Harvard. by you.

bocconi“Che fai di bello quest’estate?”. Ecco, io a questa domanda avrei voluto fuggire impaurito come neanche un’eroina da romanzo gotico tra le segrete di un castello medievale in piena notte. A me, nel rispondere ad uno che ha già mezzo piede sullo yacht di famiglia “Nereide” pronto a trascorrere un mese tra le isole del Mediterraneo, viene un po’ l’ansia da prestazione. Soprattutto se la destinazione delle vacanze non è né figa (ad es.“vado a cimentarmi nella pesca del salmone tra i fiordi della Norvegia”) né shocking (“vado a turisteggiare tra Israele e Palestina in tempo di guerra”), ma la banalissima, europea e poco modaiola (Boston). Allora, vedo di tralasciare i dettagli scabrosi del mio soggiorno americano e mi limito a quello che il mio nick e il decoro borghese mi impongono, spiattellando un po’ di impressioni frutto di una fugace visita (tipo “turista giapponese” che visita tutta Firenze in 10 ore) nel più famoso campus universitario mondiale (Harvard, per chi non lo avesse ancora capito), tentando anche qualche timido paragone con il mio ateneo piccino.

Statua. by you.

1) Fondatori a confronto. Uno arriva, neanche sei entrato che ti ritrovi davanti la statua del fondatore nientepopodimenoche di Harvard (foto sopra), e che scopri? Che non l’ha fondata lui, che la data è sbagliata e che non lo raffigura neanche (è stato preso un modello professionista)…In the end, la cosiddetta “statue of three lies” è più falsa del mio accento milanese. Tornando alla cara Bocconi, apprendo invece con sorpresa che “Ferdinando, proprietario dei magazzini Bocconi, fondò l’università intitolandola a suo figlio Luigi, morto giovanissimo in guerra, nella battaglia di Adua” (foto sotto). Io a questo punto più che scoppiare in lacrime come davanti ad una puntata di “Carramba” della Carrà ai tempi d’oro non ho potuto fare.

Fondatore Harvard. by you.

2) Lo stile. Gli harvardiani sono più fighi, i bocconiani sono più fighetti: penso che questa mia conclusione sia stata influenzata dal fatto che quelli che rimangono nei college americani d’estate sono, di solito, gli studenti sportivi che fanno gli allenamenti, anzi, a giudicare dai fisichetti, tanti allenamenti. Più di una volta mi sono ritrovato a seguire con lo sguardo un tipello in canottiera e pantaloncini durante il tour guidato del college (per di più pioveva, quindi aveva tutte le succinte vesti appiccicate addosso…) in stato catatonico, riportato alla realtà solo nel momento in cui ho sentito pronunciare la parola “dorms” (sfortunatamente in seguito una coatta afroamericana è subentrata al tipello fregno, per cui non ho potuto fare altro che concentrarmi sul tour). Tornando al di qua dell’oceano, ho invece notato con insistenza che al bocconiano medio bastano un paio di camicette con quello strano simboletto della coroncina d’alloro per sentirsi figo, nonostante la pancia da bevitore di birra o l’anoressia alla Kate Moss (esclusi i “principi ereditari”, ma quelli sono fighi anche la mattina con la fiatella, sempre che ce l’abbiano). Comunicazione ai bocconiani (assolutamente “disinteressata”) : la “Get Fit” ha aperto le iscrizioni per il nuovo anno.

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Francesco Z. è un river-lettore che conosco ormai da tre anni. Da quando, studentello a Milano, decise di trasferirsi in Spagna. Una vera e propria fuga dal nostro Paese. Adesso vive a Barcellona. Lavora, ed è felice. Qualche giorno fa mi ha proposto di scrivere per questo blog qualche racconto dalla Spagna. Ecco la sua testimonianza – testuale e fotografica – dalle Olimpiadi gaye. Qui ha portato il cartello del nostro Paese (la bandiera è stata portata dalla parlamentare del Pd, Paola Concia).

