere un’altra storia. Tutta geolocalizzata a Torino. Avrà messo un filtro speciale, chissà, tutto interiorizzato. Fuori da Torino si scopa, si saluta, ma non si va oltre. Mai. Mi sento che sto per scoppiare. Ovviamente non voglio piangere, non posso, la dignità me lo impedisce. Non penso che piangere sia un segnale di debolezza, anzi. Ho pianto, per te, e va bene così. Penso semplicemente che non ti meriti di vedermi così, in fondo hai il treno per Napoli che ti aspetta, la vita, tua, fuori e lontano da me. “Andiamo verso la macchina”, sei tu a proporlo, meglio così, mi hai letto nel pensiero. Arriviamo davanti a Palazzo Chigi, l’auto è dietro la Galleria Sordi. Mi fermo. Ti dico che è meglio salutarci. Allarghi le braccia, un abbraccio non si nega a nessuno in fondo? Non lo voglio. Non ho mai amato frequentare gli sportelli della Caritas, la beneficenza non m’appartiene, meglio morire (di fame). Passo oltre. Non piango. Chiamo A. Parliamo. E piango. Raggiungo degli amici. Cerco di sbianchettare al più presto quelle emozioni, quei “no” inzuccherati che hai cercato di travestire da “forse”.

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Un’ora dopo, Trastevere, sono seduto a tavola, abbracciato ad un amico. Un abbraccio che è come una flebo nutriente in quella notte che sa di addio. Inizia a lampeggiare la lucetta del cellulare che mi segnala le notifiche. Mi dici che ti dispiace, che siamo stati bene e che possiamo stare bene di nuovo, ma che “dobbiamo stare tranquilli”. Ah, e poi, visto che non ci siamo salutati a dovere, mi mandi un abbraccio.

Parole. E penso anche che siano di circostanza. Avrei voluto rivederti, è ovvio, senza pensare al futuro, a novembre, a Roma. E quando navigavo sul sito di Trenitalia, già mi emozionavo all’idea di abbracciarti di nuovo, pensando al sapore della tua saliva, l’odore dei tuoi capelli, le carezze sulle mani, i piedi intrecciati alla mattina quando ci si sveglia. Emozioni annegate in un mare di ovvietà. Possiamo rivederci, ovvio. Un po’ come possiamo morire, oggi o domani o tra 12 anni. O come possiamo vincere al Superenalotto. O, più realisticamente, tu puoi imbatterti in un nuovo fidanzato, all’università, in galleria, nel tuo mondo, in quella realtà taggabile nella quale non sono entrato.

Did you say, “No, this can’t happen to me”
Did you rush to the phone to call
Was there a voice unkind in the back of your mind
Saying maybe you didn’t know him at all
You didn’t know him at all, oh oh, ya didn’t know.

Non abbiamo avuto la forza di non lasciarci scivolare via.

12 Responses to “Risposte che non arrivano, baci che evaporano, abbracci affogati.”

  1. Marco Says:

    Caro River, mi dispiace tantissimo per te…
    Però non capisco come mai alla tua età ti vada a impantanare con persone del genere, forse sei un po’ masochista.
    E scusami se esprimo giudizi, ma che stronzo questo torinese! Stacci alla larga.

    Per consolarti ti regalo questa cover di Jeff Buckley di una stupenda canzone degli Smiths, una versione inedita che uscirà nella nuova raccolta di Jeff Buckley a marzo.
    Mi rendo conto solo ora che la canzone forse non è delle più appropriate date le circostanze, ma forse sì.
    Un abbraccio
    http://www.rollingstone.com/music/news/see-new-video-for-jeff-buckleys-smiths-cover-i-know-its-over-20160211

  2. dubbioso... Says:

    Finalmente…. questo River mi piace.

  3. bloko Says:

    scrivici una canzone e vinci più Grammy di Adele

  4. Yeep Says:

    Uscire da queste paludi è difficilissimo. A suo tempo una frase mi ha dato la spinta che mi serviva: “ama chi ti ama, non amare chi ti sfugge, ama quel cuore che per te si strugge …” (Erroneamente attribuita a William Shakespeare)

  5. dubbioso... Says:

    It’s the same old S.O.S.
    But with brand new broken fortunes
    And once again I turn to you
    Once again I do I turn to you
    It’s the same old S.O.S.
    But with brand new broken fortunes
    I’m the same underneath
    But this you, you surely knew

    Life is a pigsty

  6. Rem Says:

    Non ho capito molto di questo fanciullo, forse ho perso qualche pezzo della storia, non so… Ma mi viene da dire che è perdibilissimo.
    Già il fatto che si metta a fare classifiche tra città, quanto può essere noioso? Celebrare all’inverosimile qualcosa di proprio (la sua città) è sintomo di insicurezza. Quando uno non è sicuro di una cosa, cerca di dipingerla come se fosse la migliore possibile, per darsi sicurezza.
    Inoltre quando scrive non usa MAI le maiuscole, anche questo per me è abbastanza indicativo.

    Bon courage!
    Frase che vuol dire “buona fortuna”, ma a me piace perché sembra di augurare “buon coraggio” :)

  7. Erika Says:

    Mi dai sempre più l’impressione di essere la classica persona che si blocca per ore davanti ad una ferrari o ad una bella villa o una barca al mare e che non fa altro che piangersi addosso e a commiserarsi perché lui, da povero operaio, queste cose non potrà mai averle.
    E poi diciamolo, l’atteggiamento da sostenuto della serie, forse se ti faccio pena mi prendi, andava bene a 13 anni.
    Dovresti ritenerti fortunato invece, sai quanta gente c’è che promette l’amore eterno mentendo?
    Tu ti innamori e poi scopri che ti hanno solo usato.
    Almeno tu incontri gente onesta che te lo dice subito, poi a crearti il film ci pensi tu….

  8. Razzo Says:

    Erika vuoi sposarmi? Ahahah. Condivido

  9. dubbioso... Says:

    @Erika, tu frequenti persone che ti promettono amore eterno? Perché di solito, finite le elementari non se ne incontrano più.

  10. luketop Says:

    brava erika!

  11. Vi0letta Says:

    @Erika ma sicura di aver letto il post?

  12. Vanessa Says:

    Questo ragazzo sembra essersi mosso con più sincerita’ possibile, almeno per i suoi standard, il che non è poco… Leggo River da quando si prese un inquilino nella casa precedente e posso solo dire che il suo cuore corre molto più velocemente di quelli dei tipi con cui si relaziona, senza contare il plus dell’intimità fisica… poi si, a volte qualche film capita di farselo ma non mi sembra questo il caso… Mi verrebbe di raccomandare piedi di piombo in tutto…

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