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C’era una volta la connessione internet che gracchiava, quella che impiegava una decina di secondi prima di partire. E tu guardavi lo schermo grande e grosso del tuo pc, che da lì a poco sarebbe diventato rovente. Era il 1999, Los Angeles era alle spalle, vivevo da solo, in una casa sfitta di mia nonna. Il computer era bianco, non ricordo la marca, forse qualche brand collegato alla Olivetti. Ero abbonato a tin.it e la prima community che frequentai fu proprio quella ad essa collegata: Atlantide. Era nata un anno prima, nel 1998. Ricordo le stanze tematiche, le finestre che si aprivano con una lentezza imbarazzante, i crash del programma, le prime discussioni. C’era un sistema di messaggeria istantanea, si chiamava C6: credo fosse il primo made in Italy. Era abbastanza facile. Lo usavo insieme ad Icq, che però mi dava meno soddisfazioni, essendo più internazionale. Per un periodo feci anche parte degli animatori di Atlantide: zero retribuzione, ma soltanto l’abbonamento gratuito a tin.it. Ma avevamo tutti uno speciale nome (atlantis) che ci differenziava dagli altri e, quindi, mi accontentavo. Candidarsi per diventare Atlantis era facile: si doveva rispondere a delle domande e inviarle al capo degli animatori, tal Pippicalze. Il mio nick, ovviamente, era River. C’erano otto stanze tematiche: quelle suddivise in base all’età, quella sui giochi, quella per flirtare. Poche distinzioni, ma molto chiare.

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La fase del moderatore durò poco, ero una testa calda e ricordo che un giorno, durante i confronti via email con gli altri moderatori, iniziai una inutile discussione, che si concluse con la fine di quell’esperienza. Non rimorchiai mai tramite C6. Si parlava, è vero, con degli sconosciuti, ma quasi sempre a vuoto, senza un fine preciso. Mica come oggi dove ogni chattata è persa e dove si parla solo con persone disponibili a incontrarti nell’arco di 2 ore. Eravamo pochi, alla fine i nick ricorrenti su Atlantide erano sempre quelli. Mi piaceva trovare qualcuno on-line la notte, quando finivo di studiare. Era bella l’idea di un mondo che non andava mai a dormire, sempre pronto a recepire qualche sfogo o a venire incontro alla tua voglia di perdere tempo. Ero gay, reduce da una storia d’amore, e ricordo che non c’erano stanze dedicate per il rimorchio. Anche per questo le discussioni, in quel periodo, si iniziavano sempre con “m o f”, non si scappava. Gli etero fuggivano da noi ma non viceversa. L’invio delle foto era complicato: anzi, non credo si potessero mandare su C6. C’era la lista nera, perché il blocco ce l’abbiamo avuto sempre nel Dna.

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Chissà che fine hanno fatto i nick di quegli anni. Non ne ricordo nessuno in particolare. E il web, in fondo, è così. Incontri intensi, spesso rapidi, destinati ad essere dimenticati dopo qualche clic.

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Qualche giorno fa è partita la campagna virale del GayVillage, che è partita da una delle “accuse” mosse da una fetta della comunità Glbt: da quella definizione di “eteroVillage” adottata da molti per sminuire questo villaggio aperto a tutti. Anche agli etero. Io faccio mia quella di “Single Village”: dal punto di vista sentimentale, il Parco del Ninfeo non ha portato bene. Ma chissà. Sarà la quindicesima edizione, e al timone ci sarà sempre Vladimir Luxuria, che ormai pare essere diventata insostituibile. Si parte il primo giugno, per una ragione molto semplice: l’anno scorso, con il prolungamento verso la fine di settembre, ci si è resi conto che faceva un po’ freddino. Meglio partire prima, quindi. Nel cast ci sono stati alcuni cambiamenti, il corpo di ballo, in pratica, sarà unico per tutte le serate. Dal punto di vista musicale, non si potrà prescindere da alcuni dj divenuti ormai di casa qui: oltre a Brezet, che è un po’ il faro delle notti pop, ci saranno Mr Mads e Mattia Matthew (sempre nella sala pop). Tra gli accordi chiusi in queste ore, quello con Loredana Bertè: terrà un live il 23 luglio. L’unico a Roma. E i fan sicuramente apprezzeranno. C’è anche una trattativa in corso con i The Pills, ma si deve ancora arrivare ad un’intesa.