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24-27 luglio, Eurogames 2008, i “giochi (olimpici?) della diversitá” organizzati per la prima volta a Barcelona, per la prima volta in un paese del Sud Europa. Io c’ero. Ero uno tra le centinaia di volontari gay e lesbiche, transessuali e bisex, ed etero. Guarda caso ero portacartelli nella cerimonia di inaugurazione, per il mio amato/odiato Paese. 300 italiani, belli, belli, belli; erano dietro di me, ma guarda un po’, dandosi alla pazza gioia durante la cerimonia di inaugurazione nel Palau Sant Jordi, con piú di 13.000 persone provenienti da tutta Europa, una trentina di Paesi partecipanti, tra cui la Germania, con piú di 1000 atleti. C’erano anche delegazioni di molti Paesi “omofobi” tra cui la Croazia, Turchia, Russia, Ucraina, Romania, Polonia, Estonia. E poi gli atleti italiani, tutti in azzurro, come la nazionale di calcio ma tra un “It’s raining man” e “Ymca”! In prima fila, dietro di me, a sbandierare il tricolore c’era la nostra unica deputata lesbica, Anna Paola Concia, con cui mi sono fatto quattro chiacchiere:

Concia: “ahhh, ma tu sei italiano, e vivi qui?”
Francesco: “sì sì sono italiano… vivo qui a Barcelona da 8 mesi e in Spagna da 3 anni più o meno”
Concia: ” e come mai te ne sei andato via dall’Italia? studio? lavoro?”
Francesco: ” no no, perché mi faceva schifo…”

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Morale della favola: un evento sportivo memorabile per la comunitá LGTB europea, che ha apportato alla cittá di Barcelona 10 milioni di euro in 4 giorni. Sport, feste, brunch e soprattutto tanto divertimento! Anche nei bagni del Palau Sant Jordi durante l’inaugurazione e del parco di Montjuic, dove sono presenti tutte le istallazioni olimpiche adiacenti: un grande Palombini (traduco per i non-romani: un’immensa dark-room). Aspettando che gli Eurogames arrivino anche in Italia, quando anche il nostro Paese sará pronto e all’altezza di un tale evento…

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bocconi

Giugno e Luglio, si sa, sono mesi un pò smorti per un universitario. Esami a parte (che novità…), le prospettive di trovare qualcosa di interessante da fare in università sono molto, molto scarse. E’ per questo che ho approfittato della “battuta” di un commentatore dello scorso post sulle fenomenologie per ravvivare la mia permanenza estiva in quegli edifici e pormi una nuova, esaltante sfida: trovare nei bagni della Bocconi la carta igienica di Pierre Cardin. Dopo mezza giornata di via crucis per tutti (o quasi) i bagni bocconiani, della suddetta carta igienica neanche l’ombra. Niente, ma neanche falsificata. In compenso ho notato delle cose che avrebbero fatto inorridire la più “liberale” delle lady inglesi dell’Ottocento (con tanto di arricciamento delle labbra e di fazzolettino ricamato portato al naso in segno di disgusto):

1) Per chi crede che una volta espletati i propri bisogni arrivi Giovanna, la cameriera birichina, o la mamma del cinesino a ricaricare il deodorante da bagno: noi abbiamo l’inserviente extracomunitario, che, una volta al giorno passa lo straccio, e (ma di questo non sono sicurissimo) una volta al giorno fa le pulizie (!!) generali. Ovvio che a metà giornata il bagno dei maschietti sembra quello di un Autogrill da tangenziale. Eppure uno all’università dovrebbe essere abbastanza grande per riuscire a centrare il water, invece… o i maschietti bocconiani presi da un raptus di follia pensano che il loro “pirulino” sia il tubo per innaffiare il giardino di Gabrielle- Eva Longoria, oppure io non mi spiego per quale motivo a volte sia costretto ad entrare nei bagni con gli stivali antipioggia stile alluvione di Firenze del ’66;

