Per mangiare bene ad Amsterdam: regola numero 1, evitare la zona di piazza Dam; regola numero 2, evitare i posti che espongono menù “all inclusive”; regola numero 3, evitare i posti con accalappiapersone sull’uscio.

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Abbiamo trovato due ristoranti, di cui andiamo molto fieri. Il primo ci è stato segnalato da un river-lettore che vive ad Amsterdam da qualche tempo, e che ha voluto condividere con noi alcune dritte (grazie Djinn!). Si chiama “Moeders“  e offre cucina tipica olandese. Come suggerisce il nome, è dedicato alle mamme di tutto il mondo. All’interno, le pareti sono tappezzate di foto di madri (amiche, amiche di amici, oppure portate da clienti); sui davanzali ci sono scatti incorniciati, alcuni con le dediche dei figli. Un po’ inquietante, se si pensa che alcune di quelle donne sono morte. Le posate, i bicchieri e le pentole che vengono portate ai tavoli non sono coordinate, perché “donate” da chi ha preso parte all’inaugurazione del posto. Il piatto forte – su cui abbiamo subito puntato – si chiama Hollandse Rijsttafel ed è una combinazione di portate tipiche olandesi. Lo staff è interamente femminile, e molto gentile. Prezzi contenuti (in due, circa 55 euro, senza vini). Foto sopra.

Il secondo ristorante si chiama De Blauwe Hollander, è una nostra scoperta, molto casuale. Dopo aver navigato per le stradine di Leidseplein – zona di divertimento by night, purtroppo infestati dai soliti truzzi italioti - abbiamo puntato questa piccola verandina. Locale minuscolo, menù non ricchissimo (due sole portate principali a base di pesce), ma atmosfera soft e tranquilla. Consiglio di prenotare il tavolo alla finestra (è da 4, ma facendo un po’ le fusa, lo danno anche alle coppie). Anche qui siamo rimasti colpiti dalla gentilezza del personale (se penso ai nostri camerieri e al loro modo rozzo di trattare gli stranieri…). Prezzi come sopra, forse poco più cari. Deliziose le caramelline che accompagnano il conto. Foto sotto.

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Per il resto, abbiamo seguito una regola abbastanza intuitiva: siamo entrati in posti nei quali riconoscevamo una maggioranza di olandesi. E non siamo rimasti delusi (come si puo’ rimaner male di fronte ad un sandwich saturo di salmone, mayonese e cetrioli?).

...in front of the Ara Pacis by Frengo2.0.

Facciamo una premessa: a Roma, i posti che funzionano, a livello di ristorazione, sono quelli nei quali il ristoratore opta per l’approccio “sto facendo un favore al cliente”. Insomma: gli fa un piacere ad “ammetterlo” nel suo micro-regno di pappardelle e tagliate. Un’assurdità, se penso a famosi ristoranti di New York – tanto per citare un esempio – dove qualsiasi eventuale lamentela viene trattata coi guanti di velluto. E dove l’ultima parola è tassativamente del cliente.

Gusto è un posto che deve la sua fortuna alla fama. Fama di posto chiccosetto, conquistata con il passaparola e non certo per meriti sul campo. Qui si mangia male – con qualche eccezione per quanto riguarda l’osteria (il brand si suddivide in: un ristorante; un’osteria; e un cocktail bar). E dove i camerieri – che, va detto, non hanno stipendi da nababbi, e sembrano volertelo far pesare ad ogni parola che sono ’costretti’ a rivolgerti - sono là per farti un piacere. Nel ristorante di piazza Augusto Imperatore – che dei tre locali è il più noto - c’è sempre la fila. E ripeto: non perché ci si mangi bene, ma perché quel posto è diventanto una sorta di “monumento” sulla piazza (Augusto Imperatore). A volte la si definisce la piazza di Gusto. Ma tant’è. Siccome sono contrario, per principio, a fare la fila per mangiare, sono stato qualche volta nell’osteria, meno affollata (ingresso sulla stradina parallela alla piazza; tavoli attaccati ai minimi storici). Stasera si torna per l’aperitivo, dopo un’esperienza discreta un paio di settimane fa. Sono con E. e moglie, e Allstarboy. La cucina sforna in continuazione i piatti, ed è uno dei buffet più forniti. Ma la sorpresa arriva verso la fine (fine “imposta”). Terminiamo di mangiare (o meglio: esauriamo i piatti che abbiamo davanti), i bicchieri anche si sono svuotati, e arriva il cameriere con il conto. Mai chiesto, e, infatti, ci stupiamo tutti. Passano 10 minuti e il cameriere ritorna. “Scusate, dovremmo…”. Capisco l’antifona e sbotto: “Dovreste liberare il tavolo?”. Sì. “Quindi, ci state cacciando”. Lui è imbarazzato, perché è evidente che non fa altro che rispettare gli ordini dei suoi capi. Non riesco a infierire troppo. E mi limito ad osservare che è la prima volta che mi capita una cosa del genere.

Ecco. Quando leggo sui giornali di questi ristoratori che si lamentano della crisi, e dicono che la clientela è diminuita, penso che certi meriterebbero di fallire. Farsi un bel bagno d’umiltà, e capire che se si possono permettere quell’aria da altezzosi venditori di salumi con l’anello d’oro al mignolo, è merito di quella massa di pecore che viene a svuotare i portafogli nelle loro casse.

Buona sera blog.

fotocartello by you.