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Ci sarà anche un’altra novità, intorno alla metà di giugno, che riguarda il mondo riveriano. Ma per scaramanzia se ne parla tra un po’ :)

Bentornato GayVillage.

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Arrivi nella mia vita con un commento. Abbastanza ininfluente. E’ sulla pagina di apeRIVER. Non lo faccio sempre, ma quell’immagine di profilo con il ring mi spinge a farlo. Qualche intreccio con i pugili mi ha fatto apprezzare la categoria di questi bestioni, spesso buoni dentro. Professione: studente universitario. Con l’hobby del pugilato. Non hai tue foto di profilo, solo una in cui ti hanno taggato. Un braccio tatuato, occhi chiari, biondo, sembri alto. E, soprattutto, sei massiccio. Rispondo al commento. E poi trasferisco la discussione in privato. Sei simpatico. Un po’ pazzo, penso. Entriamo subito in confidenza. E, così, sabato scorso decidiamo di vederci. Tu sei pigro. Ti definisci orso, io aggiungo tigre in cattività. Ti sei appena lasciato con la ragazza. Negli ultimi cinque anni hai avuto due storie: una di quattro anni e una di sei mesi. Ora sei single. Un eterosessuale single. Mi ricordi subito #coinquilinoetero. Per i modi un po’ distratti, l’approccio da coccolone sbadato, ma anche per la curiosità che ti porta verso di me. Ti vengo a prendere a Piramide, anche se odi prendere la metro e mi spieghi che quando esci con le ragazze sono loro a venirti a prenderti. Divah. Ammetti pure di esserlo, “più di me”. Sull’altezza non mi ero sbagliato: 1.95. Magro, ma le braccia grandi, il petto pure. Indossi Vans, jeans strappati, una t-shirt con il petto scollato. Neanche un pelo. All’inizio non mi guardi negli occhi. E’ una timidezza mista a diffidenza, credo. A tavola – solita piazza San Cosimato, dagli Spaghettari – ti sciogli. E mi inizi a raccontare pezzi della tua vita. Sei figlio unico. Figlio di un papà gay. Nato con una maternità surrogata, una ventina di anni fa. Hai attraversato periodi bui, molto bui, cose di cui non hai parlato quasi a nessuno, neanche a tuo padre. E ne parli a me. Negli ultimi cinque anni la tua vita è stata dettata dalle fidanzate. Roma la conosci pochissimo, perché quando uscivi, ti portavano sempre negli stessi posti. E così non sei mai stato all’Isola Tiberina, dove ovviamente ti porto. E come #coinquilinoetero mi stupisci quando appoggi la tua mano intorno al mio collo, sulla spalla, o quando la infili nel mio braccio, passeggiando tra la gente. Più mi parli e più ti percepisco come un leone ferito, dalla vita. Una persona che ancora deve capire che direzione prendere, e con chi. Con le donne hai un rapporto strano, esclusivamente fisico. Mi spieghi che sono sempre loro a fare il primo passo, che ti scrivono su Facebook, che tu non le cerchi. E che se ti vogliono, ti concedi. Zero testa, solo fisicità. Che è un po’ il motivo per il quale le tue ex ti hanno lasciato. Sull’erba ti accarezzo la caviglia, e tu non la ritiri. Il sole ci bacia, ti lamenti perché fa troppo caldo. Dici che sudi. Ma profumi. Sento il tuo odore, naturale. Ti riporto a casa. Da quel giorno, contatti quotidiani su Whatsapp, tra università e palestra. Le tue giornate sono abbastanza ripetitive, studio e ring. La sera non ami uscire. E quando hai qualche tresca, preferisci portarla a casa. Sei pigro, ma giovedì sera mi proponi di rivederci. Venerdì sera. In centro. Destinazione piazza Navona. Passeggiamo. Stavolta indossi le Allstar. E i fantasmini, ovvio. Camminiamo e mi appoggi sempre la tua mano sulla spalla. Qualche volta mi spintoni, e mi ricorda quando cercavamo, per giocare, il contatto fisico con il compagno etero di scuola che altrimenti non avremmo mai potuto sfiorare. Torniamo all’isola Tiberina. Qualcuno passeggia, anche se è l’una di notte. Mi racconti altri pezzi di te, il collage prende corpo, illumini le parti più buie del tuo passato, anche recente. Di amici nei hai pochi, proprio perché sei sempre stato concentrato su queste due storie. Ed è mentre parliamo che ti abbraccio. Prima mi appoggio con la testa sulla spalla. Tu non ti ritiri. E’ allora che ti stringo forte. E tu resti immobile, all’inizio. Poi ricambi. Mi stringi forte. Sento i muscoli delle tue braccia che si irrigidiscono. La gente passa, ma a te non importa nulla. Importa più a me, pensa. Non mi faccio molte domande sugli abbracci, che presto diventano carezze e morsi. Sì, ti mordo il braccio tatuato. E tu mi lasci fare. Non voglio baciarti, non ci penso. Mi accontento di appoggiare la testa sulle tue gambe e di stringerti, forte.