L'accesso al bagno bisex

2) in un clima di deriva laica della società e conseguente allontanamento della moralità corrente dai valori cristiani (ed in perfetto stile stile Ally McBeal, aggiungerei), la Bocconi ci ha messo a disposizione il “bagno bisex”: vicino le aule di informatica del vecchio edificio si nasconde questo minibagno sempre pulito e sconosciuto ai più, dove possono accedere senza imbarazzo maschietti e femminucce. E, se proprio ve lo state chiedendo, finora non è giunta notizia di rapporti peccaminosi consumati lì. Finora….;
3) se i bagni del vecchio edificio sono démodé, quelli del Velodromo sono proprio brutti (prima foto in alto). Di un vivacissimo grigio petrolio, mal funzionanti e con le porte di plastica importate dalla Cina, sono però provvisti di orinatoi a muro. La tristezza fatta cesso. Non ho ancora avuto il piacere di vedere i bagni del “nuovo-ancora in costruzione-ma già operativo-bunker” edificio, ma, se tanto mi da tanto, in questa parabola a precipizio mi devo aspettare i bagni turchi al posto dei wc (sempre che non optino per una roba tipo lettiera del gatto), separati l’un l’altro da tende scorrevoli stile ospedale;
4) annoiati e spossati, cosa possono mai fare i giovani rampolli bocconiani durante l’”attesa”? La risposta più ovvia è: imbrattare i muri dei bagni. Con vari livelli di generalità, le scritte dei bagni bocconiani riflettono l’enorme altezza morale dei propri frequentatori, che si traduce spesso in iscrizioni caratterizzate da un elevatissimo preziosismo formale (es. “Leghista-Onanista”, oppure “cerco bei ragazzi per p*****i, telefonare ore pasti”, ecc…); ma quando la costipazione è dietro l’angolo e non si ha a disposizione la scorta personale di yogurt con Bifidus Activo, ecco che l’ingegno e la fantasia hanno il sopravvento e partoriscono un genere di “opere” del tutto particolari: la più bella di queste (a mio avviso) si trova sulla porta del bagno di fronte all’Emeroteca (in Biblioteca). Continua qui.

intruderUna delle palestre più in voga adesso è “The Gym” on Nemo e sta alle normali palestre californiane aperte h24 come un negozio di Gucci sta al Wal-Mart. E’ stata creata da Fidele DeSantis, già personal trainer di lunga esperienza, che su Nemo Street, vicino agli Studi Paramount, ha creato un gioiellino discreto e accogliente che non fa rimpiangere la palestra privata di casa a quanti (pochi) pensano ancora che sia davvero troppo cheesy avercela. Molto spesso davanti al suo ingresso pascolano gruppi di paparazzi – che qui assomigliano più a truppe d’assalto Swat che a dei giornalisti – che armati di macchine fotografiche e telecamere aspettano l’uscita della clientela che conta, fra gli altri, Paris Hilton, Lucy Liu, Kevin Spacey, Penelope Cruz, Ryan Philippe (che ci è entrato dopo aver rotto con Reese e ne è uscito con un fisico niente male ), e da un anno anche Cameron Diaz. Cam si è affidata alle cure del trainer Teddy Bass (in foto sono insieme): pilates, boxe e sessioni di 5 ore alla settimana solo sulle gambe… insomma un duro allenamento per Cam che, nonostante dei breakfast a base di burritos e latte intero – questo è l’ultimo scoop di una spia della rivista People che l’ha pizzicata, subito dopo il workout, andare a fare cotanta colazione con degli amici – è ancora uno dei corpi più atletici e sexy in circolazione. Per chi la conosce, o ci ha lavorato, è facile immaginarla seduta in uno dei suoi ristoranti preferiti, il ristorante di Giorgio Baldi giù a Santa Monica, mangiare piattoni di tortellini e vari formati di pasta conditi con i famosissimi sughi. Nonostante viva in un ambiente in cui grassi, zuccheri e carboidrati sono considerati peggio del veleno, Cameron è rimasta una donna che sa vivere e si sa divertire e che soprattutto non disdegna il buon cibo e il buon vino. Qualche anno fa rimase a Roma per alcuni mesi per girare “Gangs of New York” a Cinecittà: viveva in una piccola suite ad angolo all’Hotel Eden e spesso si finiva in una trattoria toscana dalle parti della Nomentana. Tra scorpacciate di lasagne, ragù, polpette, meringhe e vino rosso sono trascorsi tre mesi o poco più. L’ultima occasione per una rimpatriata doveva essere, lo scorso aprile, il tour promozionale del suo ultimo film, ma purtroppo la morte del padre, davvero inaspettata, ha sconvolto tutti i programmi. Ora si è presa una pausa e ha messo in stand-by alcuni grossi impegni e solo tra qualche mese tornerà al lavoro, per prestare la sua voce a Fiona nel quarto episodio di Shrek che, anche grazie a lei, sarà un nuovo grandissimo successo.
[p.s. Zac Efron viene visto di frequente dalle parti di Universal City alla LA Fitness].

