Facile cancellare le persone. Blocchi, rimuovi, defollowa. Cancellazioni virtuali, palliativi, ci si sente soddisfatti nel momento in cui si clicca sul pulsantino magico, ma tanto poi le foto viste, gli status letti, i like che sono stati, ci rimbombano dentro. Tanto da farci immaginare anche quelli che seguiranno. E il silenzio non c’è, l’immaginazione colora quella pagina bianca, colori scuri, e noi dobbiamo continuare a guardare, spilli sotto gli occhi come in Arancia Meccanica. Alla fine gliel’ho detto, non seguirmi più, via dai social, il botta e risposta di questo giorni con #torinese mi ha svuotato. Inutilmente, perché sarebbe bastato parlarci l’ultima sera, la sera di quel ciao che sapeva di addio, e via. No big drama. E, invece, ecco la partita a ping pong in cui non si vince niente, anzi no, tu la medaglia riveriana te la sei già portata a casa, no? Ai post e tweet ha sempre fatto seguito un tuo messaggio su Whatsapp, legittimo, puntualizzazioni, puntini sulle i, quelle che sceglievi tu. Quasi volessi difendere la tua reputazione (postuma), ciò che resta dopo una fine. Per lasciare un bel ricordo. “No, i miei non erano abbracci da Caritas”, “sì, ci possiamo rivedere, quando lo vuoi”, ecc. Un po’ di mancanza di tatto, di cui non ti rendi conto, ne son certo. Ma l’ego dei ventiepassa-enni è sempre fermo su un bel piedistallo, abituati come sono ad essere ammirati e (tristemente) rincorsi. “Quando vuoi sai dove trovarmi”, che sembra tanto lo slogan di Telefono Amico, “Se hai bisogno chiamaci”. Se tu mi vuoi trovare ok, dai per scontato che River ci sia, lui è lì dal 2003, c’è sempre, eternamente blogger, single in attesa di un’anima gemella. E’ una visione dell’interazione solo apparentemente river-centrica: “Se River mi vuole vedere, ok”. “Se River mi vuole parlare, gli rispondo”. Non è normale, il desiderio deve essere a doppio senso, sennò si finisce in una strada a senso unico e senza via di uscita. Apprezzo comunque lo sforzo, a quanto pare titanico, di librarti sopra il livello massimo al quale volevi mantenere questa interazione: livello leggerezza, impegno 0,1, no stress, no panic, no frills. Tutto quello che è al di sopra, va buttato nell’inceneritore. Che poi ormai andrebbe fatta solo la differenziata (le cose belle da una parte, quelle brutte da un’altra, quelle miste ce le teniamo in attesa di risolverle), ma si sa, più facile bruciare tutto. Va bene, ci si è provato, abbiamo due velocità diverse, bilance che pesano la leggerezza in modo diverso, anche il peso è relativo.

Basta. Niente sabbie mobili, anche io preferisco la leggerezza, i cani che si mordono la coda alla fine cadono a terra e a capovolgere gli equilibri ci gira solo la testa. Non mi piace buttare sassi in un mare che li inghiotte, senza rispondere. E facendo finta di niente. Due post, venti sassi, la risposta da Telefono Amico. Del resto, spesso far finta di nulla è già una risposta. Un silenzio è la versione più elegante del “no”. E allora va bene così. Ci metto un po’, ma ci arrivo. Grazie anche alle mie spalle, A. e G., come farei senza di voi (e senza la No Limit della Vodafone?).

Prenderò le nostre foto, le accarezzerò dentro di me e le incollerò nell’album dei ricordi. Senza rabbia, con una carezza a quello che è stato.

(Caro Federico Baroni, ti ho incrociato per caso, ma mi hai stregato e, per questo, ti rubo queste parole:
A volte basta aprire gli occhi essere realisti
capire che non siamo eterni
i passi fatti indietro sono giusti
ed è così chiaro che le cose tra noi non hanno un senso
eppure continuiamo a stringerci la mano
a volte basta aprire gli occhi per scoprire che la realtà non è come nei sogni)

One Response to “Accarezzeremo l’album dei ricordi.”

  1. Luigi Says:

    <3

Leave a Reply