Ti riporto a casa. Ti accarezzo la gambe. Tu qualche volta appoggia la tua mano sulla mia, e io la stringo. Ci salutiamo. Il sabato è il giorno delle ragazze, delle visite, mi dici. E’ strano, non provo nessuna gelosia verso quei corpi usati randomicamente. Anzi. Penso che sia uno strumento per dare a te la possibilità di passare del tempo con me, serenamente. Sono tante le parole che non ci diciamo e che non ci diremo, ma mi hai reso felice, di nuovo.

Benvenuto #pugilebiondo

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Le mie sembrano parole di circostanza. Insomma: come potrei parlare male della serata che organizzo? E, invece, chi mi conosce sa che tutto quello che scrivo, su queste pagine virtuali, nasce da un moto spontaneo e sincero. Perché se dovessi scrivere delle cose che non provo, chiuderei questo blog e via. Ieri, per la prima volta da quando siamo arrivati da Marmo, c’erano sole e caldo. Già. Dopo tre giovedì di diluvio universale (e Sanremo), quello di ieri è stato di nuovo “normale”. E il giardino di questa ex marmeria a piazzale del Verano si è riempito in fretta: fino all’una di notte è stato pieno di persone che sono venute perché ci conoscevano o perché volevano capire cosa diavolo fosse questo apeRIVER. Ed erano lì anche per ascoltare i nostri talenti ospiti: Machella, Andrea Maestrelli (al suo secondo live con noi) e Diego Conti. E non saprei descrivere le emozioni che ho provato quando Maestrelli e Conti hanno cantato “Holden”, mentre dietro scorrevano le immagini di River Phoenix nell’omaggio di James Franco (“My own private River”) proiettato in loop tutta la serata. Tanta sorpresa, poi, quando il cast di “Siamo tutti gay” ci ha regalato una pillola del loro spettacolo tra i tavoli. Applausi per tutti, davvero. A tutti abbiamo offerto i nostri soliti lecca lecca, per mano dei riverboys: due nuovi. Altri ne cerchiamo: mi piace l’idea di questi #gnocchi a rotazione. A breve tutte le foto della serata saranno sulla pagina Facebook di apeRIVER.

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Andrea Maestrelli canta Holden e dietro River Phoenix #riverphoenix #live #concert #aperiver #music #cuteguys #holden

Un video pubblicato da River (@riverblog) in data:

E giovedì prossimo (il 7) torniamo. Con una data speciale. Un tributo a Jeff Buckley. Quattro anni dopo la scomparsa di River Phoenix (1993, River; 1997, Jeff), quella di questo cantante, risucchiato dalle acque di un fiume maledetto nel Mississipi. Tre giovani cantanti – 60 anni in tre – reinterpreranno l’album Grace. Tre canzoni a testa. Emozioni per tutti. E poi, una performance speciale firmata da Giovanni Franci: Fabio Vasco in scena con un pezzo di “Matteo Diciannove, Quattordici”.

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Grazie di nuovo, a tutt*.