bocconiDebutta oggi su river-blog un nuovo guest-editor. Bocconiano, offrirà il suo punto di vista sul prestigioso ateneo milanese, tra casiraghini e berlusconini. Senza grosse velleità sociologiche, “Bocconi Amari” racconterà vizi e virtù dei suoi colleghi.

Il principe ereditario: è bello, è ricco, è intelligente, ha un cognome di tutto rispetto. Di solito il suo look è impeccabile, la sua media oscilla tra il ventotto virgola qualcosa ed il trenta virgola qualcosa. Ha sempre qualche aneddoto carino da raccontare, che sia andato a mangiare il sushi con le amiche il giorno prima o che sia stato nominato alfiere del lavoro da Ciampi, e li riporta con il medesimo entusiasmo. Durante il terzo anno del triennio andrà in “scambio” alla Wharton o a Berkeley perché fa figo, opterà per Turchia, Cina o India per darsi un tocco esotico. Tutti vorrebbero essere come lui (??).
La diva dell’Hollywood: il suo imperativo categorico è: “ho vent’anni? Minchia se me li godo!!!”. Il suo abbigliamento è ostentato tendente al fighetto. La sua media non pervenuta. In aula non va più in giù della terzultima fila . Appena finita la lezione (sempre che ci vada) corre al Taxi Blues per non rimanere indietro sugli ultimi preparativi della “serata universitaria”, che per lui comincia il lunedì e termina la domenica sera. Salvo poi trovarsi a 25 anni ancora iscritto al secondo anno con papà che minaccia di sospendergli gli alimenti.
I “vìps”: oltre la Borromeo, oltre Berlusconino, oltre Casiraghi. Sono figli di imprenditori e/o politicanti e/o diplomatici stranieri. Stanno provando l’ebbrezza di mischiarsi con il proletariato, senza rinunciare per questo alle loro abitudini. Quando chiacchierano con il popolino sono amabili, salvo poi spiattellarti tra una risata e l’altra che il padre ha un’azienda di 200 dipendenti oppure che le vacanze di Pasqua passate nella sua (sua sua, non “di famiglia”) villa di Firenze sono andate benissimo. La sua media è alta (ma non è il suo primo pensiero la mattina, mentre Alfred gli porta la colazione a letto).
Le tacchettine: Ore 8.30: uscita dal 15 pieno zeppo come un treno destinato ai campi di concentramento; ore 12.00: direzione mensa chic per pranzo/pettegolezzi ; ore 18.00: ritorno a casa dopo una giornata di estenuanti fatiche. A qualsiasi ora del giorno e della notte, che sia inverno con 25 mm di pioggia o estate con 40 gradi all’ombra, la “bella bellissima” non rinuncia mai al suo tacco 13. Il suo tacchettìo è ormai un metodo alterntivo all’orologio a cucù per la scansione bocconiana del Tempo. Sempre e costantemente in anticipo per evitare qualsiasi inconveniente che possa farle fare ritardo, sia perché non potrebbe correre con quella “dotazione”, sia perché (testuali parole) “correre è inelegante”. Ondeggia fluida con i suoi attillatissimi jeans Armani o le sue svolazzanti gonne Cavalli, finchè un giorno Naomi non le farà lo sgambetto facendola maldestramente cadere e a lei, tra i flash dei fotografi, non rimarrà altro che scappare via in lacrime. L’unico ricordo di quell’evento sarà un fondotinta di Elizabeth Arden rotolato rovinosamente dalla sua borsa e ritrovato dall’inserviente asiatico il giorno successivo durante il turno delle pulizie.
I “pensionati”: direttamente alle favelas brasiliane (visti i requisiti per accedere ai benefici ISU); le leggende sugli abitanti del Pensionato Bocconi si perdono nella notte dei tempi. Dalle feste-sfascio che occupano interi corridoi, alla promiscuità delle docce in comune, ai modi misteriosi in cui ogni abitante del pensionato riesce sempre ad avere informazioni in anticipo su qualsiasi esame/professore/evento/modalità su come ottenere un qualsiasi servizio, ovviamente sconosciuto ai più. Sono partecipanti attivi di tutto ciò che viene organizzato in Bocconi (attività calcistiche in primis). Il loro abbigliamento è un po’ trascurato, e non è raro vederli arrivare la sera a mensa in ciabatte e tuta. Occupano le primissime file dell’aula e spesso arrivano con la lezione già studiata.
I “Comunisti”: avrebbero voluto fare Lettere antiche oppure gli attivisti in qualche centro sociale. Invece hanno provato il test di ingresso e sono stati ammessi nel tempio del capitalismo italiano. Vagano noiosamente per l’università in cerca di un senso da dare alla loro permanenza lì. Fanno esami perché studiano, non perché provino interesse reale per la materia. In biblioteca si avvicinano mestamente all’unico scaffale di libri di narrativa in cerca dei “Racconti” di Cechov, oppure li trovi all’ingresso di ogni edificio a distribuire volantini per la riunione dei “Comunisti Bocconiani” (lo so, fa molto ridere, però esistono davvero…). Verso il secondo/ terzo anno arriva l’epifania (di solito la visione del lavavetri all’incrocio di Porta Romana, prospettiva di un futuro non molto gratificante) che gli fa cambiare facoltà (Filosofia e Scienze della Comunicazione le più gettonate); altri si impongono di trovare qualche ambito di loro interesse e decidono di riversare lì la loro intelligenza; altri finiscono come “La Diva dell’Hollywood”, senza però aver mai visto un locale o una discoteca.
Aurea mediocritas: la categoria più vasta. Il giovane bocconiano medio, senza infamia e senza lode, che passa il suo tempo tra lo studio, qualche ubriacatura e il ciulamento. I suoi argomenti preferiti sono: il “fantastico mondo dell’università”, gli esami da fare ed i corsi da seguire, dove vuole andare in scambio, com’è andato il Campionato e cosa è successo a “L’Isola dei Famosi”. Veste casual, spesso tenta di imitare, con scarsi risultati, look e modi del “Principe ereditario”. A lezione si riunisce con altri suoi simili in “gruppetti” per riuscire, in branco, laddove il “Principe ereditario” riesce singolarmente: farsi notare ed eccellere.