La storia che mi racconta O. arriva dal centro commerciale Roma Est. Cena d’agosto al ristorante giapponese Fuji. All’ingresso c’è un cartello che promette sconti del 20%, per tutto il mese, alle coppie. Tra parentesi, però, c’è una specifica: “1 uomo e 1 donna”. Lui è col fidanzato, e legge in quelle poche righe un affronto. Intanto cerca delle spiegazioni col cameriere, che però glissa. Il suo ragazzo chiede di poter parlare col manager, ma la risposta non lascia speranze: “Sono tutti in ferie”. ”Io sono straniero e a Città del Messico, dove sono nato, c’è un quartiere intero con ristoranti, negozi e altri servizi completamente ‘gay o gay friendly’ dove è normalissimo vedere delle coppie etero, gay o lesbiche in giro mano della mano o baciandosi in pubblico”, si sfoga O. Voledo azzardare una spiegazione – più o meno legittima – penso che i proprietari del ristorante abbiano voluto evitare che coppie di amici usufruissero dello sconto. O no?

La raspa è un ristorante.

July 17th, 2009

LaRaspa_Ristorante_Ibiza by you.

Dalle parti di Milano, la raspa è quella che più comunemente si chiama “sega”. A Ibizia, come dimostra la foto scattata da un river-lettore (grazie O.), è un ristorante.

Ode al dessert.

August 17th, 2008

Cheesecake. by you.

La piccola toscana, in via della Giuliana, merita soprattutto per i dessert. In particolare per la cheesecake. In genere accompagnata da pere e un laghetto di cioccolata. Ieri da fichi coltivati nel giardino di casa. Rosso vivo. Era un peccato rovinarla.

La prima cosa che guardo in un ristorante, è il mood dei camerieri. Se sono svogliati e scoglionati, è probabile che vengano pagati poco, che non siano motivati a sufficienza, e che magari ti sputacchino nel piatto. All’Hard Rock Cafè, in via Veneto, ti colpisce il clima. I camerieri corrono – letteralmente – da un tavolo all’altro e scherzano tra di loro. Alcuni sono un po’ coatti e non spiccicano una parola di inglese (ma coi turisti come si fa?), altri sanno di essere bellini e come tali si atteggiano.

Gli hamburger non sono buoni come quelli del T-Bone di via Crispi, ma sono sicuramente più saporiti di quelli del McDonald’s – non che ci voglia molto. Del resto per 13 euro è il minimo. La musica potrebbe essere ad un volume più civile. Ma il vero plus di questo posto sono gli antipasti e i dolci: difficile resistere ai fritti da inzuppare in salse di ogni genere e alla panna che inonda il brownie al cioccolato, caldo. I bagni sono puliti: la carta era al suo posto, e anche il sapone. Alle 14 di oggi il ristorante era pieno, con attesa media di 15 minuti. All’ingresso, a chi attende, viene dato un telecomandino che si illumina quando il tavolo si è liberato.

Il problema di un posto con un nome “forte” è che si rischia di perdere di vista il valore reale del cibo. Spesso, poi, il nome deriva banalmente da: attente attività di pubbliche relazioni, grazie al contatto con qualche giornalista compiacente; un intenso via-vai di vip e vipetti; gli interni disegnati ad hoc dall’architetto/designer di turno. Nobu, al primo piano del palazzo Armani, in via Manzoni, è presente nell’immaginario come posto caro-frequentato da vip-chic. E il cibo? Alla delizia della tartare di salmone con caviale (ovviamente porzione minuscola, 20 euro) ha fatto da contraltare una normalissima selezione di sushi. Selezione rigida, perché quando ho chiesto al cameriere di poter sostituire le uova di salmone (bleah) con un qualsiasi altro nigiri, la risposta è stata un laconico “non è possibile”. Inammissibile per un posto così. Ma col sushi è arrivato qualcosa di indicibilmente salato: la soia, anima e colore del pesce. Quando l’ho fatto notare al cameriere, la risposta mi ha stupito: ‘lo sappiamo, è troppo salata, per questo suggeriamo quella ‘low sodium’”. Peccato, perché ha ucciso il sapore degli otto nighiri e 3 rolls (31 euro). Passato alla selezione di tempura (30 euro): buona quella di verdure, troppo pastoso quello di gamberetti. Acqua commerciale (una selezione si potrebbe osare).

Punti di forza – che col cibo non c’entrano niente: la cortesia dei camerieri; le luci soffuse; la distanza tra i tavoli (solo in alcuni casi).

Voto: 5,5.

A casa non mangio quasi mai, fatta eccezione qualche cena, nei rari giorni in cui non lavoro. Perché allora non iniziare a buttare giù qualche parere sui ristoranti dove mangio? Premessa fondamentale: non si accetteranno inviti a cena o richieste di recensione e/o pubblicità (che poi è il sistema con cui vanno avanti le riviste di settore). Ai 4mila lettori al giorno di River si garantisce una parzialità del tutto disinteressata.

Il Ristorante Maccheroni – piazza delle Coppelle – si presenta come una vecchia osteria, con piastrelle e pareti in stile, e offre una tradizionale cucina romana. I prezzi sono contenuti – dai 5 euro degli antipasti ai 13/17 dei secondi. Peccato, però, che il vero problema sia il servizio e il timing della cucina. Insieme ad L. e una coppia di amici abbiamo ordinato 3 piatti diversi: sono arrivati tutti e tre a distanza di circa 5 minuti. Il cameriere – ahilui, carino – si affacciava di tanto in tanto nella saletta dove l’aria condizionata a 16° (“ma purtroppo non si puo’ alzare”, diceva laconico) ci costringeva a stare col giubbino. Il cibo, spesso, non è tutto in un ristorante. E il servizio ha contribuito in questo caso a farcelo andare di traverso. La pasta con pachino era cotta male; saporita la cotoletta alla milanese e gli spinaci ripassati. Alla fine si è speso 25 euro a testa, consegnati alla cassiera, antipatica e acida 40enne con infradito che sembrava essere lì per farti un favore.

Voto: 40 (da 0 a 100).