Questa storia della moda come modello da imitare è una gran noia. Come se le ragazzine della provincia comprassero Vogue Paris o Numéro per dar loro un modello da imitare. C’è una quantità smisurata di settimanali italiani e trasmissioni televisive con modelli probabilmente più adatti a loro. Quando scatto un servizio spesso la mia fonte di ispirazione è qualcosa che nella realtà non mi sognerei mai di inseguire. la solitudine estrema ad esempio, l’alienazione, la follia, la morte in alcuni casi. Quando l’arte diventa modello da emulare nelle proprie vite, può accadere di sconfinare nell’insensatezza, nel grottesco, nella malattia addirittura. E’ per questo che bisogna tracciare una netta linea di demarcazione tra l’arte e la propria vita. Tra l’immaginazione e la realtà.

Per molte delle storie che scatto amo utilizzare ragazze estremamente magre. Una donna può essere
bellissima e interessante a qualsiasi peso. Detto questo trovo che le donne magrissime abbiano
un’allure speciale. Faccio questo lavoro da diversi anni e non ho mai avuto l’impressione che le ragazze
fossero anoressiche. Anzi, una volta dovevo scattare una copertina e ho mandato indietro la ragazza che a
colazione aveva ordinato due panini. Avevo l’impressione che ingrassasse a vista d’occhio. Se ad un’atleta è richiesta una disciplina per far bene ciò che fa, lo stesso vale per una modella. Per giunta la carriera di modella dura solamente qualche anno e in alcuni casi può essere molto remunerativa. Se le ragazze staranno meglio più rotonde e se davvero lo vorranno, avranno tutta la vita per mangiare due panini col prosciutto di prima mattina.

Avrebbe detto “no”. Dopo aver letto solo 15 pagine di una scandalosa sceneggiatura, quella del film Brokeback Mountain. Poteva essere lui, Mark Wahlberg, e il suo amico Joaquin Phoenix a interpretare Ennis del Mar e Jack Twist se non fosse stato che Mark trovò assai spiacevole quella lettura, che “quella cosa della saliva sulla mano prima di fare sesso sarebbe stata troppo dura da fare”. Non nuovo ad accuse di omofobia e misoginia, ogni parola e azione di Mark è costantemente monitorata dalla GLAAD (l’organizzazione gay contro la diffamazione o la cattiva rappresentazione dei gay nei media mericani, un gruppo piuttosto potente e rispettato a Los Angeles) che ha un bel fascicolo intestato a suo nome. Della sua adolescenza e della sua vita si sa tutto: una storia di violenza, di peccato e di redenzione in cui la fede cattolica ha giocato un ruolo fondamentale. Niente di quello che sbandiera è insincero, strumentale o melgibsoniano ma tutto è profondamente sentito e vissuto. Per questa ragione chi lavora con lui sa che tra le prime cose che mette nello zainetto che porta con se in viaggio, insieme all’IPhone e alla Melatonina, c’è una consunta copia del libro “365 Prayers for Men”, che quando si alloggia al George V a Parigi, ogni mattina, si va a messa alla vicina Chiesa di rito americano, oppure che se si è di passaggio a Roma si assolutamente deve trovare modo e occasione per andare nella Basilica di San Pietro per assistere alla messa del mattino officiata dal Papa in persona. Certo, scegliere di non lavorare con un maestro come Ang Lee per poi invece dedicarsi anima e corpo a un film come Shooter, è una strana e inspiegabile scelta per un attore smaliziato, nonché produttore di successo, come Mark Wahlberg: ma qualche volta anche a Hollywood ci sono cose, come la fede, che contano più dei soldi, della carriera e dei premi. Di recente Wahlberg ha ritrattato la storia su Brokeback Mountain e ha dichiarato che in realtà quel film non gli fu mai offerto perché Ang Lee non lo considerò sufficientemente bravo per interpretare quel ruolo. Sia come sia, rimane la testimonianza, confortante e consolante, che anche in quel perfetto cinico meccanismo industriale che è Hollywood, c’è spazio per l’uomo e la coscienza – per quanto discutibili talvolta possano le opinioni e le scelte (e certe dichiarazioni-scivolone rettificate ed emendate nel giro di poche settimane) che da una forte convinzione religiosa possono derivare. Ma forse, più prosaicamente, lo ricorderemo per quei bellissimi billboard in bianco e nero che abbellivano New York con i suoi muscoli, degli slip ben riempiti e il suo bellissimo viso sorridente.

La misura di quanto poco mi interessi la realtà in fotografia è il libero utilizzo che faccio del foto ritocco. Libero, e senza rimorsi di coscienza. Anzi. Quando sento criticare il largo uso che se ne fa mi viene da fare uno sbadiglio grosso così. Sarà che vengo dalla pittura, ma il mio approccio alla fotografia è essenzialmente lo stesso. L’immagine finale deve corrispondere all’idea che io ho di bellezza, senza tener troppo conto dell’aderenza che questo ha con la realtà.  Di realtà ci ingozziamo ogni giorno, lascio che a caricarsene le spalle anche in fotografia siano quei poveri fotoreporter.

Qualche tempo fa ho scattato questa foto a una mia amica, non era un servizio di moda, né un lavoro. Una vera eccezione poichè evito di scattare foto se non vengo pagato. Non porto mai la macchina fotografica con me in vacanza o alle feste. Finirei per idealizzare tutte le facce dei miei amici in post-produzione. Incarnati, proporzioni, contrasti. E’ una vitaccia guardare in faccia la realtà senza poterne cancellare i difetti in photoshop.

P.s. La mia amica è comunque bella.

hollywood_highRientrato finalmente a casa dopo tre settimane di pellegrinaggi sui set in cui lavorano alcuni nostri clienti. River non me ne voglia, ma proprio non ce l’ho fatta a buttare giù i miei pensieri. Al limite mi sarei buttato al fiume, tanto ho lavorato. Sono stato a Vancouver, sul blindatissimo set del nuovo film di X-Files e a Sidney per un sopralluogo a Cockatoo Island dove stanno girando Wolverine. Avevo più valigie al seguito della povera amica stylist di Gillian Anderson che si portava dietro una cinquantina di vestitini nuovi (e finalmente guardabili) per la bella detective.
A Vancouver abbiamo fatto una due giorni con i giornalisti provenienti da tutto il mondo che hanno potuto assistere ad alcuni momenti delle riprese e intervistare, a gruppi, oltre ai due protagonisti anche quel genio di Chris Carter, l’inventore della serie. C’erano giornalisti da ogni dove: incluso il Giappone. C’è davvero moltissima attesa intorno a questo film, e le pressioni per far trapelare dettagli sono moltissimi. Devo anche dire che il fascino che David Duchovny esercita sulle giornaliste, e su alcuni giornalisti, è rimasto immutato. Sarà forse anche per quel che si dice, a Hollywood, della sua dotazione… più o meno a misura di Oscar (nella foto, in basso, è ripreso in un momento di pausa a Vancouver).

Adoro Sydney perché per me vuol dire Hugh Jackman. Il preferito tra i miei. Adorabile, affettuoso e molto fisico. Ho visto molte persone perdersi nei suoi abbracci di saluto. L’aneddoto che racconta spesso ai giornalisti sulla sua normale e disinvolta vita da star del cinema mondiale è che la moglie gli ordina ancora, ogni mattina, di portar fuori la spazzatura perché, “nessuno è una star a casa propria”. Invidiatissima donna: God bless you.

La pila di composit mi aspetta nello studio. Sono nella zona dei Navigli, in uno studio che conosco bene. Ho sonno e il tempo è milanese, as usual. Fa schifo. Devo selezionare le ragazze per un lavoro per un grande gruppo. Un editoriale da scattare in studio, l’idea è quella di fare una donna slightly bad taste, un po’ Marc Jacobs, un pò Heat di Paul Morrissey. Il problema è che in questo periodo ci sono le sfilate, a Milano. Cosa vuol dire? Che le agenzie mi mandano solo le modelle di fascia B. Niente contro di loro, per carità, ma le top, quelle più belle, preferiscono tenersele per le sfilate. Pagano meglio, li/le capisco.

Nello stanzone ce ne sono un centinaio. Le guardo, le scruto come fossero immobili da ristrutturare. E’ abbastanza luminosa? Ripulita e arredata che potenziale avrà? Però sarò rapido. Due ore in tutto. Ma non è sempre così. In genere, un casting per un editoriale può durare anche molte più ore. Le ragazze, oggi, saranno un centinaio, non di più. Qualche viso interessante c’è. Sfoglio i composit. Inizialmente non me ne piace nessuna. “Thanks for coming, have a nice day”. Ne metto una ventina al muro. L’espressione, per chi non è dell’ambiente, indica quegli scatti che si fanno con la modella al muro: niente pratiche erotiche o da tortura, insomma. Della ventina pre-selezionate, ne prendo 3. Ci parlo un po’. Sono abbastanza simpatiche. Giro le richieste all’agenzia. Speriamo non vengano opzionate anche per le sfilate.

hollywood_highSiamo tutti in festa da queste parti losangelesine. L’amica e collega blogger Diablo Cody (in foto) ha vinto per la sua sceneggiatura Juno. L’ho conosciuta grazie al suo blog – si chiamava The Pussy Ranch, adesso blogga su www.myspace.com/diablocody – e in seguito l’ho incontrata insieme ad Ellen Page in giro per qualche Festival. Ex telefonista erotica ed ex lapdancer non si è mai vergognata del suo passato, anzi… Purtroppo là in Italia questo piccolo e delicato film, che ha entusiasmato mezzo mondo e solo qui in America ha incassato oltre 120 milioni di dollari, non è ancora arrivato. Quando sono andato su Google per cercare la data di uscita – 4 aprile, coraggio manca poco! – ho scoperto che Giuliano Ferrara lo ha adottato per la sua campagna contro l’aborto. Sono rimasto sbigottito! Forse mi sarà sfuggito qualcosa… Juno un film contro l’aborto? Andatelo a vedere e poi ne riparleremo. Giuliano Ferrara – del quale ricordo le sue bretelle rosse e la militanza socialista – è a capo di un movimento politico pro-life? Davvero in Italia avete intenzione di cancellare la legge che regolamenta l’aborto?

hollywood_highSpero davvero che quest’anno ci si riesca: Meryl Streep sarebbe un ottimo presidente di giuria al Festival di Venezia. Meryl è diligente, sempre puntuale e, quando parla, molto attenta. Lei non si sognerebbe mai di fare come Catherine Deneuve, presidente nel 2006, che al termine del metafisico film di Aronofsky chiese, intercettata da un cronista, “un petit café pour se reprendre“. Il regista ci rimase molto male. Anche se per Meryl saremmo disposti a fare qualsiasi cosa, non ha pretese e non fa mai capricci. E’ quasi un peccato. L’unica cosa che chiede, sempre gentilmente e quasi bisbigliando, sono ambienti freschi attorno ai 15 gradi o giù di lì. Di solito basta aggiungere due o tre condizionatori portatili in ogni stanza e mettersi poi addosso una maglia in più! Meryl adora l’Italia. Con la più bellina delle sue figlie, che là ha degli amici, qualche volta capita a Bologna dove al Diana ha scoperto di adorare i tortellini in brodo. Parla anche spesso della sua amica italiana Tiziana Rocca. E’ un’esperta di comunicazione e, come si dice da queste parti, una socialite che scrive anche tanti libri – dice Meryl. La descrive come una donna simpatica, affascinante e gentile. Io, per non offendere la diva, faccio sempre finta di sapere chi sia. Quando torno in Italia mi dovrò ricordare di comprare qualcuno di questi suoi libri.

Anche questa volta, alla vigilia di un suo viaggio, arriva nella nostra casella di posta una lista. La lista della spesa. L’acqua artesiana delle isole Fiji, quasi introvabile in Europa – solo una volta l’ho trovata da un grossista di Parigi e l’ho mandata a Londra – che mi toccherà mandare a destinazione direttamente da qui. E’ l’acqua più pura del mondo: in effetti, se si guarda dove stanno le Fiji, viene da pensare che posto più lontano dall’inquinamento non ci potrebbe essere. Per 3 giorni, 40 litri andranno bene: ci sono ancora delle scorte dall’ultima sua visita, là dove deve andare. Una volta c’era la Penta water ma poi è diventata troppo di moda a L.A. tra le celebrities televisive. Ma non basta. Per Tom si useranno almeno 20 flaconi di Purell, il gel disinfettante per le mani: bisogna disseminarne un po’ nelle macchine, in aereo, nelle sale di attesa, camere d’albergo e ristoranti. Per 3 giorni di solito bastano, ma dipende da quante persone dovrà incontrare e da quanti autografi questa volta vorrà fare. Tom adora i bagni di folla ed è molto generoso con i suoi fan. A proposito: i pennarelli colorati.  Questa volta bisogna assolutamente ricordarsene. Chiederli in prestito ai cacciatori di autografi professionisti deve rimanere una soluzione d’emergenza. Le gomme dovrebbero essere le Dentyne Ice. In alternativa le Trident. Forse a Londra ci saranno, ma per andare sul sicuro mando uno scatolone da Los Angeles e se avanzano le terranno per la prossima volta. In ogni città lui alloggia sempre nel suo hotel preferito e in molti di questi un angolo del magazzino è dedicato alle sue cose.

Su River arrivano i Guest editor.

February 11th, 2008

Coltivavo l’idea da parecchio tempo, da quando, tra le email che mi arrivavano, trovavo spunti interessanti da approfondire. Insomma: su questo blog arriveranno delle rubriche, curate da terzi. Si parte con il primo “Guest editor”, river-lettore da un annetto, ironico ed efferscente quanto basta per scrivere da queste parti. Vive a Los Angeles, dove lavora nel mondo del cinema (in quella città è difficile fare altri lavori). Il nickname, scelto da lui stesso, è indicativo del tenore della rubrica: “Hollywood intruder“. Chicche, retroscena, aneddoti sulle grandi star con le quali ha avuto a che fare. Ringrazioe Artlandis che ha disegnato il logo.

Nei prossimi giorni, la prima puntata.